IL COVID-19 È L’ATTO DI DIO!

Quando il mio recente viaggio in Madagascar è stato interrotto a causa della pandemia di coronavirus, la mia compagnia di assicurazioni ha classificato il virus come un “atto di Dio”. Ciò solleva la questione di cosa abbia a che fare Dio con questa pandemia.
Il Papa dice nella nuova enciclica Fratelli tutti  (n° 34): la pandemia “non è un castigo divino, è la realtà che geme e si ribella” [1].
Come studioso dell’Antico Testamento, mi viene in mente che le piaghe, il più antico parallelo vicino a questo virus, sono un concetto familiare. Le piaghe d’Egitto furono inviate specificamente da Dio per distruggere i nemici degli Israeliti, per aiutarli a fuggire dai loro oppressori (Es 7,1 – 11,10). C’era la piaga delle rane, poi quella delle zanzare, dei moscerini e delle mosche e poi quella delle cavallette. Forse le piaghe più simili a un virus erano la “pestilenza mortale” su tutto il bestiame, ricordandoci il legame con gli animali dell’epidemia di oggi, e la polvere, che ha causato foruncoli infestanti su uomini e animali.
L’ultima e peggiore piaga è stata sul primogenito di tutti gli uomini e gli animali: morte improvvisa, a meno che non ci fosse un segno di sangue sulle porte delle case. Sebbene questo sia stato un momento di liberazione per il popolo d’Israele, è stato uno dei peggiori disastri per gli egiziani.

In queste storie, Dio è chiaramente dalla parte del vincitore. Sono una dimostrazione della potenza di Dio e dei suoi propositi.
Tali piaghe sono localizzate e specifiche per una situazione, e vanno e vengono al comando di Dio. Sembrano molto diversi dalla nostra pandemia moderna, che non accenna a lasciarci presto. Trovo poco nutrimento nelle storie per comprendere la nostra situazione attuale. E ho problemi con una visione primitiva di Dio che lo vede dalla parte del vincitore. È anche una visione di Dio meno sofisticata di quella sviluppata nella scrittura dell’Antico Testamento.
La realtà della sofferenza umana
Un trattamento più profondo della sofferenza che, a mio avviso, parla più a tutti noi in questo momento è il libro di Giobbe (Gb 2,13). Anche se Giobbe non soffrì di una pandemia, soffrì di una malattia lebbrosa che lo ricoprì di bolle dalla testa ai piedi e gli causò un immenso disagio e sofferenza.
L’ottenimento di una tale malattia ha spinto Giobbe fuori dalla società normale, proprio come questo virus oggi porta all’isolamento e alla separazione sociale. Giobbe siede su un mucchio di cenere, coperto di piaghe fuori città con altri emarginati ed esprime il dolore di essere non solo odioso verso sua moglie, ma di aver perso la sua posizione nella società e il suo piacere di aiutare gli altri.
Giobbe ha una buona discussione con Dio: “Non venite a dire: abbiamo trovato noi la sapienza, Dio solo può vincerlo, non un uomo” (Gb 32,13). La sofferenza è una punizione per il peccato, è ciò che gli è stato insegnato; allora come mai sta soffrendo adesso, quando non ha peccato?
La stessa domanda potrebbe essere posta a questo virus. Come potrebbe essere una punizione di Dio quando le persone si limitano a svolgere la loro vita quotidiana senza una causa specifica o un fattore scatenante? Sì, c’è il bene e il male in tutti noi, ma sicuramente questo virus non ha una bussola morale per le sue vittime: gli umili e i grandi sono le sue vittime. Non discrimina.
Anche Giobbe non può accettare che la sua sofferenza sia il risultato della punizione di Dio. Incolpa Dio per averlo messo in questa situazione; ma non riesce a capirne il motivo. Piuttosto, trova Dio accanto a lui nella sua sofferenza, in quanto non può rinunciare a Dio.
Ma lui vuole risposte e chiede a Dio per loro. Ha anche degli amici: vengono da lui da lontano e parlano con lui, senza dubbio a distanza di sicurezza. Forse sono un conforto con cui cominciare; ma la loro ripetizione infinita del mantra tradizionale che Giobbe deve aver peccato per essere punito inizia a dar fastidio a Giobbe, tanto che alla fine li chiama “consolatori senza valore” [2].
Il libro culmina con un’apparizione di Dio. Alla fine, Dio appare in un turbine, apparentemente per rispondere alle domande. Perché soffrire? In che modo è collegata alla scelta morale, se non del tutto? Perché la malattia?

In effetti, sebbene queste domande possano essere sollevate da Giobbe, come da molti esseri umani nel corso dei secoli, Dio sceglie di aggirarle. Invece di risposte, tutto ciò che Giobbe riceve sono più domande. “Eri presente alla creazione per conoscere tutte le risposte?” è una di loro.
La linea di fondo di Dio è un’espressione del suo potere, del suo grande potere nel creare il mondo e nel permettere che la creazione avvenga e poi sia sostenuta. Gli animali, i pesci, gli uccelli sono stati tutti creati da lui e si comportano secondo le proprie regole, senza interferenze umane. In effetti, il mondo non ha bisogno che gli esseri umani abbiano una funzione e un significato.
Diventa chiaro che Dio non ha bisogno di essere frenato dalla comprensione umana, che non è all’altezza della sua grandezza e potere onnicomprensivo. Giobbe è umiliato dai discorsi di Dio che culminano nella sua descrizione di grandi mostri, ma non gli viene davvero risposto.
Qui è dove siamo rimasti anche noi, mentre cerchiamo di capire questo coronavirus. È una parte della creazione; un sottoprodotto di processi di per sé buoni, come l’interazione tra esseri umani e animali, e tuttavia si è trasformato in qualcosa di veramente dannoso.
Mettiamoci in silenzio e riflettiamo finché  capiamo, dove vanno finire i nostri progetti, i nostri sogni che abbiamo programmato? Grazie alla pandemia siamo riusciti a capire che stare insieme ci può salvare, come ha detto Papa Francesco: Il Covid non è un castigo di Dio, ma ci si salva solo insieme, “nessuno si salva da solo” [3].
Non possiamo attribuire un valore morale al virus stesso. I disastri naturali accadono nel mondo come risultato del modo in cui il mondo è. In questo senso, il virus è neutro: né moralmente buono né cattivo, anche se il suo effetto sulle sue vittime è negativo.

Forse possiamo incolpare Dio per aver creato il mondo in questo modo, ma è difficile vederlo come una piaga intenzionale inviata da Dio nel modo in cui erano mandate le piaghe in Egitto.
Dobbiamo, invece, guardare oltre la natura del virus stesso, al modo in cui influenzano e il nostro comportamento. In un certo senso, la nostra comunità ne è stata distrutta: le persone sono isolate a casa, hanno paura di uscire e, in effetti, non possono farlo.
Eppure, nel nostro sforzo collettivo per combattere il virus, stiamo trovando nuove profondità di spirito comunitario e di sacrificio, dai nostri operatori sanitari e da tutte le altre reti di affari e governative che stanno sostenendo lo sforzo per contenerlo.
Ci manca passare del tempo con la nostra famiglia allargata, ma molti stanno godendo la compagnia dei loro cari più prossimi in un modo più intenso. Quelle scuse per non avere il tempo di fare le cose suonano vuote. Quegli appuntamenti importanti che avevamo erano tutti volatilizzati nel nulla.

Stiamo iniziando a concentrarci, forse, su ciò che è veramente importante. A causa della presenza di una minaccia, ci aggrappiamo a quelle cose che hanno un vero valore: salute, famiglie, amicizie e qualsiasi lavoro che possiamo ancora svolgere.
Una volta ristabilita la sua buona salute alla fine del libro, Giobbe provò un nuovo piacere nella sua stretta famiglia. Aveva anche più figli e una lunga vita per godersi i suoi nipoti. È uscito dalla crisi dall’altra parte e non ha mai perso la fede in Dio. La sua fiducia in Dio era incrollabile anche nella più oscura notte di disperazione [4].
Ha ammesso di non comprendere appieno il motivo per cui ha sofferto e, alla fine, non ha avuto risposte. Eppure c’era qualcosa nel viaggio che lo ha portato a una fede più matura e a una comprensione di sé stesso e degli altri che non aveva avuto prima.

La pandemia e il mondo digitale

Indagare nelle profondità della sofferenza, qualunque essa sia, spesso porta a un certo grado di maturazione. L’esperienza del lato più oscuro della vita può aiutare a trovare profondità nascoste dentro di sé.

Il dialogo tra Giobbe e i suoi amici e Dio ci insegna quanto bene possiamo parlare di Dio in ogni situazione. In questo punto di vista la comunicazione diventa molto necessaria per comprendere la realtà per una vita migliore. In questo senso non possiamo trascurare l’uso dei moderni mezzi di comunicazione per comunicare e metterci in relazione con la volontà di Dio. Un esempio pratico è l’uso di Internet e delle piattaforme per aiutare a raggiungere gli altri anche a distanza. La pandemia da coronavirus ha portato a molte iniziative che possono essere definite come uno sviluppo per questa generazione. Le persone ora vedono la necessità di abbracciare i social media nelle sue applicazioni multi formulari. La comunicazione diventa più facile e possiamo parlare di più di Dio anche dalla comodità della nostra casa. Il mondo digitale non solo rende la comunicazione più facile e velocemente aiutando anche a strutturare i modi in cui parliamo di Dio in ogni situazione che anche in modo in cui tutti esseri umani possono comprendere. Tuttavia, il mondo digitale offre al Vangelo una mano amichevole per comunicare la realtà del mondo umano in tutte le sue complicazioni. Non offre la felicità in quanto tale, ma è un mezzo che facilita la via verso un mondo felice.

Mentre attraversiamo il nostro momento di Giobbe con questo virus, non perdiamo la speranza che ci sarà vita dall’altra parte della pandemia. Piuttosto che chiamare il coronavirus un atto di Dio, o cercare di capirlo in quei termini, e incolpare Dio per questo, troviamo Dio in mezzo alle nostre sofferenze, accanto a noi nel momento del bisogno. E poi, quando alla fine arriverà un giorno più luminoso, e arriverà, rallegriamoci del fatto che, alla fine, la vita trionfa sulla morte.

                                  F. Esther, Suora delle Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù

BIBLIOGRAFIA

La Bibbia di Gerusalemme, Edizione italiana e adattamenti a cura di un gruppo di biblista italiani,
testo biblico di La Sacra Bibbia della CEI, “edito princeps” 1971, note e commenti della Bibbia
di Gerusalemme, nuova edizione 1973, EDB, Bologna 1974.
[1]: PAPA FRANCESCO, Fratelli tutti. Lettere enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale.

SITOGRAFIA

[2]: DELL Katharine, No, the coronavirus is not an act of God, (20.04.2020), in Church Times,
https://www.churchtimes.co.uk/articles/2020/24-april/comment/opinion/no-the-coronavirus-is-not-
an-act-of-god, (20.01.2021).

[3]: PAPA FRANCESCO, La lezione della pandemia è che nessuno si salva da sola,           in https://formiche.net/2020/10/coronavirus-papa-francesco-pandemia/#:~:text=Le%20parole%20di%20Papa%20Francesco,da%20san%20Giovanni%20Paolo%20II.  10 ottobre 2020, (15.02.2021).

[4]: COLLINS James, in stpaulsburwood, http://www.stpaulsburwood.org.au/cmsAdmin/uploads/20200503-
easter-4-2.pdf, (25.01.2021).

Nota: Le foto sono dai diritti di autori




ALLA SCOPERTA DEL CONTINENTE “DIGITALE”

Un nuovo “continente”

Nel “Direttorio per la Catechesi” pubblicato il 25 giugno del 2020, al numero 371 si legge: «Nel processo dell’annuncio del Vangelo, la vera domanda non è come utilizzare le nuove tecnologie per evangelizzare, ma come diventare una presenza evangelizzatrice nel continente digitale» [1].
In pochi anni è cambiato il modo di guardare il digitale – nella pastorale –: in precedenza, infatti, si pensava ai new media come “mezzi”, strumenti da utilizzare per la catechesi, e in altri ambiti. Non si considerava quindi che sarebbero diventati veri e propri luoghi d’incontro dove le distanze non contano.

Presenza evangelizzatrice

Parto dalla parola evangelizzare, che significa «predicare il Vangelo» [2]; il primo essere umano a farlo è stato Gesù Cristo, ed è da lui che dobbiamo imparare.
Non si tratta di imporre la propria cultura, il proprio modo di pensare, ma di farsi proposta, essere presenza anche in questo nuovo continente. Come? Bella domanda! Imparare da colui che non ha mai imposto nulla, anzi si è reso prossimo, si è messo in ascolto dei vicini e dei lontani, dei dotti e degli ignoranti, non ha fatto distinzione di culture, età, colore di pelle. Ha annunciato “il Regno dei Cieli”, chinandosi su coloro che erano infermi, prendendo per mano tutti coloro che imploravano il suo aiuto, sanando coloro che gridavano e chiedevano la guarigione, aprendo alla fede. Insegnava la prossimità attraverso le parabole come quella del buon samaritano.

Papa Francesco ha utilizzato la parabola nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti: con essa vuole aiutarci a comprendere come vivere da fratelli, attraverso una presenza più vera ed efficace. Scrive:

Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo [3].

Ciò che mi stupisce di papa Francesco è la coerenza nei suoi discorsi, quest’affermazione della “Fratelli tutti” mi è subito tornata in mente il “messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali”:

media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti [4].

Dall’intreccio di queste ultime due citazioni del pontefice si deduce che occorre farsi prossimo sia nella concretezza della vita, sia nel digitale, ovvero “onlife”.

 

Prossimità

Incontrare l’altro, nel nuovo continente

L’incontro nel nuovo continente è una vera e propria sfida, tra la veloce diffusione dei contenuti oltre ogni spazio a noi noto, e la memorizzazione permanente di essi. Francesco nell’ultimo messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali ci aiuta a comprendere dei fondamenti:

La rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze. La tecnologia digitale ci dà la possibilità di una informazione di prima mano e tempestiva, a volte molto utile: pensiamo a certe emergenze in occasione delle quali le prime notizie e anche le prime comunicazioni di servizio alle popolazioni viaggiano proprio sul web. È uno strumento formidabile, che ci responsabilizza tutti come utenti e come fruitori. Potenzialmente tutti possiamo diventare testimoni di eventi che altrimenti sarebbero trascurati dai media tradizionali, dare un nostro contributo civile, far emergere più storie, anche positive [5].

Essere responsabili di testimoniare con poche parole e molti fatti, attraverso la concretezza di una Parola che s’incarna e tocca, che parla da sé. È proprio il messaggio del vangelo che ci porta ad andare contro corrente: non basta passare lungo la riva del digitale ma prendere il largo, imparare a tracciare la rotta in questo mare immenso e tanto “profondo” da nascondere anche dei lati oscuri. Il Signore ci insegna a “non avere paura” anzi ci invita ad osare; a sedare la tempesta ci penserà Lui, e sempre Lui ci prenderà per mano nel momento del bisogno. Noi non dobbiamo stancarci di essere presenza viva, testimoni di un amore che va oltre uno schermo, un click, un video, o un’immagine. Siamo chiamati a testimoniare che è bello incontrarsi anche nella mediazione di uno schermo, a raccontarci con una frase, a mettere un like a una storia o a un post, consapevoli che tutto questo – che è già realtà di un incontro – necessità di ricadute nella vita concreta: impariamo, cioè, a sporcarci le mani “onlife”.

Abitare il nuovo continente

L’abitare il continente digitale da parte del credente, va ben oltre il costruirsi “vetrine” o lanciare messaggi: significa coinvolgersi, non rimanere distaccati. Francesco scrive:

«Occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali» [6].

Nella cura per l’umanità ricade pure l’attenzione alle periferie digitali:

manifestazione più o meno evidente, in svariati casi “occultata”, di una periferia esistenziale nel continente    digitale […] verso cui uscire per un’azione liberante [7].

Ed ancora, poiché molti cercano nel web quello che non riescono a trovare nel mondo quotidiano – nel bene o nel male – sta a chi “lavora” nella rete aiutare a discernere, con amore. Il credente è chiamato ad essere voce di quella Parola – Gesù – che è Via, verità e vita. Sempre papa Francesco scrive:

La buona novella del Vangelo si è diffusa nel mondo grazie a incontri da persona a persona, da cuore a cuore. Uomini e donne che hanno accettato lo stesso invito: “Vieni e vedi”, e sono rimaste colpite da un “di più” di umanità che traspariva nello sguardo, nella parola e nei gesti di persone che testimoniavano Gesù Cristo. Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale [8].

Social media

Comunicare nel nuovo continente

Sappiamo che in questo continente c’è una realtà complessa che supera la nostra immaginazione ed è fatta di culture diverse, di modi di pensare diversi, lingue diverse: tutto questo non ci deve spaventare, anzi dobbiamo considerarlo come una grande opportunità. Significa imparare a conoscersi e a rispettarsi per quello che siamo senza paura. Papa Francesco ci aiuta a comprendere come comunicare:

abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui [9].

Per imparare a comunicare dobbiamo avere un cuore sempre aperto che faccia spazio ad ogni persona in questa realtà dove c’è tanto bisogno di “colori”. Costruiamo un ponte-arcobaleno che ci porti ad avere uno sguardo nuovo su ogni luogo, dove portare la buona notizia significa testimoniare e annunciare che Dio esiste ed è amore.
Madre Maria Oliva Bonaldo la fondatrice delle Figlie della Chiesa – Congregazione religiosa a cui appartengo – se vivesse ancora ci spingerebbe ad abitare questo continente per poter gridare, testimoniare, e far conoscere la Chiesa nata dal costato di Cristo, senza inventarsi chissà che cosa ma con la semplice testimonianza di vita.

Il nostro Istituto, fedele al carisma ricevuto, non può avere altra missione che quella della Chiesa nostra Madre: l’evangelizzazione, la promozione della vita cristiana nei fratelli, per l’edificazione del Corpo di Cristo e la salvezza del mondo. […] Presentiamo al mondo il messaggio della salvezza anche per mezzo di una catechesi viva, aggiornata e qualificata. Nelle parrocchie, nelle scuole, dove è possibile. […] Infatti, afferma la Fondatrice, «il vero ossigeno di cui oggi ha bisogno il Corpo mistico della Chiesa è la nostra gioia di esserle Figlie e di dimostrarlo a viso aperto, in modo che i fratelli, vedendoci, dicano: Dio esiste, ed è Amore» [10].

Guardando all’esperienza in rete delle Figlie della Chiesa, questa riflessione diviene campo di verifica ed auspicio ad aprire al “coraggio” dell’ascolto. Non è facile aprirsi alle differenze; non è facile neanche aprire i post all’opinione, che spesso è piena di pregiudizio e volgarità. Occorre tuttavia aprirsi all’ascolto della rete, educare all’opinione pazientemente. Ciò per passare dall’informazione alla comunicazione che fa comunione, onlife [11].
Ho creato un mini gruppo su WhatsApp con alcuni ragazzi che attraversano la mia vita di Palagiano, Fondi (Latina), Santo Stefano Briga (Messina) e di Salerno, ai quali ho lasciato alla loro visione un video di una religiosa e gli ho chiesto: «un’impressione e cosa suscita in loro». Questo è stato un piccolo risultato.

Un video può interpellare, ma occorre accoglierne le reazioni per comprendere il pensiero del nostro interlocutore, e di là cominciare un cammino insieme. Il Vangelo è ancora vivo e Dio t’incontra dove sei. Vi lascio un video…

…provocatorio.

Palma Mandorino

 


Bibliografia e sitografia

 [1] Pontificio Consiglio Per La Promozione Della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo Milano 2020, n. 371. 

[2] Treccani, Dizionario evangelizzare, in https://www.treccani.it/vocabolario/evangelizzare/ (Consultato il 04.01.2021).

[3] Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Editrice Àncora, Milano 2020, n. 63.

[4] Francesco, messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato il 04.01.2021).

[5] Francesco, messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato 24.01.2021). 

[6] Francesco, messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato il 24.01.2021).

[7] Fortunato AMMENDOLIA, Nelle periferie, cooperatori della “Bellezza”, in Orientamenti Pastorali 10/2017, Atti della 67a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, EDB. 

[8] Francesco, messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato 25.01.2021).

[9] Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Editrice Àncora, Milano 2020, n. 134.

[10] Figlie della Chiesa, Costituzioni, Figlie della Chiesa, Roma 19951, 79.1; 81. 

[11] Cfr. Fortunato AMMENDOLIA, Ascoltare la rete: il primo passo per una pastorale “onlife”, in Orientamenti Pastorali 3/2019, EDB.

Per video e immagini ho utilizzato i seguenti link, partendo dall’immagine in evidenza:
https://pixabay.com/it/illustrations/binario-uno-cyborg-cibernetica-2302728/
https://youtu.be/aYeV48eyPI
http://www.proclamarelaparola.it/parbuonsamaritanolc102537.mp3
https://pixabay.com/it/illustrations/smartphone-mano-fotomontaggio-volti-1445489/
https://pixabay.com/it/illustrations/binario-codice-donna-faccia-vista-1327492/
https://pixabay.com/it/photos/umano-google-polaroid-pinterest-3175027/
https://www.youtube.com/watch?v=b6_4_FNmfyQ




Fede “onlife”

L’impatto dei social sulla vita degli uomini e donne è oggetto di discussione che ha interessato gli esperti e continua ancora oggi a interessare anche la gente comune. La vita dell’essere umano ha una dimensione molto importante che è quella della fede. Ci occuperemo appunto di analizzare l’impatto dei “social” nella la dimensione spirituale dell’uomo al punto che oggi ci fa pensare alla possibilità di una fede onlife, ovvero tra fisicità e digitale.

 

Dove incontriamo il Signore?

Ci capita a volte di voler ridurre la dimensione spirituale al silenzio. Ma la “voce” di Dio trova sempre modo di farsi sentire, in quanto dimensione costitutiva dell’uomo, come sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica: “l’uomo è un essere religioso” [1]. Ciò è palese durante i tempi di grandi prove. Ad esempio, guardando al tempo del Covid19 che stiamo ancora vivendo, si può affermare che l’uomo si è scoperto in maniera drammatica come un essere indigente, bisognoso di un Essere Trascendente che lo possa salvare. Ciò si è concretizzato per un bisogno di relazioni e di solidarietà, soddisfatto attraverso le diverse modalità di comunicazione che i social media ci offrono. Attraverso questi strumenti si sono sviluppate delle catene di preghiera online, di dibattito sull’avvenire dell’umanità, di incontri per sostenersi a vicenda.

 

La compatibilità con la vita

Nel lockdown abbiamo fatto esperienza di una fede che è mantenuta viva attraverso i social, per ogni età e condizione di vita.  Ne abbiamo beneficiato tutti, in modo particolare coloro che vivono fragilità. Proprio come sottolinea Papa Francesco: «nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza»[2]. La proposta vita è per tutti. Anche quando il contatto corporeo è impossibile, il mondo digitale ci aiuta a farci prossimo dell’altro.

 

I social come luogo di incontro con il Signore

A volte ci capita di commettere l’errore di pensare che il Signore si trova solo nei luoghi di culto. Di conseguenza, per incontrarlo bisogna andarvi e quando ve ne usciamo, lo lasciamo lì finché ritorniamo a trovarlo. Ciò fa pensare che siamo noi a fare il movimento. Spesso dimentichiamo che il primo movimento viene sempre da Lui. Il Signore ci raggiunge con vie diverse, anche mediante i social!

Questo incontro con il Signore non ha un luogo fisso o predeterminato, perché Lui ci raggiunge ovunque vuole. Per riconoscere la presenza del Signore, bisogna essere attenti e saper leggere i segni che Egli ci manda. Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli Tutti” sottolinea: “la proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della mia cerchia di appartenenza”[3]. Ciò vuol dire che il Signore ci raggiunge in modo sempre inedito nel prossimo ferito, che grida aiuto.

 

Il Signore ci raggiunge attraverso il fratello/la sorella

Occorre imparare a rivisitare con la luce della fede i nostri rapporti con gli altri. Possono essere in presenza o distanza: ciò che conta è il nostro comportamento davanti all’altro, specie se sconosciuto. È una minaccia per me, o è un fratello, una sorella che devo accogliere come tale? Allo stesso modo risulta anche importante considerare il nostro rapporto con gli anziani. Il Signore ci raggiunge anche attraverso loro, e viceversa, attraverso di noi, loro dovrebbero vedere e sperimentare l’amore, la vicinanza del Signore. È legittimo, anzi doveroso, porsi queste domande: siamo sempre stati queste persone che portano loro il lume della gioia? Che rafforzano la loro speranza? Che li aiutano a vivere i giorni difficili e tesi alla luce della risurrezione? Il ruolo dei social nell’accompagnamento degli anziani, va incoraggiato, sostenuto, esplorato. Le persone anziane, infatti, con l’impossibilità di muoversi hanno trovato modo di nutrire la loro fede mediante il contributo dei media e delle reti sociali; soprattutto attraverso la radio e la televisione.

 

Idea della Chiesa a proposito dei social

Considerando importante l’incontro con il Signore anche attraverso i media e le reti, ci sembra doveroso fare un salto nella storia. Era l’8 settembre 1957 quando il Papa Pio XII  nella sua enciclica Miranda prorsus  si espresse sui mezzi di comunicazione sociali che si stavano sviluppando in quel periodo. La gente di quel tempo poteva ascoltare la Radio, vedere il cinema e seguire la televisione. Il Sommo pontefice affermò che quei mezzi erano e sono ancora oggi doni di Dio nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona. Egli sottolineò soprattutto l’importanza della vigilanza nel loro uso dicendo:

«Infatti, questi mezzi tecnici che sono, si può dire, a portata di mano di ciascuno, esercitano sull’uomo uno straordinario potere e possono condurlo così nel regno della luce, del nobile e del bello, come nei domini delle tenebre e della depravazione, alla mercé di istinti sfrenati, secondo che gli spettacoli presentano ai sensi oggetti onesti o disonesti». [4]

 

Parole da considerare  profetiche

La svolta con Internet

Qualche anno dopo, si aggiunse Internet. Anche con questo strumento la Chiesa, attraverso il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, rimandò all’idea del Papa Pio XII. Precisò che la Chiesa riconosceva in quegli strumenti, dei doni di Dio. Essi sono infatti destinati a unire gli uomini in vincoli fraterni per renderli collaboratori dei sui disegni di salvezza.

Si è infatti notato che lo spazio digitale è un luogo di incontro e di condivisione. Ciò suscita occasioni di testimonianza, per condividere anche la gioia del vangelo, dell’incontro con Cristo, le esperienze di vita vissuta e confortare quelli che sono nella solitudine.

 

Condividere il nostro migliore

Un sacerdote durante l’omelia diceva ai fedeli: “siamo pochi ma non dobbiamo essere timidi”. Guardando la Rete, si può affermare che in tanti sono già scesi su questo campo. Molte sono le testimonianze cristiane, i momenti d’incontro, le preghiere, la celebrazione eucaristica a distanza – che va “presa” nei suoi limiti –, le prediche, che tanti bravi cristiani hanno pubblicato sui social. Questi hanno rigenerato fede, hanno cambiato vite di persone e soprattutto, il loro modo di vedere e di pensare alcune realtà che riguardano la fede. A conferma che anche attraverso questi metodi il Signore raggiunge ogni uomo nella sua quotidianità.

Tuttavia, nessuno può ignorare che questi mezzi possono avvicinare i lontani ma rischiano anche di allontanare i vicini, in quel mix di contenuti, che dicono la verità, ma anche il suo opposto. Nessuno, infatti, deve ignorare che la rivoluzione digitale può cambiare anche il modo di pensare le cose, visto il numero di quelli che sono nello stato di “dipendenza” a causa di alcuni contenuti dannosi che passano sul web. La domanda non è superflua: tutto ciò, non potrebbe anche riguardare il modo di pensare e di vivere la fede?

 

Dalla teoria a buone prassi: testimonianze

I social come luogo per testimoniare la fede

Molti cristiani hanno acquisito che i social sono un dono di Dio. Li riconoscono perciò come un mezzo di trasmissione della fede attraverso testimonianze condivise sulla loro vita cristiana, sulla loro vocazione, su temi teologici.

Vorrei sottolinearne alcuni

Un fatto importantissimo che rimarrà più che mai stampato nella memoria dell’intera umanità è la notte del 27 Marzo 2020. Il Santo Padre, solo e in mezzo alla grande piazza San Pietro, parla ad un popolo che fisicamente non c’è, ma ben presente attraverso i media. La sua parola di conforto ha potuto raggiungere ogni uomo nella sua situazione e nella sua realtà in qualsiasi continente. Il Papa in questo giorno, ha benedetto il popolo di Dio concedendo l’indulgenza plenaria a distanza. Con questo esempio possiamo affermare che l’opera del Signore Gesù ha diversi modi di manifestarsi nei cuori degli uomini.

Una persona (di una certa età) mi confidava questa testimonianza: “non ho mai sperimentato una vicinanza così forte con il Signore come l’ho provata attraverso la persona del Papa in questo giorno. Questo gesto mi ha fortificato nella mia fede. Mi ha dato il coraggio di lottare per custodire la fede e mi ha messo in comunione con ogni persona che soffre.

Insomma, egli ha portato un cambiamento nella mia vita”. Un esempio per dirci che il Signore, grazie ai social, raggiunge ogni uomo nella sua situazione. Questo esempio ci mostra con chiarezza un possibile contributo dei social per vivere la fede onlife.

 

Suscitare un desiderio di conversione

Cinque anni fa, una giovane ragazza decise di abbracciare la vita consacrata. Ella mise la sua testimonianza online sul canale youtube:  “Testimonianza di Marilena Civetta”,  dove ognuno che abbia interesse per la vita consacrata la può trovare.

Tantissime persone hanno visualizzato questa testimonianza. Pur non sapendo l’idea che hanno avuto dopo, l’importante è che la sua testimonianza mi ha portato a riscoprire la bellezza della mia vocazione. Quella ragazza non nasconde il suo passato non esemplare per ciò che riguarda la fede. Ella ci ricorda le parole del Signore: “Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc2,13-17). Con questa parola, dice la giovane ragazza: «Noi siamo pieni di miseria, siamo fatti così e io li vivo con tanta dolcezza, perciò Dio ci ha amati per come siamo, per sollevarci, perciò la persona va presa da dove è, va amata come è» [5]. Quando ho consigliato questa testimonianza ad alcuni dei miei amici religiosi, le reazioni sono state tante e uno mi disse che si sentì liberato dalla paura di condividere con altri l’esperienza della sua vita passata perché la riteneva vergognosa. Quindi, la testimonianza di questa giovane ragazza ha rigenerato qualcuno.  Pur senza conoscersi o senza essere vicino: la sua testimonianza ha raggiunto, e raggiungerà, tante persone lì dove sono.

 

I social, scuola di preghiera

che  ha sviluppato tantissimi temi che hanno aiutato tanta gente i soprattutto i giovani cristiani. durante la prima fase del corona virus che anche adesso, nel suo video pubblicato sul canale youtube intitolato :A che cosa serve la preghiera? La sua idea sull’efficacia della preghiera ha aiutato tanti, compreso io stesso. Infatti, tanti non sanno bene a che cosa serve la preghiera, quindi non è venuto male il ricordarci la citazione di sant’ Ignazio di Loyola :“ prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te”.

Il come e il perché pregare soprattutto durante i momenti difficile è un tema molto importante per tutti i credenti. sappiamo che nei momenti di calma ognuno può sentirsi autosufficiente. però durante le prove ognuno sente il bisogno degli altri e il loro sostegno. perciò ci promettiamo di pregare l’uno per l’altro.

Chi sta soffrendo molto chiede agli altri di pregare per lui. L’efficacia della preghiera però, non è toglierci il dolore o liberarci dal pericolo che stiamo affrontando. Come ce lo dice Don Alberto, la preghiera cambia noi stessi.  ci fa entrare nel cuore di Dio e ci fa cambiare la visione, dando senso alla realtà che si sta vivendo, persino delle cose assurde o terribili.

 

Un consiglio di Giovanni Paolo II (santo)

Tutti questi sono i nostri fratelli e sorelle. Dovremmo sapere veramente di che cose hanno bisogno.  Normalmente hanno bisogno di Gesù, come lo dice San Giovanni Paolo II ai giovani  nel suo testamento: « È Gesù che cercate quando sognate di felicità, è lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, è lui la bellezza che tante vi attrae, è lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita, è lui che vi legge nel cuore le decisione più vere che gli altri vorrebbero soffocare »[6]. Quindi, dopo avere incontrato i nostri fratelli  e sorelle che soffrono, un cristiano anche on life è chiamato ad essere il buon samaritano.

 

Jean Paul Ngendakumana

Anna Tine, pm

 

Note

[1] Catechismo della Chiesa cattolica no 28

[2] Discorso di Papa Francesco……

[3]Papa FRANCESCO, lettera enciclica sulla fratellanza umana, Fratelli tutti(3 ottobre 2020) nn 81.

[4] Pio XII, Lettera enciclica Radio, cinema, Televisione,  Miranda Prorsus(8 settembre 1957),nn6.

[5] Il respiro di Dio, storie di vita consacrata, la testimonianza di Marilena Civetta in https://youtu.be/FQEqmWHyj7w,21.gennaio 2021

[6] Dodici porte, il Testamento di Giovanni Paolo II ai Giovani in https://youtu.be/cQOTYe_o7Pw, 21 gennaio 2021

 

Bibliografia

Catechismo della Chiesa Cattolica no28

Papa Francesco, Lettera enciclica sulla Fratellanza e l’amicizia sociale Fratelli Tutti, Paoline, Roma 2020

Pio xii, Lettera enciclica Cinema, Radio e Televisione Miranda Prorsus, Roma 1957

 

Sitografia

Testimonianza di Marilena Civetta in: https://youtu.be/FQEqmWHyj7w

Testamento di Giovani Paolo II ai Giovani in: https://youtu.be/cQOTYe_o7Pw

RAVAGNI Alberto, che cosa serve la preghiera? In: https://youtu.be/InP0CkEnmi4

https://m.famigliacristiana.it/articolo/papa-francesco-nessun-essere-umano-e-incompatibile-con-la-vita

Urbi et orbi del 27 marzo 2020 in: https://www.youtube.com/watch?v=N5pLQ2G8GK0

 

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COMUNICARE CON RESPONSABILITÀ NEL CONTINENTE DIGITALE

«Vieni e vedi» (Gv 1, 43-46). Comunicare incontrando le persone come e dove sono. [1]
Papa Francesco scegliendo le parole dell’apostolo Filippo, fa ricordare che nel conoscere la vita degli altri, e partecipandovi, si comprende il senso delle cose. Il tempo di pandemia – con la distanza imposta dal lockdown – nel cambio epocale che stiamo vivendo, ha accelerato la necessità di una pastorale attenta alla comunicazione digitale. Una buona comunicazione a tutto tondo, infatti, “rende possibile la vicinanza necessaria per riconoscere ciò che è essenziale e comprendere davvero il senso delle cose”. [2]

Comunicare
Comunicare è un verbo che ha due soggetti attivi – “Io, e Tu” – che rendono la comunicazione scorrevole e quindi creano reciprocità. Nel comunicare è molto importante l’efficacia del messaggio trasmesso. Questo richiede una buona conoscenza dei mezzi di comunicazione e l’importanza delcontenuto. Il contesto della comunicazione richiede determinati elementi: il messaggio, che è il contenuto, ovvero il tema che si vuol trasmettere; l’emittente, che è la persona che invia il messaggio; il ricevente, che è la persona che riceve il messaggio; il contesto, ovvero la situazione in cui avviene la comunicazione; il canale, ovvero il mezzo attraverso cui passa la comunicazione; il codice, che è il linguaggio utilizzato per comunicare. [3]
L’atto di comunicazione, per essere tale, deve concludersi con la “ricezione” del messaggio da parte del destinatario, pena la nullità del medesimo; se spedisco una lettera e questa non arriva al destinatario l’atto comunicativo non si è attivato. Di fatto, l’atto comunicativo, si compie nel momento in cui genera un feedback, una qualche risposta.
Esistono due tipi di comunicazione. Primo tipo è la cosiddetta comunicazione di massa, che utilizza un particolare canale per trasferire informazioni a direzione unica: è un informare. Il secondo tipo di comunicazione è detto interpersonale: la comunicazione per antonomasia, dove i risultati che si possono conseguire sono sempre più efficaci. La comunicazione interpersonale, infatti, coinvolge due o più persone e si basa sempre su una relazione in cui gli interlocutori si collocano sullo stesso piano.
Dimostriamo empatia quando comunichiamo all’altro la nostra volontà di comprendere il suo punto di vista. L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Riconoscere unicamente il proprio punto di vista significa “chiusura”, ed è assenza di volontà di ascoltare con altri. Il dialogo è necessario; la comunicazione obbliga a rivedere il modo di rapportarsi con le persone costruendo una nuova cultura che favorisca ascolto, alterità e collaborazione, anche a distanza.In ambito di fede, questo non vuol dire rinunciare al proprio credo, ma riconoscere il terreno su cui muovere passi di evangelizzazione. Il contesto, ovvero la situazione globale in cui l’atto comunicativo avviene, offre una chiave interpretativa. Ogni feedback manifesto va decodificato per una riformulazione del messaggio.

I destinatari, ovvero il target
Mandato fondamentale della Chiesa è quello della evangelizzazione. Infatti nel decreto conciliare Ad gentes, al n. 1 leggiamo che la Chiesa “inviata per mandato divino alle genti per essere «sacramento universale di salvezza» … si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini”. La Chiesa, quindi, fortemente responsabile del mandato di Cristo non può non attivare tutti gli strumenti perché la Parola di Dio possa essere portata nei contesti di vita, primo tra tutti quello della famiglia. Sarà suo compito vedere, ascoltare le esigenze nuove del popolo cristiano per proporre, con fedeltà, il messaggio di Cristo alle persone, servendosi di nuove vie, anche tecnologiche, al fine di creare una cultura dell’autentico “amore”. Consapevoli delle grandi responsabilità che abbiamo in quanto uomini e donne di Chiesa, ecco che il Papa Francesco ci esorta fortemente a vivere come “Chiesa in uscita”, per raggiungere le persone nelle situazioni reali di vita.
«Vieni e vedi»(Gv 1, 43-46). È invito ad un’esperienza. Esperienza è “conoscenza acquisita attraverso il contatto diretto con la realtà”.[4] Quando uno fa esperienza, testimonia una realtà: la conoscenza di quella realtà è profonda e la trasmette con certezza e convinzioni. Questo invito l’aveva usato Gesù quando Andrea e Giovanni gli avevano chiesto: Maestro dove abiti? Gesù rispose: «venite e vedete». Dopo un vissuto insieme, saranno loro a portare l’esperienza, la testimonianza, perché conoscono la verità. Per aver un saper profondo delle cose, delle realtà,potrebbe essere difficile trovare parole giuste per spiegare: modo privilegiato, dunque, è fare l’esperienza.Ciò contrasta fake news, ed esalta la verità. Nei new media, si può essere presenza che incontra e trasfigura, e permette di cogliere la bellezza della vita cristiana.
«Comunicare incontrando le persone come e dove sono». Ciò invita alla relazione. L’uomo è un essere relazionale ed è soltanto quando si creano buoni rapporti che si ha la possibilità di comunicare oppure trasmettere. Gesù manda i suoi discepoli a due a due: questo perché esperiscano anzitutto relazione tra loro, e poi andando al popolo favoriscano relazioni/Relazione (Lc 10,1-9).Bisogna curare la relazione, e questo si fa prendendo l’iniziativa di andare tra le persone, creare contatto, fare esperienza della loro realtà di vita. Poi viene l’annuncio.

Per una pastorale digitale
Anche per la comunicazione digitale deve considerare la capacità di aprire ad una relazione umanizzante. Con un click si entra nell’universo di Internet. Facciamo parte di questo continente digitale! Un continente formato da esseri umani di tutte le culture, etnie e molteplici confessioni religiose e tendenze politiche. “Essere missione” in questo continente digitale richiede molta attenzione e responsabilità.
Siamo responsabili di tutto ciò che scriviamo e pubblichiamo su internet e sui social media. Abbiamo, infatti, il potere di raggiungere un gran numero di persone – potenzialmente ogni essere umano – con quello che scriviamo e condividiamo. Quando scriviamo qualcosa a nostro nome, siamo responsabili di ciò che pubblichiamo davanti a tutti. Comunicare nel digitale richiede una costante attenzione alla nostra privacy e sicurezza.
Quando comunichiamo e condividiamo informazioni per conto delle istituzioni che rappresentiamo, dobbiamo sempre essere attenti a trasmettere i valori e la missione dell’istituzione, nonché a garantirne l’immagine, la credibilità e la trasparenza. Il continente digitale è un ecosistema sociale e culturale. Ci offre grandi opportunità per essere connessi con le persone e avere accesso al mondo della cultura, dell’economia, della politica, dell’istruzione e della religione.
Il continente digitale ci sfida oggi ad essere comunicatori dei valori della vita, della verità e della speranza. Il mondo digitale ci sfida a sperimentare relazioni umanizzanti e solidarietà, per costruire la fratellanza umana tra tutti ipopoli e le nazioni. È nostra responsabilità etica, promuovere la solidarietà digitale.
L’uso dei media digitali, se da un lato permette di raggiungere molte persone contemporaneamente e quindi trasmettere dei messaggi ricchi dal punto di vista spirituale, dall’altro non vuole escludere il contatto personale, il quale è sempre più arricchente. Da ciò ne consegue che il fedele connesso con la piattaforma digitale possa trovare nei messaggi ricevuti un incoraggiamento, motivazioni valide per trasmettere un feedback in linea con quanto ha ricevuto.

“Dio ti incontra dove sei”: un vecchio detto
Come si legge nel comunicato della Sala Stampa Vaticana, “l’annuncio cristiano prima che di parole, è fatto di sguardi, testimonianze, esperienze, incontri, vicinanza. In una parola, vita”. È, quindi, nel manifestare interesse per la vita degli altri, nel partecipare alle gioie e ai dolori di ognuno, che si conosce la verità e si comprende il senso delle cose. [5]
Di fatto, si tratta di inserirsi nella dinamica di quella “pastorale in conversione”, indicataci da Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium. Occorre, quindi, una forma di pastorale con una forte accentuazione evangelizzante, che sappia ridire la fede anche attraverso un linguaggio adatto ai tempi e alle persone. Anche attraverso l’utilizzo e la valorizzazione delle potenzialità del digitale.
Dio è Comunicazione. La Chiesa, quindi, per sua natura, è una realtà comunicativa. Comunicazione ad intra e ad extra. La comunicazione digitale, nel panorama dell’evangelizzazione, definisce nuovi areopaghi moderni. Come la complessa galassia del web che ha unificato la società, rendendola un villaggio globale:le nuove generazioni, soprattutto, crescono secondo modi e stili attivati dalle dinamiche web. Nell’esortazione Evangelii nuntiandi, papa Paolo VI già indicava nei mezzi di comunicazione di massa una forte opportunità di evangelizzazione.
Questo significa che abbiamo la missione di lavorare per l’inclusione digitale, in modo che tutte le persone abbiano il diritto di comunicare, di usare i media digitali per la loro formazione, per il loro ingresso nel mondo della conoscenza, del lavoro, delle relazioni umane nel loro gruppo o comunità. A tal proposito, considerando una mia esperienza nel continente digitale con l’App “WhatsApp”, posso dire che essa mi permette di dialogare con mie consorelle in altre case dell’Istituto. La comunicazione diviene più difficile se penso all’Africa, in cui è vivo il problema del digital divide. Mi piacerebbe dialogare con la gente dei villaggi in periferia, ma qui, diversamente dai grandi centri urbani, ogni connessione è limitata, se non assente.

Apriamo vie, opportune, che permettano a Dio di incontrare l’uomo.

Io e la mia terra, l'Africa
Io e la mia terra, l’Africa

 

Bibliografia e sitografia

[1] Papa Francesco, Messaggio del Santo Padre Francesco per la 55.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 29.09.2020

[2] Cfr. B. Capelli in https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-09/papa-francesco-tema-giornata-mondiale-comunicazioni-sociali.html (Consultato 13 gennaio 2021)

[3] Cfr. F. Bochicchio in https://www.formazionescienzesociali.unisalento.it/c/document_library/get_file?uuid=a0ca2694-e44d-4d9e-be2d-d9ee84ed6f81&groupId=886128
(Consultato 15 gennaio 2021)

[4] Corriere della sera/Dizionari in https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/esperienza.shtml (Consultato 26 gennaio 2021)

[5] https://settimanadellacomunicazione.it/messaggio-del-papa/ (Consultato 13 gennaio 2021)

 

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