Note di Pastorale Digitale

Vorrei proporre in questo breve articolo le caratteristiche salienti del corso di informatica che si è svolto quest’anno nel nostro istituto. Credo sia interessante porre in atto una riflessione sul ruolo che il mondo digitale possa ricoprire all’interno della pastorale della Chiesa, nell’ottica di un annuncio del Vangelo alla generazione contemporanea. Mi avvarrò per far questo di alcuni concetti che sono stati espressi dal prof. Fortunato Ammendolia (qui il suo sito web) in un incontro tenuto durante l’anno e di altri che con il prof. Riccardo Petricca abbiamo affrontati durante l’anno.

 

Digitale e reale

Ho parlato intenzionalmente di “mondo digitale” perché vorrei scongiurare il rischio di ridurre l’apporto pastorale del digitale al solo campo strumentale, il digitale non è solo un mezzo, se lo considerassimo così forse abbiamo un’idea che ancora separa il virtuale dal reale, una scissione netta tra online e offline che come propone Luciano Floridi va ripensata; lui propone di parlare invece di onlife [1], un digitale integrato nella vita analogica. Per approfondire il discorso del rapporto tra reale e virtuale ripropongo qui sotto un video di WeCa (la community italiana dei web master cattolici):

 

Non solo un mezzo

Questo ci permette di pensare al digitale allora non più solo come ad un mezzo per l’annuncio del Vangelo, ma ad un vero e proprio luogo. Del resto è nel senso comune l’accostamento dei siti internet e dei social network a moderne piazze! Il nostro annuncio deve aver luogo nella piazza digitale, come nella piazza reale. Credo che questo sia il primo importante concetto appreso nel corso: non basta più una pastorale che si serva del digitale, ma una pastorale pensata per incontrare l’altro nel digitale; non è sufficiente, per usare l’efficace immagine del prof. Ammendolia nel suo intervento a lezione, fare un PowerPoint al posto di un cartellone! Mi si perdoni il paragone insufficiente ma non possiamo pensare che si faccia pastorale giovanile mettendo giovani ad animare incontri, ma incontrando i giovani. L’aggettivo della nostra pastorale specifica non tanto lo strumento quanto il luogo dell’incontro e le persone che lo frequentano, così ad esempio la pastorale scolastica, la pastorale familiare, ecc.

La pastorale digitale è allora annuncio ad un mondo popolato da un altro cui ci facciamo incontro, e neanche questo dobbiamo dimenticare! Proprio nel momento in cui il mondo virtuale sembra voler sottolineare l’anonimato dell’altro, o lo vuole considerare nella superficialità di una condivisione di apparenza o comunque necessariamente mediata, la pastorale digitale dovrà valorizzare l’altro che incontra tramite la mediazione del virtuale. Per approfondire l’aspetto “teorico” della pastorale digitale credo sia importante leggere il Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa edito dalla CEI [2]: “Comunicazione e missione” (qui il file PDF), che a più riprese insiste sulla stretta relazione tra l’evento salvifico della Rivelazione del Verbo e l’annuncio al mondo contemporaneo.

 

Nel concreto…

Quali sono gli strumenti che ci possiamo proporre come operatori pastorali per una pastorale digitale efficace? Credo che ne possiamo individuare due principalmente:

  1. uno ad extra, che valorizza la missionarietà della pastorale digitale, che è il servirsi di internet per conoscere il mondo cui vado ad annunciare (“amate ciò che amano i giovani” diceva Don Bosco [3]), in questo per esempio aiutano i social network; per usare un’analogia il social network è la moderna piazza, da frequentare per conoscere i destinatari del mio annuncio; si tenga presente che il social network oltre ad essere luogo dove si apprende quanto vivono i giovani è anche il luogo ideale per comunicare loro il messaggio evangelico, con il loro linguaggio, con i loro tempi, è da preferire un video YouTube ad un lungo post su Facebook per esempio, un messaggio Whatsapp piuttosto che un volantino…

    Le icone di alcuni dei principali Social Network. Hanno una natura molto varia, alcuni di essi come YouTube sono piattaforme di condivisione video, altri audio come Spotify e Soundcloud, altri ancora di foto, di messaggistica, o di post.

     

  2. un’altro strumento invece ad intra, che serve a creare stabilità e identità, permette l’accoglienza, la presentazione organica, l’utilizzo di strumenti di cui avere una padronanza piena, sono i siti web. Una caratteristica necessaria nell’aprirsi a questi strumenti è la loro sostenibilità dal punto di vista della dedizione pratica: meglio uno strumento in meno per curare meglio quanto già ho in funzione, piuttosto che una moltiplicazione non curata che è solo frammentazione. In primo piano deve esserci la cura, che caratterizza ogni carità.

I due strumenti non si devono escludere l’un l’altro, ma è necessario integrarli. Nel corso delle lezioni abbiamo visto quanto sia facile creare e gestire siti web con l’ausilio di un CSM [4], come ad esempio WordPress, e molti plugin permettono un’integrazione immediata tra le due realtà.

 

Esperienza personale e breve riflessione

Riporto per concludere una breve riflessione a partire dalla mia esperienza. Mi è stato chiesto quest’anno, e quello precedente, di occuparmi del sito web del Pontificio Collegio Leoniano. Quando ho ricevuto l’incarico, in equipe con altri seminaristi del Servizio Pubblicazioni, il sito web presentava un aspetto abbastanza spartano pur avendo alle spalle l’ottimo WordPress (qui uno screenshot da Wayback Machine), abbiamo proposto una modifica alla grafica – prediligendo un tema chiaro – e all’impostazione generale del sito mettendo più in luce gli eventi recenti della comunità. Il risultato è il sito attualmente online, Nella nostra esperienza però ci siamo resi sempre più conto che al sito andava affiancato anche una presenza viva sui social che potesse raggiungere (ed ecco la pastorale “ad extra”) più utenti, in particolare i giovani.

Per questo abbiamo aumentato la nostra attenzione nella gestione di InstagramFacebookTwitterYouTube. Sappiamo però che possiamo fare ancora molto, in particolare penso ad alcuni contenuti che possano presentare ancora meglio la vita del Seminario, magari attraverso un video montato in maniera accattivante, o itnerviste. La chiave perché il nostro lavoro sia una pastorale digitale credo resti la medesima: riflettere su chi è il fruitore del sito; nel nostro caso ex alunni che vogliono “rivedere casa” o giovani incuriositi dalla nostra realtà.

Un’altra esperienza che ho piacere di riportare è un progetto diocesano messo in piedi quest’anno assieme ad altri due giovani della Diocesi: “Il Suo Disegno“, un portale di pastorale vocazionale “in digitale” e pubblicato in “Beta” pubblica il 12 maggio scorso. Qui, avendo qualche libertà in più, abbiamo pensato ad alcune funzioni utili per integrare onlineoffline:

  • pubblicando alcuni sussidi e materiali preparati da noi per i responsabili dei gruppi ministranti e vocazionali, e in questo il mondo digitale si riversa poi nel reale [qui il link alla sezione];
  • preparando una piattaforma che permetta di interagire come community nel quale ciascun utente ha la possibilità di gestire una propria pagina e “accumulare punti” partecipando ad eventi diocesani (tramite un QRCode riscatta dei “trofei” per la partecipazione), in questo modo il mondo reale si riversa nel digitale [qui il link].

Anche qui c’è un orizzonte ideale che è l’integrazione del digitale anche in altre aree pastorali oltre quella vocazionale, per esempio nella catechesi. Sarebbe bello se i ragazzi del catechismo possano da casa accedere a spiegazioni, video di approfondimento, quiz e giochi sul tema dell’incontro avuto in parrocchia, e poi tornando lì discuterne ancora. Ancora una volta penso che il nodo cruciale sia una visione integrale della pastorale digitale:

che sia un’azione di pastori incontro a persone (pastorale) e che sappia coniugare il mondo reale e quello virtuale (digitale) in una sinergia proficua in cui l’uno si potenzia nell’altro, e il secondo integri il primo, con l’obiettivo di tornare sempre alla persona per condurla a Cristo.

di Paolo F.

Nota sulle immagini (copyright): ho usato tutte immagini di pubblico dominio o prodotte da me a partire da immagini con licenze che me lo consentissero. Dell’immagine in copertina sono io l’autore, credo che renda bene l’idea della Pastorale Digitale come strumento per andare incontro all’Uomo per riportarlo a Dio.

Note, bibliografia e spiegazioni.
[1] L. FLORIDI, The Online Manifesto, SpringerOpen, Londra 2009.

[2] CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione dela Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004.
[3] Citato per esempio da V. DEL CROCE, «I Ladri di Carrozzelle stravedono per la vita» in Bollettino Salesiano (n. di Ottobre 2017), Torino 2017.
[4]Content Management System per approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Content_management_system




La Tecnologia al servizio della Parola

 

La rivoluzione comunicativa della Chiesa.

La Chiesa ha da sempre un approccio positivo con i media, fin dalla lettera enciclica di Papa Pio XII del 1957 «Miranda Prorsus». L’istruzione pastorale sui mezzi di comunicazione sociale, poneva già allora l’accento su: “La chiesa vede questi media come doni di Dio …”[1]. Anche dal Concilio Vaticano II “Meravigliose invenzioni tecniche”. L’interesse della Chiesa per Internet si è manifestato, asserendo che lo stesso è un’espressione particolare del suo interesse di lunga data nei confronti dei media e della comunicazione sociale, questi mezzi di comunicazione tecnologici sono un risultato del processo scientifico storico attraverso il quale il genere umano avanza sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori contenuti nell’intera creazione.

Il cinema, la radio e la televisione hanno imposto un profondo cambiamento dei tradizionali metodi dell’apostolato cattolico, come d’altra parte hanno richiesto le radicali trasformazioni che hanno attraversato la società dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Il rapporto tra Chiesa e immagini audiovisive per capire il prima e il dopo è infatti rappresentato dall’enciclica Vigilanti cura di Pio XI del 29 giugno 1936, il primo documento ufficiale di un papa interamente dedicato al cinema.

Il 13 marzo 1896 è la data ufficiale in cui anche in Italia arrivò il Cinématographe Lumière. Solo pochi mesi dopo, Vittorio Calcina, che ottenne un apparecchio dai fratelli francesi diventando l’agente generale per l’Italia, chiese a Papa Leone XIII di poterlo filmare con la macchina da presa, realizzando così la pellicola Sua Santità Papa Leone XIII. L’incontro cinepresa pontefice si ripete due anni più tardi, nel dicembre del 1898, perché, su richiesta lungimirante dei vescovi statunitensi, William Kennedy Laurie Dickson, un collaboratore di Edison, concorrente dei fratelli Lumière, entrò nei giardini vaticani e impresse su pellicola la figura del pontefice immerso nella sua regale quotidianità. Fino ad allora, l’unica possibilità per i fedeli di vedere il papa era stata attraverso l’iconografia ufficiale, le immagini fotografiche che cominciavano allora a circolare o le immagini devozionali. Pochi erano quelli che potevano affrontare un viaggio lungo e costoso a Roma. Entra quindi in scena un nuovo veicolo di propagazione della fede.

Fu però verso la fine degli anni Venti che l’impiego del mezzo radiofonico cominciò a imboccare una più sistematica e precisa ‘via cattolica’ il 19 maggio 1928 venne fondato a Colonia il Bureau International de la Radiophonie Catholique con lo scopo di raggruppare i responsabili dei programmi religiosi di tutti i paesi e facilitarne gli scambi, dal 1945 prese il più famoso nome latino di Unda, mentre nel giugno del 1929 si celebrò il primo congresso cattolico internazionale della radio a Monaco di Baviera.

Come per la radio pubblica, anche la Chiesa dovette aspettare il fascismo, e soprattutto la stipula dei Patti Lateranensi, con il quale lo Stato italiano riconobbe ufficialmente alla Città del Vaticano anzi il diritto di istituire con altri Stati servizi telegrafici, telefonici, radiotelegrafici e radiotelefonici, provvedendo ad allacciare la Santa Sede alla rete nazionale di cavi.

Dopo questa fase l’impegno non fece che crescere anno dopo anno, per la Pentecoste del 28 maggio 1950 le telecamere poterono varcare per la prima volta la soglia di San Pietro e il 24 giugno trasmettere la canonizzazione di Maria Goretti, con la ripresa della benedizione urbi et orbi, fino alla diretta, questa volta della Rai della canonizzazione di Pio X in piazza San Pietro nel maggio del 1954.[2]

Il 12 febbraio 1931, il giorno dopo l’anniversario dei Patti Lateranensi, Pio XI inaugura la “Statio            Radiophonica Vaticana”. Il gioiello tecnologico costruito da Guglielmo Marconi spalanca i confini del mondo al magistero dei Papi.

La Chiesa entra man mano in una fase di maggiore maturità nel suo rapporto con i media, tanto che nel 1983 venne fondato il Centro Televisivo vaticano  uno dei simboli del rapporto particolarissimo che intercorse tra Karol Wojtyla e i mass media  con il compito proprio di documentare in modo integrale le attività della Santa Sede; angelus, cerimonie liturgiche, viaggi pastorali e delle conferenze episcopali.

La Chiesa concentra l’attenzione sull’importanza della comunicazione digitale, scoprendo così nuove possibilità per svolgere il ministero a favore del Popolo di Dio, un vero e proprio impegno con la società. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II hanno mostrato quanto la Chiesa fosse ormai entrata nell’agenda dei media e con quale forza lo stesso pontefice ne avesse di fatto beneficiato, tanto da potersi parlare di una vera e propria «rivoluzione comunicativa».[3]

                                                                     Papa Giovanni Paolo II

Il dovere di annunciare Gesù Cristo, la Parola di Dio incarnata, la comunicazione della sua grazia salvifica nei sacramenti, resta sempre la prima missione di un sacerdote e di un uomo di fede, ma ecco che il cambiamento culturale di oggi, invita in  particolare i giovani ad utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione.

Il mondo della comunicazione con la sua illimitata capacità espressiva, porta l’uomo alle parole di San Paolo, “guai a me se non predicassi il Vangelo” 1cor 9:16. Pertanto, cristiani, sacerdoti, religiosi ecc. sono sfidati a proclamare il Vangelo usando l’ultima generazione di risorse audiovisive; immagini, video, figure animate, blog e siti web, accanto ai mezzi tradizionali del dialogo, per l’evangelizzazione e la catechesi.


La maggiore disponibilità di nuove tecnologie richiede maggiore responsabilità da parte di chi è chiamato a proclamare la Parola, poiché le nuove tecnologie creano forme più profonde di relazioni su distanze maggiori, per essere presenti  come “fedeli testimoni del Vangelo”.

Per raggiungere al meglio questi obiettivi, è necessario imparare come utilizzare queste tecnologie in modo competente e appropriato e chi le adopera sia modellato da una solida teologia, una forte intuizione spirituale fondata sul costante dialogo con il Signore.

La Parola di Dio ieri, oggi e domani sarà sempre la stessa e con lo stesso valore, non una storia del passato da ricordare e narrare come una fiaba o una teoria, uno stile di vita ideologico, non perché l’uomo si è evoluto, che la Parola debba  procedere con lo stesso cambiamento. I mezzi per proclamarla possono cambiare ed evolvere, ma il suo vero valore e il messaggio che Cristo ha dato rimangono come sono.

Attraverso l’uso competente delle tecnologie digitali, siamo dunque in grado di rendere la Parola di Dio presente nel mondo di oggi e ovunque. La saggezza religiosa del passato è oggi un tesoro che può ispirare i nostri sforzi per vivere nel presente con dignità, costruendo un domani migliore.

La storia ci ha mostrato tante volte quanto sia fragile l’uomo e quanto abbia bisogno di quella vera guida verso Dio. Sfortunati eventi che hanno avuto luogo nel corso dei secoli come la rivoluzione industriale, il clericalismo, il laicismo, la rivoluzione francese e la rivoluzione tecnologica dimostrano che gli errori commessi in così tanti modi, l’uomo non è stato in grado di bilanciarli in così tante ideologie,  tutto ciò ha portato quindi a guerre e tante indifferenze, dolore, sofferenza e il non equilibrio di comportamenti etici e morali all’interno dell’uomo stesso. La Parola di Dio rimane sempre uguale, ma le sue interpretazioni ermeneutiche devono essere riorganizzate per adattarsi al mondo e al modo di vita di oggi e ai problemi che non applicano le vecchie regole e regolamenti. La saggezza del passato nel mondo di oggi richiede quella speciale attenzione e responsabilità perché si apre a nuove forme d’incontro, evangelizzazione e mantenimento della qualità dell’interazione umana, mostrando preoccupazione per gli individui, nell’equilibrio tra corpo e anima, spirito, volontà e bisogni spirituali.

Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, la Parola può navigare attraverso il cyberspazio offrendo alle anime il messaggio della salvezza, in ogni città, strada, porta del nostro cuore.

Cristo, ieri, camminando per le strade di Gerusalemme, in Giudea, in Samaria, predicando e chiamando le anime alla conversione, ha sempre dimostrato il rispetto per le altre culture e la loro dignità. Oggi, abbiamo una maggiore responsabilità perché più che mai la dignità dell’uomo è stata ridotta a nulla.

Anche se il lavoro delle comunicazioni sociali, molte volte, sembra in guerra con il messaggio cristiano, non solo offre un’opportunità per proclamare la verità, ma anche una ragione per approfondire e integrare quelle parole nell’odierna realtà, la nuova cultura creata dalle moderne comunicazioni.

Un esempio militante di uso dei media, nel periodo storico influenzato dal modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, fu Massimiliano M. Kolbe che non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.

Padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”. A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nello stesso tempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’. In seguito dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi.

Anche in Giappone  poté fondare la “Città di Maria”, a Nagasaki il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.

L’obiettivo era dare continuità anche sul fronte esistenziale e pastorale, diffondendone nel mondo la devozione mariana anche attraverso i mezzi offerti dalle tecnologie del tempo, quali la stampa e, successivamente, la radio.

Kolbe era infatti consapevole di doversi impegnare in un periodo storico difficile, caratterizzato dall’emergere di ideologie totalitarie e dalle sfide sociali poste dall’industrializzazione, dal materialismo e, appunto, dallo sviluppo dei mass-media. Studiò quindi tutto, per vedere gli aspetti positivi di ogni realtà e costruire poi qualcosa di buono su queste basi. Con i suoi venti monaci all’inizio raggiunse i 772 abitanti, compresi gli studenti del seminario nel 1939. Il parco macchine da stampa aumentò tanto che poco prima della seconda guerra mondiale c’erano 3 macchine rotanti, 7 inter tipi e linotipici, alcune presse a platina.

La casa editrice utilizzava circa 1600 tonnellate di carta all’anno per circa sessanta milioni di copie di giornali.[4]

 

 

 

È tuttavia con la riforma radiotelevisiva del 1975 e con la sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale che si assistette a un vero e proprio rinascimento dell’iniziativa cattolica nel campo dei media, più libera e privata, meno istituzionalizzata rispetto al passato, le libertà di antenna.

Quando si parla di «media cattolici» occorre infatti distinguere quelli ufficiali della Santa Sede, Radio Vaticana, «L’Osservatore romano», Ctv, da quelli che fanno riferimento alle conferenze episcopali nazionali e da quelli che invece possono essere emanazione di congregazioni religiose, movimenti, associazioni, o espressione di realtà diocesane, parrocchiali o interparrocchiali. Appartengono al secondo gruppo, per esempio, l’«Avvenire», Sat2000: Tv2000 dal 2009 e BluSat2000 al terzo, tra i più importanti, il CO.RA.L.LO, Radio Maria, TelePadre Pio, che ha lanciato anche un’applicazione per iPhone, TelePace e Nova TV. L’arcipelago delle emittenti locali, quasi tutte passate dai primi anni del 2000 sul satellite o sul web, costituisce però una realtà non sotto valutabile, sia dal punto di vista economico e degli investimenti, sia dal punto di vista della «nuova evangelizzazione» proposta da Wojtyla e portata avanti dalla Cei. La rete delle emittenti associate, circa 230 radio e 66 televisioni, rendono un servizio ai fedeli e alle comunità trasmettono la messa, la recita del rosario e offrono un filo diretto con gli ascoltatori.[5]

Possiamo concludere che dunque è proprio nella natura di questi mezzi di comunicazione unire gli uomini, come un disegno provvidenziale necessario per aiutare l’umanità a cooperare con il piano salvifico di Dio per la loro redenzione. I moderni mezzi di comunicazione sociale sono fattori culturali che giocano un vero e proprio ruolo nella storia dell’ uomo, un fattore che contribuisce al migliore ordinamento della società umana, contribuendo notevolmente all’ampliamento e all’arricchimento della mente umana e alla propagazione del regno di Dio.

 

Angel Adishi

 

[1] Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Miranda Prorsus» Libreria Editrice Vaticano, 1957.

[2] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

[3] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

[4] A. RICCARDI, Beato Massimiliano Maria Kolbe, Edizione Agiografiche, Roma 1971, 1.

[5] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

 

Bibliografia.

Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Miranda Prorsus» Libreria Editrice Vaticano, 1957.

A. RICCARDI, Beato Massimiliano Maria Kolbe, Edizione Agiografiche, Roma 1971.




I GIOVANI, LA FEDE, IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE E IL WEB

Se guardiamo a quanto ci attende dietro l’angolo del tempo possiamo immaginare che la pervasività del Web sin dall’inizio della vita costringerà la società a strutturarsi diversamente in alcuni elementi che le sono caratteristici, dai più semplici a quelli più complessi.

Con la profilatura degli individui l’adolescenza sarà segnata dal rifiuto di essere una fonte di dati, e si cercherà di ingannare i sistemi fornendo false risposte o compromettendo in qualche modo la rilevazione.

Avremo sempre più bisogno di spazi di silenzio, di non connessione dove poter essere noi stessi non come informazioni, ma a partire dalla nostra corporeità e dalla spiritualità che possiamo coltivare. L’isolamento dei monasteri di clausura e degli eremi diventerà un bene prezioso.

Possiamo immaginare che la fiducia che oggi le persone nutrono nei confronti di ciò che incontrano nel Web, sia come contenuti che come contatti, sarà molto diversa. L’assenza progressiva di verità, e del suo bisogno, genererà una serie sempre più consistente di esperienze negative che porteranno a un clima di maggiore diffidenza e a una chiusura in circoli ristretti di relazioni e condivisioni.

La Chiesa in questo scenario avrà un ruolo importante, soprattutto educativo, stando molto attenta a non farsi trascinare dallo spirito del mondo. Essa potrà farsi garante della conoscenza e della custodia di una parte di essa, così come di parte della memoria collettiva.

In questo articolo si vogliono proporre alcune direzioni di pensiero in proposito ed eventuali strategie digitali e non. Un esempio è stato fornito durante il corso svolto al Pontificio Collegio Leoniano da don Alessandro Rea, direttore dell’ufficio diocesano per la pastorale delle comunicazioni sociali della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, il quale ha presentato le caratteristiche fondamentali del giornalismo e il suo canale youtube “Parla Giovane”: https://www.youtube.com/watch?v=ECFaP1lm4rE. Per don Alessandro punto di partenza deve essere il diritto stabilito dall’articolo 21 della costituzione, ovvero quello di informare.

Il Sinodo su Giovani, Fede e discernimento Vocazionale, tra i diversi inviti che ha fatto, oltre a quello di abitare il continente digitale, ha segnato una tappa decisiva verso un modo diverso di essere Chiesa e di lavorare nella Chiesa .

Spesso si dice che dobbiamo lavorare di più in rete o insieme. Nel Web tutto è interconnesso, l’interconnessione la fa esistere senza barriere salvo quelle tecniche, senza preclusioni che non siano di tipo sistemico, e comunque tutte transitorie (Papa Francesco, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio 13 Gennaio 2017).

Nel Web, senza nessuna difficoltà, si parla ogni lingua possibile e nel Web la circolazione delle informazioni non è una concessione, è la vitalità del sistema. Sotto questo profilo il Web, in qualche modo, è strutturato ed esiste generosamente, oserei dire in modo «cattolico», cioè universale. Il Web mi pare ci insegni così che fare rete significa non occupare spazi, bensì condivisione effettiva di tutto quello che si possiede e non solo di quello che si ritiene utile e strumentale a una alleanza finalizzata ad alcuni obiettivi.

La pastorale del futuro consiste non solo nel fare insieme, ma ancor prima nel mettere tutto a disposizione di chi ci sta accanto, nell’essere così generosi da non considerarsi proprietari di nulla di quanto ci è stato dato in amministrazione. Si può pensare ad una pastorale in cui chi ha conoscenze sia invitato a mettere parola, permettendo così a chi deve fare discernimento di avere un quadro davvero il più ampio e completo possibile.

Spesso si ha la sensazione che molte delle nostre riunioni e assemblee siano convocate per avallare decisioni già prese in altre stanze e che i pareri che sono richiesti assumano un valore di facciata e non quel peso sinodale di cui spesso ci si limita a scrivere. Anche il professore Fortunato Ammendolia durante la sua lezione tenuta presso il Pontificio Collegio Leoniano, rispondendo alla domanda: “Che cos’è la pastorale digitale?”, afferma: “Non è il semplice uso del digitale in pastorale, un power point al posto del cartellone… la comunione di cui vive la Chiesa si attua mediante processi; dobbiamo afferrare e applicare il metodo del discernimento: vedere, giudicare e agire. Serve educare i media, ma i media siamo noi in quanto soggetti di azioni creative per generare pensieri ispirati alle più alte proprietà etiche ed estetiche”.

Il Web ci restituisce una modalità autentica di comunione, esercitata in un ambito che non è quello ecclesiale, ovviamente, ma che pare funzionare e dare delle possibilità, se non delle risposte, efficaci ed efficienti al mondo che abitiamo.

Il mondo digitale è molto spesso ostico, non fosse altro per i neologismi che lo popolano e per l’infrastruttura tecnologica che lo determina sempre di più, e rischia per molti di assomigliare ad una giungla impenetrabile. Per questo è vitale che la si attraversi talora guidati, talora scortati, talora semplicemente accompagnati dalle nuove generazioni.

I nativi digitali sanno muoversi anche se, spesso, non sanno distinguere tutti i pericoli e avvertire le singole possibilità. Lavorare nel Web insieme, fianco a fianco rappresenta un’occasione unica di collaborazione tra generazioni, di pastorale condivisa in cui si portano insieme le responsabilità, ove il protagonismo giovanile può trovare spazi inediti e qualificati dove esprimersi. Mi pare importante, in questo senso, non demandare semplicemente, non chiedere ai giovani di essere il «braccio operativo», ma educare educandosi, lavorare all’impresa in modo congiunto e alla pari (Paola Castellucci, Dall’ipertesto al web. Storia culturale dell’informatica. 2009).

Un’altra considerazione riguarda il dilemma sempre presente tra abitare territori altrui e riservare territori nostri. Se delle iniziative che creano spazi confessionali sono lodevoli, nello stesso tempo è determinante che vi sia anche un bilanciamento delle risorse negli spazi misti, sapendo che a qualche cosa sarà necessario rinunciare, anche con fatica, ma che proprio queste situazioni ci abiliteranno a non abbandonare la sostanza delle cose adattandola alle mutate condizioni, che è quanto il cristianesimo ha sempre saputo fare negli ultimi duemila anni.

Noi cristiani abbiamo delle risposte valide rispetto alla vita e al futuro dell’umanità, ma queste risposte sono accettate solo agendo concretamente in questa piazza, rispettando le regole che ci vengono poste e negoziate e senza ulteriori timidezze.

La vita per l’uomo contemporaneo assomiglia molto a un programma da computare prima e realizzare poi e la cultura corrente, fortemente influenzata dal linguaggio digitale, non fa che rafforzare questa visione. Anche l’educazione di cui siamo stati e siamo destinatari va in questa direzione: la scuola non ci insegna prima di tutto ad essere e vivere, ma a fare e rispondere a certe esigenze.

Possono gli ostacoli diventare opportunità? Sì, e partiamo da un indiscusso successo televisivo: la trasmissione in diretta e in replica all’ora di cena del rosario dalla grotta di Lourdes. Si tratta di un’esperienza vissuta da persone di una certa età, ma che dimostrano come anche in un media sia possibile vivere un’esperienza spirituale intensa e autentica, una comunione spirituale con un luogo e con persone che in quel medesimo istante condividono la stessa esperienza religiosa. Analoghe esperienze vengono vissute attraverso le trasmissioni di Radio Maria e ad altre emittenti cattoliche, sempre per un pubblico di una certa fascia.

Anche i giovani hanno vissuto non in presenza, ma in diretta «streaming», le Giornate Mondiali della Gioventù quando si sono celebrate in Paesi troppo lontani per essere raggiunti dal loro budget. Il rischio che questo tipo di trasmissioni si trasformino in un semplice spettacolo è certamente alto, soprattutto presso un pubblico non troppo avvertito, tuttavia è evidente che sono strade percorribili, si tratta semplicemente di governarle con intelligenza, gusto e capacità comunicativa.

Nel web qualunque parola ha un ruolo centrale, possiamo immaginare dunque che ruolo possa avere la Parola della Scrittura, e quanto possa essere performativa se trasmessa favorendo le condizioni esterne. Si potrebbe ricreare quella partecipazione propria della liturgia anche nel Web andando a toccare quelle corde sensibili dell’umano digitale. La vera sfida sarà quella di ottenere sufficiente attenzione attraverso strumenti che, per il fatto stesso di essere tra le nostre mani, generano una sorta di «rumore di fondo» dal momento che sono tecnologie pensate per portare l’attenzione costantemente altrove.

Come una nuova terra di missione il Web attende uomini e donne che le permettano di entrare in relazione con la Parola: non è dunque una perdita di tempo né un servizio meno importante di altri quello di spendersi in questa direzione, e poterlo fare mettendo in campo generazioni diverse è un ulteriore guadagno.

Il Web è un contenitore sconfinato, m a in esso parte delle diversità rischiano di essere cancellate e perdute. Così un’azione pastorale importante è la salvaguardia di memorie destinate all’oblio: esistono in tal senso delle banche di memoria che custodiscono semplici storie di vita che aiutano a ricordare anche un modello di vita.

Nel panorama pastorale esistono diversi siti cattolici che raggruppano, dopo un discernimento fatto sito per sito, siti cattolici, oppure esistono siti che contengono materiale utile per la pastorale o altri che si propongono come filtri efficaci per evitare che i minori non accedano a contenuti non adatti alla loro età. Molti sono i canali Youtube dedicati all’omiletica, alla predicazione e alla catechesi che hanno permesso a un pubblico più ampio e vasto di approfittare della sapienza di biblisti, pastori, laici.

Quello che ancora non esiste, invece, è un sistema che permetta di individuare tali risorse in modo automatizzato e nello stesso tempo che dia sufficienti garanzie di affidabilità quanto a contenuti. Una soluzione è quella dei motori di ricerca per così dire di secondo livello, ossia motori che non analizzano tutto il Web ma soltanto alcuni siti definiti (AA.vv, IT 2020. Il futuro dell’information technology in Italia. 2014).

Un esempio sono i motori di ricerca per viaggi e turismo o quelli legati alle assicurazioni, di cui si fa ampia pubblicità: essi perlopiù non hanno dati proprietari, ma aggregano dati di altri siti e altri motori, garantendo però che i risultati di ricerca siano pertinenti rispetto al tema.

Tali motori, nei casi evidenziati, realizzano anche una comparazione dei dati, che però è di tipo numerico. Non è impossibile pensare che algoritmi più sofisticati possano discettare sull’ortodossia di un testo: siamo qui nell’ordine del futuribile, non però in quello della fantascienza. Tali strumenti presuppongono un certo investimento economico e di pensiero, ovviamente, ma sono certamente alla portata delle nostre comunità.

Una tecnologia più abbordabile riguarda invece l’aggregazione delle notizie e delle informazioni da siti di informazione cattolica ufficiali: tali aggregatori di fatto sono già disponibili e utilizzarli con proprietà sarebbe un vantaggio interessante.

Per concludere, considerando che il Web è un bene planetario che ha bisogno di una cultura e una visione planetaria, affidata a un’opinione pubblica che proprio grazie al Web sta diventando giorno dopo giorno planetaria al di là delle barriere linguistiche e culturali, ma da cui ancora parti del pianeta sono escluse per mancanza di connessione e di adeguata consapevolezza, la Chiesa possiede già un atteggiamento mentale, un’attitudine e una cultura globale.

Il Web ci consegna l’ebbrezza dell’infinito e delle sue infinite possibilità, la sensazione che nulla di quanto ci circonda possa più farci paura, e quello che ancora ci è ignoto ci presenta il fianco debole attraverso il quale penetrare nella conoscenza di tutto.

La rivoluzione digitale (che è solo l’ultimo degli esiti della modernità e post modernità, ma con un potenziale esistenziale di portata mai sino ad ora così ampio, come abbiamo avuto modo di abbozzare in questo articolo) diventa un concreto campo di azione ove la teologia si può mettere in discussione e a servizio dell’umano per approfondire le questioni teoretiche, filosofiche ed ermeneutiche che il tempo presente va cercando e a cui, come abbiamo auspicato in diversi punti, anche noi siamo invitati.

Valerio Testa




Può essere il mondo digitale occasione per uno stare insieme in modo significante e significativo?

LUCI E OMBRE DEL MONDO DIGITALE

Nei giorni nostri siamo testimoni di un’evoluzione scientifica e tecnologica sempre più veloce. Non facciamo in tempo ad apprezzare un nuovo prodotto che, in tempi brevissimi, ne nasce un altro più evoluto. Viviamo nell’era della globalizzazione per cui, idee, tendenze e problematiche possono essere diffusi su scala mondiale, grazie a sempre nuovi mezzi di comunicazione. Fra questi, infatti, non possiamo non menzionare la rete, divenuta talmente pervasiva, da far coincidere reale e virtuale e rendere le relazioni a distanza, allo stesso tempo, in prossimità ( Andrea Tomasi, Reale e Virtuale. Un mutamento antropologico. Seminario di Cultura Digitale. 2018 ).

Prof. Andrea Tomasi.

La tecnologia digitale rappresenta una vera e propria rivoluzione industriale che ha cambiato il nostro modo di fare le cose. Trattasi di una fonte grandiosa di conoscenze, di un “macroscopio” che rende visibile l’estrema complessità delle relazioni sociali, evidenziando connessioni dove prima non si riusciva a vedere nulla. Se ciò ci aiuti a vivere meglio, come dice padre Paolo Benanti, dipende da come interpretiamo questa nuova conoscenza: scientifica, deterministica o predittiva.

Padre Paolo Benanti.

A oggi, con un siffatto ambiente mediale, termini come quello di amicizia, è da intendersi nel senso del virtuale e social, e la storia è fornita da un aggregato di dati. Ciò comporta, conseguenzialmente, un effetto sulla dimensione antropologica, in altre parole su come comprendiamo e diamo valore alle esperienze umane.

Se è vero, infatti, che internet, rappresenta un’importante possibilità di accesso al sapere, è altresì constatabile come sia anche un luogo eminentemente esposto alla disinformazione, e alla distorsione consapevole dei fatti, tanto da generare forme di discredito, a discapito del rispetto delle persone e dei loro diritti. Un esempio, in tal senso, c’è dato dal gravissimo fenomeno del cyberbullismo ( Papa Francesco, Messaggio per la 53ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 2019 ).

Per quanto quindi, il mondo digitale abbia un rilevante valore pratico, lo possiamo anche considerare come un oceano, dove si trova di tutto e diversi generi di persone. E’ per questo motivo che occorre fare il massimo possibile per combattere i limiti della rete, cercando di sviluppare gli aspetti positivi e tenere sotto controllo quelli degenerativi. A tal proposito, come suggerito dal prof. Tomasi, il legislatore, dovrebbe intervenire disponendo restrizioni sulla possibilità di registrarsi in rete in forma sostanzialmente anonima o in età sempre più bassa. Tant’è che attualmente, si ritiene che l’età di iscrizione nei social network si sia abbassata a 12 anni e mezzo, ben al di sotto di quanto sarebbe ufficialmente consentito ( https://www.weca.it/news/editoriali/web-amplifica-bullismo/https://www.weca.it/news/facebook-suoi-meccanismi-modelli-culturali-redditivita/).

Il mondo digitale esercita una forte attrazione per coloro che, sentendosi soli, cercano relazione, coesione, condivisione e solidarietà. L’istantaneità del web paventa la possibilità di un’immediata soluzione, ma il forte rischio è di ritrovarsi ancora soli, coinvolti in un invano navigare, causa, oltretutto, di un probabile individualismo e alienazione rispetto al mondo off-line. Trattasi, nel caso, di una vera e propria dipendenza che potrebbe diventare anche patologica.

Oltre a quanto sopra esposto, dobbiamo tenere presente che la rete è una struttura tecnologica creata dall’uomo e coloro che s’incontrano in essa, sono altrettanto esseri umani. I contenuti riscontrabili, quali frutto di tutto ciò che fanno le persone, sono comunicati e fruiti attraverso internet. Ragion per cui è inevitabile tanto la possibilità del limite del peccato, quanto della grandezza dovuta alla realizzazione dell’uomo stesso. Sarebbe quindi auspicabile, che il web fornisca alle persone uno spazio per determinarsi, ma ciò può avvenire solo all’interno di una dimensione, dove esistono comunità e verità, in altre parole, all’interno di autentiche comunità.

Può, dunque, l’universo digitale, essere occasione per uno stare insieme significante e significativo?

Per rispondere a tale domanda, occorre, innanzitutto, creare le condizioni per una rete libera, aperta e sicura.

Riguardo la libertà afferente le relazioni digitali, circolazione dei contenuti e fruizione degli stessi, è un concetto oggetto di un confronto culturale, tutt’ora aperto fra due posizioni: una è quella occidentale ed anglosassone, che si fà sostenitrice della libertà di espressione e del valore di verità da considerare come paritetico a quello degli altri. L’altra posizione invece, è quella europea che sostiene, con forza, l’esigenza di un incisivo controllo della libertà digitale, onde evitare la circolazione di contenuti dagli effetti distruttivi e degenerativi, come nella fattispecie del cyberbullismo.

Siamo quindi in un mare aperto, ove si avverte la necessità e urgenza di introdurre delle scialuppe di salvataggio, rappresentate da quelle vere community, in grado di portare in salvo gli eventuali naufraghi. Trattasi di compagini in grado di far fronte ai pericoli della rete e dare aiuto anche per il superamento del problema legato alla solitudine. Il tutto può avvenire attraverso la diffusione di significati veri e non di mere opinioni e scontri verbali. Le autentiche comunità devono agire in opposizione alla generazione di aggregati d’individui sostenuti da argomenti contraddistinti da deboli legami, proponendosi come creatrici di coesione, ascolto, solidarietà e comunicazione d’amore, nel riconoscimento della reciproca identità fondata sulla comunione e alterità.

In tal senso è innegabile l’importanza della “pastorale”, volta a favorire l’incontro tra l’uomo e Cristo, attraverso gli ambiti intrecciati della celebrazione, catechesi e carità. La pastorale, azione che, come sostenuto dal dott. Fortunato Ammendolia – studioso di pastorale digitale del Centro di Orientamento Pastorale – necessita di “storicizzazione” da parte della Chiesa, in un confronto (attenzione e discernimento) con i linguaggi e cultura del tempo – oggi, modellata dalla tecnologia -. E ciò, secondo il principio della “incarnazione”. Per tale scopo diviene oltremodo importante, il passaggio da una pastorale di sola conservazione a una pastorale missionaria, cioè di “uscita” da schemi consolidati e ripetitivi, per essere Chiesa che sa farsi prossimo dell’uomo. In particolare, con riferimento al mondo mediale, si può parlare di pastorale digitale attenta alle “periferie digitali”, espressione coniata agli inizi degli anni novanta da Fortunato Di Noto, di recente approfondita dal dott. Ammendolia in un suo studio pubblicato sulla rivista ” Orientamenti pastorali” ( 10/2017 EDB).

Don Fortunato Di Noto

dott. Fortunato Ammendolia, studioso di pastorale digitale, sentiment analysis, intelligenza artificiale ed etica

A dimostrazione di una pastorale digitale “missionaria”, il Vaticano ha anche istituito un Osservatorio internazionale sul cyberbullismo. Testimonianza questa di come la Chiesa, si predisponga ad aiutare l’uomo nell’affrontare problematiche di rilevante confronto e sofferenza, che, coinvolgono chi è impegnato nelle comunicazioni sociali piuttosto che genitori o familiari, in altre parole tutte le persone.

Perché dunque, si possa parlare di uno stare insieme significante e significativo nella rete, è necessario riuscire a dare un’anima ai contenuti digitali. Per far ciò, occorre tener presente che, nel segno della comunione eucaristica, la community, non deve fondarsi sui like, quale espressione di un’emozione momentanea, bensì sulla verità dell’”amen” ( Papa Francesco, Messaggio per la 53ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 2019 ).

Come ci ricorda Romano Guardini, l’”amen” è l’affermazione di una volontà che, nella libertà, aderisce a Cristo, accogliendo l’altro, nella dimensione di un progetto più alto e spirituale. Essendo l’uomo fatto anche di spirito, immettere l’anima nella rete, è possibile solo mediante una forte testimonianza di comunione e verità.

Romano Guardini

Detto ciò non possiamo eludere l’esigenza di adulti capaci di educare i giovani alla scoperta del continente digitale, costruendo così un’alfabetizzazione mediale capace di preservare una valenza etica.

Continuando su tale scia di positive opportunità, padre Paolo Benanti, sostiene come il web possa essere considerato anche un validissimo alleato, ad esempio, per la tutela dei minori, per la ricerca e persecuzione dei loro eventuali abusatori.

La Microsoft, infatti, ha ideato un sistema che, consentendo l’individuazione dell’identità degli abusati, permette agli organi inquirenti, di intervenire con maggiore tempestività ed efficacia. E’ stato inoltre anche stilato, in collaborazione con la Chiesa, un impegno globale per la tutela dei minori in rete.

Ciò dimostra quindi, come all’evoluzione tecnologica, la Chiesa e la società, riescano a rispondere in modo sempre più attento, celere e dinamico.

 

Antonino Biondi