Evangelizzazione e media

Evangelizzazione e media.

I media, da quando sono entrati a far parte della cultura dell’uomo e della società, sono diventati anche  uno strumento essenziale per la cristianità. Il mandato centrale di Gesù Cristo è di andare per il mondo ad annunziare la gioia del Vangelo e di invitare ogni uomo a impegnarsi personalmente nella costruzione del regno dell’amore (Marco 16,18). I primi apostoli sentivano profondamente l’urgenza di annunziare la salvezza al maggior numero possibile di persone e quindi trasformarono rapidamente ogni forma di arte comunicativa in strumento di evangelizzazione.
Il mezzo privilegiato era caratterizzato dalla predicazione con la quale ci si poteva rivolgere alle grandi masse in maniera persuasiva e incisiva. Un importante aiuto veniva anche dal miglioramento delle vie di comunicazione stradale e dei trasporti a opera dei romani. Pertanto gli apostoli affidarono i contenuti essenziali dei Vangeli ai principali canali di comunicazione come i papiri, così da poterli moltiplicare senza errori e diffonderli in tutto il mondo. L’immaginario cristiano viene presto tradotto anche in immagini, poesie, drammi, graffiti e in qualsiasi altra forma di comunicazione conosciuta nel mondo greco-romano dei tempi di Cristo. La cristianità ha inoltre sviluppato un sistema di simboli comunicativi, riti sacramentali, devozione a santi e martiri, architettura, vestiario e infine un complesso ciclo di celebrazioni atto a trasmettere i contenuti della salvezza.

Il significato dell’evangelizzazione

Il compito essenziale dell’evangelizzazione è rendere gli uomini consapevoli dell’amore di Dio – rivelatosi attraverso Gesù Cristo – in modo che la sua azione possa trasformare l’umanità dall’interno. La Chiesa fa opera di evangelizzazione quando cerca di rinnovare e riunire “la coscienza personale e collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri”.[1] L’evangelizzazione richiede un cambiamento interiore, una decisione personale e un impegno a vivere i valori del Vangelo.[2]
La trasformazione di persone, culture e storia che sta alla base dell’evangelizzazione deriva direttamente dall’intervento gratuito e disinteressato di Dio.[3] Tuttavia noi sviluppiamo il nostro potenziale di esseri umani solo attraverso il potere comunicativo del linguaggio, dei simboli e della cultura. Pertanto la grazia di Dio, tesa a rinnovare l’umanità, agisce tramite la comunicazione, una comunicazione che coinvolge tutta la personalità umana e che rende gli uomini consapevoli dell’azione interiore di Dio così da creare una collaborazione cosciente e libera con la grazia.[4] Come dice san Paolo: “… non crederanno in lui finché non lo avranno ascoltato, e non lo ascolteranno finché non avranno un predicatore, e non avranno un predicatore finché non gli verrà mandato… La fede deriva da ciò che viene predicato, e ciò che viene predicato deriva dalla parola di Dio” (cfr. Romani 10,14-17).
L’evangelizzazione non prescinde dalle emozioni, dai simboli e dal linguaggio degli uomini. Papa Paolo VI ha sottolineato in EN che la proclamazione della Buona Novella non deve ignorare la cultura esistente, e men che meno distruggerla o sostituirla, ma deve piuttosto costruire un dialogo con essa. “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella”.[5]
Papa Giovanni Paolo II, in RM, è anche più esplicito nel descrivere l’evangelizzazione come un processo che opera a livello delle culture. “L’inculturazione significa l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture… Per l’inculturazione la Chiesa incarna il Vangelo nelle diverse culture e… trasmette a esse i propri valori, assumendo ciò che di buono c’è in esse e rinnovandole dall’interno”.[6] Anche Papa Francesco nel suo pontificato riflette molto sul concetto di inculturazione.

Il ruolo dei media e del digitale nell’evangelizzazione

Una cultura è costituita da un sistema di segni e simboli attraverso il quale due o più persone possano condividere lo stesso significato interpretativo relativo a oggetti ed eventi che le riguardano. La sfida dell’evangelizzazione consiste prima di tutto nel capire la logica comunicativa del Vangelo, quindi nel tradurre questa logica nei diversi linguaggi mediali di una cultura.
Di conseguenza in una cultura, come quella occidentale, caratterizzata dai mezzi di comunicazione, è importante che vanga abitata dal modo di evangelizzare in modo da poter trasmettere valori, ma soprattutto un etica. Esso non è solo uno strumento, ma un modo per fare comunità.[7] Essere efficaci comunicatori attraverso i media significa non soltanto essere capaci di trasferire un messaggio attraverso l’etere, ma anche saper usare bene i diversi ‘linguaggi’ massmediali. Come si sottolinea anche nella RM, “Non basta… usarli per… moltiplicare… e diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla cultura moderna… Questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici”.[8] Da questo punto di vista possiamo dire come il digitale oggi, assume realmente una forma di predicazione dove è possibile evangelizzare e raggiungere contemporaneamente tante persone.
a tal proposito ben si esprime il Pontificio Consiglio per i Laici.[9]

Responsabilità nel digitale per una sana comunicazione

Le culture trasmettono i valori da una generazione all’altra.
Gesù ha comunicato i valori del Regno attraverso le parabole. Quando Gesù vuole sconfiggere lo scetticismo e sfidare la fede della gente, evita sempre di ricorrere a lunghe argomentazioni razionalistiche, racconta piuttosto delle storie che si rivolgono all’immaginazione e ai desideri più profondi di chi lo ascolta. In questo modo è riuscito a realizzare una relazione educativa tra Lui e i suoi interlocutori. Questa relazione educativa oggi chiede di essere garantita nel digitale, applicando una serie di regole capaci di porre un sano confine che possa aiutare a sviluppare, soprattutto nei piccoli,  una sana formazione. Chi annuncia, in questo caso l’adulto, o la comunità ecclesiale, deve mettersi in gioco con la propria capacità di testimonianza di una vita autentica e coerente, fondata il più possibile sulla fiducia e che permette a chi sta di fronte di scoprire la verità capace di generare.
I media fanno opera di “evangelizzazione” quando presentano dei personaggi che incarnano i valori. del Vangelo in un particolare contesto culturale. Nella misura in cui essi ricorrono a storie, immagini e personalità tratte dalla cultura locale, offrono materiali adatti alla diffusione del Vangelo.

I media come spazio rituale dove esplorare il significato della vita

I media sono fortemente legati al tempo libero e per questo vengono definiti mezzi di “intrattenimento”. Ma tempo libero non significa senz’altro perdita di tempo, quanto piuttosto tempo personale, durante il quale gli individui possono sognare, un tempo da dedicare alla comunità e alla fede. Il tempo libero offre uno spazio nel quale definire la propria identità ed esplorare modi diversi di definire la storia della propria esistenza. A tal proposito, il delicato momento storico che stiamo vivendo ci scuote, ci interroga e invita ad ascoltare i bisogni che emergono, quasi come fosse una sfida. Il digitale è parte integrante e quotidiana per tutte le relazioni personali, sociali ed educative. Anche le relazioni nei social dovrebbero essere interpretate in una grammatica educativa.[10]

Nell’attuale contesto sociale è difficile immaginare relazioni che si configurino a prescindere dai media e soprattutto dai social, per questo motivo essa richiede un grosso esercizio della responsabilità. Un attuazione distorta del potere può risultare abusante, provocando una relazione distorta, oltre che non si contribuisce alla costruzione della personalità. Essa può essere distrutta, così come le stesse culture possono uscirne profondamente modificate.

Per questo motivo diventa necessario tenere sempre in atto il metodo della prevenzione, attraverso una prassi condivisa, in modo da garantire il rispetto della dignità di ogni individuo. Saper allora comunicare correttamente, diventa una sfida sempre più complessa e gli “animatori della comunicazione”, figura che oggi ricompre un importante ruolo anche nell’ambito della pastorale digitale, oggi più che mai, sono chiamati ad essere evangelizzatori capaci di arrivare al prossimo in modo autenticamente evangelico. Nell’ultima lettera pastorale di Mons. Domenico Cornacchia, “Vino nuovo in otri nuovi”, il Vescovo rivolgendosi alla comunità della nostra diocesi di Molfetta, invita tutti coloro che sono preposti a tale impegno a lasciarsi interrogare dalle sfide comunicative odierne per rispondere al bisogno primario dell’uomo di comunicare, facendolo alla luce della Parola di Dio. Imprescindibile, in tal risposta, dev’essere l’attenzione che si deve riservare allo stile comunicativo che troppo spesso rischia di confondersi con logiche mondane e di marketing finalizzate ad attirare l’attenzione più che a trasmettere un contenuto di vita.[11]

Il significato sacramentale dei media

I Sacramenti sono l’agire salvifico del Dio uno e trino che mediante la fede accolta raggiunge l’uomo e attraverso di essi il Signore comunica, fa passare la sua grazia. Dio agisce nella storia dell’uomo con l’ingresso di Cristo. La storia dell’uomo contemporaneo si concretizza anche nei media. Già il cardinal Martini, negli anni novanta, usando una metafora tratta dal Vangelo, ha definito, i mass media, e quindi anche i media oggi, “lembo del mantello”, qualcosa di apparentemente insignificante, attraverso il quale, però, può agire il potere salvifico di Gesù (Marco 5, 25.34; Luca 8, 42-48). In questo senso i media e quindi tutto il modo digitale, sono una forma sacramentale che favorisce l’azione della grazia divina. Essi sono il punto di contatto del Vangelo con una cultura, e in particolare con la cultura urbana contemporanea. Non è più il mondo dell’agricoltura a fornire i simboli che rivelano l’azione dello spirito creativo di Dio. Per la maggior parte degli individui, le storie e i simboli più importanti per la scoperta della vita e dell’azione di Dio provengono dai mass media. È attraverso i media che essi entrano in contatto con la comunità umana ed è attraverso i media che si possono trovare nuove incarnazioni del regno predicato nel Vangelo.[12].  Tenuto conto di questa realtà, i  media possono conservare un significato sacramentale, poiché può passare il messaggio del Vangelo attraverso persone che siano capaci di vivere in questo ambito la propria ministerialità, volta alla crescita e all’accompagnamento dell’individuo. La figura degli animatori della comunicazione che in questi ultimi anni comincia ad essere presente all’interno delle nostre realtà pastorali, sottolinea appunto l’importanza di questo ambito che non può essere affatto trascurato. Oggi la comunicazione è parte integrante della persona e del nostro essere Chiesa, per questo motivo così come pensiamo a formare operatori che operano nell’ambito ecclesiale in maniera fisica, dobbiamo avere la stessa cura di formare altri fratelli e sorelle che sappiano operare, vivendo la propria missione, nel virtuale che deve avere la forma del “lembo del mantello”. In questo momento dove sono cominciati i lavori del Sinodo, per incarnare il desiderio della nuova evangelizzazione, profeticamente annunciato in “Evangelii Gaudium”,  è importante esser attenti ad “Ascoltare con l’orecchio del cuore”, così come ci ha invitati a fare Papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la LVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali, per saper ben comunicare. In tal senso i media possono diventare quello “spazio sacro” dove è possibile “celebrare la comunicazione della salvezza”.

 

Silvio Bruno

BIBLIOGRAFIA

PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi . AAS 68 (1976), 75.

GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio, AAS 83 (1991), 280.

FRANCESCO, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit (25 marzo 2019).

DOMENICO CORNACCHIA, Lettera Pastorale, Vino nuovo in otri nuovi, COLLANA MAGISTERO DEL VESCOVO 24, (2021).

CARLO MARIA MARTINI, Il lembo del mantello. Per un incontro tra Chiesa e mass-media. ED.CENTRO AMBROSIANO DI DOCUM. (1991).

SITOGRAFIA

https://www.young4young.com/include/menuaree.php.

http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/pubblicazioni/italiano/Annunciare%20Cristo%20nell’era%20digitale%20ITA.pdf

NOTE

[1] PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), n.18.

[2] Ibidem, n.18.

[3] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 11.

[4] Ibidem, n. 8.

[5] PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), n.20.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 52.

[7] https://www.young4young.com/include/menuaree.php.

[8] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 37.

[9] http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/pubblicazioni/italiano/Annunciare%20Cristo%20nell’era%20digitale%20ITA.pdf

[10] FRANCESCO, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit (25 marzo 2019), nn. 86-90

[11] Cfr DOMENICO CORNACCHIA, Lettera Pastorale, Vino nuovo in otri nuovi (8 settembre 2021), paragrafo 7.5.

[12] Cfr CARLO MARIA MARTINI, Il lembo del mantello. Per un incontro tra Chiesa e mass-media (1991), pp. 15-20.




Trasmettere messaggi o comunicare?

Qualsiasi tipo di media, non solo digitali, hanno portato delle innovazioni all’interno della società. Pensiamo ad esempio alla scrittura, oppure alla stampa. A volte tutto questo ha minato anche l’autorità della Chiesa stessa.

I media nascono essenzialmente per risolvere un problema per l’uomo, ma nell’utilizzo cambiano il modo di vedere le cose, è come se ci si abituasse all’utilizzo di alcuni strumenti. Nessuno può sentirsi escluso da questi cambiamenti, nessuno può rimanerne fuori, in quanto tutta la nostra società oggi, è ormai digitale.

C’è una sostanziale differenza però, tra la trasmissione dei messaggi, e il comunicare con i media.

Noi vogliamo comunicare qualcosa che non è saltuario, ma è una linea di comunicazione ininterrotta, per questo possiamo parlare di una teologia della comunicazione, una comunicazione tra uomo e Dio.

È importante precisare ai nostri giorni, che il luogo dell’evento cristiano non è affatto identificato nella natura, ma è la storia. L’evento cristiano è la manifestazione di Cristo, l’evento storico di Cristo. Gesù ci trasmette in maniera completa il mistero di Dio. Il modello da capire è quello di Gesù che comunica Dio.

Solo di fronte ad un altro, io posso avere una relazione, una comunicazione, quando all’altro riconosco una dignità tale da poter comunicare con lui.

Gesù ci trasmette, con il linguaggio e la cultura del tempo, tutto ciò che ha visto e udito dal Padre, è il modello perfetto, per noi, di comunicatore.

Con il tempo dobbiamo aggiornare e modificare il modo di comunicare l’evento cristiano, in un continuo progresso. La teologia della comunicazione si fonda sull’evento cristiano e alla base c’è sempre una relazione. Il comunicare cristiano non è legato prettamente al digitale, solo perché siamo nella cultura digitale.

Per poter fare questo però, bisogna prima comprendere come i media modificano e trasformano le relazioni nel quotidiano di ogni persona.

La pastorale digitale non nasce con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la teologia della comunicazione è lo strumento per progettare una pastorale digitale. Sarà una pastorale “nel” digitale, in quanto il digitale è una cultura totalmente nuova.

I nostri apparecchi di per sé non sono in grado di fare nulla, ma hanno bisogno di un software. Parliamo di un software invisibile che governa il mondo e fa accadere eventi, come sembra volerci dire Papa Francesco nella Laudato si.

Spesso siamo esclusi dalle comunicazioni tra software, come ad esempio il telepass o la cassa al supermercato. Noi stiamo all’interno di una sfera costruita dal digitale, che fa da interfaccia tra noi e la natura stessa. Il digitale sta scrivendo una nuova natura, mediata dal digitale stesso, il nostro ambiente è mediato dal digitale. La nostra percezione del mondo, è ormai attraverso il digitale.

La preoccupazione è che la visione che ci dà della natura, è elaborata, è un qualcosa che non esiste al di fuori del digitale, un esempio concreto di tutto questo potrebbe essere l’ABS delle nostre auto, il quale ci avvisa con un tremore perché non avremmo altrimenti la percezione di ciò che sta accadendo.

Siamo passati da un periodo di storia nel quale noi descrivevamo il mondo intorno a noi, ad un periodo dove noi creiamo la natura intorno a noi. Cerchiamo di adattare il mondo intorno a noi, al digitale, troviamo il chiaro esempio nell’adattare gli ambienti domestici per agevolare il passaggio del robot incaricato delle pulizie.

Noi chiamiamo la Sacra Scrittura Parola, e questo denota un forte simbolismo, ma d’altra parte denota anche una forte contraddizione. Leggere la Bibbia è un’impresa faticosa, serve specializzazione e studio, è una Parola creatrice, ma dopo averla letta non siamo in grado di creare nulla. Tutti sono pronti a lamentarsi di Dio quando accade qualcosa. La scienza descrive la natura e poi cerca di ri-crearla. Come potremmo leggere la Bibbia e non capire nulla, così può accadere anche con i software e i programmi. Posso comprendere il software eseguendolo, cosi come posso capire Dio dagli eventi. Se leggo il software non eseguo, cosi che se leggo la Bibbia non vedo Dio. Capiamo che stiamo trasferendo apparati linguistici della teologia alla tecnologia.

In teodicea Dio era il responsabile del mondo, mentre oggi la scienza sposta la responsabilità del mondo all’uomo. Tale scienza ci fornisce gli strumenti di dominio per il mondo, lasciando da parte Dio. Con il digitale ci stiamo facendo aiutare a costruire il mondo, cosi da passare la responsabilità dall’uomo alle macchine.

 

La questione dei big data

 

Big data: sono una serie di tecnologie legate ad una grandissima quantità di dati. Parliamo di big data dall’unita dei terabyte a salire. Ci si pone oggi davanti a tale questione, in quanto abbiamo la possibilità di memorizzare così tanti dati in uno spazio piccolissimo.

Questi dati hanno anche un grande valore economico, in quanto essi nascono in ambito commerciale.  Tutti questi dati sono generati da noi, in quanto persone che utilizzano una rete, ad esempio i nostri smartphone, ne sono grandissimi produttori. Come detto in apertura, c’è un fenomeno evidente detto di convergenza, che cioè tale strumento vada a sostituire moltissimi oggetti di uso comune. Tale fenomeno favorisce di gran lunga la raccolta di questi dati in quanto le tecnologie ai nostri giorni, tendono a convergere.

Per dare qualche prospettiva, pensiamo che ogni essere umano nel 2020 ha creato 1,7 megabyte di dati al secondo, e il 90% dei dati che abbiamo a disposizione, sono stati generati solo negli ultimi due anni.

Altra sfida che ci porta il big data è la cancellazione del vero, dal verosimile. Più dati ho e meno ho la possibilità di sbagliare. Il problema di avere molti dati, è quello di elaborarli. Io debbo rinunciare ad indagare i dati per ottenere la verità delle cause delle cose, accontentandomi di una grande approssimazione e correlazione. Rinuncio cioè ad un problema che mi potrebbe impiegare diversi anni, per accontentarmi di una approssimazione di calcolo correlativo che mi dà il verosimile e non il vero.

Ci accontentiamo perché nella stragrande maggioranza dei casi funziona.

 

Pastorale della cultura digitale

 

In tutto questo è possibile una pastorale della cultura digitale? Dio non è nella natura, se la cultura digitale nasce dalla riscrittura della natura, allora non intacca Dio. Dio rimane una domanda inalienabile nella vita dell’uomo, la stessa domanda sull’esistenza di Dio è ancora oggi lecita e questa è la prima cosa che la pastorale digitale dovrebbe tener di conto.

Quando ci accontentiamo di spiegazioni semplici, da catechismo di prima comunione, la risposta scientifica ci mette in crisi perché non andiamo ad accettare la sfida che ci consentirebbe di spostare il discorso dalla natura per riportarlo a Dio. Non abbiamo mai accettato la sfida di domande sul senso.

Un Dio che non è affatto nella natura, ma nella storia, e la storia la fanno gli uomini, è lì che avviene l’incontro con Dio, e non c’è digitale che tenga. Dio è al di sopra delle capacità del digitale nel condizionare la nostra vita.

Il digitale per sua natura dà risposte e non pone domande, ma le domande che sono in noi non trovano affatto risposta nel digitale. Ci vuole il coraggio di porre domande scomode e non di abbracciare la via semplice di dare risposte pre-condizionate che possiamo ricavare da tutti i media.

C’è bisogno quindi di giuste domande, le quali vadano a toccare il cuore dell’uomo. Serve una pastorale progettata sul cuore e sulla comprensione dell’uomo, per trasmettere il messaggio cristiano.

La Bibbia parla del digitale! Il cardinale Carlo Maria Martini, per esempio, trattando il tema dell’emorroissa del Vangelo, dice che questo episodio ci parla del mondo tecnologico: <<E’ così che la mia immaginazione è stata attratta da questa pagina evangelica. Leggo infatti in essa tre realtà che caratterizzano la nostra civiltà, tanto condizionata dai mass media: la massa, la persona e la comunicazione>>. Egli paragona la massa, alla folla anonima che si accalca intorno a Gesù, la persona, all’emorroissa la quale emerge dalla massa e la comunicazione, alla forza risanatrice di Gesù verso la donna.

Altro esempio, è Papa Benedetto XVI, che già con il solo titolo del messaggio per la XLIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: ‹‹Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola››, ricorda che il compito primario del sacerdote – e di tutti i battezzati – non può che essere quello di annunciare il Vangelo: la Persona di Gesù Cristo. Si definisce che, nella Chiesa, l’azione comunicativa è un servizio alla Parola e della Parola.

Concludiamo la nostra breve riflessione, facendoci accompagnare dai numeri 31 e 32 del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Comunicazione e missione, della Conferenza Episcopale Italiana, lasciandoci deliziare e provocare da questa citazione: <<La storia della salvezza narra la comunicazione di Dio all’uomo. Dio crea e la sua attività creatrice si esprime come parola, comunicazione che plasma e dà vita. Sin dall’inizio Dio pone nell’universo e nell’uomo un desiderio, un’aspirazione, un dinamismo ascendente, che risponde al movimento discendente della sua apertura amorosa e misericordiosa. Ponendo il mondo e l’uomo come “altro da sé”, Dio istituisce la possibilità di un autentico dialogo tra il creatore e la creatura che ha il suo culmine nell’incarnazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dio realizza qui un salto di qualità comunicativa: nel suo Figlio, Gesù di Nazareth, non dialoga tramite il suo invisibile annunciarsi nella tenda del convegno o nel tempio dell’antica alleanza, ma con la presenza personale del suo Verbo eterno, il Figlio amato, che bisogna ascoltare e seguire (Mc 9,6-7). La comunicazione realizzata nel Verbo incarnato è immediata, unica e singolare, perfetta e assoluta. Cristo si rivela come autocomunicazione dell’amore di Dio per gli uomini, ricapitolando tutto in sé per il Padre, rompendo le catene dell’incomunicabilità umana e orientandola verso un futuro di piena comunione. L’uomo Gesù è la comunicazione per eccellenza di Dio ad ogni uomo, come Figlio del Padre egli è l’icona umana di Dio (Col 1,15), la sua Parola. Se Gesù parla agli uomini, è il Padre stesso a parlare. Poiché Gesù è il Figlio – e non uno dei tanti mediatori possibili tra il divino e l’umano – egli riceve tutto dal Padre e vive per il Padre di cui liberamente fa la volontà compiendo la sua opera: «Il Figlio da sé non può fare nulla  se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19). Affidato radicalmente al Padre, caratterizza la sua missione tra gli uomini come un invito a ritrovare il Padre, a riscoprirlo nella verità beatificante del suo volto, a bramarlo dal profondo del cuore>>.

 

Maurizio Baldi

 

SITOGRAFIA

 

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/index_it.htm

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

https://www.intelligenzaartificiale.it/big-data/

https://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-maria-martini/

https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/c-m-martini/cm-lettere-pastorali/1991

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20100124_44th-world-communications-day.html

https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/comunicazione-e-missione-direttorio-sulle-comunicazioni-sociali-nella-missione-della-chiesa-pdf/

 




Il cristiano Cattolico presente nei social media

Chiamati ad essere presente in questa realtà

Ormai siamo immersi nel mondo dei social media, siamo invitati ad utilizzare questi mezzi per evangelizzare, non possiamo fare finta di questa realtà e dobbiamo trarre il meglio di questa tecnologia per comunicare la gioia del Vangelo e accettare il mandato di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).  Questo Vangelo è un incontro personale con Cristo come lo ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangeli Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. (Evangeli Gaudium 3).

Il vaticano II, con il decreto su gli strumenti di comunicazione sociale, invitava il popolo di Dio al retto uso dei mezzi di comunicazione: “La Chiesa Cattolica giudica suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale, nonché indirizzare gli uomini al retto uso degli stessi”(I.M 3). Gli ultimi successori di Pietro: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in modo speciale papa Francesco ci danno l’esempio di non avere paura davanti a questa era digitale.

 

 

 

 

Il messaggio ha sempre passato con gli strumenti del suo contesto

Fin dai primi tempi i cristiani, hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione nel loro contesto per annunciare il messaggio evangelico. La chiesa ha sempre tenuto a cuore il mandato di Gesù e è andata al di là delle barriere della geografia, portando la Buona Notizia con gli strumenti a sua disposizione, la storia ci ha lacciato traccia.

Viaggi missionari per la predicazione

Lettere alle comunità 

Libri

 

Teatro

immagini

Tutti questi modi hanno contribuito all’impegno dei cristiani nell’annuncio del Vangelo fino ad arrivare  all’epoca moderna, dove ci confrontiamo  ai nuovi strumenti di comunicazione che si presentano come un’opportunità per continuare ad annunciare la gioia del Vangelo. Come ci lo ricorda il Concilio Vaticano II, “Questi mezzi utilizzati correttamente, potranno essere di grande aiuto per continuare la nostra missione di discepoli missionari di Cristo”.

 

L’uso d’internet ha qualcosa a vedere con noi

La Lumen Gentium ci ricorda che “Ad ogni discepolo di Cristo incombe  il dovere di seminare per quanto gli compete la fede”. (L.G 17).  Questo dovere possiamo compierlo  nella semplicità della nostra vita. oggi tutti noi, almeno abbiamo uno smartphone, vediamo come ogni sorta d’informazione circola nei social media, perché non potere anche nella nostra quotidianità comunicare la nostra fede?

Come leggiamo nell’ Evangeli Gaudium: “È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: «Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”

A questo proposito è molto interessante vedere alcuni laici, sacerdoti, religiose che piano piano si hanno lasciato sedurre dell’invito di papa quando ci parla di “USCIRE” nell’ esortazione:  “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. (Evangeli Gaudium 24).

 

 

Quando farlo?

Il momento è adesso, la missione è perenne, il messaggio è costante, non bisogna aspettare una chiamata. questo è il campo che ci sta davanti, e questo ci richiama alla necessità di essere evangelizzatori. Ogni cristiano è portatore di questa gioia ed invitato a testimoniare una vita che irradia amore.

Papa Francesco invita i giovani nell’esortazione  post sinodale  “Christus vivit” «L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico… Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami, e «sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali».

 

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

Ecco le parole che direbbe Gesù in quest’oggi a noi cristiani davanti alla sfida dei social media: Andate dunque, non avete paura. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

 

 

Bibliografia

CONC. ECUM. VAT. II, Dec. Inter merifica, 3.

CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Dogm. Sulla Chiesa Lumen Gentium“, 17.

Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 24.

Esort. Ap. Christus vivit (25 marzo 2019), 86.

Raul Herrera Franco