“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). È la richiesta di Gesù, l’ultima prima di salire in cielo: proclamare il Vangelo ad ogni creatura, in tutto il mondo. Certo è una richiesta impegnativa che gli apostoli duemila anni fa hanno accolto con coraggio, ma che ancora oggi, come allora, dovrebbe risuonare nel cuore di ognuno di noi. Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa, ma di ogni singolo fedele che si professa cristiano e che giorno dopo giorno mette in gioco la propria vita in un progetto che va aldilà di ogni umana credenza. In primo luogo, dovremmo fare il possibile perché la parola del Signore contenuta nelle Scritture si faccia evento, risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti. Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui disponiamo noi cristiani, ma a volte ce ne dimentichiamo e tendiamo a metterlo in un angoletto per dare spazio a idee e pensieri che non sono gli stessi che il Signore ci ha lasciato e invitato ad annunciare. Un messaggio che è pieno di speranza e che va condiviso con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita [1].
Ma come annunciare Dio oggi, in piena pandemia? Come annunciare agli uomini e alle donne di oggi che Dio è gioia e speranza? È la domanda che più di ogni altra ha scosso la vita delle comunità parrocchiali quando il virus del Covid19 ha sconvolto tutti i progetti e si è impossessato, senza permesso, della nostra esistenza. Ma poiché il Signore riesce a parlare in molti modi e in molte lingue, di certo non sarebbe rimasto in silenzio in questo tempo, un tempo altamente digitale e social e che si è rivelato finalmente capace di abbattere barriere e di fare comunione.
Negli ultimi anni, infatti, molto si è studiato e molto si è discusso sulla importanza di un cambiamento nella pastorale, sull’importanza fondamentale della cultura del digitale [2]. E allora, riprendendo le parole di Papa Francesco in Evangelii Gaudium: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità [3]», tutti noi, indistintamente dal ruolo ricoperto (sacerdoti, catechisti, gruppi famiglia o semplici fedeli) abbiamo dovuto mettere mano alla nostra fantasia e dare inizio a un nuovo modo di comunicare, di raggiungere l’altro, di farsi prossimo, di proclamare il Vangelo ad ogni creatura.
Dalla paura di non poter fare al coraggio di andare oltre
Dopo le prime settimane in cui la paura di non sapere ciò che stava succedendo, le notizie dei contagi e dei morti che aumentavano giorno dopo giorno, l’insicurezza di non capire come e cosa fare per arginare l’avanzamento del Virus, abbiamo di certo sentito la necessità di cominciare a spargere semi di speranza. Di fronte a questi momenti così difficili e complicati, davanti alla paura di non riuscire a dare un senso a tutto quello che stava succedendo, abbiamo dovuto imparare a fare memoria di Dio, cioè ricordare giorno dopo giorno che Dio mai si dimentica del suo popolo, nonostante tutto. E per fare questo il mondo digitale è diventato il nostro mondo, ovvero il luogo dove poter fare esperienza di Dio, non da soli nelle nostre case, ma insieme agli altri: insieme ai nostri bambini del catechismo e alle loro famiglie, insieme ai ragazzi dei nostri gruppi giovani, insieme a quei gruppi con i quali fino a qualche momento prima condividevamo il bello di essere Chiesa. Sono ancora ben impresse nei nostri occhi e nei nostri cuori le foto di tutti quegli arcobaleni che hanno invaso le televisioni per lanciare a tutti un messaggio di speranza, un invito alla fiducia che come un tam-tam ha raggiunto tutto, giovani e meno giovani, attraverso le tante pagine social con l’hashtag

Allora pur di mantenere vivi i rapporti con i ragazzi e le loro famiglie e continuare il percorso iniziato, ci siamo avventurati nel mondo del digitale per comunicare e incontrarci, a distanza, dietro uno schermo, ma insieme! Certo ci siamo resi conto di essere già da tempo immersi nel mondo del web, di utilizzare diversi strumenti di comunicazione e d’incontro, senza però avere spesso un minimo di competenza a riguardo. Abbiamo dovuto riprogrammare tutti i percorsi in atto con la scuola, con il catechismo, con le riunioni e abbiamo rinnovato le modalità di comunicazione, sollecitati da un nuovo modo di incontrarsi e aiutati da piattaforme e strumenti che ci hanno permesso così di interagire. Si è spalancato davanti a noi un nuovo mondo, che forse prima avevamo paura di conoscere e di usare, abituati a quel “si è sempre fatto così” che tanto caratterizza ancora, per certi versi, il nostro modo di essere Chiesa. Un “mondo”, cioè, che di fatto abitiamo già da molto tempo e che sta trasformando profondamente il nostro modo di essere: «Il digitale non solo fa parte delle culture esistenti, ma si sta imponendo come una nuova cultura, modificando innanzitutto il linguaggio, plasmando la mentalità e rielaborando le gerarchie di valori [4]». Questa comunione che abbiamo iniziato a creare tra Annuncio e cultura digitale deve essere un’occasione per immaginare qualcosa di nuovo, che sicuramente dovrà andare anche al di là della situazione di emergenza che stiamo vivendo nel momento presente.
È fondamentale quindi fare tesoro di tutto quello che viene da questo tempo di pandemia, riflettere sulle modalità di comunicazione dei giovani, ma non solo e quindi aggiornare il linguaggio con cui si vuole comunicare il Vangelo a tutti. Ovviamente, la vera questione non sarà come utilizzare le nuove tecnologie ma piuttosto come diventare presenza evangelizzatrice nel continente digitale [5].
Il terzo spazio per vivere in digitale un Annuncio di fede
In questi mesi abbiamo imparato a conoscere ed abitare un nuovo tipo di spazio, una dimensione altra rispetto alla casa e al lavoro/scuola, il cosiddetto “Terzo Spazio”: uno spazio in cui le persone possono interloquire tra di loro anche stando lontane. È ciò che avviene nei Social Network (Facebook, Twitter, Instagram), aperti tutto l’anno che diventano sempre più quei luoghi capaci di connettere tempo, spazio e interessi di centinaia di persone o di singoli gruppi che hanno bisogno di comunicare e condividere tra di loro determinate notizie.
Il concetto di “Terzo spazio” è difatti al centro della riflessione di John Potter e Julian McDougall, studiosi del College of Education della University of London. Inteso come un concetto ibrido, come luogo di costruzione e negoziazione dei significati – ha, come suggeriscono Potter e McDougall, un significato letterale e un significato metaforico. In senso letterale indica uno spazio extrascolastico, un museo, un momento di aggregazione libera finalizzato alla produzione di significati o artefatti. In un senso più largo è un terzo spazio anche un modo di costruire l’apprendimento in forma attiva tra insegnanti e studenti in un contesto formale. Di questo senso più largo sono parte le culture partecipative (Jenkins), gli spazi di affinità (Gee), il social network e i nuovi luoghi di aggregazione nel Web [6].
Nell’ultimo anno siamo stati chiamati ad affrontare sfide e situazioni che mai avremmo immaginato, sia a livello personale che a livello comunitario: questo momento di crisi ci ha obbligato di fatto a rimettere in discussione le nostre convinzioni, il nostro modo di fare e i nostri schemi di azione per attivare nuove strategie. In particolar modo il rapporto con le nuove generazioni, già di per sé molto difficile, ha rischiato e rischia di subire un crollo, un vuoto difficile da colmare…allora perché non sfruttare i mezzi dei giovani per comunicare e annunciare Gesù? Ma per poterli ingaggiare (e tentare di mostrare loro il Vangelo, prima che insegnarlo) c’è bisogno di accettare la sfida di andare a prenderli sul loro terreno, imparando a conoscere e riconoscere i loro mondi e luoghi di vita. E partendo da questo, dare vita ad una serie di connessioni e legami che possano diramarsi dai giovani e fare dei giovani il centro ma anche il mezzo per poter raggiungere tutti, indistintamente.
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«In questo tempo non si tratta di mettere pezze, né di riaccendere i motori. Il corpo sociale non è una macchina da riparare ma un organismo, che oggi ha bisogno di rigenerarsi[7]» si tratta allora di costruire dei ponti, di comprendere che se la rete è usata come prolungamento di un incontro, di un annuncio, non tradisce sé stessa ma rimane risorsa per la comunione [8].
Ovviamente il “terzo spazio” che offre la comunicazione digitale deve fondersi con il “terzo spazio” che è l’aggregazione…dobbiamo quindi tornare ad incontrarci, poiché nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona: non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti, proprio in quanto “INTERNET” tende ad annullare le distanze fisiche e mentali, liberando l’individuo dalle coercizioni dipendenti dalle componenti prossemiche più’ proprie delle comunicazione vis a vis [9].
Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto, internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù. La parola è efficace solo se si vede, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale [10].
La mia esperienza di Terzo Spazio
Aprire gli occhi per riscoprire la speranza che poteva e doveva nascere da tutta questa situazione è stato anche il motto che ha un po’ segnato la mia esperienza come catechista e responsabile dell’oratorio della mia parrocchia. In particolare, l’icona dei discepoli di Emmaus, che dopo la disperazione di aver perso il loro Maestro e di sentirsi abbandonati, con Lui camminano e ne fanno esperienza fino a quando nella condivisione del pane “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 13-35), è stata fonte di ispirazione per la creazione e la realizzazione del nostro “terzo spazio” in parrocchia.
I bambini e i ragazzi che frequentano il nostro oratorio erano “abituati” a vivere e a fare esperienza di Gesù attraverso il gioco e i laboratori creativi: ma come proporre tutto questo anche a distanza? La nostra scelta è poi ricaduta sulla dashboard del Padlet, la cui definizione più simpatica è “muro virtuale”, ovvero una sorta di bacheca online dove condividere messaggi, foto, progetti, video, etc etc. Prendendo spunto da quello che è stato il logo per l’anno oratoriano 2020-2021 della Pastorale Giovanile (FOM) della Chiesa di Milano, ovvero “A occhi aperti”, abbiamo realizzato il nostro Muro Parrocchiale e lo abbiamo reso quel “terzo spazio” di condivisione e comunione con i nostri bambini e i nostri ragazzi.

Nonostante la diffidenza inziale di alcuni genitori, che dovevano fare i conti con un’altra novità nella loro vita già messa a dura prova dalla DAD e dai numerosi cambiamenti nell’utilizzo delle piattaforme per la scuola, abbiamo poi riscontrato un discreto successo nel suo utilizzo ed è diventato un punto fermo che settimana dopo settimana ci dava modo di incontrarci pur stando lontani.
Questo mondo digitale, allora, non è proprio così malvagio come alcuni lo descrivono! Certo ha i suoi rischi, i suoi buchi neri come, ad esempio, il cyberbullismo che oggi tanto cerchiamo di combattere…ma come per tutte le cose va studiato e compreso, ne fatta esperienza per poi ricavarne solo il buono e il bello. «Internet e le reti sociali creano una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone […] rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere anche in iniziative e attività pastorali [11]».
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La Pastorale Digitale: luogo di incontro per l’Annuncio di Fede
In questo tempo, allora, segnato dalla ripresa delle attività in tutte le sue forme e in tutte le sue realtà, dobbiamo riuscire a cogliere tutto quello che di buono ci ha lasciato la pandemia e da queste ripartire per riuscire a proclamare il Vangelo in tutto il mondo e ad ogni creatura. «Oggi l’azione pastorale richiede che si sappiano utilizzare le possibilità e gli strumenti più recenti. Non sarà quindi obbediente al comando di Cristo chi non sfrutta convenientemente le possibilità offerte da questi strumenti per estendere al maggior numero di uomini il raggio di diffusione del Vangelo [12]».
La Pastorale Digitale assume così un ruolo fondamentale, deve generare comunione ed educare alla fede, deve aiutarci a progredire verso il mistero luminoso di Cristo, deve avere a che fare realmente con le intenzioni e i desideri degli uomini: non si hanno più tante scuse da accampare per non fare. La pastorale digitale oggi più che mai non deve ridursi a condividere risorse digitali, ma piuttosto essere strumento per attivare storie di relazione autentica e quindi uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare la Chiesa[13].
Comincia ad essere evidente il fatto che la Buona Notizia deve essere fatta conoscere anche nell’ambiente digitale e diventare mezzo per fare esperienza di Cristo per tutti coloro che i quali questo spazio esistenziale è sempre più importante. L’ambiente digitale ormai fa parte della realtà quotidiana di molte persone, non solo giovani e giovanissimi. Sono molte le persone che giorno dopo giorno scoprono nei Social Network quel mezzo che può aiutarli ad abbattere le distanze per restare in comunicazione con i propri figli o i propri nipoti. Diventano quindi il frutto dell’interazione umana e danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.
La Pastorale Digitale non deve ridursi ad una sorta di messaggistica religiosa solo per comunicare date e orari di un evento ma deve assumere uno stile ben preciso per una comunicazione del Vangelo capace veramente di toccare i cuori, i desideri di assoluto e di verità di quanti non credono. Il web, in questo senso, diventa un’opportunità perché è diventato lo spazio del nostro tempo, dove anche coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto possono diventare i destinatari della buona notizia…e la Pastorale Digitale deve esserne il mezzo.

Facciamo nostre le parole di Papa Francesco, quindi, e impariamo a fare della Pastorale Digitale un luogo di ascolto e partecipazione con l’altro che non vediamo ma è reale, per raggiungere tutti e a tutti annunciare con gioia la Buona Notizia di Gesù che è sempre con noi!
Lucia Scafi, Istituto Leoniano di Anagni, A.A. 2020/2021
[1] GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Redemptoris Missio (7 dic. 1990) in AAS 83 (1991) 267-268.
[2]«L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche». Francesco, papa, Evangelii Gaudium, Esort. Ap. (24 nov. 2013), in vatican.va, n. 86-90
[3] Ibidem, n.33
[4] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 359.
[5] Ibidem, 371.
[6] Convegno del Sirem, Media, educazione e terzi spazi, 7/8 luglio 2020, in sirem.org
[7] C. Giaccardi – M. Magatti, Nella fine è l’inizio, il Mulino 2020, ˂https://www.avvenire.it/agora/pagine/costruire-un-ponte-oltre-il-covid˃
[8] https://www.focr.it/wp/wp-content/uploads/2020/12/PASTA-S-NPG-4-2020-legami-onlife.pdf
[9] https://www.edscuola.it/archivio/lre/prossemica.htm
[10] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 360
[11] Francesco, papa, messaggio per la 55° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, 23 gen. 2021, in Vatican.va
[12] Istruzione Pastorale sugli strumenti della Comunicazione Sociale pubblicata per disposizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Communio et Progresso, 29 maggio 1971, n. 126 in vatican.va.
[13] F. Ammendolia, Introduzione a riflessioni ed esperienze di pastorale digitale, in Orientamenti Pastorali 5(2016), EDB.


