Annunciare in Digitale: l’esperienza del Terzo Spazio

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). È la richiesta di Gesù, l’ultima prima di salire in cielo: proclamare il Vangelo ad ogni creatura, in tutto il mondo. Certo è una richiesta impegnativa che gli apostoli duemila anni fa hanno accolto con coraggio, ma che ancora oggi, come allora, dovrebbe risuonare nel cuore di ognuno di noi. Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa, ma di ogni singolo fedele che si professa cristiano e che giorno dopo giorno mette in gioco la propria vita in un progetto che va aldilà di ogni umana credenza. In primo luogo, dovremmo fare il possibile perché la parola del Signore contenuta nelle Scritture si faccia evento, risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti. Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui disponiamo noi cristiani, ma a volte ce ne dimentichiamo e tendiamo a metterlo in un angoletto per dare spazio a idee e pensieri che non sono gli stessi che il Signore ci ha lasciato e invitato ad annunciare. Un messaggio che è pieno di speranza e che va condiviso con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita [1].

Ma come annunciare Dio oggi, in piena pandemia? Come annunciare agli uomini e alle donne di oggi che Dio è gioia e speranza? È la domanda che più di ogni altra ha scosso la vita delle comunità parrocchiali quando il virus del Covid19 ha sconvolto tutti i progetti e si è impossessato, senza permesso, della nostra esistenza. Ma poiché il Signore riesce a parlare in molti modi e in molte lingue, di certo non sarebbe rimasto in silenzio in questo tempo, un tempo altamente digitale e social e che si è rivelato finalmente capace di abbattere barriere e di fare comunione.
Negli ultimi anni, infatti, molto si è studiato e molto si è discusso sulla importanza di un cambiamento nella pastorale, sull’importanza fondamentale della cultura del digitale [2]. E allora, riprendendo le parole di Papa Francesco in Evangelii Gaudium: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità [3]», tutti noi, indistintamente dal ruolo ricoperto (sacerdoti, catechisti, gruppi famiglia o semplici fedeli) abbiamo dovuto mettere mano alla nostra fantasia e dare inizio a un nuovo modo di comunicare, di raggiungere l’altro, di farsi prossimo, di proclamare il Vangelo ad ogni creatura.

 

Dalla paura di non poter fare al coraggio di andare oltre
Dopo le prime settimane in cui la paura di non sapere ciò che stava succedendo, le notizie dei contagi e dei morti che aumentavano giorno dopo giorno, l’insicurezza di non capire come e cosa fare per arginare l’avanzamento del Virus, abbiamo di certo sentito la necessità di cominciare a spargere semi di speranza. Di fronte a questi momenti così difficili e complicati, davanti alla paura di non riuscire a dare un senso a tutto quello che stava succedendo, abbiamo dovuto imparare a fare memoria di Dio, cioè ricordare giorno dopo giorno che Dio mai si dimentica del suo popolo, nonostante tutto. E per fare questo il mondo digitale è diventato il nostro mondo, ovvero il luogo dove poter fare esperienza di Dio, non da soli nelle nostre case, ma insieme agli altri: insieme ai nostri bambini del catechismo e alle loro famiglie, insieme ai ragazzi dei nostri gruppi giovani, insieme a quei gruppi con i quali fino a qualche momento prima condividevamo il bello di essere Chiesa. Sono ancora ben impresse nei nostri occhi e nei nostri cuori le foto di tutti quegli arcobaleni che hanno invaso le televisioni per lanciare a tutti un messaggio di speranza, un invito alla fiducia che come un tam-tam ha raggiunto tutto, giovani e meno giovani, attraverso le tante pagine social con l’hashtag

Allora pur di mantenere vivi i rapporti con i ragazzi e le loro famiglie e continuare il percorso iniziato, ci siamo avventurati nel mondo del digitale per comunicare e incontrarci, a distanza, dietro uno schermo, ma insieme! Certo ci siamo resi conto di essere già da tempo immersi nel mondo del web, di utilizzare diversi strumenti di comunicazione e d’incontro, senza però avere spesso un minimo di competenza a riguardo. Abbiamo dovuto riprogrammare tutti i percorsi in atto con la scuola, con il catechismo, con le riunioni e abbiamo rinnovato le modalità di comunicazione, sollecitati da un nuovo modo di incontrarsi e aiutati da piattaforme e strumenti che ci hanno permesso così di interagire. Si è spalancato davanti a noi un nuovo mondo, che forse prima avevamo paura di conoscere e di usare, abituati a quel “si è sempre fatto così” che tanto caratterizza ancora, per certi versi, il nostro modo di essere Chiesa. Un “mondo”, cioè, che di fatto abitiamo già da molto tempo e che sta trasformando profondamente il nostro modo di essere: «Il digitale non solo fa parte delle culture esistenti, ma si sta imponendo come una nuova cultura, modificando innanzitutto il linguaggio, plasmando la mentalità e rielaborando le gerarchie di valori [4]». Questa comunione che abbiamo iniziato a creare tra Annuncio e cultura digitale deve essere un’occasione per immaginare qualcosa di nuovo, che sicuramente dovrà andare anche al di là della situazione di emergenza che stiamo vivendo nel momento presente.
È fondamentale quindi fare tesoro di tutto quello che viene da questo tempo di pandemia, riflettere sulle modalità di comunicazione dei giovani, ma non solo e quindi aggiornare il linguaggio con cui si vuole comunicare il Vangelo a tutti. Ovviamente, la vera questione non sarà come utilizzare le nuove tecnologie ma piuttosto come diventare presenza evangelizzatrice nel continente digitale [5].

 

Il terzo spazio per vivere in digitale un Annuncio di fede
In questi mesi abbiamo imparato a conoscere ed abitare un nuovo tipo di spazio, una dimensione altra rispetto alla casa e al lavoro/scuola, il cosiddetto “Terzo Spazio”: uno spazio in cui le persone possono interloquire tra di loro anche stando lontane. È ciò che avviene nei Social Network (Facebook, Twitter, Instagram), aperti tutto l’anno che diventano sempre più quei luoghi capaci di connettere tempo, spazio e interessi di centinaia di persone o di singoli gruppi che hanno bisogno di comunicare e condividere tra di loro determinate notizie.
Il concetto di “Terzo spazio” è difatti al centro della riflessione di John Potter e Julian McDougall, studiosi del College of Education della University of London. Inteso come un concetto ibrido, come luogo di costruzione e negoziazione dei significati – ha, come suggeriscono Potter e McDougall, un significato letterale e un significato metaforico. In senso letterale indica uno spazio extrascolastico, un museo, un momento di aggregazione libera finalizzato alla produzione di significati o artefatti. In un senso più largo è un terzo spazio anche un modo di costruire l’apprendimento in forma attiva tra insegnanti e studenti in un contesto formale. Di questo senso più largo sono parte le culture partecipative (Jenkins), gli spazi di affinità (Gee), il social network e i nuovi luoghi di aggregazione nel Web [6].
Nell’ultimo anno siamo stati chiamati ad affrontare sfide e situazioni che mai avremmo immaginato, sia a livello personale che a livello comunitario: questo momento di crisi ci ha obbligato di fatto a rimettere in discussione le nostre convinzioni, il nostro modo di fare e i nostri schemi di azione per attivare nuove strategie. In particolar modo il rapporto con le nuove generazioni, già di per sé molto difficile, ha rischiato e rischia di subire un crollo, un vuoto difficile da colmare…allora perché non sfruttare i mezzi dei giovani per comunicare e annunciare Gesù? Ma per poterli ingaggiare (e tentare di mostrare loro il Vangelo, prima che insegnarlo) c’è bisogno di accettare la sfida di andare a prenderli sul loro terreno, imparando a conoscere e riconoscere i loro mondi e luoghi di vita. E partendo da questo, dare vita ad una serie di connessioni e legami che possano diramarsi dai giovani e fare dei giovani il centro ma anche il mezzo per poter raggiungere tutti, indistintamente.

«In questo tempo non si tratta di mettere pezze, né di riaccendere i motori. Il corpo sociale non è una macchina da riparare ma un organismo, che oggi ha bisogno di rigenerarsi[7]» si tratta allora di costruire dei ponti, di comprendere che se la rete è usata come prolungamento di un incontro, di un annuncio, non tradisce sé stessa ma rimane risorsa per la comunione [8].

Legami onlife FOCR

Ovviamente il “terzo spazio” che offre la comunicazione digitale deve fondersi con il “terzo spazio” che è l’aggregazione…dobbiamo quindi tornare ad incontrarci, poiché nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona: non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti, proprio in quanto “INTERNET” tende ad annullare le  distanze  fisiche e mentali, liberando l’individuo dalle coercizioni dipendenti dalle componenti  prossemiche più’ proprie delle comunicazione vis a vis [9].

Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto, internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù. La parola è efficace solo se si vede, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale [10].

 

La mia esperienza di Terzo Spazio
Aprire gli occhi per riscoprire la speranza che poteva e doveva nascere da tutta questa situazione è stato anche il motto che ha un po’ segnato la mia esperienza come catechista e responsabile dell’oratorio della mia parrocchia. In particolare, l’icona dei discepoli di Emmaus, che dopo la disperazione di aver perso il loro Maestro e di sentirsi abbandonati, con Lui camminano e ne fanno esperienza fino a quando nella condivisione del pane “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 13-35), è stata fonte di ispirazione per la creazione e la realizzazione del nostro “terzo spazio” in parrocchia.
I bambini e i ragazzi che frequentano il nostro oratorio erano “abituati” a vivere e a fare esperienza di Gesù attraverso il gioco e i laboratori creativi: ma come proporre tutto questo anche a distanza? La nostra scelta è poi ricaduta sulla dashboard del Padlet, la cui definizione più simpatica è “muro virtuale”, ovvero una sorta di bacheca online dove condividere messaggi, foto, progetti, video, etc etc. Prendendo spunto da quello che è stato il logo per l’anno oratoriano 2020-2021 della Pastorale Giovanile (FOM) della Chiesa di Milano, ovvero “A occhi aperti”, abbiamo realizzato il nostro Muro Parrocchiale e lo abbiamo reso quel “terzo spazio” di condivisione e comunione con i nostri bambini e i nostri ragazzi.

Nonostante la diffidenza inziale di alcuni genitori, che dovevano fare i conti con un’altra novità nella loro vita già messa a dura prova dalla DAD e dai numerosi cambiamenti nell’utilizzo delle piattaforme per la scuola, abbiamo poi riscontrato un discreto successo nel suo utilizzo ed è diventato un punto fermo che settimana dopo settimana ci dava modo di incontrarci pur stando lontani.
Questo mondo digitale, allora, non è proprio così malvagio come alcuni lo descrivono! Certo ha i suoi rischi, i suoi buchi neri come, ad esempio, il cyberbullismo che oggi tanto cerchiamo di combattere…ma come per tutte le cose va studiato e compreso, ne fatta esperienza per poi ricavarne solo il buono e il bello. «Internet e le reti sociali creano una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone […] rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere anche in iniziative e attività pastorali [11]».

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La Pastorale Digitale: luogo di incontro per l’Annuncio di Fede
In questo tempo, allora, segnato dalla ripresa delle attività in tutte le sue forme e in tutte le sue realtà, dobbiamo riuscire a cogliere tutto quello che di buono ci ha lasciato la pandemia e da queste ripartire per riuscire a proclamare il Vangelo in tutto il mondo e ad ogni creatura. «Oggi l’azione pastorale richiede che si sappiano utilizzare le possibilità e gli strumenti più recenti. Non sarà quindi obbediente al comando di Cristo chi non sfrutta convenientemente le possibilità offerte da questi strumenti per estendere al maggior numero di uomini il raggio di diffusione del Vangelo [12]».
La Pastorale Digitale assume così un ruolo fondamentale, deve generare comunione ed educare alla fede, deve aiutarci a progredire verso il mistero luminoso di Cristo, deve avere a che fare realmente con le intenzioni e i desideri degli uomini: non si hanno più tante scuse da accampare per non fare. La pastorale digitale oggi più che mai non deve ridursi a condividere risorse digitali, ma piuttosto essere strumento per attivare storie di relazione autentica e quindi uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare la Chiesa[13].
Comincia ad essere evidente il fatto che la Buona Notizia deve essere fatta conoscere anche nell’ambiente digitale e diventare mezzo per fare esperienza di Cristo per tutti coloro che i quali questo spazio esistenziale è sempre più importante. L’ambiente digitale ormai fa parte della realtà quotidiana di molte persone, non solo giovani e giovanissimi. Sono molte le persone che giorno dopo giorno scoprono nei Social Network quel mezzo che può aiutarli ad abbattere le distanze per restare in comunicazione con i propri figli o i propri nipoti. Diventano quindi il frutto dell’interazione umana e danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.
La Pastorale Digitale non deve ridursi ad una sorta di messaggistica religiosa solo per comunicare date e orari di un evento ma deve assumere uno stile ben preciso per una comunicazione del Vangelo capace veramente di toccare i cuori, i desideri di assoluto e di verità di quanti non credono. Il web, in questo senso, diventa un’opportunità perché è diventato lo spazio del nostro tempo, dove anche coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto possono diventare i destinatari della buona notizia…e la Pastorale Digitale deve esserne il mezzo.


Facciamo nostre le parole di Papa Francesco, quindi, e impariamo a fare della Pastorale Digitale un luogo di ascolto e partecipazione con l’altro che non vediamo ma è reale, per raggiungere tutti e a tutti annunciare con gioia la Buona Notizia di Gesù che è sempre con noi!

Lucia Scafi, Istituto Leoniano di Anagni, A.A. 2020/2021

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

[1] GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Redemptoris Missio (7 dic. 1990) in AAS 83 (1991) 267-268.

[2]«L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche». Francesco, papa, Evangelii Gaudium, Esort. Ap. (24 nov. 2013), in vatican.va, n. 86-90

[3] Ibidem, n.33

[4] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 359.

[5] Ibidem, 371.

[6] Convegno del Sirem, Media, educazione e terzi spazi, 7/8 luglio 2020, in sirem.org

[7] C. Giaccardi – M. Magatti, Nella fine è l’inizio, il Mulino 2020, ˂https://www.avvenire.it/agora/pagine/costruire-un-ponte-oltre-il-covid˃

[8] https://www.focr.it/wp/wp-content/uploads/2020/12/PASTA-S-NPG-4-2020-legami-onlife.pdf

[9] https://www.edscuola.it/archivio/lre/prossemica.htm

[10] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 360

[11] Francesco, papa, messaggio per la 55° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, 23 gen. 2021, in Vatican.va

[12] Istruzione Pastorale sugli strumenti della Comunicazione Sociale pubblicata per disposizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Communio et Progresso, 29 maggio 1971, n. 126 in vatican.va.

[13] F. Ammendolia, Introduzione a riflessioni ed esperienze di pastorale digitale, in Orientamenti Pastorali 5(2016), EDB.




SCUOLA, DAL COVID ALLA TECNOLOGIA

Era un tranquillo e normale 4 marzo del 2020, quello in cui ci siamo trovati davanti ad un qualcosa di inimmaginabile. Il Virus denominato “COVID-19”, un nemico tanto piccolo quanto sconosciuto, e proprio per questo, apparentemente invincibile, aveva cominciato ad invadere la nostra penisola italiana, costringendo il governo alla chiusura delle scuola. L’11 marzo del 2020 non solo l’Italia, ma tutto il mondo sembrava inginocchiarsi davanti a questo infido rivale, tanto da costringere, il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, a dichiarare che il COVID-19 rappresentava una pandemia globale, riconoscendo che il virus avrebbe irrimediabilmente colpito ogni parte del globo. Ciò che avevamo potuto solo immaginare o vedere nei film d’azione, era diventato realtà. Dal mese di marzo del 2020 ad oggi, le nostre vite sono state sconvolte, la nostra libertà è stata limitata, le nostre abitudini, i nostri progetti hanno subito delle deviazioni o arresti e la nostra invisibile battaglia è ancora in atto. Il COVID-19 si è infiltrato in ogni ambito e così alle difficoltà sanitarie si sono aggiunte quelle economiche e sociali.

 

 

La DAD  a difesa della scuola

Anche la scuola si è trovata repentinamente sotto attacco ed i suoi principali attori, gli studenti, supportati dagli insegnanti hanno dato il massimo per reggere all’urto. L’intero mondo scolastico e formativo si è trovato davanti ad una nuova sigla: DAD (didattica a distanza), ovvero un tipo di formazione e insegnamento in cui non vi è una condivisione di uno spazio e un’interazione fisica tra docente e studenti, ma tutto è mediato dall’utilizzo di mezzi tecnologici. I sistemi educativi di tutto il mondo hanno sofferto la pandemia a livello sia scolastico sia accademico. Ovunque si è cercato di assicurare una celere risposta mediante piattaforme digitali per la didattica a distanza, la cui efficacia è stata però condizionata da vari fattori, principalmente da una marcata disparità delle opportunità educative e tecnologiche.

 

 

Per anni il dibattito politico si era riempito la bocca di parole altisonanti come rivoluzione digitale, rinascimento digitale, intelligenza artificiale nell’educazione, ma la pandemia ha anticipato l’esame per ognuno di noi. La scuola si è svegliata di soprassalto dall’urgente chiamata a rinnovarsi e a trovare tutte le forme possibili per non lasciare indietro studenti e famiglie, “ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa” [1]. Dopo oltre un anno di convivenza con questo nostro nemico, che speriamo presto di debellare definitivamente, è impossibile non riflettere sull’immane supporto che la tecnologia ha offerto alla scuola e alla formazione dei giovani.

 

 

La tecnologia rimedio all’ignoranza

Molti articoli e dibattiti si sono incentrati sulla DAD, sono stati sottolineati i suoi elementi positivi e quelli negativi. Ma non è questo il fine del presente articolo, anzi si desidera sottolineare come, il COVID-19, paradossalmente, ci ha “aiutato” a comprendere profondamente come la tecnologia può aiutare nella didattica. I docenti, con non pochi sforzi, si sono impegnati per aggiornarsi e poter trarre profitto dai mezzi di comunicazione utilizzati. Basti pensare alle video lezioni sulle varie piattaforme che hanno permesso di organizzare l’incontro, seppur a distanza, tra studenti e docenti. La tecnologia ha apportato numerosi vantaggi nell’ambito formativo, come ad esempio il fatto che gli studenti e i docenti si sono potuti concentrare sulla formazione senza la necessità di spostarsi dalla propria abitazione, risparmiando così anche tempo. Nei luoghi in cui è stato possibile, la tecnologia ha permesso la conciliazione del desiderio di crescita personale con i vari impegni lavorativi. Un altro pregio è che spesso la didattica a distanza permette la riduzione dei costi e quindi la possibilità di offrire una formazione a prezzi più agevolati e pertanto è accessibile a più persone. Possiamo dire che la tecnologia, nei periodi di chiusure forzate o di quarantene obbligatorie, ha permesso di salvaguardare la cultura e la formazione, aiutando le scuole a fornire il proprio servizio e a continuare il percorso didattico attraverso lezioni online, registrazioni, compiti e contatti diretti o indiretti con i propri studenti.  Occorre soprattutto ammettere che i mezzi di comunicazione hanno permesso, principalmente agli studenti più piccoli di non perdere l’abitudine all’incontro con gli insegnanti e gli altri compagni di scuola.

 

 

 

Respiriamo, soffermiamoci, e riflettiamo. Quanto tempo avremmo perso senza l’ausilio della tecnologia? Quante energie avremmo sprecato? Quanta diffusione e apprendimento della cultura avremmo tralasciato? Quanti ragazzi, soprattutto nei luoghi più difficili, avremmo lasciato in disparte senza poter seminare in loro il più piccolo seme di curiosità e interesse culturale? Nessuno mette in dubbio il fatto che la scuola sia fatta di quotidianità, frequenza, vicinanza e collaborazione, anzi, il distanziamento sociale, che è stato imposto, è il contrario della sua vera essenza. Il contatto umano, lo scambio di idee, di conoscenze, non possono esistere se non tra i muri di un Istituto Scolastico. Tuttavia, grazie alla tecnologia, nonostante le porte fisiche della scuola siano state chiuse, essa è stata capace di accogliere gli allievi, attraverso gli smartphone, i tablet, i computer e quant’altro possa offrire la tecnologia. Grazie ad essa, il sistema educativo non ha rinunciato alla quotidianità, ha assicurato agli studenti la continuità didattica, anche se tra non poche difficoltà, e gli insegnanti sono riusciti a rimanere al fianco dei propri alunni per continuare il lavoro didattico e soprattutto, per dimostrare la loro vicinanza a bambini, ragazzi e giovani. I mezzi di comunicazione, anche quelli più semplici, in un clima così difficile di chiusura e distanziamento, hanno permesso alla scuola di aiutare studenti ed insegnanti ad “aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni” [2]. Ogni singolo membro della scuola è stato “salvato” dalla tecnologia, che ha permesso a tutti loro di farsi compagni, di darsi coraggio e di andare oltre la fatica fisica e soprattutto quella mentale. La tecnologia ha “salvato” la didattica, che seppur chiamata DAD, desidera ardentemente perseguire il suo fine, ovvero l’educazione delle future generazioni, promuovendo la crescita culturale attraverso lo scambio di informazioni, proposte per mezzo di lezioni da remoto e scambi di materiale didattico su gruppi di classroom.

 

 

Un cambiamento epocale

Naturalmente, l’uso massiccio della tecnologia in ogni ambito della nostra vita, soprattutto in quello scolastico e accademico, ci fa riflettere sul fatto che ci troviamo nel mezzo di un grande cambiamento culturale e valoriale. Se precedentemente gli strumenti informatici erano malvisti e mal sopportati in quanto generatori di distrazione, oggi, paradossalmente, risultano indispensabili. La tecnologia ha permesso con fatica, durante la rapida diffusione di una pandemia globale, il prosieguo dello studio e del lavoro, garantendo in tal modo i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Con la mediazione dei mezzi di comunicazione, studenti e docenti all’interno dei muri delle proprie camere e distanti tra loro, si sono quasi per magia ritrovati, insieme ed uniti, all’interno di un’aula virtuale e così hanno potuto continuare l’attività scolastica. La scuola dunque, grazie alla tecnologia, ha potuto portare avanti la propria missione.

 

 

Al centro della scuola rimane la persona

Il COVID-19 quindi è stato un grande banco di prova per le istituzioni formative ed educative, ma è stato anche un’importante esperienza che permetterà alla scuola di migliorare e di fare il salto di qualità. Non possiamo dimenticare che l’ambiente educativo sia fatto di persone che si incontrano, interagendo direttamente e “in presenza”. Tale presenza, non costituisce semplicemente un elemento accessorio all’attività educativa, ma anzi, è la sostanza stessa di quel rapporto di scambio e di dialogo tra docenti e discenti, che è indispensabile per la crescita della persona e per la comprensione della realtà. Tra le mura delle aule scolastiche, nelle biblioteche e nei laboratori universitari, vengono a crearsi e a costituirsi delle relazioni e dei legami. Non sono coinvolti, quindi, solo i bambini dell’infanzia o della scuola primaria, ma tutte le persone che dall’infanzia, all’adolescenza e nella prima età adulta si trovano nel sentiero della crescita psico-pedagogico che non può realizzarsi senza l’incontro con gli altri. Tale presenza dell’altro fa nascere le condizioni necessarie per lo sbocciare dell’inclusione e della creatività.

 

 

La pandemia ha coinvolto anche i docenti, mettendo in discussione il loro metodo di insegnamento e l’approccio verso gli studenti, dando vita ad un processo di cambiamento e di arricchimento del proprio bagaglio culturale e didattico. La missione ardua e complessa che i docenti si trovano a svolgere quotidianamente, in presenza o a distanza, “ha bisogno di essere sostenuta attraverso una solida formazione continua che sappia andare incontro alle esigenze dei tempi, senza perdere quella sintesi tra fede, cultura e vita, che costituisce la peculiare chiave di volta della missione educativa attuata nella scuola” [3].

 

 

Riforma della scuola: innovazione e tradizione

La scuola quindi, dovrà inevitabilmente prendere atto del fatto che ci troviamo nel punto di non ritorno. I tempi sono maturi e non è possibile voltarsi indietro, da una parte dovrà incentivare un uso sempre più consapevole dei mezzi informatici per gli studenti, gli insegnanti, e le famiglie. Solo così si riuscirà a cogliere con profitto quest’esperienza che stiamo vivendo, così inedita ed inaspettata, per promuovere il potenziamento delle tecnologie e favorire una strategia nazionale della crescita della banda ultra-rapida. Mai come in questo periodo, ci siamo resi conto della necessità di una buona e veloce connessione internet. D’altra parte la scuola dovrà continuare a tener conto del fatto che la al centro dell’azione educativa vi è la relazione con la persona concreta e tra le persone reali che costituiscono la comunità educativa. Questa relazione tra persone, non può accontentarsi dell’incontro mediato attraverso uno schermo o nelle connessioni digitali, che rimangono pur sempre distanti. Ci troviamo quindi all’inizio di una nuova era educativa, nella quale dovremo essere capaci di trovare percorsi formativi nuovi che ci consentano di crescere insieme utilizzando gli strumenti relazionali che ci offre la tecnologia di oggi, pur non rinunciando all’ascolto e all’incontro reale con l’altro, donando tempo per una comune riflessione e progettualità, facendo tesoro dei racconti personali e progetti condivisi, degli insegnamenti della storia e della saggezza delle generazioni passate. Solo in questo modo sapremo davvero trarre vantaggio da un periodo di straordinaria sofferenza, anche educativa, dovuta alla pandemia, che in alcune regioni del mondo, ha causato l’allontanamento di milioni di bambini dall’educazione e dalla formazione, facendoli rimanere indietro nelle opportunità di sviluppo sociale e cognitivo. La scuola quindi ha l’occasione di rinnovarsi e migliorarsi, facendo passi avanti, sostenuta dalla tecnologia, ma con lo sguardo indietro e nel presente, ricordando che essa ha a che fare con l’uomo, e questo, non può far a meno della relazione reale con gli altri.

 

Michele Bianchi, studente IV anno teologia, Pontificio Seminario Leoniano, Anagni (Fr).

 

Sitografia

[1] PAPA FRANCESCO, Momento straordinario di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, 27.03.2020. In http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200327_omelia-epidemia.html

[2] PAPA FRANCESCO, Discorso al mondo della scuola italiana, Piazza San Pietro, 10 maggio 2014. In http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/may/documents/papa-francesco_20140510_mondo-della-scuola.html

[3] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Lettera Circolare alle scuole, università e istituzioni educative, Città del Vaticano, 10 settembre 2020. In https://www.educationglobalcompact.org/it/villaggio-dell-educazione/lettera-circolare-a-scuole-universita-istituzioni-educative-855/




T’incontro nella comunione

Educarci alla comunicazione

 

Iperconnessi è lo stato in cui attualmente ci troviamo e ne ha parlato molto bene anche il cantautore Vasco Brondi. Siamo nell’era digitale e ci domandiamo come abitare questo mondo? Ecco, allora, T’incontro nella comunione, una proposta nata dalla programmazione del Progetto Policoro Regionale del Lazio «sollecitati dalla pubblicazione della Fratelli tutti[1] e dalla preparazione della 49a edizione delle settimane sociali dal tema Il pianeta che speriamo»[2]. Questa offerta formativa

ha come obiettivo la formazione e l’avvio di un percorso di conoscenza delle realtà giovanili sul territorio regionale, al fine di progettare una nuova esperienza di formazione regionale. […]

[La mission è quella di] una pastorale che risponda ai bisogni di singoli territori e che accolga anche il respiro di prospettive più ampie, che tenda a unire le risorse, coinvolga in un pensiero che doni senso di realtà e al tempo stesso non trascuri di essere vicino al cammino di ciascuno. […] [È una] opportunità per migliorare il servizio nelle diocesi e nei territori.

La pastorale è infatti organica, richiede più sguardi e diversificazione di funzioni per essere: la voce di una sola Parola e le mani di molti modi di farsi carità[3].

 

Mi sono lasciato ispirare dal primo modulo della serie di webinar formativi inerente alla comunicazione, tema emergente nel mondo educativo giovanile e che la situazione pandemica ha reso ancora più urgente. Fruttuosa è stata la collaborazione al progetto di molti uffici regionali. Oltre al coordinamento regionale del Progetto Policoro Lazio hanno interagito gli uffici regionali di Pastorale Giovanile, di Pastorale Sociale e del Lavoro, delle Comunicazioni Sociali e di Pastorale Vocazionale.

 

 

Proposta

 

La proposta di un possibile percorso per educarci alla comunicazione in quest’era di iperconnessione si compone di due parti: nella prima desidero parlarvi dell’oggetto, il cosa, il contenuto, ossia «comunicare, volto di una comunità in comunione»; poi cercherò di tratteggiare lo stile, il come, l’attività ovvero «educaci alla comunicazione, la comunione all’opera».

 

Mio intento sarà quello di incontrarci nella comunione, quella di Dio, per sentirci ed essere Chiesa, comunità che cammina rivolta verso l’Uno e Trino e che si incontra educandosi alla comunicazione. Comunicare oggi nell’era digitale richiede un linguaggio che sia digitale.

Mai l’uomo sarebbe riuscito a scoprire l’intimità di Dio se questo non si fosse manifestato o rivelato. […] Il Dio della fede cristiana si è rivelato come un Dio trinitario, nel quale coincidono l’unità e la pluralità, un solo Dio e tre persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. […] Solo a partire dalla comunione intratrinitaria si può comprendere il progetto di comunione e comunicazione che definisce la vocazione dell’umanità secondo la fede cristiana; solo a partire dalla comunione intratrinitaria si può comprendere il valore e il significato della comunione umana[4].

 

Occorre stabilirsi e non fuggire questo «continente digitale»[5] e «pensare come possiamo sfruttare le potenzialità dei media di comunicazione che dovrebbero diventare un luogo da abitare: esserci dentro per capire contenuti e dinamiche e accompagnarlo, per far sì che diventi uno strumento della Grazia»[6].

Per fare questo non possiamo stare da soli, ma sentirci parte di questo continente digitale e riscoprire la dimensione della prossimità e della missionarietà che è precipua della fede cristiana. Incontrarci anche con l’uso dei social e dei mezzi che la comunicazione di massa mette a disposizione ci renderà compagni di viaggio. «Ciò che mette in relazione le persone è la comunicazione. Mi piace sottolineare come in italiano esistono due parole che si avvicinano molto tra di loro e ci fanno comprendere questo significato: la parola “comunicazione” e la parola “comunione”»[7].

 

In comunione, possiamo sentirci «comunità digitale» reale tanto quanto una comunità territoriale, dunque capace di comunicare e annunciare il Vangelo, sebbene con modalità precise e linguaggi precipui, così come sarà più avanti meglio specificato.

 

COMUNICARE, VOLTO DI UNA COMUNITÀ IN COMUNIONE

 

La parola “comunicare” viene dal latino cum-munus e vuol dire portare insieme un munus, ovvero un dono che è al contempo un impegno

 

È doveroso definire, mettere una linea di contorno circa il termine «comunicare» per intendere univocamente il suo significato e non generare equivoci. «La parola “comunicare” viene dal latino cummunus e vuol dire portare insieme un munus, ovvero un dono che è al contempo un impegno. Munus ha, infatti, entrambi i significati: dono e impegno, regalo e onere. La comunicazione è quindi sempre un evento dialogico, avviene tra almeno due persone: non sono io che comunico, ma siamo noi che comunichiamo»[8].

 

Non ho alcuna pretesa di esaurire il tema della comunicazione e in particolare quella digitale. Non mi vorrei lasciare assorbire dall’assillo quotidiano dell’essere al corrente di tutto e nel minor tempo possibile[9]. Lo spirito che mi anima è quello di metterci in cammino, in comunione, nel continente digitale; offrire il mio contributo condividendo e mettendomi dunque in dialogo con altri compagni. Lo stile è proprio quello di Dio che chiama ogni uomo alla comunione con Lui al di là dei propri talenti, capacità, abilità, ecc. «Fuori dalla relazione non c’è comunicazione, non c’è comunione, non c’è vita»[10].

 

L’impegno della chiarezza e del dono gratuito

La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno

 

Circoscritto il verbo comunicare, occorre fare una precisazione che è premessa importante nell’atto della comunicazione. Ci muoviamo nel mondo digitale non per conquistarlo, per avere primariamente uno spazio, ma per rispondere al dono gratuito dell’incontro con una Persona, Cristo Gesù, che — come ha ricordato papa Benedetto XVI — «dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva»[11].

È l’Amore che muove tutto, che crea, che ci mette in movimento. «Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?»[12]. Ecco cosa comunicare: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8). Il dono che Dio vuole fare a tutti gli uomini è se stesso, il «Dio con noi» (Mt 1, 23), la sua compagnia per le strade della vita, la sua luce. Sono doni senza prezzo, che superano ogni nostra capacità di restituzione e ricompensa.

 

Che bello scoprire che non siamo soli né i soli ad aver incontrato Cristo, ma c’è tutta una comunità in comunione col medesimo Padre che lo comunica con gioia. È la gioia del Vangelo da comunicare e da tramettere anche nel mondo digitale. Una gioia che non si codifica, ma che traspare dal modo con cui lo si comunica. Occorre dunque fermarci per formarci alla comunione divina e ricordarci che il virtuale è reale[13].

 

 

Per rendere comprensibile questo passaggio si utilizza nel linguaggio digitale il termine on-life[14]Il virtuale è molto più reale di quel che ci rendiamo conto. La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno.

Ricordiamoci che l’impegno nella comunicazione consiste nella chiarezza missionaria con cui si annuncia Chi abbiamo incontrato e che lo facciamo con gioia. «La nuova evangelizzazione si propone in questi contesti non come un dovere, un peso ulteriore da portare, ma come quel farmaco capace di ridare gioia e vita»[15].

 

La disponibilità ad accogliere e far maturare

Nel continente digitale c’è tutto un mondo pieno di occasioni per manifestare il volto di una comunità in comunione, quella cristiana

 

Dopo la premessa maggiore che «la Chiesa conosce un solo criterio per rinnovare ogni giorno la speranza: [ovvero] essa sa che “fedele è Dio”, dal quale siamo stati “chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1Cor 1,9)»[16], ci disponiamo ad un rinnovato slancio missionario nell’ambiente digitale che «richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche»[17].

 

Nel continente digitale c’è tutto un mondo pieno di occasioni per manifestare il volto di una comunità in comunione, quella cristiana. È un «luogo di vita [che] offre tante opportunità inedite, soprattutto per quanto riguarda l’accesso all’informazione e la costruzione di legami a distanza, ma presenta anche rischi»[18]. Comunicare, allora, non è solo uno spostamento e scambio di ordine materiale, quantificato in termini di bit — dall’inglese binary digit, numero binario — ma spazio di amicizia. Il rischio di massificazione o di generazione di «nuove individualità solitarie capaci di comunicare con tutti, ma senza intimità personale con nessuno»[19] è dentro la rete, e proprio per questo non si può restare fermi.

 

La disponibilità ad accogliere l’impegno di abitare, interagire, formarsi nel continente digitale non vuole rispondere subito a un’urgenza, come ad esempio quella dell’attuale situazione pandemica che ha richiesto un lockdown e la riduzione del movimento fisico — che ha permesso di ampliare in maniera esponenziale l’attività in rete — ma per essere fedeli alla missione di Cristo. «Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro: Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole» (Rm 10, 17-18). La maturazione personale e comunitaria di questo mandato ci farà trasmettere quel volto di una comunità in comunione che sa riflettere l’ardore e la passione per Gesù e comunicare on-life questa Buona Notizia.

 

EDUCARCI ALLA COMUNICAZIONE, LA COMUNIONE ALL’OPERA

 

I discepoli di Cristo comunicano l’amore di Dio per l’umanità esprimendolo con la propria vita e in tutti gli ambiti della vita, anche quello digitale

 

Come esprimere la comunione che noi cristiani viviamo? «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). I discepoli di Cristo comunicano l’amore di Dio per l’umanità esprimendolo con la propria vita e in tutti gli ambiti della vita, anche quello digitale. Occorre educarci alla comunicazione e questo non lo si fa elaborando teorie, ma facendo comunione, vivendo la comunione di Gesù Cristo col Padre, nello Spirito Santo. È una vocazione impegnativa, anzi è una chiamata alla responsabilità e la rinuncia comporterebbe il non desiderare un futuro buono, una vita piena.

 

Non tratterò di modalità esecutive, di tecniche per comunicare in modo efficace ed efficiente, ma mio intento è quello di «suscitare una consapevolezza culturale e spirituale che possa riversarsi in un’azione soprattutto educativa rispetto agli aspetti critici legati all’infosfera. […] L’infosfera non è uno strumento, ma è l’ambiente popolato dalle informazioni, in cui vivono le informazioni e in cui anche noi viviamo»[20].

 

«È finito, perciò il tempo di riflettere sul futuro della Chiesa, è tempo di mettere mano alla Chiesa del futuro»[21]. Questo senza dimenticare la propria tradizione e anche gli esempi di educazione alla comunicazione di persone che con la propria vita hanno reso testimonianza al Vangelo e donato vie percorribili per vedere come la comunione è all’opera. Sono esistenze generose che hanno annunciato quanto prima hanno ricevuto e che nella trasmissione di questo dono anche noi oggi godiamo dei frutti vivi e operanti nella vita della Chiesa[22].

 

Gesù Cristo, modello di educatore comunicativo

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

 

Il modello esemplare cui ispirarsi per rispondere alla necessità di educare l’uomo per una vita responsabile nell’era della comunicazione di massa anche digitale è Gesù Cristo.

Quando il Concilio di Firenze sintetizza il mistero della comunione trinitaria non fa altro che presentare, pur in maniera inconsapevole, un modello perfetto di comunicazione: “Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio è tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito è tutto nel Padre, tutto nel Figlio” (DS 1331). […]

Dio assume l’iniziativa di comunicarsi, ma la realizza in una maniera particolare che è quella di farsi carne, tempo, divenire, come l’uomo con il quale vuole entrare in contatto. Sembra che valgano anche per Dio, dunque, due degli assiomi fondamentali del processo comunicativo: è impossibile non comunicare ed è impossibile comunicare senza definire correttamente la relazione[23].

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere. Così il linguaggio digitale deve essere concepito: un dare l’occasione propizia in rete di essere comprensibili, di trasmettere in questo canale la Grazia ricevuta e comunicarlo gratuitamente, senza aspettarsi un tornaconto, una resa.

 

Educarci

 

È proprio nello spirito dell’educare il tirare fuori ciò che di bello ciascuno ha dentro di sé; al tempo stesso non si retrocede, perché si è disposti a essere in comunione, a dialogare, a farsi accompagnare, a lasciarsi educare. È un cammino da fare insieme, in sinodalità.

«Il mio volto camminerà con voi» (Es 33,14). Cercare un volto è quello che tutti noi abbiamo fatto sin dal principio della nostra esistenza. Saremo volto di una comunità in comunione se saremo disposti a farci compagni di viaggio, in una relazione aperta dove possono intrecciarsi vite con l’occasione del virtuale che è reale.

 

Questa comunione all’opera ci fa testimoni credibili e appassionati oltre che umani e avvicinabili. Così i cristiani possono comunicare la propria esperienza di fede. La dimensione relazionale, lo scambio reciproco risulta essere vitale. Da solo il linguaggio digitale, gli elaborati elettronici, il tweet, la story di Instagram, ecc. «potranno anche fornire un numero sempre più copioso e certo di informazioni, ma non saranno mai in grado di produrre una testimonianza. L’aspetto singolare della testimonianza, rispetto all’esperienza, è la sua estroversione, cioè il suo indirizzarsi all’altro. […] La testimonianza si rivolge all’altro, è all’altro che il testimone vuole comunicarsi»[24].

 

Relazionarci

 

Non basta essere sempre connessi, ma è evidente che è necessario essere realmente in relazione. Dio, infatti, «si rivelò, in parole e in atti, al popolo che si era acquistato come l’unico Dio vivo e vero, in modo tale che Israele sperimentasse quale fosse il piano di Dio con gli uomini e, parlando Dio stesso per bocca dei profeti, lo comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e lo facesse conoscere con maggiore ampiezza alle genti» (DV 14). Non ci si può limitare, perciò, a postare un messaggio, a condividere una immagine bella, a reindirizzare verso meditazioni profonde, ecc. Bisogna abitare il continente digitale, entrare nelle storie umane e discorrere. Comunicarsi indicherà così sia comunione, lo stare uniti, in relazione, sia comunicare, trasmettere la Parola con la propria vita condivisa.

 

Gesù in questo è maestro e pedagogo, è la chiave ermeneutica. «Non si tratta tanto di inventare cose nuove, quanto di cominciare a dare nuovo vigore a ciò che in molti casi già esiste»[25]. Gesù Cristo è il modello per eccellenza di educatore comunicativo. A Lui ci rivolgiamo e preghiamo e possiamo anche ispirarci a degli esempi di persone — che saranno presentate di seguito — che hanno donato la loro vita per annunciare il Vangelo, servendosi dei mezzi che il loro tempo offriva.

 

Esempi di educazione alla comunicazione

 

Interagire con un mondo reale e virtuale[26] non è cosa da poco, ma un’indicazione principe può fare chiarezza su questa realtà: «la social-pastorale non esiste, evangelizzazione e pastorale presuppongono l’incontro, la comunità reale e non la virtual community. L’uso dei social, quindi, deve ispirarsi a questo criterio guida: non c’è comunicazione, non ci sono relazioni che vivono solo online. Il virtuale è utile strumento di collegamento […] ma sempre funzionale all’incontro personale»[27].

 

Beato Giacomo Alberione

Un grande esempio di comunicatore del Vangelo che ha saputo per primo evangelizzare con i mezzi di comunicazione sociale: il beato Giacomo Alberione

 

A tal proposito non si può non riportare un grande esempio di comunicatore del Vangelo che ha saputo per primo evangelizzare con i mezzi di comunicazione sociale: il beato Giacomo Alberione. Possiamo da lui riprendere il metodo utilizzato e attuarlo in chiave paradigmatica per la comunicazione digitale. Occorre una formazione, una certa professionalità perché

i contenuti del messaggio di salvezza, per essere trasmessi attraverso i mezzi di comunicazione, si devono tradurre secondo i canoni propri di tali mezzi, i quali hanno un loro linguaggio e metodo e leggi propri. Perciò, da chi opera in essi, si richiede alta capacità professionale e vera statura apostolica. La prima garantisce il rispetto della dinamica propria degli strumenti; la seconda, l’autenticità del messaggio[28].

Il lavoro è molto, ma non è impossibile se si ha una visione cristocentrica che guarda a — come spesso soleva ripetere don Alberione — Gesù Cristo Via, Verità e Vita. La relazione personale con Lui è trasformante.

 

Il beato Alberione soleva dire: «Il Signore accende le lampadine in avanti, man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre a “tempore opportuno”»[29].

San Paolo VI — che conosceva a fondo lo spirito e l’attività della sua Famiglia Paolina e ammirava profondamente il suo fondatore — ne ha tracciato un profilo sintetico e stupendo:

Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula tradizionale: “ora et labora”), sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni[30].

 

Beato Carlo Acutis

Il beato Acutis utilizzava i moderni mezzi di comunicazione informatici di cui era uno straordinario conoscitore. Aveva una così tanta passione e intelligenza riguardo ai computer e alla programmazione da essere nominato un «genio dell’informatica in cielo»

 

Altro beato è il giovane Carlo Acutis: «Eucaristia e computer, adorazione e libri di scuola, rosario e Facebook mi spingono a immaginare patrono del web e protettore di tutti i cybernauti questo ragazzo di 15 anni, “patito” di internet come i suoi coetanei, per di più convinto che debba diventare “veicolo di evangelizzazione e di catechesi”»[31].

Il beato Acutis utilizzava i moderni mezzi di comunicazione informatici di cui era uno straordinario conoscitore. Aveva una così tanta passione e intelligenza riguardo ai computer e alla programmazione da essere nominato un «genio dell’informatica in cielo»[32]. Nella sua parrocchia ha predisposto anche il sito internet.

 

Oltre all’affidabilità informatica, rendeva una testimonianza appassionata per l’Eucaristia, la sua “autostrada” per il Cielo. Carlo ha saputo dominare le tecnologie e le ha usate per diffondere il grande amore che aveva per l’Eucarestia. Ognuno di noi ha un dono, è dono che può mettere a disposizione e al servizio del bene.

 

Comunichiamo personalmente

 

Questi soli due esempi rimandano, oltre a ciò che hanno operato nella pastorale delle comunicazioni, anche e soprattutto allo sguardo da rivolgere a Cristo. In Lui hanno attinto la forza e Lui hanno cercato di imitare nel dare la vita, spendere tutta la loro esistenza. Sono stati meditatori, «mezzi di comunicazione», in riferimento alla mediazione di Cristo nei confronti del Padre. È in questa comunione con Dio che hanno potuto comunicare, operare. Lo sguardo verso Dio ci educa e tira fuori di noi come e cosa fare.

 

Una modalità di comunicazione che può funzionare davvero nel digitale, come certamente nel reale, è

da singolo a singolo. […] [Così si coglierà] che il destinatario sono proprio io, non un io qualunque e indifferente, o peggio indifferenziato. Devo percepire che è per me: devo sentire quello sguardo di Gesù per il discepolo amato, quello per lui e per lui solo. […] Quello che si deve cercare di generare non è tanto e non solo un messaggio che sia intellegibile e personalizzato, ma creare una conversazione su quel messaggio. […] Non è l’annuncio di Cristo che prima di tutto dobbiamo dare, ma l’annuncio che Cristo ha un messaggio, un messaggio per te[33].

 

Il Signore ci chiama per nome e con noi si intrattiene, discorre. «Venite e vedrete» (Gv 1, 39) risponde Gesù a chi Lo cerca, a chi desidera conoscere dove dimora il Maestro.

Anche noi possiamo far suscitare nel continente digitale la ricerca di Cristo quando chiamiamo per nome, quando conversiamo per queste vie social, quando accendiamo il desiderio di dialogare personalmente e rendiamo testimonianza della comunione all’opera. Ed essendo così, Dio ci educherà alla comunicazione, ci tirerà fuori il «che devo dire» (cf. Gv 12, 27) e fare.

 

 

In comunione

 

Mi avvio alla conclusione comunicandovi che ho cercato di illustrare le condizioni che renderanno possibile l’incontrarsi nella comunione di Dio, dando alcuni spunti scritturistici, teologici, cristocentrici, con esempi di vita spesa per la pastorale delle comunicazioni, per la missione d’incontrare l’altro. Non è un cammino, un operato in solitaria, ma in comunione della Chiesa tutta. In questo «sguardo fisso al futuro, già [si] scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette la già iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale [e digitale]»[34].

Questa immensa fiducia riposta nella fedeltà di Dio ci fa guardare il mondo con occhi nuovi. La pastorale digitale così vissuta sarà impregnata dall’amore comunionale di Dio che si dona tutto per tutti e che attrae tutti a Sé. Perciò, mettiamoci in rete, nel continente digitale, in cerca di altri, educandoci alla comunicazione, quella imparata da un Altro e che per nome dell’Altro fa conoscere questo tesoro grandioso: l’incontro nella comunione.

 

Allora non si tratta di fare cose nuove, ma di fare nuove tutte le cose. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5). «Non dovete però pensare a quello che già fate, perché se no fate degli aggiustamenti. Mettete per un attimo tra parentesi quello che state facendo, e provate a raccontarvi tra di voi (la nostra è una fede narrativa) come sarebbe più bello, come sarebbe più importante, cosa è più importante, cosa può essere più attraente, più essenziale per le persone che incontriamo»[35].

 

Incontrando Gesù Cristo nella sua comunione diventeremo noi per primi quello a cui siamo chiamati, ossia essere santi. E con la testimonianza di vita — anche nel digitale — comunicheremo quel che viviamo e potremo così dire in modo credibile: «T’incontro nella comunione».

 

Paolo Larin

studente del II anno Filosofia,

Istituto Teologico Leoniano di Anagni

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

1Cor               1 Corinzi

Ap                   Apocalisse

Cf.                  Confronta

cur.                 curavit (=a cura di)

dir.                  direxit (=diretto da)

DS                  H. Denzinger – A. Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum

                       et declarationum de rebus fidei et morum.

DV                  Dei Verbum

ecc.                eccetera

Es                   Esodo

Gv                   Giovanni

Ibid.                 Ibidem (=in quello stesso luogo)

LG                   Lumen Gentium

Mt                    Matteo

op.                   ordo predicatorum (=ordine dei predicatori, domenicani)

Rm                  Romani

ssp.                 Società San Paolo

tr.                     traduttore

 

BIBLIOGRAFIA

 

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SITOGRAFIA

 

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                            , Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit del santo padre Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio (24 marzo 2019), 86-90, [ultima consultazione: 28.05.2021].

                             , Lettera enciclica Fratelli tutti del santo padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), [ultima consultazione: 28.05.2021].

Paolo VI, papa, Discorso di Paolo VI ai partecipanti al capitolo generale della pia società san Paolo (28 giugno 1969), [ultima consultazione: 28.05.2021].

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

 

[1] Cf. Francesco, papa, Lettera enciclica Fratelli tutti del santo padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[2] Scigliuzzo, A., Un corso rivolto a tutte le realtà del territorio, Lazio Sette. Supplemento di Avvenire, 14 febbraio 2021, 1.

[3]                       , Comunicazione e accompagnamento. 12 webinar in due moduli per una formazione integrale, Millestrade. Mensile d’informazione della Diocesi Suburbicaria di Albano, anno 14 n. 129, febbraio 2021, 5.

[4] Martínez Díez, F., op., «Teologia della comunicazione», in Benito, A. [dir.], Dizionario di scienze e tecniche della comunicazione, Milano 1999, 1257.

[5] Cf. Benedetto XVI, papa, Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. Messaggio del santo padre Benedetto XVI per la XLIII giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio 2009), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[6] Rocco, M., «Social ed evangelizzazione», in Leonianum (2019-2020), 7.

[7] Epicoco, L. M., Marta, Maria e Lazzaro. Tre meditazioni sui legami e l’amicizia, Perugia 2019, 33.

[8] Piccolo, G., Pensiero incompleto. Breve introduzione alle grandi domande della vita, Milano 2019, 79.

[9] Cf. Cantalamessa, R., Povertà, Milano 1996, 145-147.

[10] Manes, R. – Rogante, M., Giona e lo scandalo della tenerezza di Dio, Assisi 2017, 121.

[11] Benedetto XVI, papa, Lettera enciclica Deus caritas est del sommo pontefice Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sull’amore cristiano (25 dicembre 2005), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[12] Francesco, papa, Esortazione apostolica Evangelii gaudium del santo padre Francesco ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’ annuncio del vangelo nel mondo attuale (24 novembre 2013), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[13] Cf. <https://www.youtube.com/watch?v=dC2JNEuYc0s>, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[14] Cf. <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[15] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 99.

[16] Assemblea Generale dei Vescovi italiani, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila, Milano 2001, 93.

[17] Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, Città del Vaticano 2018, 145-146.

[18] Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, Torino 2017, 63.

[19] Savagnone, G., Comunicazione. Oltre il mito e l’utopia. Per una cultura conviviale, Milano 1997, 95.

[20] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 9.17.

[21] Matteo, A., Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020, 12.

[22] Cf. LG 17: «A ogni discepoli di Cristo incombe il dovere di diffondere, per parte sua, la fede».

[23] Lambiasi, F. – Tangorra, G., Gesù Cristo comunicatore. Cristologia e comunicazione, Milano 1997, 72.

[24] Ibid., 124.

[25] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Città del Vaticano 2004, 79.

[26] Cf. Francesco, papa, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit del santo padre Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio (24 marzo 2019), 86-90, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[27] Agagliati, G., Poche chiacchiere! Come Comunicare in parrocchia, Torino 2018, 72.

[28] Spoletini, D., Don Alberione. Comunicatore del Vangelo, Roma 2003, 37-38.

[29] Esposito, R. F., ssp [cur.], Carissimi in san Paolo. Lettere, articoli, opuscoli, scritti inediti tratti dal bollettino interno «San Paolo» e dall’archivio generalizio (1933-1969), Milano 1971, 192.

[30] Paolo VI, papa, Discorso di Paolo VI ai partecipanti al capitolo generale della pia società san Paolo (28 giugno 1969), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[31] Viganò, D. Edoardo, «Prefazione», in Gori, N., Un genio dell’informatica in cielo. Biografia del Servo di Dio Carlo Acutis, Città del Vaticano 2016, 5-6.

[32] Cf. Gori, N. [cur.], Eucaristia. La mia autostrada per il Cielo. Biografia di Carlo Acutis, Milano 2007, 57-61.

[33] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, 125-126.

[34] Baragli, E. [tr.], L’istruzione pastorale “Communio et progressio”, Roma 1971, 127.

[35] Carletti, F., «Creatività pastorale, frutto del discernimento», in Diocesi Suburbicaria di Albano, Creativi per fare. Il discernimento all’opera, Albano Laziale 2019, 73.

 

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