Betlemme casa del pane

Il tempo di Natale  ciao ciao ciao ciao …testo testo testo ….. .

La mia immagine di auguri di Natale

Auguri da Betlemme Casa del Pane
I miei auguri di Natale

 




ESSERE FORTE

Quando la vita ti mette alla prova, dove puoi trovare la forza che ti permettere di resistere?

Oggi voglio condividere con voi alcuni segreti per avere una vita forte, li chiamo segreti perché molte persone non sanno come fare per ritrovare la forza interiore.

Ci sono alcuni uomini che hanno un corpo forte, ma in realtà sono persone deboli, e ci sono persone apparentemente deboli che invece sono forti.

Ora, tutti noi sappiamo distinguere un corpo forte, muscoloso, atletico da uno debole, ma cos’è che rende una persona forte?

A volte le cose non sono come sembrano. Vi racconto una storia che mi piace moltissimo e il cui significato non è così ovvio come potrebbe sembrare, un fatto accaduto 3000 anni fa, quando il regno di Israele era ancora in stato embrionale, in una regione chiamata Shàfala e chi conosce quelle terre sa che è una regione bellissima dove si alternano valli, boschi e colline.

Però questa era anche una postazione strategica, dove gli eserciti trovavano il passaggio per invadere i villaggi confinanti.

E questo è proprio quello che è accaduto 3000 anni fa, quando l’esercito dei filistei si dispose in battaglia
contro l’esercito di Israele.

I filistei si appostano su un monte che si trova a sud, mentre l’esercito di Israele si era appostato sul monte a nord, proprio di fronte al nemico. A separare i due eserciti c’era come una vallata, per cui, anche se i due eserciti erano vicini si trovano in una condizione di stallo.

Per avvicinarsi era necessario scendere nella valle, ma nessuno voleva scendere, perché nel momento in cui scendi diventi vulnerabile, e allora si fermarono per settimane, uno di fronte all’altro.

Finché i filistei mandarono il loro sodato più grande, il più forte, in fondo alla valle, e una volta arrivato nella valle costui gridò agli israeliti, adesso mandate voi il vostro soldato più forte qui a combattere contro di me, e chi vince tra di noi vince la battaglia.

Però il soldato mandato dai filistei era un gigante, alto 3 metri e indossava una armatura di bronzo luccicante che pesava 40 chili, che lo copriva dalla testa ai piedi, e aveva in mano un grande giavellotto, la spada nel fodero ed uno scudo per proteggersi, insomma, era terrificante.

Nessuno degli israeliti voleva combatterlo, sarebbe stata una missione suicida.

Ed è in quel momento che si fa avanti un giovane pastore, è un ragazzino gracile e parla direttamente al re Saul e gli chiede di poter affrontare il gigante: ci vado io.

Ma il re cerca di riportarlo alla ragione di fargli capire che non ha nessuna possibilità: non vedi che tu sei piccolino, quello è un gigante.

E il ragazzino insiste: no, no, voi non capite, io ho sempre difeso il mio gregge dai lupi e dai leoni, io posso farcela.

A questo punto, visto che non c’era nessun altro che si faceva avanti permettono a questo giovane di andare a combattere, e gli portano una corazza: non puoi andare a combattere così!

Ma il giovane pastore non la vuole assolutamente e va così com’è, senza corazza, ad affrontare il gigante.

Mentre il giovane scende nella vallata attraversa un torrente e si china e raccoglie 5 sassi belli lisci e li mette nella bisaccia, si avvicina ancora un poco, ancora un poco ma si ferma a distanza, dalla bisaccia estrae un sasso e una fionda.

Carica il sasso nella fionda e fa roteare, non era una fionda come quelle moderne fatte con un elastico, era una lunga striscia di pelle che attraverso l’effetto della forza centrifuga dava al sasso una velocità fortissima, ed è così, con forza e precisione, il ragazzino scaglia il suo primo sasso, e colpisce subito il gigante proprio in mezzo agli occhi, e lo fa cadere a terra, e mentre il gigante è a terra tramortito il pastorello corre verso di lui, gli estrae la spada dal fodero e gli taglia la testa.

Il ragazzino salta sopra il gigante e mostra ai nemici la testa tagliata e nel vedere questo l’esercito nemico fu preso da paura e i soldati scapparono. La battaglia era stata vinta.

Così il giovane pastorello ha vinto contro il gigante terrificante e questa è naturalmente la storia di Davide e Golia. Davide è il ragazzino esile che vince contro Golia, il gigante.

Qual è la morale di questa storia? Che a volte chi è debole vince contro chi è più forte di lui?

No, non è così, Davide ha vinto perché, contro ogni apparenza, in realtà era lui il più forte, ha vinto perché è quello che noi siamo interiormente, è quello che fa la differenza.

Ci sono persone che sembrano forti, e che pensano di essere forti, ma quando arriva una difficoltà crollano. Quando arriva la malattia, un tradimento, un fallimento, un lutto, il dolore, quando la vita si scontra con la dura realtà della sofferenza le persone che hanno costruito la loro interiorità su solide fondamenta resistono, superano la prova.

Ma cosa accade quando una tempesta si abbatte sulla nostra vita e siamo interiormente deboli?

E le prove prima o poi arrivano per tutti, e noi come reagiamo alle difficoltà?

E noi da cosa possiamo capire se siamo forti o deboli? Non dalle apparenze, che ingannano, ma da come siamo capaci di resistere alle prove della vita.

E se abbiamo voglia di aprire i nostri occhi alla realtà che ci circonda, facciamo presto ad accorgerci che il modello di forza che il mondo propone è il modello del gigante Golia.

I nostri giovani sono incoraggiati a diventare come il gigante Golia. E dietro la corazza della ricchezza, della violenza, del successo, della bellezza, si nascondono persone estremamente fragili, vulnerabili.

E allora cerchiamo di capire insieme cosa significa essere forti. Come possiamo diventare forti e come possiamo aiutare le persone a cui vogliamo bene a diventare forti, per affrontare il dolore, le tentazioni, e tutte le prove che la vita ci mette davanti.

Noi possiamo anche chiederci, magari in un momento di preghiera davanti al Signore, in che cosa sono debole?

Sono debole nella relazione con gli altri? Sono debole nel dominio di me stesso?
Eh eh… questa cosa non ho bisogno di chiedertela Signore, perché già conosco la risposta…

E cerchiamo di capire in cosa siamo deboli. Forse puoi pensare che tanto non hai bisogno di farlo. E forse hai ragione, non è necessario farlo, ma se conosci le tue debolezze sei saggio. Perché il primo anello a rompersi di una catena è sempre quello più debole.

Dobbiamo imparare a rinforzare i nostri punti deboli prima che la prova arrivi e ci trovi impreparati.

Molte persone sono convinte di essere forti, ma quando arrivano le prove si rifugiano negli alcolici, la droga, relazioni tossiche e più si aggrappano a cose inconsistenti per tirarsi su e più si ritrovano in basso, cadono nell’immoralità, nella tristezza, nella disperazione.

Se ci presentiamo così, a mani nude davanti a Golia, non riusciremo mai a vincere il combattimento.

Ma se riusciamo a non farci travolgere dal gigante, se riusciamo a mantenere le distanze, e abbiamo nella nostra bisaccia la fionda e cinque sassi belli levigati, allora abbiamo buone possibilità di vincere.

E tutto quello che voglio comunicare in questo messaggio, è semplicemente questo: descrivi quali sono i principali punti di forza su cui dobbiamo lavorare per essere persone robuste, vigorose.

Sappiamo cos’è una vita debole, una personalità fragile, ma cerchiamo di capire cosa rende una persona forte.

Anche come genitori, o come educatori, dovremmo sempre tenere a mente questi punti, per non finire come molti fanno, che danno ai loro bambini tutte le ricchezze che hanno accumulato e danno l’istruzione per trovare un buon posto di lavoro, ma non trasmettono la forza interiore che permette loro di superare i grandi ostacoli che la vita metterà loro
davanti.

Anche noi, come Davide, prima di affrontare il gigante, procuriamoci una fionda e cinque sassi.

Vediamo cos’è la fionda. La fionda è la fede in Gesù Cristo nostro Signore. La fede è il principio di tutto, e senza quella non andiamo da nessuna parte.

Ma sulla fede sono state dette fin troppe cose tanto che qualcuno non ha più ben chiaro cosa sia la fede, qual è il cuore della fede?

La fede è credere che Gesù Cristo è il nostro salvatore. Si proprio così, come sta scritto ben chiaro nella Bibbia: Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

Prima o poi tutti noi ci troviamo ad attraversare momenti di buio, di paura, di smarrimento, ci viene a mancare la terra sotto ai piedi e sembra che in tutto l’universo non ci sia più nemmeno un punto stabile a cui aggrapparsi.

In quel momento ritorniamo al cardine della nostra fede. È un po’ come quando Golia, il gigante si presenta in mezzo al campo di battaglia e sembra che tutto sia perduto, non ci sia nessuno alla sua altezza, non c’è speranza.
Ma Davide si alza, si fa avanti e combatte contro di lui. È nella fede che troviamo il coraggio per affrontare qualsiasi sfida.

Coltiviamo una relazione personale con Gesù Cristo e impariamo a fidarci di lui, riconosciamo che lui è il Signore e con il cuore crediamo che Dio lo ha risuscitato dai morti e saremo salvi.

Ricordiamoci che noi abbiamo affidato la nostra vita a lui e anche se è passato tanto tempo da quell’affidamento, anche se abbiamo fatto molti errori, lui però sarà sempre fedele e ci salverà.

E ora guardiamo quali sono i cinque sassi da avere sempre nella bisaccia, pronti per vincere ogni combattimento.

Il primo sasso è essere guidati dallo Spirito Santo, che in questo caso vorrei chiamare lo Spirito di amore, perché Dio è amore.

La battaglia la si può vincere solo quando siamo guidati dallo spirito d’amore, perché la vittoria è l’amore.

La nostra vittoria, la nostra forza, non si esprime nella distruzione dell’avversario, o nella guarigione da una malattia, o nel far trionfare la giustizia, infatti potremmo fallire in tutto questo, naturalmente spero di no, ma non è detto che tutte le cose vadano a finire bene. Però nello Spirito d’amore troviamo la forza per affrontare anche le notti più buie.

Così Gesù ha vito la sua sfida conto le forze del male, non scendendo dalla croce, ma affidandosi fino all’ultimo respiro alla volontà del Padre.

Stiamo bene attenti a non lasciarci ingannare dallo spirito di odio, di vendetta, di egoismo, perché non è questa la forza che vogliamo avere, non è questo l’obiettivo che vogliamo conquistare, anzi, questa sarebbe la sconfitta.

Invitiamo lo Spirito Santo dentro di noi, diciamo al Signore tu sei la mia forza, io confido in te, in questo modo noi invitiamo lo Spirito a vivere dentro di noi.

E con lo Spirito Santo noi possiamo portare a termine qualsiasi compito Dio ci abbia affidato, mentre senza di lui non possiamo fare proprio nulla.

Ogni mattina invochiamo la sua presenza, e diciamo: con il tuo aiuto cercherò di fare tutto il possibile per trarre il meglio anche da questa situazione che sto vivendo, cercherò di rendere questa giornata più significativa e più ricca che posso. Perché risvegliare lo Spirito di amore significa cercare di dare il meglio di noi stessi, anche nelle situazioni avverse.

Il secondo sasso da avere con noi è la preghiera.

Dedica una parte del tuo tempo per stare da solo e parlare con Dio.

Ci sono alcune situazioni nella vita in cui sembra che non ci sia nessuna speranza, nessuna possibilità di uscirne vincitori, l’unica cosa che ci rimane in quel momento è la preghiera.

Conosco un frate che una volta è stato fermato all’aeroporto per essere perquisito, e le guardie di frontiera gli hanno domandato se avesse qualche arma con sé, e lui ha risposto di si, e dalle tasche ha tirato fuori il rosario.

La preghiera è un punto di forza eccezionale perché nutre la nostra speranza, ascoltate, la preghiera è il punto di contatto che abbiamo con Dio, è la possibilità di esprimere quello che abbiamo nel cuore, è l’affidamento delle nostre difficoltà a colui che può ogni cosa, è l’accoglienza della volontà del Padre che conosce le ragioni profonde di ogni cosa che accade.

La preghiera è guarigione dalle ferite del peccato mediante il perdono. Una persona che prega è una persona forte, una persona che prega è invincibile. E se vogliamo aiutare un bambino a diventare una persona forte, insegniamogli a pregare, a partire dal nostro esempio.

Il terzo sasso è l’ascolto della parola di Dio. Ascoltare e praticare la Parola di Dio.

Come dice il salmo 143: Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia, mio alleato e mia fortezza, mio rifugio e mio liberatore, mio scudo in cui confido. Ascoltiamo la Parola di Dio, perché attraverso la sua parola Dio ci istruisce, ci guida, ci protegge.

E il vertice della rivelazione di Dio noi la troviamo in Gesù Cristo, nel Vangelo. Se non sappiamo da dove partire per leggere la Bibbia, partiamo da Gesù Cristo, dalla sua vita, dai suoi insegnamenti.

Ogni giorno cerchiamo nel Vangelo la chiave di lettura della nostra vita, troviamo la risposta alle nostre domande, troviamo un consiglio valido per sciogliere le incertezze.

Ascoltare la Parola di Dio mettendo in pratica quello che ci viene proposto, è una disciplina per la nostra vita, ed anche più di una disciplina, perché con il tempo diventa la nostra stessa natura.
La Parola di Dio plasma il nostro modo di pensare e ci permette di affrontare i problemi avendo uno sguardo distaccato, uno sguardo dall’alto, uno sguardo illuminato dalla sapienza di Dio.

E a volte basta che nel momento della prova ti torni in mente una parola del Vangelo e quella semplice parola ti permette di superare la notte più buia.

Conosci la Parola di Dio per capire ciò a cui Dio ti sta chiamando, perché Dio ci chiama in ogni giorno della nostra vita per portare frutti in ogni stagione.

E anche se fossi in un letto di ospedale, immobilizzato, anche allora posso pregare, posso scambiare una parola con un dottore, con un infermiere, posso consacrare la mia giornata a Dio.

San Giovanni ha scritto il libro dell’Apocalisse mentre era prigioniero sull’Isola di Patmos, anche alcune lettere di San Paolo sono state scritte durante la sua prigionia.

La parola di Dio spesso è nata in tempi di prova, e anche per questo ci aiuta, ha tutta la forza per superare le prove.

Il quarto sasso è l’umiltà, conosci la tua forza e anche la tua debolezza.

Conosci le tue debolezze, e impara a trarre il meglio anche da esse.

E potrebbe sembrare strana questa affermazione: Cosa significa trarre il meglio dalle debolezze?

Per tornare al racconto del combattimento tra Davide e Golia, possiamo osservare che Davide è gracile, non è molto forte, ma questo lo rende più agile e veloce del gigante. Davide saggiamente decide di non indossare una armatura per difendersi, perché è consapevole che il peso dell’armatura per lui sarebbe più un ostacolo che un vantaggio.

Davide è un ragazzino gracile, questa è la sua debolezza, ma è anche la sua forza.

Così tutti noi dobbiamo saper riconoscere i nostri punti deboli, e dovremmo anche sapere che non sempre ci conviene e usare le nostre energie per cambiare ciò che siamo.

Se la vita ci ha messo in ginocchio, perché abbiamo perso la salute, abbiamo perso il lavoro, abbiamo perso una persona amata e forse abbiamo perso anche la stima in noi stessi, ricordiamoci le parole di san Paolo: Quando sono debole è allora che sono forte.

E Paolo può dire questo perché mentre chiede a Dio di essere liberato da una un nemico che lo perseguita, Dio gi dice: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Il desiderio di cambiare, la speranza di migliorare non deve essere come una armatura pesante che ci rallenta, ma una forza che ci trascina in avanti.

Essere umili ci aiuta ad essere prudenti, e la consapevolezza della nostra debolezza è già di per sé una corazza.

Ma se tu pensi: io non temo nulla e non c’è niente che potrà mandarmi in crisi, tu stai già esponendoti agli attacchi del nemico.

Allora non dimentichiamo mai il terzo sasso dell’umiltà, che ci aiuta in molti modi:

possiamo difendere i nostri punti deboli, possiamo lasciare spazio alla grazia di Dio che opera in noi e infine accenno solo anche alla disponibilità a lasciarsi aiutare da qualcun altro, da un amico per esempio o da qualcuno di cui si ha fiducia.

Il quinto sasso è conosci il tuo nemico. Come ci è stato insegnato fin dall’antichità sull’arte della guerra: se conosci il nemico e te stesso la vittoria è sicura.

E noi lo sappiamo contro chi stiamo combattendo? Chi è il nostro nemico? Il nemico è il diavolo, si, ma non solo, a volte la nostra vita viene minacciata anche da altre cose, per esempio potrebbe essere minacciata da un incidente stradale, o da una tentazione, o da un vizio che abbiamo acquisito da molti anni.

Si, a volte, e spesso, siamo noi, i peggiori nemici di noi stessi con le nostre scelte sbagliate.

Conosci il nemico, se vuoi vincere un vizio impara a conoscerlo, scopri come è nato, come mai si è radicato nella tua vita e come mai fino ad ora non sei riuscito a vincerlo. Quali sono i danni che è già riuscito ad infliggerti? E cerca anche di capire dove ti sta trascinando il tuo nemico, qual è il termine ultimo a cui il tuo nemico sta cercando di condurti.

Conosci i suoi fini e conosci le sue armi. Perché ti spaventa, in che modo ti ricatta, cosa ti offre per corromperti? A volte il male si presenta come un gigante ben corazzato, invincibile, ma proprio perché Davide conosceva il suo nemico, ha capito che non avrebbe potuto vincere con un combattimento corpo a corpo e una volta individuato il punto debole ha scagliato la sua pietra nell’unica feritoia della corazza, proprio in mezzo agli occhi, e infine lo ha
ucciso con le sue stesse armi.

E questo ci porta alla conclusione e come ultima cosa, per vincere serve la fionda e servono i sassi, ma ci vuole anche una buona mira, la mira è la verità.

La verità è la capacità di colpire nel segno, è la capacità di distinguere in modo nitido il bene dal male e far convergere tutte le nostre energie nella direzione giusta.

Quando noi ci inganniamo su noi stessi, sul mondo e su Dio, anche se
abbiamo a nostra disposizione i più grandi talenti finiremmo per sprecarli in cose da
nulla.

A volte non vogliamo vedere la verità, perché la verità ci spaventa, ma ricordiamoci
che il prezzo da pagare per vivere nella falsità è sempre più alto rispetto al prezzo della
verità, la verità è sempre la cosa più conveniente.

Pensa con verità, parla con
verità, e nutriti di verità, e allora capirai cosa veramente giova al bene della tua vita
e cosa è nocivo.

Non mi resta che augurarti una buona battaglia
spirituale, la forza sia con tè.

Dio ti benedica perché tu possa vincere la sfida, le sfide che la vita ti metterà davanti!
(Tratto dalle meditazioni di Fra Stefano)

 

Angela Taglialatela




Angeli e Arcangeli

29 Settembre e 2 ottobre.
Due date vicine tra loro e prossime, legate civilmente a due importanti eventi, la Giornata Mondiale del Cuore (Heart Day, 29 Settembre, con visite cardiologiche gratuite) e la Festa dei nonni (2 Ottobre).
Insieme agli ANGELI, di cui ricorre la festività proprio il 2 di Ottobre e agli ARCANGELI, celebrati il 29 Settembre.

Angeli e Arcangeli dunque, questi sconosciuti ma di cui senz’altro abbiamo sentito parlare spesso, in cui si intreccia verità e mitologia.
Ed è appunto su questo argomento che mi soffermerò e lo farò cominciando
con un racconto.

Molti anni fa, alcuni secoli prima della nascita di Gesù, il popolo di Israele era stato costretto ad abbandonare la propria terra e molte persone avevano trovato rifugio nelle regioni circostanti, nei villaggi e nelle campagne. La maggior parte degli ebrei, vivendo così, sparpagliati tra gli altri popoli, e privi di guide spirituali, stavano dimenticando le antiche tradizioni tramandate dai loro padri e vivevano un po’
così, come accade anche oggi, dimentichi della legge di Dio.

Tuttavia, anche in mezzo ad una generazione mondana e insipiente, c’era ancora qualcuno che era rimasto fedele a Dio.

E vorrei proprio raccontarvi la storia di uno di questi uomini, di Tobi, che anche in
mezzo alle difficoltà non aveva mai smesso di pregare e di condividere il pane con gli affamati.

Tobi era un uomo di fede ma questo non significa che fosse un sempliciotto, anzi,
era saggio e abile negli affari, tanto che era stato nominato dal re degli Assiri per gestire i suoi beni, come diremmo oggi, era ministro del commercio.

Arrivò però il giorno
in cui il re fu ucciso e salì al trono suo figlio e divenne un tiranno, accentrando
su se stesso tutto il potere il quale cacciò dalla corte Tobi e lo mandò in rovina.

Nonostante le avversità Tobi non perse la fede, anzi, Dio fu il suo unico sostegno,
e con grande generosità continuava ad aiutare i poveri e a compiere tutte le opere di misericordia.

E fu proprio a causa della sua generosità che una sera rimase fuori fino a tardi e
si coricò per riposare sotto ad un albero.

Ora, su quell’albero c’erano degli uccelli,
i cui escrementi finirono proprio negli occhi di Tobi e quando si sveglio si accorse di essere cieco, come se un velo bianco gli impedisse di vedere.

Questa volta Tobi veramente si sentì abbattuto, non tanto per la preoccupazione della sua salute, ma per l’amore che nutriva verso la sua famiglia, perché non aveva più la possibilità di mantenerla.

Come sempre Tobi trovò rifugio nella preghiera e disse a Dio: “Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora,
Signore, ricordati di me e guardami.”

In quello stesso istante a molti chilometri di distanza, una ragazza afflitta e disperata, rivolgeva a Dio la sua angosciata preghiera.
Si trattava di Sara, una lontana parente di Tobi, una ragazza con un cuore puro, devota a Dio, la quale però era tormentata da un diavolo che, per invidia, le aveva reso la vita impossibile.

Sara si era infatti sposata ben sette volte e ogni volta il diavolo aveva ucciso suo marito durante la notte di nozze.

E così Sara pregava dicendo: “Benedetto
sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte
le tue opere per sempre. Ora a te alzo la faccia e gli occhi.”
Sara era tanto triste che arrivò a chiedere a Dio: “Comanda che io sia tolta dalla terra”, ma poi aggiunse: “Se tu non vuoi che io muoia, guarda a me con benevolenza”.

In quel preciso momento la preghiera di tutti e due fu ascoltata da Dio, e fu così che Dio decise di mandare in soccorso uno dei suoi angeli più valorosi, l’arcangelo Raffaele, affinché risolvesse ogni cosa.

Quando Tobi si alzò al mattino, all’improvviso gli tornò in mente un ricordo che aveva completamente dimenticato. Ricordò che molti anni prima aveva lasciato un piccolo tesoro in custodia ad un uomo che viveva a pochi giorni di cammino da casa sua.

Ora Tobi aveva un figlio di nome Tobia -e qui è importante non fare confusione altrimenti si perde il filo del racconto: Tobi era il papà e Tobia il figlio. Fu così che Tobi chiamò il figlio Tobia e gli chiese di andare in cerca di quest’uomo per reclamare i dieci talenti di argento che aveva in custodia.

C’era tuttavia un problema, ovvero che Tobia era un ragazzo giovane, non conosceva la strada e non avrebbe nemmeno saputo riconoscere colui che gli doveva il denaro, per questo Tobi non si fidava a mandarlo da solo.

Ma, proprio in quel momento dalla strada saltò fuori un tale che si presentò con il nome di Azaria, in realtà era l’angelo mandato da Dio ma loro non lo sapevano. Questo tale disse
di essere pratico di queste cose e che cercava lavoro e che avrebbe potuto aiutarli.

Tobi non si fece sfuggire l’occasione e dopo aver benedetto il figlio Tobia e Azaria come sua guida, li inviò per compiere la missione di riscuotere il denaro. Il giovane partì
insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro e camminarono insieme.

Ma ora fate bene attenzione, sentite cosa capitò durante il viaggio. A metà strada si trovarono a costeggiare il fiume Tigri, fu così che a Tobia venne voglia di mettere i piedi in acqua ma Azaria si accorse del pericolo che stava incombendo su di lui; infatti,
un grosso pesce si era avvicinato per divorare il piede di Tobia, ma l’angelo lo mise in guardia e fu così che Tobia si salvò. Ma non solo, Azaria gli disse di afferrare quel pesce e di estrarne il fiele, il cuore e il fegato, per farne dei medicamenti.

Ripreso il viaggio Azaria disse a Tobia: “Questa notte ci fermeremo a casa di un cugino di tuo padre, che ha una figlia molto bella, di nome Sara. È tuo diritto chiederla in sposa.”

Tobia, che sapeva dei mariti morti a Sara ebbe paura ma Azaria lo rassicurò e gli disse:
“Non temere. Tu la salverai: non appena sarete rimasti soli in camera da letto, getta
il cuore e il fegato di questo pesce nel braciere dell’incenso: il profumo che si spanderà costringerà il demonio a scappare. Poi inginocchiatevi e pregate.”

Tobia si fidò, fece come gli aveva suggerito Azaria e con grande gioia sua, di Sara, e di tutta la famiglia si sposarono, e il diavolo non poté far loro alcun male, perché Dio era con loro.

Ormai Tobia aveva tanta stima e fiducia di Azaria che gli chiese di andare da solo a riscuotere i talenti di argento, mentre lui
sarebbe stato con sua moglie. E Azaria fece quello che gli era stato chiesto, e una volta recuperato il tesoro accompagnò i giovani sposi sani e salvi fino alla casa di Tobi
che li stava aspettando.
Il cane, che aveva accompagnato lui e Tobia, li seguiva.

Arrivati a casa, l’angelo, prima di congedarsi da loro, diede quest’ultimo consiglio, di stendete il fiele del pesce sugli occhi di Tobi e questi all’istante recuperò la vista.

Fu solo allora che Azaria chiamò in disparte Tobi e Tobia e gli rivelò il suo vero nome, Raffaele, che significa: “medicina di Dio” e mostrò il suo aspetto, che era quello di una creatura luminosa e celestiale, che rifletteva la bellezza e la potenza di Dio.

Raffaele spiegò che era stato vicino a loro ben prima che se ne accorgessero; infatti, era stato lui a portare a Dio le loro preghiere, ed era stato lui a raccontare a Dio tutta la carità e le opere buone che Tobi faceva tutti i giorni e spiegò che quando Dio ebbe ascoltato la loro preghiera gli affidò la missione di prendersi cura di loro, e aggiunse: “Io
sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della Gloria del Signore”. Allora furono presi da grande timore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura.

Ma l’angelo disse loro: “Non temete:
la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io stavo con voi non per bontà mia, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui
cantate inni. Quando voi mi vedevate mangiare, io non mangiavo affatto: ciò che vedevate era solo apparenza. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Ecco, io ritorno a colui che mi ha mandato.

L’arcangelo Raffaele si sollevò in volo in tutto il suo splendore, poi scomparve nell’alto dei cieli.

E fu allora che Tobi e il figlio Tobia e la moglie Sara pregarono dicendo: «Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi!

Carissimi fratelli, questa non è una storia che ho inventato, ma è scritta nella Bibbia, nel libro di Tobia, che vi invito a leggere.

Io l’ho raccontata a voi per farvi vedere come gli angeli sono presenti nel mondo e come intervengono nella nostra vita per aiutarci,
a volte in modo misterioso, senza che ce ne accorgiamo.
Nella Bibbia sono raccolti molti episodi in cui gli angeli intervengono nella vita degli uomini. Lungo tutta la Bibbia incontriamo la presenza degli angeli, dal principio fino all’ultimo libro che è l’Apocalisse, che ricordiamo, è un libro che raccoglie le testimonianze di un angelo, come troviamo
scritto nell’ultimo capitolo: “Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare
a voi queste cose”.
E poi l’Apocalisse contiene la grande battaglia tra le forze demoniache e quelle angeliche. Ed è proprio nell’Apocalisse che troviamo anche una testimonianza preziosissima
sugli angeli: Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu
più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato
diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra
e con lui anche i suoi angeli. L’arcangelo Michele combatte con i suoi angeli contro il dragone, contro satana e i suoi angeli.

E forse adesso prima di procedere con i passi
biblici, è meglio cominciare a fare un po’ di chiarezza. Chi sono gli angeli?
Noi crediamo che Dio abbia creato ogni cosa dal nulla e, come diciamo nel Credo, Dio è il creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili. L’esistenza di esseri spirituali, incorporei, che noi chiamiamo angeli, è una verità di fede.
Si, fa parte della nostra fede. La testimonianza della Scrittura non lascia dubbi. Cerchiamo di capire meglio chi sono.

Gli angeli sono creature spirituali, e sono messaggeri divini , infatti la parola angelo, in greco, significa proprio questo: messaggero. Gli angeli sono
dunque servitori e messaggeri di Dio. Gesù ci ha detto che loro vedono il volto del Padre che è nei cieli, che significa che sono sempre a sua disposizione, e dall’antico testamento
sappiamo anche che sono potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola.

Gli angeli hanno intelligenza e volontà: sono persone spirituali e immortali, che superano in perfezione tutte le creature visibili.
Gesù Cristo è il centro del mondo angelico.

Essi sono i suoi angeli, infatti, un giorno,
il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli. Sono suoi perché
per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza, inviati per servire coloro che devono
ereditare la salvezza.

Gli angeli e gli arcangeli, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano questa salvezza e servono la realizzazione
del disegno salvifico di Dio: dopo la disobbedienza di Adamo ed Eva chiudono il paradiso terrestre,
proteggono Lot dalla distruzione di Sodoma, salvano Agar e il suo bambino nel deserto, trattengono la mano di Abramo che stava per sacrificare suo figlio; e poi si potrebbero citare moltissime altre occasioni in cui gli angeli sono intervenuti a sostegno del popolo di Dio e dei profeti. Infine, nella pienezza
dei tempi, è l’angelo Gabriele che annuncia
a Maria la nascita di Gesù.
E a partire da quel momento fino all’ascensione al cielo,
la vita di Gesù è cornata dalla presenza di angeli. Essi proteggono l’infanzia di Gesù, lo servono nel deserto, lo confortano durante l’agonia. Sono poi presenti accanto alla tomba
vuota e annunciano la risurrezione. E alla fine dei tempi, al ritorno finale di Cristo,
saranno là, al servizio del suo giudizio.

Ancora oggi come nell’antichità, tutta
la nostra vita usufruisce dell’aiuto misterioso e potente degli angeli. Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, si, tutti noi abbiamo un angelo che
ha ricevuto da Dio il compito di prendersi cura di noi, e questo è l’angelo custode.

Spero che questa riflessione vi sia stata di aiuto per portare chiarezza sugli
angeli e concludo con le parole di Tobia:

Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome!
Benedetti tutti i suoi angeli santi! Sia il suo santo nome su di noi e siano benedetti
i suoi angeli per tutti i secoli.

Angela Taglialatela




Carità è Condivisione

Gesù ci parla della Carità

«Amatevi gli uni gli altri come io ho amanto voi». Questo è il messaggio di Gesù: il cuore della vita cristiana, il principio base della vera Carità.

Papa Benedetto ci ricorda che Gesù è la Carità in persona.

Carità come centro della nostra missione
Carità, cuore della nostra missione

 

La carità nella Deus Caritas Est

La Deus Caritas Est ci mostra il volto di Dio caritatevole e ci invita ad essere carità a sua immagine.

 

Diritti di autore

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Oltre il Confine

“All’improvviso c’è una luce che mi squarcia il cuore sento
una mano che mi prende senza alcun timore ed una voce
che mi parla in una lingua nuova qui sei al sicuro… vai”:
sono i gesti concreti della vera accoglienza e solidarietà che
evocano le parole di Gesù: “Venite, benedetti del Padre mio…
perché ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35).

Quello dell’accoglienza degli immigrati è oggi un tema che fa molto discutere e, spesso, assistiamo a ingiuste chiusure proprio da parte del governo.
Non è possibile non rendersi conto che di fronte ad un problema come quello del fenomeno immigrazione si dovrebbero cercare delle soluzioni, delle strade possibili e non fingere che ciò non ci riguardi.
Il problema non è risolvibile in Italia? D’accordo, si tratta anzitutto di esseri umani che rischiano la vita, intanto vanno accolti, dopodiché portiamo il problema in Europa, quindi risolviamolo insieme agli altri membri.
È aberrante il pensiero che questi immigrati che fuggono disperatamente dai lager libici per salvare la propria vita, quella dei propri figli, raggiunte le coste di Lampedusa vengano rispediti in quei lager.
Caspita ma la nostra cultura da dove deriva? Non affonda le proprie radici in quell’ humanitas classica di cui siamo figli? Quella di Virgilio, di Cicerone, del Petrarca… com’è accettabile che abbiamo smarrito le nostre radici, com’è accettabile che la nostra cultura, laica che sia, abbia perso ogni barlume di umanità?
Accogliere vite umane che rischiano di morire non è affare facoltativo, è un debito di giustizia verso il più debole che è costretto a fuggire. È poi questione di solidarietà, perché i problemi di chi ha più bisogno, sono anche i nostri.
Salvini si sta comportando come un padre di famiglia che davanti ad un problema invece di affrontarlo, si tira indietro se ne lava le mani.
E che cos’è oggi la società globale se non una grande famiglia?
Il periodo storico in cui si parlava di Stati nazionali è cultura vecchia, appartiene all’Ottocento; oggi siamo parte di un mondo globalizzato dove i problemi di ciascuno diventano i problemi di tutti. I filosofi contemporanei parlano di “interdipendenza”… Non possiamo scandalizzarci se una parte del mondo non occidentalizzato coltiva sentimenti di odio, desideri di vendetta quando il vero scandalo è a monte ed è il nostro egoismo esacerbato ai danni dell’altro.
Papa Francesco che per altro è uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, parla di cultura dello “scarto”. Secondo questa definizione gli ultimi, il nostro scarto appunto, sono direttamente responsabilità nostra, responsabilità di chi pensa solo per sé stesso.
Siamo parte di una grande famiglia, sempre più multietnica, multireligiosa, frutto di un mondo globalizzato. La sfida che ancora ci attende è quella di globalizzare l’accoglienza e la solidarietà.

 

Angela Taglialatela




SACRA FAMIGLIA – SECONDA SERIE di Vincenzo Ruggiero Perrino

SACRA FAMIGLIA

SECONDA SERIE

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 2

Questa mattina su Nazareth il sole non si decide ad uscire da dietro le nuvole. Non essendoci le lezioni a scuola, Gesù, Giovanni e gli altri amici, cominciando a sentire un po’ di noia, hanno deciso di fare un giro nella piazza del paese, per cercare di ingannare il tempo prima di pranzo. Come di consueto, i banchi del mercato, che quotidianamente animano il paese, hanno portato nuove mercanzie e ovunque c’è una vitalità che subito entusiasma i ragazzi.

C’è gente che cammina velocemente tra i banchi, comprando le cose che occorrono in casa; altri si fermano a parlare delle novità che vengono da Sepphoris o da altri centri più grandi; altri ancora parlano più a bassa voce, quasi stessero cospirando contro gli invasori romani; ci sono anche qualche scriba e qualche sacerdote che con aria altezzosa passeggiano nella piazza. Insomma: dappertutto le persone sembrano indaffarate nelle più varie attività.

«Ehi, guardate quel tizio che sta comprando le stoffe da Eli, il mercante di Cafarnao!», esclama uno degli amici.

«Beh, che ha di strano?», chiede un altro.

«Come che ha di strano? Guarda com’è ciccione: sembra una palla!», replica l’altro, scatenando ovviamente l’ilarità e le risate di tutti gli altri.

Allo sfottò si accoda pure Giovanni che dice: «Scommettiamo che se gli diamo una spinta lo facciamo rotolare fin davanti casa?».

Gesù si volta incrociando lo sguardo del cugino, quasi disapprovando quello che ha appena detto. Tuttavia, le risate degli altri a quelle battute sono così contagiose, che anche lui non può fare a meno di sorridere.

«E quella signora lì?», rincara la dose anche la piccola Sara, indicando con il dito verso una donna che sta acquistando delle erbe.

Tutti si girano dalla parte indicata e notano una donna molto ben vestita, ma con un naso talmente sporgente da far ridere tutti senza che ci sia bisogno di dire alcunché.

«Per la barba di Mosè, se quella si gira da questa parte, con il naso che si ritrova finisce che ci cava un occhio!», conclude un altro, facendo sì, con quella battuta, che le risate diventano proprio inarrestabili.

Passata la ridarella un po’ a tutti, Gesù, invece, ad un tratto dice: «Guardate, piuttosto, quell’uomo», indicando una figura lontana nella folla.

La figura indicata da Gesù è praticamente dall’altra parte della piazza, lontana da tutto e da tutti. Ad occhio e croce sembra un uomo completamente avvolto in una lunga veste scura, che porta una specie di campanaccio appeso al collo, e si regge ad un lungo bastone.

«Gesù, ma come hai fatto a notare quell’uomo così da lontano?», gli chiede il cugino.

«Ho la vista lunga, io…».

«Sì, vabbè, ma che ha di speciale quello lì? Non ha niente che faccia ridere», fa notare un altro amico.

«Infatti… Ascoltate bene…».

I ragazzini tutti si mettono in ascolto, ma il frastuono della piazza impedisce loro di capire alcunché. Tuttavia, avvicinandosi quell’uomo riescono a notare che al suo passaggio le persone si allontanano e man mano tacciono.

Poi, finalmente riescono a sentire ciò che quello va gridando: «Impuro! Impuro!». Al che comprendono che si tratta di un lebbroso.

«È un malato di lebbra!», esclama qualcuno di loro, provocando immediatamente il fuggi fuggi generale.

Soltanto Gesù resta dov’è, nonostante che quell’uomo sembri dirigersi proprio nella direzione dove si trova lui. Anche i sacerdoti e gli scribi che stavano facendo compere al mercato si allontanano, cominciando ad insultare il malato, intimandogli di rispettare la legge di Mosè e di ritornare nuovamente fuori dal paese.

Gesù comincia a dire a gran voce: «Dove scappate tutti quanti?».

Uno dei venditori del mercato gli risponde con apprensione: «Ragazzo mio, faresti bene ad allontanarti anche tu, se non vuoi rischiare di rimanere contagiato».

Pure Giovanni, che s’era poco prima allontanato con gli altri ragazzini, gli grida: «Gesù, non fare pazzie, vieni via. È molto pericoloso!».

Gli si avvicina uno scriba e afferratolo per il braccio lo trascina via quasi di peso, dicendogli: «Tu non sei per caso il figlio di Giuseppe? Conosco bene tuo padre! Vieni via, per l’amor del cielo!».

Convinto di averlo convinto a starsene buono, fintanto che il lebbroso non si sia allontanato definitivamente, lo scriba allenta la presa. Allora, Gesù riesce a sgattaiolare e raggiunge quell’uomo.

«Pazzo, torna qui!», gli grida dietro lo scriba.

E il sacerdote a lui: «Vallo a riprendere!».

«Fossi matto! Mica voglio ammalarmi. Se vuole infettarsi, peggio per lui!».

Scambiate poche parole con quell’uomo, che nessuno riesce ad udire, Gesù lo riporta al centro della piazza.

Giovanni gli dice: «Lascialo andare via. Non vedi che è malato?».

«I malati siete voi! Ma di testa! Quest’uomo è perfettamente sano!», dice a tutti Gesù.

«Ragazzo mio, tu devi aver perso il senno», gli dice, con aria di superiorità, un sacerdote.

Anche una delle donne del mercato commenta: «Poverino, così piccolo e già fuori di sé! Compiango i suoi genitori…».

«Siete voi che non sapete guardare oltre le apparenze! Guardate!», e detto questo fa cenno al lebbroso di togliersi di dosso la lunga veste.

Infatti, il suo corpo non presenta più alcuna piaga: è un uomo sano.

«Ma…», riesce solo a dire il sacerdote.

Pian piano tutti quelli che erano presenti nella piazza si avvicinano, increduli per quello che è accaduto: un uomo malato di lebbra, praticamente guarito sotto i loro occhi. Anche quello stesso uomo stenta a credere di non aver più alcuna infezione sul corpo.

«Che diamine è successo?», si sente qualcuno chiedere.

«Assolutamente niente, se non che voi sapete solo giudicare, senza veramente conoscere la verità», replica Gesù.

Anche i suoi amici gli si fanno incontro, e, raggiuntolo, Giovanni gli chiede:

«Ma com’è possibile. Lo abbiamo visto tutti che era malato, e ora non lo è più!».

Gesù fa un sorriso a tutti e poi dice: «Ma voi siete veramente sicuri che quest’uomo fosse malato?».

«Ragazzo», è lo stesso uomo a parlare, «ti garantisco che fino a pochi minuti fa io ero malato, e ora non lo sono più!».

«Tanto meglio, no?», gli risponde Gesù.

«Se era malato, deve presentarsi al tempio per fare le sue offerte», fa notare uno degli scribi.

Senza dar peso a quell’ultima precisazione, Gesù gli dice: «L’importante è che tu ora stia bene, e faccia tesoro della tua guarigione, tornando a lavorare e a stare in mezzo agli altri!». Poi, rivolto al sacerdote e a tutti gli altri della folla: «Dico bene?».

«Dici bene, ragazzo!», dicono un po’ tutti.

Poi, ripresa la parola gli dice: «Avete udito ciò che ha detto poc’anzi lo scriba? Che se costui era davvero malato, essendo guarito, deve presentarsi al tempio per le offerte».

«Sì, è così», conferma un sacerdote.

Allora Gesù si rivolge all’uomo: «Se anche tu dici che prima eri malato, devi fare ciò che ti dicono costoro».

Poi, circondato dai suoi amici, dice alla folla: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto essi dicono, bisogna farlo certamente, ma non ci si deve comportare secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. A loro piace imporre alla gente regole e leggi, che poco o niente hanno a che fare con Dio, e poi sono i primi a disattenderle. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: amano sedere ai primi posti nelle sinagoghe e nei banchetti d’onore. Avete notato come passeggiano qui nella piazza per ricevere i vostri omaggi e saluti? E come si riempiono di orgoglio quando li chiamate “maestri” e “padri”? Ma in realtà, bisogna soltanto ascoltare ciò che dicono, e ciò che essi dicono è che uno solo è il padre, ed è quello che sta in cielo!».

«Come ti permetti, saputello?», gli dice uno di quei sacerdoti.

«E tu come ti sei permesso di giudicare costui un lebbroso, senza nemmeno verificare se fosse guarito?».

Visto che quello tace, Gesù aggiunge: «Taci? Allora nemmeno io ti dirò perché mi sono permesso di dire ciò che ho detto!».

E conclusa la frase, si gira e si avvia, seguito da Giovanni verso casa, lasciando tutti con un palmo di naso.

Camminando camminando, Giovanni gli chiede: «Prima hai detto che non bisogna chiamare nessuno “maestro” o “padre”, però hai fatto seguire solo l’esempio di chi sia il vero “Padre”. E chi è il vero “Maestro”?».

Gesù lo guarda, sorride come sempre fa quando gli viene rivolta qualche domanda del genere, e poi gli risponde: «Questo ti sarà chiaro tra una trentina di anni…».

«Ti pareva che non mi rispondevi così!».

«Andiamo, va’, che il pranzo sarà quasi pronto».

E detto questo gli da uno scapaccione e corre avanti.

«Corri corri, che tanto ti prendo», replica Giovanni, cominciando a corrergli dietro.




Sacra Famiglia di Vincenzo Ruggiero Perrino – Seconda Serie – Episodio 1

SACRA FAMIGLIA

SECONDA SERIE

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 1

«Ma’, allora io vado», annuncia un Gesù euforico, perché per la giornata di oggi ha organizzato insieme con i suoi amici Simone, Giacomo e il piccolo Giovanni una scampagnata in montagna.

«Mi raccomando: state attenti e non tornate troppo tardi», replica Maria, mentre è intenta alle faccende di casa.

«Mi dispiace solo che Giovanni non possa venire con noi».

«Suvvia, sai bene che Zaccaria ci teneva tanto a portarlo con sé al tempio. La prossima volta che organizzerete una passeggiata verrà anche lui».

«Sicuramente!» Dai, ora mi avvio», e, detto questo, Gesù esce.

Incontrati, poco più avanti i tre compagni di avventura, tutti insieme cominciano la loro passeggiata.

«Mi dispiace che Andrea non sia potuto venire», commenta Gesù rivolto a Simone.

«Mio fratello è un guaio! Ha fatto arrabbiare papà, che l’ha messo in punizione dicendogli che oggi avrebbe lavorato con lui sulla barca», risponde l’altro.

«Vabbé, sarà dei nostri un’altra volta. Tanto mica è l’ultima gita che facciamo tutti insieme… no?», chiosa il più piccolo del gruppo, Giovanni.

Per salire sul monte, devono necessariamente attraversare la città, passando per la piazza. Mentre sono lì, i quattro amici si fermano a guardare una scena un po’ triste: c’è un uomo che viene portato via da alcune guardie, insieme con la moglie e i figli.

«Cosa succede?», domanda Giacomo ad uno dei venditori che ha il banco sulla piazza.

«Quell’uomo è stato dato alle guardie dal suo padrone, perché non gli ha pagato quanto gli doveva».

«Spiega bene il fatto, somaro!», interviene la moglie del venditore, una donna robusta e con le gote rosse. «Ascoltate me, ragazzi, che conosco la storia di quella famiglia. Il padrone di quell’uomo gli era creditore di un bel po’ di denaro. Tuttavia, quello sciagurato non aveva soldi per saldare il suo debito. Così, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito».

«Ma questo quando è successo?», chiese Simone.

«Mah, credo qualche giorno fa. A sentire che doveva essere venduto, il meschino si getta a terra e comincia a fare la commedia…».

«In che senso “a fare la commedia”?», chiede Giovanni, che evidentemente non ha capito.

«Piccolo, nel senso che fingeva i suoi veri sentimenti, come si sarebbe scoperto più tardi».

«Vabbè, ma il signore che ne sapeva che quello fingeva?», dice ancora l’altro.

«Se mi fai finire il racconto lo scoprirai. Dicevo? Ah sì, allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito».

«E, allora, perché è stato arrestato?», è il turno di Simone di chiedere.

«Se mi interrompete sempre non lo saprete mai! Dunque, dov’ero rimasta?».

«Al padrone che aveva condonato il debito al servo».

«Sì, giusto! Invece, appena uscito, quel servo trova un altro servo come lui che gli deve una piccola somma di denari. Lo afferra e con violenza gli dice: “Paga quel che devi!”. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplica dicendo: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Ma quello non lo ha esaudito, e anzi lo ha fatto mettere in carcere, fino a che non gli paghi il debito».

«Che farabutto!», commenta Simone.

«Già!», commenta il marito della donna che sta raccontando.

«Zitto tu, e torna a lavorare!», lo rimprovera la moglie, che poi riprende il racconto: «Gli altri servi sono rimasti male del comportamento che quello ha avuto verso il compagno e così sono andati a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Questa mattina il padrone ha fatto chiamare quell’uomo e gli ha detto: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Così, lo ha fatto arrestare, lui, con la moglie e i figli, saranno venduti insieme a quello che posseggono, finché non gli avranno restituito tutto il dovuto».

«Caspita!», riesce solo a dire Giacomo.

«Bisogna imparare sempre a condonare i debiti gli uni verso gli altri, specie se si tratta di dover avere bazzecole dai nostri pari, a fronte di grosse somme che si devono restituire a chi ci è superiore», conclude Gesù.

«Ragazzuoli, credo che ci convenga affrettare il passo, altrimenti non arriviamo più!», dice Giacomo, invitando gli altri tre a riprendere il cammino.

«Dove andate di bello?», chiede la donna che ha raccontato la storia dell’uomo incatenato.

«Facciamo una scampagnata in montagna», le risponde Simone.

«Bravi! È la stagione ideale per salire in montagna!», si intromette di nuovo il marito, suscitando nuovamente l’ira della moglie.

Lasciati i due a litigare, i quattro amici riprendono la loro strada. Quando arrivano al pianoro sulla sommità della montagna, il sole è ormai al suo punto più alto.

Lì nei pressi c’è un piccolo bosco con alberi molto alti che fanno ombra. I quattro ragazzi vanno a sedersi lì sotto e cominciano a mangiare un po’ di focaccia e un po’ di pesce che le rispettive madri hanno preparato loro.

Mentre mangiano, ridono e scherzano, due uomini abbastanza anziani da avere lunghe barbe bianche si avvicinano a loro:

«Salve, ragazzi!», saluta uno dei due.

«Buongiorno a voi», replicano in coro.

Poi, Giovanni sussurra all’orecchio di Gesù: «Guarda quello più alto: non ti sembra che assomigli a Mosè?».

«Mosé chi?», chiede l’altro.

«Il profeta!».

«Scusa, ma tu che ne sai che aspetto avesse Mosè? Mica eri con lui quando aprì le acque del mare!», dice, con tono scherzoso, Gesù. Poi, alzatosi in piedi, si rivolge ai due uomini: «Cosa fate quassù?».

«Siamo pastori, e abbiamo condotto il nostro pascolo su questo bel pianoro. Voi, invece?».

«Anche io ho portato i miei amici qui in montagna, visto che oggi è una giornata veramente splendida!».

«Avete fatto bene: godetevi le meraviglie di questa montagna, adesso che siete anche giovani. Verranno giorni in cui avrete talmente tante cose a cui pensare e tante cose da fare, e magari dovrete girare queste regioni in lungo e in largo, che non avrete tempo di stare tranquilli a godervi l’ombra di un albero».

Mentre Gesù è intento a raccontare anche ai due anziani l’episodio dell’uomo arrestato che avevano visto mentre si avviavano verso la montagna, ad un tratto anche Simone si alza. Vuole dire qualcosa anche lui, ma il sole è talmente abbagliante che a malapena riesce ad intravedere Gesù con i due anziani. Soltanto quando gli è vicino riesce finalmente a vedere l’amico e a dirgli:

«Che ne pensi se ci facciamo un paio di tende e stanotte dormiamo qui?».

«Sì, e poi alle nostre mamme chi glielo dice? Se facessimo una cosa del genere, ci metterebbero in punizione fino a Pasqua!», replica Gesù.

«Il ragazzo ha ragione. Noi ora andiamo via. Voi, però, restate qui, ma prima che tramonti il sole ritornate alle vostre case. Quando sarete grandi, dormirete fuori casa talmente tante volte, che vi verrà nostalgia di un bel letto comodo! Ascoltate queste mie parole: anche quando sarete più grandi, ricordate sempre di non riempire troppo le vostre giornate di tanti impegni… Il lavoro, gli affari, le faccende sono importanti, ma rischiano di distrarvi dal pensare all’unica cosa per la quale vale la pena aver pensiero…».

«E cioè?», chiede Giovanni.

«Dio».

Prontamente Gesù aggiunge: «Dio, e il prossimo», e lo dice con tale convinzione, che nessuno gli chiede cosa significhi “prossimo”.

Detto questo, i due anziani pastori riprendono la loro strada. Gesù, Simone, Giacomo e Giovanni riprendono a mangiare, a ridere e a scherzare come stavano facendo poco prima…




INFIORATA ARTISTICA NELL’ABBAZIA DI CASAMARI

Anche quest’anno, nell’Abbazia di Casamari si è portato a termine si è preparata l’infiorata.

Guardando il bellissimo tappeto, fatto prevalentemente da fiori veri, partendo dal portone d’ingresso, nel primo quadro si potrà notare lo stemma dell’Abbazia di Casamari, formato dallo scudo e dalle chiavi incrociate, indica, da circa un millennio, la fedeltà della comunità al successore di Pietro.

Nel secondo quadro la facciata dell’Abbazia, che quest’anno celebra l’ottavo centenario della consacrazione della sua Chiesa.

Continuando a camminare verso l’altare troviamo il terzo quadro, in cui è rappresentato San Benedetto, patriarca dei Monaci d’Occidente.

Di seguito il quarto quadro, bellissima immagine di uno dei sei Martiri di Casamari, testimoni privilegiati dell’Eucarestia, di cui è stata introdotta la causa di Beatificazione.

Nel penultimo quadro troviamo una dedica all’apparizione della Madonna di Fatima, nel centenario dell’apparizione (recentemente ospitata in Abbazia), e ai tre pastorelli, Francesco, Giacinta e  Lucia.

Nell’ultimo quadro, nonché quello più vicino all’altare, in primo piano c’è Maria, primo tabernacolo dell’Eucarestia.

Complimenti a tutti coloro che hanno portato a termine la bellissima e maestosa opera!

Direttore artistico Padre Abate Eugenio Ramagnuolo.

Progettiste: Laura Vitaterna e Maria Magliocchetti.

Collaboratori artistici: Agnes Preszler, i Monaci e tanti fedeli.

Gianna Reale