TECNOLOGIE E STUDENTI NAI NELLE SCUOLE

E’ necessario descrivere una realtà che è sempre più vicina e predominante nella nostra vita quotidiana, come anche nelle scuole in cui si insegna. Una realtà che ci dimostra come la didattica-digitale e tutte le strumentazioni tecnologiche siano divenute essenziali per stimolare l’interazione, l’attenzione, la curiosità degli studenti e che, in particolari circostanze, sono l’unica risorsa utile per poter stabilire un dialogo ed una relazione con gli alunni che si interfacciano con l’attuale vita scolastica, considerando i grandi cambiamenti del periodo storico al quale siamo sottoposti.
Tutto è divenuto alla portata di tutti in un solo click, ci si rende conto della necessità di avere uno smartphone, un device, un tablet, un pc dunque strumenti che per noi insegnanti e per gli studenti grandi e piccini, sono divenuti essenziali per svolgere qualsiasi tipo di attività. Questo svela come sia divenuto necessario essere all’altezza delle aspettative e delle conoscenze tecnologiche, di un mondo che si estende su piattaforme e spazi misurabili in Mega-bite o Giga-bite e su velocità di linee Wi-Fi che ci richiedono costantemente una risposta rapida per poter essere al passo con i tempi. Bisogna imparare a guardare un fenomeno da più prospettive per comprenderne e apprezzarne le qualità ed eventualmente considerarne le possibili criticità, dunque una prospettiva univoca ci porterebbe a considerare questo fenomeno secondo un atteggiamento di chiusura, rifiutando la necessaria apertura con cui siamo invitati a rispondere. Il digital learning non può essere compreso e apprezzato se si considerano gli standard e le categorie classiche d’insegnamento. Apparentemente potrebbe risultare deperimento o addirittura impoverimento delle attività didattiche non considerando però uno degli aspetti fondamentali della scuola digitale: ci permette di entrare in comunicazione e interconnessione con studenti di altre culture, i cosiddetti studenti NAI, studenti stranieri neo-arrivati in Italia, considerati studenti BES (bisogni educativi speciali).
Progettare una scuola inclusiva ci porta parallelamente a considerare la necessità di servirsi di strumenti, piattaforme e comunicazioni digitali che mostrano come si possa ridurre la distanza culturale, religiosa e sociale. Non bisogna quindi vedere il “digital” come un male di cui doversi al più presto liberare, ma come un grande mezzo messo a nostra disposizione per favorire le condizioni apprenditive di coloro che hanno difficoltà, che hanno bisogni speciali (BES) e per coloro che scappano da guerre e si rifugiano nelle nostre scuole.

Proviamo a riflettere su come possiamo relazionarci con uno studente straniero rifugiato nel nostro paese.

LIMITI E POSSIBILI SOLUZIONI

Sappiamo che oggi accogliere un ragazzo o una ragazza di un’altra nazionalità comporta la necessità di essere pronti ad introdurre misure apprenditive, compensative e dispensative che forniscano allo studente non solo una tranquillità e serenità all’interno del gruppo classe ma che abbia la possibilità di metterlo in relazione con compagni ed insegnanti, dove però la difficoltà linguistica diventa una barriera insormontabile se dovessimo pensare ad una scuola fatta di dizionari e libri cartacei.
Ad oggi nella scuola sono presenti ragazzi e ragazze stranieri provenienti da paesi come il Pakistan con la loro lingua Urdu, lingua che a livello grammaticale e strutturale è analoga a quella della lingua hindi in cui la differenza sostanziale è a livello grafico, infatti mentre l’hindi ricorre all’alfabeto devanagari, l’urdu utilizza i segni grafici arabo-persiani.
Altri provenienti dal Marocco in cui la lingua parlata e scritta è l’arabo fatto di simboli calligrafici e suoni lontani dalle lingue neo-latine oppure rifugiati provenienti dall’Ucraina con il loro alfabeto cirillico che nell’immediato devono riuscire a superare non solo la disperazione di essere fuggiti da zone di guerra, ma necessariamente essere inseriti in un ambiente scolastico in cui il limite della lingua diventa un ulteriore disagio da affrontare.

Come ci si relaziona con questa multiculturalità nelle scuole?
Per prima cosa si cerca di dotare gli alunni di tablet o pc. Si riesce così ad avere un mezzo che, tramite le piattaforme di traduzione, può permettere la rapida comunicazione con i compagni e con gli insegnanti. Nel caso in cui le lingue utilizzino simbologie ed alfabeti differenti dal nostro (come nel caso della simbologia delle lingue Urdu, Arabo e Cirillico) il primo ostacolo potrebbero essere le tastiere dei nostri computer, mentre attraverso l’utilizzo delle piattaforme di traduzione diventa veramente molto facile cambiare rapidamente tastiera e permettere ai ragazzi di potersi esprimere liberamente comunicando i loro bisogni, soprattutto quando in molti casi non c’è la possibilità di comunicare tramite lingue straniere comuni come l’inglese o il francese. A tutte queste prime apparenti difficoltà si può rimediare con programmi che prevedono traduzioni immersive di interi testi e che possono garantire anche la possibilità di un aiuto vocale che suggerisca loro la corretta pronuncia dei termini. Diventa possibile condividere file, esercizi di pronuncia vocale su piattaforme digitali scolastiche potendo rendere questi ragazzi totalmente autonomi nella gestione delle applicazioni. Tutto il materiale digitale può essere istantaneamente condiviso con l’intera classe grazie alle LIM (Lavagna Multimediale Interattiva) installate nelle aule, che permettono la condivisione simultanea del file. Diventa a questo punto necessaria la formazione dei docenti nell’utilizzo delle attrezzature per rendere sempre migliori le opportunità di utilizzo dei mezzi didattici tecnologici. Vengono messi in rete video tutorial sull’utilizzo di mezzi che permettano di elaborare file didattici modificabili e audio-riproducibili nelle varie lingue https://www.youtube.com/watch?v=q4aMiA-6vqM&t=619s.

 

RICERCHE E MEZZI

Questi strumenti possono essere facilmente sfruttabili tramite le lavagne digitali, già presenti da tempo nelle nostre scuole, che tramite il loro naturale collegamento con PC, rendono accessibile l’attività didattica senza creare una differenziazione massiva nelle attività che relegherebbero lo studente NAI  in disparte, ciò invece permette di rendere partecipi tutti gli studenti senza incentivare o alimentare la difficoltà di integrazione e comunicazione. A tal riguardo è stata condotta una ricerca da Caterina Braghin, Emanuela Cotroneo e Alessandra Giglio1, studiose nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli studi di Genova, che sostiene come le tecnologie didattiche favoriscono la comunicazione tra docenti e discenti di lingue e culture diverse. In una prospettiva di didattica laboratoriale, è opportuno creare uno spazio attrezzato che includa le TIC (Tecnologie per l’Informazione e la Comunicazione), grazie alle quali l’insegnante riesce più agilmente a gestire la varietà delle situazioni, le diverse necessità e i bisogni linguistici di ogni studente, che variano a seconda della loro competenza linguistica. Come sostiene la Prof.ssa Sara Ferrari “L’utilizzo della LIM, dei computer con software specifici e delle risorse offerte dal Web rende l’apprendimento più immediato e anche divertente, e ovviamente più adatto allo stile comunicativo dei giovani, compresi i NAI. L’importante, però, è fare in modo che le strumentazioni tecnologiche a disposizione non sostituiscano il grande valore della relazione umana che deve nascere e svilupparsi tra il docente e gli studenti e tra gli studenti all’interno del gruppo.”2.

La Professoressa Ferrari nell’articolo propone, in base al grado di conoscenza della lingua, una panoramica di siti Web, corsi, app e materiali interattivi adatti agli studenti per una fruizione autonoma e per efficaci attività che si possono svolgere all’interno dei laboratori scolastici, ad esempio:

CONCLUSIONE

Per una vera e propria scuola che si definisca inclusiva, dotarsi di mezzi tecnologici e di personale qualificato a livello tecnologico sembrerebbe essere una sfida ma anche un dovere, perché bisognerebbe offrire la migliore possibilità e prospettiva di insegnamento che non si lasci abbattere dalle barriere linguistiche o di culture e tradizioni anche religiose, per permettere una crescita collettiva e comunitaria, incentivando l’interculturalità.
Per terminare riportiamo le parole dell’insegnante Michela Ferrari di scuola primaria presso l’ I.C. Manzoni di Cormano, formatrice iscritta all’albo dei formatori Oppinforma che si occupa di didattica per competenze e nuove tecnologie: “Appare necessario un cambiamento dei modelli d’insegnamento che punti a promuovere sia pratiche più operative, sia un ripensamento del setting educativo finalizzato all’integrazione di spazi, tempi, regole, di percorsi di training, finalizzati alla condivisione della scelta del tipo di supporto e, soprattutto, all’acquisizione da parte degli alunni di competenze conoscitive e di gestione dello strumento, al fine di sfruttarne al meglio le potenzialità durante le attività proposte. L’insegnante dovrebbe ridurre i momenti di lezione frontale inserendo l’apprendimento cooperativo, il tutoring, l’uso condiviso e multifunzione delle TIC, la didattica metacognitiva, e proponendo materiali didattici adattati alle esigenze degli alunni. […] E’ fondamentale pensare e progettare una scuola che sia adatta e funzionale ad ogni bisogno, insomma una scuola per tutti. La pedagogia dovrebbe, in questo senso, essere funzionale alla possibilità di permettere a tutti di progredire e di poter percepire il proprio progresso.”3.

Sara Romano

 

SITOGRAFIA

http://www.youtube.com\watch?v=q4aMiA-6vqM&t=619s [ultima visualizzazione: 22 maggio 2022]

http://www.researchgate.net/publication/259658907_Le_tecnologie_didattiche_nella_classe_di_lingua_italiana_per_stranieri_Il_caso_degli_apprendenti_cinesi_del_Progetto_Marco_Polo [ultima consultazione: 22 maggio 2022]

http://icnord1brescia.edu.it/wp-content/uploads/sites/358/le-tecnologie-digitali-nella-didattica-dellitaliano-L2.pdf [ultima consultazione: 22 maggio 2022]

http://oppi.it/wp-content/uploads/2017/05/oppinfo121_051-059_michela_ferrari.pdf [ ultima consultazione: 22 maggio 2022 ]

http://www.raiscuola.rai.it/italianoperstranieri [ ultima consultazione: 22 maggio 2022]

http://parliamoitaliano.altevista.org [ ultima consultazione: 22 maggio 2022 ]

http://www.busuu.com/it [ ultima consultazione: 22 maggio 2022 ]

http://it.mondly.com [ ultima consultazione: 22 maggio 2022]

NOTE

 




I media a servizio della dignità umana

 

I mezzi di comunicazione sociale svolgono un ruolo decisivo nella società. I media influenzano notevolmente la cultura e la mentalità di oggi e i vari strumenti disponibili determinano la vita di tante persone. Le piattaforme sociali esercitano un enorme potere sulle scelte e le azioni degli uomini,. C’è una realtà virtuale-digitale che ci sovrasta, ci influenza e per certi aspetti ci controlla anche. Davanti a tali cambiamenti epocali non si può rimanere indifferenti, optando di non “averne a che fare” e, questo, non soltanto per un fatto chiaramente oggettivo: tutti, anche i più avversi a questi strumenti, in un modo o nell’altro ne sono in qualche modo legati, ma anche e soprattutto per un senso di responsabilità che, se è vero, come lo è, che tali mezzi di informazione e comunicazione interessano ormai gran parte della popolazione mondiale, c’è da preoccuparsi per fare in modo che anche in queste piattaforme ci sia un impegno umano, e quindi cristiano, per ciò che è buono e giusto. La Chiesa giustamente afferma che questo impegno abbraccia anche la sua vocazione missionaria. Essa, chiamata a “portare la salvezza a tutti gli uomini ed essendo perciò spinta dalla necessità di diffondere in Vangelo” 4. Poichè questi potenti mezzi di comunicazione hanno un potere immenso sulle decisioni e sulle azioni degli uomini, come si esprimeva il Santo Padre Giovanni Paolo II: “è un fatto che le vostre decisioni anche minime possono avere un impatto globale” 5, la Chiesa Cattolica “ritiene suo dovere predicare l’annuncio della salvezza servendosi anche degli strumenti della comunicazione sociale e insegnarne agli uomini il retto uso.” (IM 3)

 

 

 

1) Il diritto eminente: la dignità della persona umana

I moderni mezzi di comunicazione offrono senza dubbio un grande contributo alla società e possono contribuire alla costruzione di un mondo più giusto, ma possono anche degradare i costumi, distruggere la morale ed infliggere gravi conseguenze alla comunione delle persone e alla loro salute spirituale. La Chiesa “è afflitta da materno sentimento di dolore per i danni che molto spesso il loro cattivo uso ha provocato all’umanità.” (IM 2). Per questo la Chiesa, attraverso l’insegnamento del Magistero, si sforza di aiutare questi nuovi canali di trasmissione di notizie e contenuti a raggiungere lo scopo al quale essi stessi sono chiamati: servire alla persona umana. Giovanni Paolo II insegnava che esiste un legame fra la comunicazione e la religione, in quanto la religione è comunicazione con Dio, ma anche comunicazione umana, che si fonda sul rapporto d’amore con il prossimo. Perciò come esiste il diritto alla comunicazione, così ad esso è legato anche il diritto all’informazione, che la Chiesa riconosce e promuove. Ecco come pronuncia il Concilio Vaticano II: “appartiene dunque alla società umana il diritto all’informazione su quanto, secondo le rispettive condizioni, convenga alle persone, sia singole sia associate.” (IM 5) Il Concilio aggiunge che questo esercizio deve essere svolto secondo i principi della verità e, salve la giustizia e la carità, così dice testualmente il decreto sulle comunicazioni sociali, integra. Rammenta infatti che non ogni cognizione è sempre opportuna o conveniente, mentre lo è la carità, che tiene conto delle situazioni e trova il modo di adattare la verità alla realtà cui si rivolge. E’ davvero importante insistere pure sulla integrità dell’informazione, affinché non si diventi manipolatori della verità. “Oltre a ciò c’è il dovere di evitare in ogni caso qualsiasi manipolazione della verità.” (GPII-mass media, 3) Bisogna però ricordare che ad ogni diritto corrispondono anche doveri corrispondenti. E’ il caso della questione fra i diritti della società, che si esplicano in varie forme e nei vari contesti e il dovere morale universale. Su questo si deve essere chiari: “alla base di tutti i diritti umani c’è la dignità della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio (GPII-mass media 5), su cui tutti i diritti si fondano, persino quello alla privacy. Bisogna difendere, parallelamente alla tutela dei diritti dei singoli, anche la sacralità della persona umana nella sua interezza, evitando ogni forma di offesa e di scandalo alle coscienze. Ecco ciò che dice a riguardo il Concilio nel decreto Inter Mirifica: “il primato dell’ordine morale oggettivo deve essere rispettato assolutamente da tutti, poiché solo esso supera e armonizza tutti gli altri ordini di attività umana, per quanto nobili, non escluso quello dell’arte” (IM 6). In questo caso quello della privacy è un esempio calzante. L’art.7 della Carta dei diritti dell’UE (Carta di Nizza) -Rispetto della vita privata e della vita familiare- afferma che: “ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni”; ciò nonostante questo “non è formulato come un diritto a sé, ma nasce come limite alla libertà di espressione e al diritto all’informazione”. La tensione fra queste dimensioni, appunto la tutela dei diritti e la difesa dell’ordine morale, necessita di un’attenta riflessione da parte dei diretti responsabili di questi mezzi prima, e da parte di tutti coloro che in diversi modi ne usufruiscono poi. La posta in gioco è alta e dal delicato equilibrio fra i diritti della cultura e le norme della legge morale dipende la serena convivenza nella società e la pace nel mondo. “Tutti i media di cultura popolare che voi rappresentate possono costituire o distruggere, elevare o degradare. Voi avete indicibili possibilità di fare del bene, inquietanti possibilità di distruzione. E’ la differenza tra la morte e la vita- la morte o la vita dello spirito-. ed è una questione di scelta. La sfida di Mosè al popolo d’Israele si applica oggi a tutti noi: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte… Scegli dunque la vita”. (GPII-mass media, 2). Stando sempre al parere della Chiesa, particolari responsabilità spettano alle autorità civili, chiamate a tutelare il bene comune. Spetta alle autorità competenti vagliare ciò che i mezzi di comunicazione sociale propongono e favorire, promuovere le giuste e vere forme di informazione. “Lo stesso potere pubblico, che giustamente si interessa della salute fisica dei cittadini, ha il dovere di provvedere con giustizia e diligenza, mediante la promulgazione di leggi e l’efficacie loro applicazione, che dall’abuso di questi strumenti non derivino gravi danni alla moralità pubblica e al progresso della società.” (IM 12) E’ possibile infatti intervenire per la tutela e il rispetto della legge morale senza mancare ai diritti della cultura e dell’informazione, che sempre invece è chiamata a rispettare queste norme. In questo un’attenzione speciale va posta soprattutto ai giovani e agli adolescenti, che, per la loro condizione, sono i più fragili. Per questo chi lavora nel mondo della comunicazione e dell’informazione, dovrebbe sentire quest’imperativo rivolto anzitutto a sé stesso. Questa grande industria infatti “si trova a gestire grandi somme di denaro che portano con sé gravi problemi” (GPII-mass media 7). Occorre che anche costoro riflettano seriamente sulla gravità del ruolo che investono e sulle conseguenze che, dalle loro stesse scelte, possono ripercuotersi su larga scala. Affinché ciò avvenga, è importante che essi stessi non vengano “ingoiati” dal sistema in cui operano. Tuttavia accade pure che questa enorme responsabilità molto spesso ricada unicamente su chi dispone di questi strumenti, proprio per la difficoltà di regolare a livello legislativo simili strutture. Paolo VI rivolgendosi una volta a questa classe di professionisti diceva: “Non si chiede che facciate i moralisti a tesi fissa; ma ancora si fa credito alla vostra magica abilità di far intravedere il campo di luce che sta dietro il mistero della vita umana.” 6 Sembra essere proprio questo l’invito più pressante che i diversi Pontefici di questi passati decenni hanno rivolto a in materia.

 

 

2) Nulla sostituisce il vedere di persona

Dal pensiero del Papa polacco emerge nella comunicazione la forza della parola. Tale forza può essere riconosciuta da tutti, mentre costituisce allo stesso tempo pure una comune speranza nella ricerca del dialogo e della solidarietà. “Sono convinto che in larga misura possiamo condividere una comune speranza, radicata in una visione della razza umana armoniosamente unita attraverso la comunicazione. Sono certo che tutti voi, cristiani o no, mi permetterete di riferirmi al grande fascino che circonda il mistero della parola come comunicazione. Per i cristiani, la parola come comunicazione è la spiegazione di tutta la realtà così come viene espressa da San Giovanni: ” In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” (GPII-mass media 8). E’ indicativo come anche nelle relazioni quotidiane la parola abbia un ruolo fondamentale nella comunicazione. Ma la parola non è mai distaccata dalla realtà; essa infatti esprime e riporta quanto gli uomini sentono, pensano, vivono, o anche soffrono. Perciò è importante che chi possiede il compito di riportare i fatti, in particolare i giornalisti, si faccia vicino sì alla realtà che descrive e non si limiti ad esporre soltanto fatti o notizie in maniera “distaccata”. Vicinanza vuol dire pure che la parola non si limita al discorso verbale. C’è bisogno di altro, di un contatto reale con la realtà, di una vicinanza concreta ai fatti e al prossimo. Con tutto il bene che questi mezzi possono significare, non si può sostituire la presenza fisica con la presenza virtuale. I dati riportati da Hootsuite sono terribilmente chiari: 7 ore al giorno di media sul web, 3 ore e 20 sulla TV, 2 ore e mezza sui social media… impressionante!  Per quanto questi mezzi offrano grandi risorse per la comunicazione, nulla sostituisce il vedere di persona. “Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti.” 7 Le parole del Papa hanno uno taglio pastorale. Citando il Beato Lozano Garrido (giornalista spagnolo morto nel 1971 e beatificato nel 2010) “apri con stupore gli occhi a ciò che vedrai, e lascia le tue mani riempirsi della freschezza della linfa, in modo che gli altri, quando ti leggeranno, toccheranno con mano il miracolo palpitante della vita”, il Papa esorta a consumare le suola delle scarpe, ad uscire, a vedere con i propri occhi, a toccare la vita con le proprie mani, come stile che deve caratterizzare ogni azione pastorale autentica. Ancora una si parla di un diritto del popolo a comunicare. Comunicazione che comprende la capacità di ri-conoscere la realtà in cui si vive. “Comprendere il nostro tempo significa comprendere la mondializzazione che trascina l’avventura umana, diventa planetariamente interdipendente, lotta di azioni e reazioni, in particolare politiche, economiche, demografiche, mitologiche, religiose” (Mauro Ceruti, Il tempo della complessità, 2018) Senza questa dimensione concreta della vita, si rischia di chiudersi in un atteggiamento solitario, correndo il rischio di crearsi un mondo parallelo, virtuale appunto. “E’ così che la biosfera diviene “infosfera”, ambiente che nella sua massima accezione, può farsi sinonimo di realtà se questa è interpretata in termini “internazionali”. (Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, come l’infosfera sta trasformando il mondo 2017). La sfida è ancora una volta come meglio utilizzare questo enorme potenziale, se metterlo a servizio della comunione e del dialogo o sfruttarlo soltanto per seguire scopi egoistici ed ottenere maggior profitto possibile. Davanti alla quarta rivoluzione industriale, come l’ha definita Schawb, la scelta spetta agli uomini del nostro tempo: scegliere il bene o scegliere il male il male, volere la vita o volere la morte.

 

Agostino De Santis

Note

 




RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

 La missione della Chiesa, sia dal punto di vista di un’autentica capacità di comunione ecclesiale, sia dell’annuncio da rivolgere ai lontani, esige oggi che si considerino la comunicazione e la cultura non tanto fattori strumentali quanto piuttosto dimensioni essenziali dell’evangelizzazione e dell’azione pastorale.

I nostri giorni, come ricordava Giovanni Paolo II parlando dei mass media, «non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna»[1]. Si impone una necessaria rivisitazione del rapporto tra contenuto e forma di comunicazione in quanto la forma ormai è parte integrante del contenuto.

Siamo in un tempo che ci ha permesso di vedere la vita della Chiesa sembra reggersi solo sui pilastri della liturgia, della catechesi e della carità, mentre la comunicazione, quando viene presa in considerazione, è relegata a fattore strumentale, di cui qualcuno si fa carico più per passione personale che per una effettiva considerazione teologica e pastorale, lasciandoci vedere la maggiore difficoltà incontrata in questo percorso riguarda la reale capacità dei diversi soggetti ecclesiali ad assumere fino in fondo la sfida delle comunicazioni sociali.

I nuovi media, e l’interazione sempre più stretta tra questi e quelli tradizionali, offrono nuove opportunità per dare voce al Vangelo, su questo siamo solo agli inizi, diventa necessario che la Chiesa s’interroghi su che cosa il Signore le chiede per far arrivare la sua voce fino agli estremi confini degli sviluppi mediatici, perché questi rappresentano i veri confini della terra.

L’uomo infatti si legge nella Gaudium et Spes, «specialmente con l’aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su tutta intera quasi la natura e, con l’aiuto soprattutto degli accresciuti mezzi di molte forme di scambio tra le nazioni, la famiglia umana poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero»[2].

Dobbiamo riconoscere gli spazi virtuali si sovrappongono a quelli reali e le distanze si misurano in possibilità di accesso, non più in chilometri. Attraverso Internet si può entrare in comunicazione, in tempo reale, con ogni angolo della terra e potenzialmente con ogni uomo[3].

Ma che cosa sono questi media? Più che meri strumenti sono «riflessi dell’umano». Quando parliamo di media in un certo senso stiamo parlando di noi, quindi, più che definire il concetto di «media», occorre comprendere la natura del legame sociale «uomo-media», rendersi conto che «non sono i media a mutare l’uomo, ma è l’uomo a intervenire in essi, ad «adoperarli» come proprio riflesso per qualsiasi istanza e bisogno. Di conseguenza i media sono «proiezioni dell’umano», cioè progetti dell’uomo, nel senso che è l’uomo a proiettarsi in essi[4].

Pertanto, se è «l’umanità a proiettare se stessa nei media» Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. Ci si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali[5].

La Chiesa è chiamata ad agire anche nella Rete proprio perché il Web, oggi strutturato con social media – non è un mondo virtuale, parallelo a quello reale, ma «parte della realtà quotidiana di molte persone, frutto dell’interazione umana». Come ci ricorda il papa emerito Benedetto XVI Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani»[6]. L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

This picture released by Vatican newspaper L’Osservatore Romano shows Pope Benedict XVI tweets for fist time at the end of general audience in Paolo VI Hall, Vatican City, Vatican, 12 December 2012. ANSA /OSSERVATORE ROMANO – EDITORIAL USE ONLY

Infatti, ha scritto Benedetto XVI «Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali»[7]. è essenziale che sia riconosciuto tra i membri della chiesa che la fede non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche. come ci ricorda il documento Aparecida «I siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento»[8].

La vera sfida per la Chiesa consiste nell’aprirsi a questa «svolta mediale», abbandonare una modalità di presenza a vetrina per assumere la logica del contatto.

Per un’idea del genere ci viene in aiuto le parole del Papa Francesco «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» In questo senso «i canali digitali sono un campo fondamentale nella nuova «Uscità Missionaria»[9].

Per tali motivi dovremmo per primo compiere lo sforzo di imparare i linguaggi e le forme di comunicazione digitale per entrare in sintonia con le dinamiche dei social media ed evitare così il rischio di rendere l’evangelizzazione e l’immagine stessa della Chiesa irrilevanti agli occhi di una società dove sembra che, per esserci e agire, occorre possedere anche una chiara identità digitale, dove più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste[10]. poiché cadremmo nell’errore di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante.

Come secondo momento dobbiamo riconoscere la vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive[11]. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione, già che l’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento, già che è molto sensibile a queste esperienze.

Innanzitutto siamo di fronte a un’azione che richiede competenza, strategia e non improvvisazione; bisogna prima progettare il cosa, il come e il perché della comunicazione. affinché il nostro messaggio abbia un’immagine vera e non sia per andare al passo del momento delle diverse circostanze. La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti.

Come membri della chiesa dobbiamo essere chiari che Evangelizzare, non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo, per questo oggi i social offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente, proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni; alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming[12].

Per questo motivo è fondamentale tenere presenti i seguenti aspetti per affrontare le grandi sfide poste dalla cultura mediatica:

– Dotarsi un prezioso strumento per dare alla sua azione pastorale nel campo delle comunicazioni sociali una progettualità ampia e articolata. «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, è un dono di Dio»[13]

– Sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze. Andando dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

-Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone[14].

– Avere una maggiore consapevolezza tra i fedeli che la Chiesa esiste per la comunicazione della fede sia nei termini di un’accoglienza piena della comunicazione che viene da Dio attraverso la Rivelazione e la Tradizione sia nell’ottica del compito di annuncio sempre nuovo e attuale del Vangelo di Gesù Cristo che compete alla Chiesa nel mondo odierno.

– Riconoscere il potere dei «media» come «prossimità»[15].

-La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa, tenendo presente tra tutti i membri della chiesa che Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni.

– l’inserimento in tutta l’azione pastorale (catechesi, liturgia, carità) di un’attenzione sistematica alla dimensione comunicativa per intercettare i linguaggi dell’attuale cultura mediatica, senza perdere la specificità dei codici comunicativi religiosi.

Perché alla fine i veri comunicatori sono i cercatori di Dio che non si sentono mai arrivati e che mettono in gioco la propria ragione e il proprio cuore come ci ha ricordato magistralmente Benedetto XVI: «La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos presenza della Ragione eterna nella nostra carne. “Verbum caro factum est”[16]: proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole». Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio[17].

So che la rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto[18].

Facciamo proprie nella nostra vita sacerdotale le parole del papa Giovanni Paolo II «farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandoci a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli»[19].

  

  [1] Messaggio del santo padre Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missino, 37

[2] Cf Gaudium et spes n.33a.

[3] cf H. Haker – E. Borgman – St.van Erp [edd.] Cyber-spazio, cyber- etica, cyber-teologia, Con, XLI (2005/1) 1-147).

[4] Cf. l. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In< https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[5] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[6]Messaggio del santo padre Benedetto XVI dedica il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ai social network, 12 di maggio 2013. http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20130124_47th-world-communications-day.html, Libreria Editrice Vaticana, 12 maggio 2013.

[7] Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2013.

[8] Aparecida al n. 489.

[9] Evangelii Gaudium, 87.

[10] Cf. A. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In <https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[11] A. SPADARO, «Tecnologia e fede. Davvero l’uomo digitale è poco attento allo spirito »,[ultima consultazione il 5 de Dicembre 2018],in < https://www.avvenire.it/attualita/pagine/uomo-digitale-e-poco-attento-allo-spirito>

[12]A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[13] » Messaggio del Santo padre Francisco  per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[14]  Evangelii Gaudium, 155.

[15] Messaggio del Santo padre Francisco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[16] Gv 1,14

[17] Messaggio del santo padre Benedetto XVI  nel discorso a Parigi, 12 settembre 2008.

[18] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[19] Giovanni Paolo II, ai partecipanti al Convegno Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, 9 novembre 2002

BIBLIOGRAFIA

BENEDETTO XVI, dedica il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ai social network, 12 di maggio 2013. [ultima consultazione 03.01.2022], In <http://w2.vatican.va/content/benedictxvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20130124_47th-world-communications-day.html, Libreria Editrice Vaticana, 12 maggio 2013>.

CONCILIO VATICANO II, DECRETO INTER MIRIFICA, 4 dicembre 1963 (AAS 56/1964) 145-157

______, COSTITUZIONE PASTORALE SULLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, EV 1 (1962-1965) 1319-1644.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 18 giugno 2004, LEV, Città del Vaticano 2004.

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti della comunicazione sociale, 19 marzo 1986 (EV/10) nn. 75-195.

FRANCISCUS PP., «Exortazione Apostolica Evangelii Gaudium» il 24 de novembre del 2013.

GIOVANNI PAOLO II, «Lettera enciclica: Redemptoris missio», Roma, presso S. Pietro, 7 dicembre 1993.

_______, ai partecipanti al Convegno Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, 9 novembre 2002

GIULIODORI. C., «La verità nei mezzi di comunicazione sociale», in Communio, 165 (1999), 54-63.

______, G. LORIZIO – V. SOZZI, edd., Globalizzazione, comunicazione e tradizione, San Paolo, Milano 2004.

______, Globalizzazione e Comunicazione: aspetti antropologici e teologici, in Archivio Teologico Torinese, 12 (2/2006).

______, La comunicazione della Chiesa a livello nazionale e a livello locale, in A RASA D., – MILÀN J., (a cura di) Comunicazione della Chiesa e cultura della controversia, Edusc, Roma 2010.

______, «chiesa e media nell’era digitale:una sfida educativa» In < http://www.cgsbachelet.org/public/files/Relazione_Giuliodori.pdf>.

  1. HAKER – Espazio, cyber-etica, cyber-teologia, Concilium, XLI (1/2005) 1-147.

Messaggio del Santo padre Francisco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

PALLERMO. A., « La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. [ultima consultazione 03.01.2022],  In <https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI, La Chiesa e Internet, 22 febbraio 2002, LEV, Città del Vaticano 2002.

SPADARO. A., «Davvero l’uomo digitale è poco attento allo spirito», Tecnologia e fede il 5 de Dicembre 2018. [ultima consultazione 05.01.2022], In <https://www.avvenire.it/attualita/pagine/uomo-digitale-e-poco-attento-allo-spirito>.

_________, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale », [ultima consultazione  03.01.2022], <https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

V CONFERENCIA GENERAL DEL EPISCOPADO LATINOAMERICANO Y DEL CARIBE, Aparecida, 13-31 di magio de 2007.

 

P.ELISARDO ALFONSO NAVARRO AMAYA M.E




Hikikomori: più un fenomeno sociale che un “fatto digitale”

 

 

Introduzione

In questo articolo, cercherò in parte, di scagionare dall’accusa di essere la causa prima del fenomeno degli Hikikomori, le tecnologie digitali.

Non assumerò tale atteggiamento per rivendicare riconoscimenti alle tecnologie digitali, bensì per il solo fine di informare autenticamente sul fenomeno e scoraggiare l’assimilazione del fenomeno degli Hikikomori e quello della dipendenza da internet, rendendoli così equivocamente interscambiabili.

 

1 Il fenomeno degli Hikikomori

1.1  Nascita e conseguenti sviluppi

Molti studi approfonditi sul fenomeno, lo fanno risalire agli anni ’80 e alcuni addirittura agli anni ’60 in Giappone; questo dato di partenza ci mette di fronte ad un’ evidenza, vale a dire quella che nel periodo storico considerato, le tecnologie digitali, internet e tutto ciò che ne ha seguito e conseguito, non erano ancora parte integrante della nostra vita, o quanto meno, non avevano ancora avuto il loro “esordio” come invece è avvenuto negli ultimi decenni; nonostante ciò era già alto il numero degli isolati sociali in questo periodo.

Questo ci fa intuire che le radici del fenomeno vanno ricercate in fattori più remoti e soprattutto di matrice psico-sociale.

Prima di addentrarci nei meandri del fenomeno, è necessario infatti informare sul significato letterale della parola Giapponese Hikikomori, che in italiano si traduce letteralmente “stare in disparte”.

Ora a partire da questa traduzione letterale, senza perderci troppo in interpretazione divaganti, possiamo chiaramente identificare questo fenomeno come un fenomeno di matrice sociale.

Infatti se prendessimo in esame un Hikikomori e lo osservassimo attentamente, potremmo facilmente constatare che l’origine dei suoi disturbi è da ricercare in problemi di matrice relazionale, esistenziale e adattiva, i quali gli fanno assumere certe tendenze ad isolarsi e ad autorecludersi.

In questo sfondo che inquadra l’Hikikomori come un soggetto fragile dal punto di vista psico-sociale, è facile immaginare che ruolo possano aver avuto in tutto questo le tecnologie digitali. Le tecnologie digitali, in tutto questo, rappresenterebbero solo una logica conseguenza dell’isolamento sociale piuttosto che la causa diretta del fenomeno. Questo però non significa sollevare da ogni responsabilità le nuove tecnologie digitali, le quali comunque contribuiscono a rinforzare l’isolamento del soggetto, offrendogli, per “tamponare” al suo bisogno di socialità il conforto di una forma di compagnia e socialità alternativa a quella autentica.

E una volta trovata questa alternativa gradevole, il soggetto si sentirà confortato abbastanza, e difficilmente riuscirà a separarsi da questa nuova alternativa di pseudo vita, la quale avrà prodotto nel soggetto una assuefazione e saturazione tali da creargli dipendenza.

Dunque, anche se il fattore digitale non rappresenta il motivo scatenante, sicuramente ha contribuito ad un più rapido sviluppo e ad una maggiore diffusione del fenomeno in tutto il mondo.

Infatti se nell’era pre-digitale il soggetto che decideva di isolarsi, andava incontro ad una totale rinuncia della vita sociale, poiché non avrebbe avuto nessuna pseudo alternativa veramente soddisfacente, che potesse quasi eguagliare la vera socialitá, oggi invece il soggetto che decide di isolarsi, sa di poter contare su una nuova forma di vivere il sociale (mondo digitale), con la differenza inoltre di non doversi preoccupare di mettere in gioco veramente se stesso, ma in un modo con cui potrà salvaguardarsi da ogni tipo di affronto alla sua persona reale, in quanto potrà “scegliere” chi essere, in base ai modelli sociali già preconfezionati imposti dalla società. Così facendo avrà assicurata  quell’approvazione e quell’amicizia che nella vita reale gli sarebbero altrimenti negate.

Dunque, se il motivo scatenante alla base  del suo isolamento era rappresentato dalla percezione di inadeguatezza di sé, dall’incapacità, dall’inferiorità rispetto al resto degli individui della società, con la possibilità di nascondersi e reinventarsi, il problema, non solo cessa di sussistere, ma si risolve con successo (a detta dell’isolato sociale).

Ovviamente la scelta di essere altro da ciò che autenticamente si è, non sarebbe neanche da definirsi tale, in quanto il soggetto disagiato, come anticipavo, sarà costretto a sottomettersi alla legge dei modelli già prestabiliti dalla società.

 

 

 

1.2 Riflessione sul discorso sociale ed etico

Oggi si parla di mondo digitale, perché la sua complessità, il suo grado di sviluppo, la sua espansione hanno dato vita ad un vero e proprio mondo all’interno del quale poter ri-esistere, autogenerandosi, come più ci si preferisce, alla pari di un Dio, sostituendosi ad un Dio.

Questo esprime con molta evidenza tutto il pensiero contemporaneo di matrice nichilista, impregnato del suo relativismo più estremo; un atteggiamento autodistruttivo che veste i panni di un’ autogenerazione e di una rinascita da “uomo nuovo”, il quale vuole provare l’ebbrezza di essere Dio, anche solo per sentirsene degno.

 

 

In questo caso specifico, relativamente dunque al fenomeno psico-sociale analizzato (quello degli Hikikomori), ma a buon bisogno estendendolo anche ad un maggiore campo (tutti gli schiavi del proprio mondo artefatto) considerando il punto di vista Nietzschiano, l’uomo, andando oltre il bene e il male, andando letteralmente oltre se stesso, egli sovrapporrebbe davvero un altro se al proprio, senza però alcun rimorso o scrupolo di coscienza, la quale è stata già precedentemente uccisa, e ora tace.

Tutto ciò lascia una certa amarezza in bocca, sembra evidente che in questo sistema qualcosa non vada bene, eppure l’evidenza del bene e del male non esistono per Nietzsche e per il pensiero contemporaneo a lui dovuto-dEvoto.

Certamente l’esigenza di Nietzsche, può essere anche ben ammessa se la si colloca nel giusto tempo, in un’ epoca, la sua, in cui vigeva un rigoroso codice morale, fondato sulla mortificazione degli appetiti, e di tutte le inclinazioni incontinenti in generale, ma adesso stento a credere che non raccoglierebbe i pezzi del fallimento della propria filosofia, in quanto l’applicazione radicale e dunque letterale del suo pensiero hanno portato, e porteranno (perché è nel futuro che troverà il culmine della decadenza il pensiero Nietzschiano) alla rivalutazione dell’evidenza, la quale era stata severamente giudicata da Nietzsche.

L’evidenza sarà la stessa che porterà il sistema filosofico Nietzschiano difronte a prove inconfutabili, dove il confine tra il bene e il male sarà più evidente che mai.

Questa evidenza però ci sarà dato di vederla, solo nel caso in cui saranno portati ancora di più all’estremo o addirittura superati i limiti designati dalle leggi naturali, quando forse sarà già ormai troppo tardi per riprometterci di comportarci con coscienza solo per salvarci.

E non è possibile parlare con Nietzsche in termini di misura, medietà, in quanto la sua non etica, in se è estrema, e così come non si può trovare l’estremo in ciò che è medietà (ad esempio nel caso della temperanza), allo stesso modo non si può trovare medietà, in ciò che è estremo.

La mediatá ha come presupposto la presenza di due opposti, perché lei si trova proprio tra loro, se vi è solo un estremo, non vi sarà mai medietà, ecco perché finché sarà radicale la posizione assunta, non potrà mai portare ad una conclusione altra da quella che rispecchia, ovvero non potrà mai manifestarsi in altro modo dalla distribuzione.

In virtù di questa eventuale catastrofe, forse sarebbe meglio augurarci di non arrivare mai a conoscere il risultato del fallimento del pensiero Nietzschiano, ma questo prevederebbe un risveglio prematuro dal nostro assopimento, una presa di coscienza visionaria, in cui sembrerebbe molto difficile sperare.

La proposta Nietzschiana è un po’ la stessa dell’anarchia nella sua forma utopica, che si tradurrebbe in autarchia, e come potrebbe questa contemplare tali eccessi o difetti?

Anche se quanto detto, potrebbe indurre a far pensare che ci fosse una qualche intenzione di confermare positivamente il precedente sistema etico a discapito dell’attuale proposto da Nietzsche, non è da intendersi così, in quanto ritengo che Nietzsche abbia compiuto un atto necessario, che incombeva, che prima o poi non avrebbe tardato a verificarsi, allo stesso modo in cui il contenuto di una pentola a pressione messa a fuoco troppo alto esce fuori spargendosi sulle superfici della cucina, prima o poi se non si regola la fiamma a temperatura moderata. Infatti una morale, che si impone senza riserve e rigidamente, non considerando alcuna inclinazione naturale, mortificando e giudicando troppo severamente certe azioni, una morale che è un imperativo categorico, un monito che vuole suscitare timore e indurre nell’ uomo una totale devozione a se, come un atto completo di fede ceco, senza lasciare alcun margine di riflessione o discussione, una morale che quindi impedisce l’esercizio della natura razionale dell’uomo, ecco una tale morale è da giudicarsi molto severamente.

Nessuna natura, né razionale, né sensibile, deve essere repressa totalmente e violentemente, altrimenti con altrettanta violenta ira si manifesterà presto o tardi. Infatti è tra le file degli educati con i più rigorosi e inflessibili schemi che vengono reclutati i maggiori violenti e ribelli della società.

 

Affermare la sottomissione del principio del piacere a quello di realtà, non sta a esaltare la natura positiva delle capacità intellettive a discapito del “peccaminoso” principio del piacere, diversamente invece sta a significare vivere con coscienza della realtà, una realtà composta da una moltitudine di individui, i quali hanno responsabilità verso di noi, come noi ne abbiamo verso di loro, a partire da questa responsabilità deve concludersi una autoregolazione dei nostri istinti, che altrimenti se pienamente soddisfatti, nuocerebbero all’altro. In un certo senso l’altro dovrebbe diventare il nostro metro di misura, colui a partire dal quale deliberiamo le nostre azioni.

Certo a questo punto bisognerebbe interrogarsi però su cosa sia secondo me il bene dell’altro, insomma si presenta un duplice interrogativo che dà adito alla riflessione sulla concezione del bene e del male secondo me e secondo l’altro. E se io agissi nel bene, ma male in conclusione, certo, sarebbe agire per ignoranza di bene, ma sarebbe comunque agire male in definitiva.

Certo è, che è difficile, forse impossibile andare oltre il bene e il male, per riservarsi un trono regale al di sopra di essi, considerando il fatto che noi stessi, noi esseri umani abbiamo dato nome, per esigenza di natura intellettiva, a questi due concetti opposti che, in quanto concetti si sono fatti intuire, percepire a livello intelligibile, insomma si sono dati a noi. Come la stessa libertà, che non è una realtà empirica, ma non per questo non sussistente, poiché percepita dalla nostra mente e  fornita di prove dalla morale, nella quale si realizza e traduce nella possibilità di deliberare un’azione.

La stessa libertà tanto perseguita da Nietzsche, che lui stesso, invitando l’umanità ad andare oltre i concetti di bene e di male (oltre la dimensione concettuale), annulla, in quanto essa risiede proprio in quella dimensione necessaria.

Certo è però che Nietzsche inviata a superare il concetto di bene e male, ma in generale a superare tutta la realtà concettuale, tutto ciò che riconduce ad una realtà noumenica, tutto ciò che è necessario all’uomo per riempire il vuoto ontologico causato dalla morte di Dio; così assicurando alla libertà il posto nel mondo fenomenico, l’unico reale, a differenza di quello che era stato spacciato come tale per molto tempo (quello noumenico), iniziato con Platone e promosso successivamente dal Cristianesimo.

Dunque la libertà per Nietzsche per poter trovare spazio nell’unica e sola realtà esistente, ha bisogno di una condizione necessaria, ovvero l’assenza del determinismo scientifico, il quale se persistesse sarebbe lui legislatore.

Dunque Nietzsche inviata l’umanità ad uccidere anche il totem rappresentato  dalla scienza e sostituito dall’uomo (positivista) stesso a Dio, per colmare il vuoto ontologico lasciato dal suo omicidio.

“Come però poter affermare che la libertà possa essere in grado di uccidere la tecnica che governa ormai il mondo?”

“E poi non diventerebbe la nostra stessa libertà, portata alla massima esaltazione possibile a diventare lei stessa il nostro idolo? Non finirebbe per scadere in una viziosa ed egocentrica conclusione?

Non saremmo noi stessi a conferirle una posizione nel mondo ideale?”

Se penso infatti alla libertà, portata alle sue massime conseguenze, non posso fare altro che avere davanti a me uno scenario di confusione e devastazione.

“Inoltre possiamo veramente liberarci dall’esigenza di porre al centro della nostra vita un faro, un orizzonte da seguire?”

“Ma soprattutto veramente dovremmo  parlare di liberazione, come se si trattasse di una qualche forma di schiavitù?”

“Siamo sicuri che il nostro bene, risieda nel liberarci, procedendo però così all’infinito, di tutto ciò che si presenta come un Dio?”

E se l’esigenza di avere un Dio, anziché essere la scusa per non sentirci troppo piccoli e insignificanti fosse la logica conseguenza della autocoscienza di essere esseri limitati?

E in quanto esseri limitati siamo spinti dal nostro stesso intelletto, (che il fatto stesso di non averne merito, perché ci è dato, prova l’esistenza di un’alterità suprema a noi), a cercare e a trovare una giustificazione alla nostra esistenza, in quanto ci è evidente che non ci siamo autocreati (sebbene siamo stati generati dai nostri genitori, ma andando a ritroso nel tempo fino a giungere al primo uomo, si riproporrebbe la questione) e, anche se al contrario abbiamo “l’autorità” per toglierci la vita sarebbe comunque un atto contro natura, intesa come procedere, nascere, uno sviluppo che non si frena, un venire continuamente all’esistenza giorno dopo giorno esistendo, crescendo; la distruzione non ha la stessa potenza, la stessa forza suprema posseduta dalla creazione, infatti l’uomo può solo distruggere non creare, al limite può generare (quindi a partire da qualcosa che già gli è dato, da qualcosa che già è, e non dal nulla come nel caso della creazione).

Forse non ci è dato autopercepirsi più di quello che siamo, e forse fare uno sforzo anche solo per sentirci degni di certi attributi, ci farebbe pesare ogni giorno la pretesa di essere Dio e di stare a prenderci in giro di conseguenza.

Inoltre perché mai ammettere l’esistenza di una qualche entità suprema, dovrebbe automaticamente ammettere la nostra infimità?

Infimità della quale ci rendiamo invece conto nel momento in cui vorremmo autoproclamarci Dio, senza averne però i requisiti per farlo.

Ci dovremmo sentire più o meno allo stesso modo in cui si dovrebbe sentire un uccello che volesse imporsi di parlare la nostra lingua.

E affermare che paragonare l’uomo all’animale non è corretto, non va comunque a rappresenta una valida antitesi, in quanto, nonostante l’uomo senza dubbio sia di un gradino sopra rispetto agli altri esseri animali, e lo percepisce bene questo, in altrettanto modo, percepisce a causa della sua non onnipotenza, abbastanza evidente che sia ad un gradino più giù rispetto ad altro, (senza ricorrere a nessun Dio in particolare).

E se l’uomo a differenza degli altri animali può grazie alla tecnica fare ciò che per natura non gli sarebbe stato consentito (volare per esempio), il merito va allora alla scienza, alla tecnica, dunque stando a questo non possiamo prendere in considerazione le parole di Nietzsche, che servendosi dell’uomo folle ci invita, invita gli intellettuali positivisti a non proclamare la scienza a status di nuovo Dio.

Ad ogni modo la scienza di poco, per poca insufficienza non può godere di tale privilegio, in quando la sua esaustività nello spiegare i meccanismi e il funzionamento della natura, tuttavia non risulta sufficiente al fine di giustificarne il perché ontologico.

Ad ogni modo la mia, più che avere la pretesa di essere una proposta risolutiva, poiché non vi è alcuna conclusione che si possa definire tale, per il requisito di chiarezza, in questo elaborato, rappresenta piuttosto un certo tentativo speculativo di individuare i punti focali e di indirizzare una riflessione sulle questioni, anche se abbastanza disordinatamente, esposte.

 

2 Il mondo della tecnica e la sua influenza

2.1 La forza attrattiva del mondo digitale

Tornando al discorso precedente, cioè a prima che la divagazione filosofica prendesse il sopravvento, è importante sottolineare che, avendo una forza molto attrattiva, il mondo del digitale, “facilmente recluta le sue vittime”, in quanto non sono solo i soggetti con gravi disagi psicosociali a diventarne facilmente schiavi, ma anche soggetti più o meno stabili, che tutto sommato conducono una vita equilibrata.

Le nuove tecnologie digitali rappresentano un intrattenimento ormai per molti, infatti è facilmente constatabile che il vecchio libro che prima rappresentava la principale fonte di intrattenimento sia stato da tanti sostituito con il video sul telefonino, che da una possibilità di acquisire informazioni più velocemente e con meno fatica, ma  ciò che però ci sfugge è che questo tipo di acquisizione di informazioni risultata spesso frammentaria e contenutisticamente sbagliata.

Oggi ritirarsi dalla vita sociale, non rappresenta più una totale alienazione, in quanto le nuove tecnologie offrono una alternativa accettabile, anzi spesso preferibile alla autentica vita sociale.

Ad avvicinarsi e a trovare maggiore conforto nel mondo digitale sono proprio i giovani, i quali sentendosi persi in quella fase della loro vita di travaglio interiore, trovano una soluzione facile e veloce nel mondo digitale delle apparenze, dove non esistono pressioni o prestazioni, e dove ogni cosa può esserne un’altra, dove ognuno può essere un altro.

Il progresso tecnologico, l’avanzamento della tecnica sono l’espressione della potenza della ragione umana, la quale prendendo coscienza di sé si dichiara regina e legislatrice dunque di ogni cosa.

 

 

2.2 I maggiori fattori problematici dell’isolamento e gli interventi mirati

I soggetti fortemente dipendenti dai mezzi multimediali, come gli Hikikomori, come abbiamo già detto precedentemente, hanno alle radici del loro disagio un problema psico-sociale importante, e ciò sta a significare che un eventuale intervento nel tentativo disintossicare l’individuo dalla dipendenza non è mirato, in quanto sarebbe necessario e più coerente andare ad intervenire prima sul problema di matrice psicologica.

Infatti una radicale castrazione dell’utilizzo dei mezzi tecnologici rappresenterebbe una violenza ancora maggiore, tenendo conto del fatto che proprio in quello l’individuo aveva trovato una forma di “adattamento sociale”, avendo chat e social network compensato in parte al suo bisogno di socialità.

Ad ogni modo anche se la dipendenza è ciò che preoccupa di più e apparentemente sembrerebbe il problema prioritario, non è ciò che deve allarmarci di più. Infatti i maggiori fattori di preoccupazione dovrebbero essere altri, però più latenti.

Com’è abbiamo già detto il web rende più confortevole il ritiro, di quanto non lo renderebbe se non ci trovassimo in un era digitalmente avanzata, come era appunto per i nostri avi. Il mondo digitale illude il soggetto di aver trovato una soluzione alternativa accettabile, definitiva o comunque a lungo termine. Questa apparente sicurezza, andrebbe a rinforzare positivamente il ritiro del soggetto, andando ad  aumentare il rischio di cronicizzazione.

Inoltre, la grande varietà di intrattenimento offerto dalla rete, diminuisce il tempo della rimuginazione dei pensieri negativi e dunque ha quasi un effetto “lenitivo” per il soggetto, ma al contempo non promuove, anzi al contrario ostacola l’elaborazione e la razionalizzazione del proprio stato, favorendo la negazione del problema, e impedendo una reazione e dunque una eventuale elaborazione risolutiva del problema.

Altri rischi favoriti dalla condizione di grande fragilità psico-emotiva degli isolati sociali, connessi all’utilizzo del web, sono abuso della pornografia, la depressione legata ai social network, fino alla radicalizzazione del pensiero stimolata da gruppi di aggregazione spontanei che promuovono l’autocommiserazione il vittimismo e che possono avere influenze profondamente negative, come per esempio il fenomeno degli “Incel”.

 

Conclusioni

Il cambiamento d’epoca a cui stiamo assistendo ci mette difronte all’evidenza del passaggio da un era analogica ad un’era digitale e tutti gli individui che si trovano a vivere questa mutazione ne subiscono le logiche conseguenze;

però demonizzare la tecnologia e attribuirgli ogni colpa rappresenta una visione troppo semplicistica del problema che si radica in questioni di profondità e spessore maggiore, che in questa sede non andrò ad illustrare.

Ciò che è evidente però in quanto risultato emergente da questa complessa e “contorta” situazione sociale è che ormai sul treno o in altri luoghi pubblici, un tempo spazi di aggregazione sociale, vediamo persone chine sullo smartphone che nemmeno si rivolgono lo sguardo.

 

Probabilmente nei prossimi anni assisteremo alla nascita di numerose comunità riabilitative per la dipendenza da internet, situate nei luoghi più periferici, immerse nella natura e nella più totale assenza di qualsiasi tecnologia digitale. Queste sicuramente rappresenterebbero soluzioni momentanee utili se desideriamo trattare una dipendenza estrema e necessitiamo di uno spazio di transizione, ma l’obiettivo non può essere semplicemente quello di rimuovere completamente il digitale dalla nostra vita, come fosse una sostanza stupefacente, ma piuttosto imparare a padroneggiare tale universo riducendo al minimo i suoi impatti negativi e valorizzando quelli positivi.

All’asino infatti si nega la carota se non adempie ai suoi “doveri”, bisogna trattarlo da animale quale è, non gli si può pretendere di negharsi di mangiare la carota che tanto desidera se c’è l’ha proprio davanti agli occhi, ma il vero uomo realizza se stesso solo se attraverso l’esercizio della sua essenza razionale riesce a rimanere “integro” anche messo alla prova, difronte magari a qualcosa che fortemente lo tenta e potrebbe fare di lui uno schiavo, come la carota fa con l’asino.

 

 

Il ruolo della comunità cristiana

Chiaramente la comunità Cristiana di fronte alla sofferenza di chi si vede costretto al ritiro sociale non deve rimanere indifferente. Infatti il problema dell’altro deve essere sempre anche il proprio problema per il cristiano, deve riguardarlo, in quanto il suo compito è quello di costruire la pace, la solidarietà, l’amicizia e dunque promuovere in conclusione la realizzazione dell’amore su questa terra; questa è la sua missione in quanto discepolo.

Per questo così come in una famiglia, i membri si sostengono l’un l’altro, in altrettanto modo è invitato a fare il buon cristiano nei confronti del proprio fratello acquisto.

In questo caso specifico la solidarietà e l’empatia verso l’ isolato sociale, dovranno consistere nel far acquisire al fratello autocoscienza di sé, della propria bellezza, del proprio valore, insomma il cristiano dovrà insegnargli a guardarsi con gli occhi di Dio, solo così l’isolato sociale, e tanti che come lui soffrono il problema del disadattamento sociale potranno acquisire nuova forza, nuova volontà e nuova vita.

Così facendo si produrrà una rete di solidarietà, per cui l’amore si moltiplicherà per questo effetto e si diffonderà sempre più.

Nessuno di fronte a Dio è inadatto ed inetto, questa è l’unica e autentica dimostrazione d’amore, l’unica vera legge l’unico vero modus vivendi che dovrebbe essere considerato corretto  dall’uomo.

È così difficile vivere nel mondo contemporaneo, in cui i valori dello spirito hanno perso valore a favore di quelli materiali.  Proprio per questo sarebbe meraviglioso poter realizzare un mondo in cui non importa ciò che siamo costretti ad essere da una natura biologica, dunque il nostro aspetto, ma ciò che decidiamo di essere, come scegliamo di comportarci, di condurre la vita.

Infatti non può essere considerato un pregio qualcosa che si ha per natura, al contrario può essere considerato un merito qualcosa che non si ha per natura ma si sceglie, ovvero la propria condotta.

Solo per questa e nient’altro dovremmo essere presi in considerazione, ma non per giudicarci gli uni gli altri, semmai solo per rendere conto a Dio.

L’obiettivo è quello di realizzare l’utopia di costruire il regno di Dio sulla terra, dunque per realizzare tale scopo, c’è bisogno di amore in tutto e la totale esclusione di ogni forma di violenza, di odio insomma.

Coloro che per “provvedono” alla propria esigenza di approvazione sociale, spesonalizzandosi, umiliandosi e cambiando il proprio aspetto, non sanno di non aver trovato una vera soluzione, ma solo un’effimera e provvisoria pseudo soluzione.

Dio invece ci ama senza porre condizioni di alcun tipo, e noi cristiani abbiamo sicuramente il compito di ispirarci a lui, unico e vero idolo.

 

Sitografia:

 

https://www.hikikomoriitalia.it/2019/09/hikikomori-e-internet.html?m=1

 

https://www.corriere.it/tecnologia/19_gennaio_21/chi-sono-hikikomori-ragazzi-isolati-mondo-digitale-70ffb444-1d98-11e9-bb3d-4c552f39c07c.shtml

 

Bibliografia:

 

Crepaldi  M. (2019) Hikikomori, i giovani che non escono di casa.

Kant I.  (1781)   Kritik der reinen Vernunft  (Critica della ragion pura).

Kant I.  (1788)  Kritik der praktischen Vernunft (Critica della ragion pratica).

Nietzsche F.  (1883)  Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen (Così parlò Zarathustra).

1882

Nietzsche F.  (1882)  Die fröhliche Wissenschaft (La gaia scienza)

 

Fiorentini Angelica

 




Chiesa e mezzi di comunicazione: dalla Miranda Prorsus di Pio XII al magistero di Benedetto XVI

Premessa

In questo breve elaborato si vuole costruire un parallelismo storico che metta in evidenza come sin dai tempi passati la Chiesa abbia apprezzato i nuovi mezzi di comunicazione e sopratutto come ne abbia fatto saggio utilizzo per la sua missione di Evangelizzazione.La premessa da fare è che nel corso del tempo ovviamente la concezione nei confronti di questi mezzi comunicativi si è in qualche modo evoluta nello sguardo della Chiesa. Affianco al parallelismo è anche giusto sottolineare quindi che il modo di intendere la comunicazione mediatica non è sempre stato lo stesso ab principio, ma nonostante ciò la chiesa si è comunque dimostrata sempre favorevole ad essa. Fu proprio nel lontano 1931 che il sommo pontefice Pio XI inaugurò la Radio Vaticana, creata dall’illustre Guglielmo Marconi. Una realtà completamente ex novo in quell’epoca storica che lo stesso papa Pio XI ne contribuí alla diffusione in modo notevole. A Pio XI succedette Pio XII il quale si rese conto che i nuovi mezzi di comunicazione stavano producendo un celere cambiamento nel modus comunicandi dell’epoca. Per tali motivazioni papa Pacelli ritenne opportuno scrivere una lettera enciclica al riguardo ponendo alcuni punti fermi sul corretto utilizzo di questi nuovi mezzi comunicativi. Questa lettera enciclica prende il nome di Miranda prorsus, che tradotto in lingua Italiana vuol appunto significare “le meravigliose invenzioni tecniche”. Sulla linea di Pio XII si sono poi mossi anche i papi seguenti e sopratutto il Concilio Vaticano II si interessò di tale fattore, tanto da promulgare il documento Inter Mirifica.

 

La Miranda Prorsus di Pio XII

Era l’8 Settembre 1957 quando Papa Pacelli firmò questa enciclica e la indirizzò a tutti gli uomini di buona volontà. Il contesto storico in cui si è collocata è quello del secondo dopo guerra, quando l’Occidente iniziava a rifiorire dalle distruzioni avvenute nel corso del secondo conflitto mondiale. È questo il periodo in cui sorsero dei nuovi mezzi di comunicazione, quali la radio e la televisione. Pio XII esordì affermando:

Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona: “Egli, infatti, non solo ha dato l’esistenza al creato, ma lo stesso creato conserva e sviluppa”.Alcune di queste invenzioni servono a moltiplicare le forze e le possibilità fisiche dell’uomo; altre a migliorare le sue condizioni di vita; altre ancora, e queste più da vicino toccano la vita dello spirito, servono o direttamente, o mediante artifici di immagini e di suono, a comunicare alle moltitudini, con estrema facilità, notizie, idee e insegnamenti, quali nutrimento della mente, anche nelle ore di svago e di riposo8.

Si evince da queste parole una vera e propria lode ai nuovi mezzi comunicativi, una lode però che non si allontana dal ribadire con fermezza che questi frutti dell’ingegno umano provengono sempre e comunque da Dio stesso. Papa Pacelli si sofferma soprattutto sul fatto che questi mezzi permettono con estrema facilità di comunicare gli insegnamenti alle moltitudini di persone in qualsivoglia momento della giornata. Basti pensare al largo uso che Papa Pacelli stesso fece di questi mezzi durante lo scoppio e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. È importante ricordare in questo frangente che il famoso messaggio per scongiurare lo scoppio della guerra, dove il papa esortò le grandi potenze di Occidente a deporre l’odio e la superbia, fu proprio tramesso via radio. Affianco a questi aspetti positivi ed edificanti per la comunità, papa Pacelli evidenzia anche alcuni fattori negativi da cui mette in guardia, fattori per dirla tutta, che si possono anche rivedere nel tempo odierno, seppur in modo e manifestazioni differenti. Non si può infatti negare che “questi mezzi tecnici esercitano sull’uomo uno straordinario potere e possono condurlo così nel regno della luce, del nobile e del bello, come nei domini delle tenebre e della depravazione“ . L’ ammonizione che il Venerabile papa vuole dare quindi è quella di essere degli abili scrutatori e saper discernere un buono uso di questi mezzi, che porta la bene e un cattivo uso che invece porta al male.

 

L’ Inter Mirifica del Concilio Vaticano II 

Il concilio si è a lungo interrogato su diversi aspetti concernenti il mondo moderno, tra questi anche l’uso e la diffusione dei mezzi di comunicazione e per tale motivo i padri conciliari furono portati alla promulgazione del suddetto documento.Il perché il concilio tratti di questo argomento è chiaro, ovvero è la premura della Chiesa di educare i fedeli al retto uso delle risorse tecniche. Con tono magistrale ed autorevole il concilio afferma: “Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino fedelmente in questo settore”. Alla base di ogni uso ci deve quindi essere l’applicazione della morale cattolica, non si può scindere l’uso di tali mezzi da essa, altrimenti diventerebbe un uso fine a se stesso e un mero atto controproducente.  É interessante evidenziare tra i molti argomenti presi in considerazione nel documento quello che viene definito “diritto all’informazione”. Tale argomento dimostra essere di grande interesse proprio perché lo si può a chiare lettere osservare presente e sempre più accentuato anche ai giorni odierni. Con questo epiteto il concilio vuole indicare la grave problematica di manipolazione delle notizie e di informazioni, che si verifica proprio attraverso i mass media. Si deve necessariamente richiamare al principio morale del diritto che tutti hanno ad avere informazioni su ciò che succede nella società e nella comunità in modo limpido e veritiero. Devono essere divulgate e trasmesse notizie reali e non notizie false, che tra i tanti rischi, possono addirittura nuocere alla reputazione di alcuni. Il concilio inoltre dedica ampio spazio all’esortazione riguardo l’uso dei mezzi tecno-comunicativi nell’ambito della pastorale, affermando:

I sacri pastori siano solleciti nel compiere in questo settore un dovere intimamente connesso con il loro magistero ordinario; e i laici impegnati professionalmente in questo campo cerchino di rendere testimonianza a Cristo: anzitutto assolvendo i propri incarichi con competenza e con spirito apostolico, inoltre collaborando direttamente all’azione pastorale della Chiesa con contributi tecnici, economici, culturali e artistici, secondo le possibilità di ciascuno9.

L’esortazione è rivolta propriamente ai pastori della Chiesa che sono chiamati ad annunciare il Vangelo anche con questi odierni mezzi di comunicazione e non più soltanto attraverso i mezzi tradizionali. Questa importanza pastorale, sottolineata dal concilio, è di estrema rilevanza poiché sembra essere una vera e propria profezia. Come si può infatti negare che ai giorni odierni i mezzi di comunicazione siano diventati una delle diverse “strade” per compiere pastorale a tutti gli effetti? Ciò non può essere negato, basta guardare le attività pastorali svolte nelle diocesi e e parrocchie e ci accorge della centralità occupata dai social.

 

Il Magistero sul digitale di Benedetto XVI

L’epoca in cui si trova a vivere Benedetto XVI è certamente completamente diversa da quella in cui si è trovato Pio XII ed anche l’operato del Concilio Vaticano II. L’epoca di Ratzinger è quella in cui sorge una nuova rete comunicativa che è internet, e ciò ha apportato un ulteriore cambiamento e progresso nel campo della comunicazione mediatica. Durante la XLII giornata mondiale per le comunicazioni sociali, istituita per volere di San Paolo VI a conclusione del concilio, Benedetto XVI nel suo messaggio ai fedeli ebbe a dire: “I mezzi di comunicazione sociale sono al bivio tra il protagonismo e il servizio, bisogna cercare la Verità per condividerla”.”10 In questa affermazione che può ben essere definita una vera e propria “sententia” si evince il profondo interesse del papa emerito per la ricerca della Verità anche nell’uso di questi mezzi. Benedetto XVI compie un’analisi di stampo teoretico al riguardo, sottolineando di come l’umanità oggi si trovi davanti ad un bivio nell’uso dei mass media. Infatti “il ruolo che gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto nella società va ormai considerato parte integrante della questione antropologica, che emerge come sfida cruciale del terzo millennio.”11 Si parla quindi di un reale problema ermeneutico; di come interpretare correttamente sia ciò che i mass media pongono agli occhi dell’uomo e sia come interpretare l’uso degli stessi strumenti di comunicazione sociale. Molte volte questi strumenti fungono da veleno della Verità, alcune di queste volte perché vengono usati per degli obiettivi contro l’etica, come può essere ad esempio la pornografia, altre volte invece perché essi stessi sono creati come dei mezzi che portano l’essere umano ad alienarsi da se stesso e alienare da se stesso il senso della verità.  Non è infatti una megalomania affermare che molte volte le diverse innovazioni in campo tecnico, di ogni genere, abbiano portato il mondo verso la distruzione etica. Questo è certamente dipendente ,riprendendo le parole dell’allora card. Ratzinger, dal fatto che si è creata una dittatura del relativismo, e l’uomo non è  più capace di individuare ciò che è bene e ciò che è male. L’uomo non è raro infatti che compia il male scambiandolo per il bene, senza rendersene conto e ciò avviene anche e sopratutto nel mondo digitale. La soluzione che Benedetto XVI propone è quella di filtrare dall’uso di questi mezzi ogni traccia di materialismo e di relativismo etico. Solo in tal modo essi possono offrire un sincero servizio nella Carità all’umanità, ed è proprio in questo stretto legame che tra Carità e Verità che si fonda ogni azione umana. Infatti “la carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera.” 12 Questi strumenti diverranno dei veri e propri trasmettitori di “info-etica” e non più invece trasmettitori di falsità, innalzando l’uomo a Dio. Un ultimo aspetto che ora si ritiene necessario sottolineare è la cosiddetta umanità mediale di cui Benedetto XVI ha parlato ampiamente nel corso del suo magistero. Con questo termine si vuole affermare uno stretto legame che oramai intercorre tra i mezzi di comunicazione e l’umanità stessa, essa infatti non è più immaginabile senza l’uso di questi ultimi. Non ha più senso ormai immaginare una società senza l’utilizzo di questi mezzi, per tale motivo non si parla più soltanto di “mezzi di comunicazione” ma anche di un vero e proprio ambiente mediatico. Difatti “I nuovi media stanno modificando il volto stesso dell’umanità e forse questa è l’occasione per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili i lineamenti essenziali della dignità umana”.13.Hanno creato un reale cambiamento nell’ethos dei popoli, rendendolo un ethos aperto all’universale e non più al particolare Un ethos che si fa egli stesso, per così dire, uno strumento di comunicazione sociale e rende l’umanità sempre più mediatica.

 

Lorenzo Sabellico

II Filosofia

 

 

 

Note




L’era digitale, un cambiamento d’epoca.

Introduzione

Nel “Secondo racconto della creazione”, la Terra è ancora spoglia poiché né c’era stata pioggia, “né vi era l’uomo per coltivare il suolo, per far salire l’acqua dai canali e irrigare tutta la superficie.” Più di duemila anni dopo, il filosofo ateo Karl Marx individuerà nella “produzione della vita materiale” ciò che “umanizza” l’uomo e lo differenzia dagli animali. Il lavoro è una dimensione centrale della vita dell’uomo, che attraversa tutta la sua storia e la caratterizza: da capanne ha costruito grattacieli, dalla raccolta di frutta ha creato immense produzioni industriali di cibo, dall’impossibilità di traversare l’oceano è atterrato sulla Luna. Tutto questo grazie alla sua intelligenza e alla sua tecnica.

Oggi il nostro mondo è dominato dalla tecnica, tanto che Heidegger nel 1954 pubblicò il saggio “La questione della tecnica”, in cui, però, dava un taglio fortemente filosofico, più che scientifico, alla tematica. Questa tecnica è stata capace di semplificare e spesso giungere in aiuto dell’uomo (basti pensare allo sviluppo delle tecnologie mediche avvenuto in questi anni), ma è stata altrettanto capace di creare mostruosità (basti pensare all’attacco chimico di Ghūṭa). Allora, oggi più che mai, in quella che il Papa definisce più che un’epoca di cambiamento un cambiamento d’epoca, bisogna, perciò, che l’uomo impari a “far salire l’acqua dai canali” senza però essere tentato di costruire una nuova “Torre di Babele” (di cui troviamo un eloquente rappresentazione sulla copertina dell’omonimo album di Edoardo Bennato del 1976), tenendo sempre ben presenti vantaggi e svantaggi della tecnica; in quest’articolo cercherò di affrontare alcune tematiche, particolarmente calde, di questa “quarta rivoluzione industriale”.

 

Padre e figlio di una famiglia siriana orribilmente mutilati durante la guerra, saranno provvisti di speciali protesi una volta sbarcati in Italia.

 

Edoardo Bennato immagina la torre di Babele come una escalation di armi belliche, a partire dalla clava fino all’arma atomica.

 

Video live de “La torre di Babele”: la tecnologia non è ciò che permette all’uomo di migliorare la sua esistenza o esprimere la sua personalità, ma serve per “Strappare tutti i segreti alla natura” e, “guerra dopo guerra”, “conquistare tutto quello che è ancora da conquistare.

 

 

  • Dove parliamo? La “quarta rivoluzione industriale”

1.1 Schwab: “La quarta rivoluzione industriale”

Anzitutto dobbiamo capire “dove” parliamo. Schwab ha pubblicato nel 2016 un’opera dal titolo “La quarta rivoluzione industriale”, in cui illustra i caratteri fondamentali di un momento di cambiamenti senza precedenti nella storia dell’umanità. Secondo Schwab questa quarta rivoluzione industriale ha i suoi punti focali:

  • nella velocità: “diversamente dalle rivoluzioni industriali precedenti, che hanno avuto luogo a una velocità lineare, quella attuale sta avvenendo a una velocità esponenziale. Ciò trova il suo fondamento nella natura eterogenea del mondo in cui viviamo, che è costantemente interconnesso
  • nella portata e intensità: “la trasformazione si fonda sulla rivoluzione digitale e combina diverse tecnologie […] Suddetto cambiamento non riguarda solo il “che fare” e il “come”, ma anche il “chi” siamo.
  • nell’impatto sui sistemi: “Questo aspetto riguarda la trasformazione di interi sistemi, Paesi, aziende, settori e le società in generale.

Ci troviamo quindi di fronte a un cambiamento di portata esponenziale, che richiede all’uomo di rivedere la concezione del mondo che ha avuto fino a questo momento. Ormai la realtà digitale non è più “un’altra realtà”, ma entra a pieno titolo nella realtà effettiva, e chi non la accetta rischia di rimanere tagliato fuori. Ogni giorno ci rendiamo conto di come, sempre maggiormente, la tecnologia sta sostituendo l’uomo nelle sue mansioni routinarie e più agevolmente codificabili; ma più che concentrarci su ciò che stiamo perdendo, dovremmo cercare di cogliere gli aspetti positivi che da questa realtà possono scaturire, come un incremento delle capacità di problem solving, di adattabilità e creatività e tutte le altre attività in cui le macchine non possono sostituire l’uomo.

 

1.2  “Biosfera” e “infosfera”

La più grande trasformazione, immediata e di carattere quotidiano, è quella che siamo perennemente connessi e interconnessi con tutto il mondo. Floridi, nel 2017, affermava che oggigiorno ci sia bisogno di parlare di una “infosfera” (oramai parte integrante a pieno titolo della “biosfera umana”), generata dalle ICT (Information and Communication Technologies), ossia “tecnologie riguardanti i sistemi integrati di telecomunicazione (linee di comunicazione cablate e senza fili), i computer, le tecnologie audio-video e relativi software, che permettono agli utenti di creare, immagazzinare e scambiare informazioni.”. Il compito dell’uomo, di fronte a questa immensità di informazioni, è quello di non lasciarsi trasportare verso un mondo anche a lui non totalmente conosciuto, ma di prendere il controllo di questo “cervello collettivo”, che in continuazione produce informazioni e le mette a disposizione di tutti coloro che hanno la possibilità di connettersi, di imparare a percorrere questa, riprendendo la definizione di De Kerckhove,“superstrada elettronica”, che ha totalmente vinto su tutte le altre vie di comunicazione.

 

1.3 Le ICT: limitazioni e pericoli

Le ICT stanno portando a una vera e propria “trasformazione antropologica”, in quanto sono capaci di mettere in comunicazione nello stesso momento le parti più disparate del globo, e, perciò, di mettere in comunicazione aspetti culturali estremamente diversi tra loro. Questa elaborazione e trattamento delle informazioni che aprono tutti coloro che si connettono a un universo di informazioni, sono le migliori risorse che le ICT ci possono offrire, ma c’è da considerare che non tutti possono fruire di queste vie di comunicazione, oltre che per motivi economici, spesso anche per motivi culturali; argomento trattato, tra l’altro, anche dal neo-rieletto presidente della Repubblica, che, durante il giuramento dinanzi al Parlamento, ha tenuto un discorso sulla dignità dell’uomo e ha parlato di come i divari (fra cui quello tecnologico) costituiscano “il freno di ogni prospettiva di crescita”! Basti pensare a un anziano che deve ritirare qualcosa in Posta, ma non ha conoscenze e abilità sufficienti per prendere un appuntamento tramite applicazione e è così costretto a fare anche un’ora di fila in piedi e esposto all’intemperie, realtà con cui mi sono imbattuto diverse volte svolgendo il mio servizio con la Comunità di Sant’Egidio. Altra caratteristica da considerare è quella delle fake news. Purtroppo l’internet spesso lascia spazio a notizie false, che trovano nella rete un’opportunità di avere forti risonanze, un po’ come se le “chiacchiere da bar”, che prima restavano confinate, per l’appunto, nel bar, ora approfittino dell’interconnessione e della facilità della comunicazione per diffondersi e incrementarsi, usando la rete come un’enorme cassa di risonanza (come afferma Reyes in “I social network, polarizzazione e democrazia: dall’incanto al disincanto”): così facendo, più che entrare in un luogo dove si possa mettere in discussione la propria idea, si escludono tutti coloro che non la pensano come noi e si creano spazi virtuali per gruppi con gusti e credenze condivise. Inoltre, la possibilità di condividere sulla propria pagina social network ogni post, porta spesso alla condivisione affrettata di notizie che neanche abbiamo letto integralmente!

Al minuto 03:21 di questo video abbiamo un chiaro esempio di pagine che diffondono fake news.

https://attivissimo.blogspot.com/search?q=creare+una+fake+news&max-results=20&by-date=true

A 07:00 del video presente a questo link abbiamo un esempio chiaro di come si diffondano le fake news.

 

  • Con chi parliamo? “Nativi” e “immigrati” digitali.

Secondo interrogativo che dobbiamo porci quando trattiamo il mondo digitale è con chi stiamo parlando? Prensky, nel 2001, scrive il saggio “Nativi digitali, immigrati digitali”, in cui, per l’appunto fa la tanto contestata distinzione fra nativi e immigrati del digitale. Per nativi digitali vengono considerate quelle persone nate dopo il 1985, che hanno vissuto in costante contatto colla tecnologia e collo sviluppo tecnologico del XX secolo.

 

2.1 “Menti ipertestuali”

Questo ha portato un ulteriore disparità, oltre a quella canonica dovuta alle generazioni, tra educati e educatori. Gli educatori, in primis gli insegnanti, si sono ritrovati a dover rielaborare non tanto “ciò” che bisogna insegnare, quanto il “come” insegnarlo: citando lo stesso Prensky bisogna “imparare nuovi modi per fare cose vecchie”. La caratteristica più rappresentativa del nuovo “linguaggio” dei nativi digitali è quello delle menti ipertestuali. La Treccani riporta questa dizione di Ipertesto: “In informatica, testo organizzato in un insieme di moduli elementari che ne rende possibile la lettura, integrale o parziale, secondo diversi percorsi logici (ciascuno dotato di autonomia di significato), scelti dal lettore in base a sue personali esigenze.”. Per comprendere meglio il significato di questo lemma, consultiamo anche “L’enciclopedia per ragazzi”, sempre della Treccani: “Un ipertesto è un testo che non deve essere letto necessariamente dall’inizio alla fine, bensì secondo diversi percorsi.”, ancora “La maggior parte dei testi e documenti che conosciamo (e può trattarsi di romanzi, film o brani musicali) sono sequenziali. Devono cioè essere letti (o visti, o ascoltati) seguendo un ordine preciso. Dalla prima all’ultima pagina, nel caso di un libro. Un ipertesto, come un qualunque sito web, è invece costituito da un insieme di elementi, pagine di testo od oggetti multimediali che possono essere consultati nell’ordine scelto dallo stesso lettore. Ordine che può cambiare ogni volta che il lettore ritorna a consultare quel testo.”. Praticamente, un ipertesto si differenzia da un testo sequenziale in quanto si può passare da un punto a un altro senza perdere il filo del discorso.

 

2.2 Lost in navigation

Ma questa acquisizione ha portato alla perdita della capacità di restare per molto tempo concentrati su un solo argomento e su contenuti scritti e orali. Alcuni docenti hanno definito la portata dell’attenzione degli studenti comparandola a quella di un moscerino; ciò è sostenuto anche da quanto dimostrato da uno studio Microsoft: la durata dell’attenzione è passata dai 12 secondi del 2000 agli 8 del 2013, scendendo al di sotto di quella dei pesci rossi che è invece di 9 secondi. Uno studio della Stanford University ha dimostrato che questa scarsa capacità di attenzione comporta difficoltà anche quando bisogna distinguere tra notizie vere e false: il 52% dei ragazzi ha ritenuto che un video sgranato fosse utilizzabile come prova per contestare il risultato delle elezioni primarie democratiche americane del 2016. In mezzo all’infinità di informazioni a cui si può accedere, per un popolo così “distratto”, perciò, c’è il serio rischio di perdersi. Ma questo non è l’unico rischio a cui bisogna prestare attenzione: la cosiddetta Generazione Z, quella che ha vissuto sulla propria pelle, la digitalizzazione del XX secolo, è predisposta anche a altri rischi, che ci vengono elencati nell’opera “The New Millennium Learners: Challenging our Views”, da Pedró:

  1. Aumento del “cyberspazio” a prezzo del crescente isolamente fisico.
  2. I momenti dedicati all’attività digitale aumentano e sovrastano anche quelli che dovrebbero essere dedicati al riposo.
  3. Le risposte immediate sono la norma anche nella comunicazione personale.
  4. Si preferiscono messaggi multimediali a messaggi testuali.

simpatico spot dell’UE

2.3 Multitasking

Il costante contatto con apparecchiature multimediali, quindi, ha portato i nativi digitali a avere un’attenzione divisa e a facilitare, in questo modo, il saper operare in multitasking. Il multitasking è la capacità di compiere due attività contemporaneamente e si è sviluppato in maniera esponenziale con il rapido progresso tecnologico e digitale della nostra epoca. Il multitasking comporta aspetti negativi, quali l’incapacità di un’alta concentrazione e l’aumento di stress, che possono portare a un maggior rischio di depressione e ansia, e a risultati qualitativamente inferiori. Ciò nasce, però, soprattutto a causa della mancanza di abitudine a operare in multitasking. Infatti, uno studio di Sarayu Caulfield e Alexandra Ulmer ha dimostrato che ragazzi abituati a operare con mezzi digitali sin dalla prima infanzia, e perciò abituati a lavorare in multitasking, riescono a produrre migliori risultati in ambienti con distrattori che in ambienti privi di quest’ultimi. Un ulteriore filone di studi sta prendendo in considerazione gli effetti della combinazione di compiti motori e compiti cognitivi: lo studio ha infatti coinvolto pazienti con malattia di Parkinson e anziani in salute e ha dimostrato che svolgendo compiti cognitivi mentre erano impegnati a pedalare, i loro risultati tendevano a migliorare rispetto a quando le attività venivano svolte in una stanza tranquilla. Questo ha anche una spiegazione fisica: operare in multitasking tende, cerebralmente, a un rilascio di dopamina, norepinefrina ed epinefrina che migliorano la velocità e l’efficienza del cervello, in particolare nei lobi frontali. Anche secondo Jenkins, come argomenta nel suo saggio “Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo.”, questa divisione tra attenzione e multitasking non va vista come un’opposizione e va invece cercato un punto di incontro per poter permettere di sviluppare nuove abilità.

 

  • Come parliamo? Nuove esigenze di comunicazione

lI superamento delle barriere geografiche fa nascere il bisogno di una nuova lingua, “una lingua franca, trasversale rispetto alle altre culture, che consente la condivisione e la produzione di cultura”, la definiscono Rivoltella e Rossi nel saggio “Il corpo e la macchina”; esempio esplicativo di questo nuovo linguaggio è il “meme”. Questa è la definizione che ne riporta la Treccani: “singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro”. Il termine fu coniato da Richard Dawkins nel 1976, ma non aveva ancora l’accezione digitale odierna. Sempre citando la Treccani: “I memi digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa meme quando la sua «replicabilità», che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima.” Affinché un meme possa avere successo c’è bisogno che la sua comprensibilità sia massima: la maggior parte dei meme sono infatti in un inglese elementare e rappresentano un’immagine famosa o di immediata comprensione. Il meme è un input multimediale rapido che richiede pochissimi secondi di concentrazione affinché venga compreso e possa suscitare ilarità. Il successo di questa forma comunicativa risiede nella sua immediatezza che soddisfa, come già detto in precedenza, l’attenzione del “moscerino”, che preferisce non concentrarsi a lungo su uno stesso argomento.

 

Esempi di meme

 

 

Per concludere il discorso sulla comunicazione è importante ribadire che nella realtà digitale non abbiamo la stessa possibilità di comunicare che abbiamo nella realtà, in quanto non possiamo contare sulla comunicazione non verbale, che comprende gesti, mimica, …  e sul tono della voce, che può un determinato taglio a un discorso o anche il suo opposto.

 

  • Etichette

Mi vorrei soffermare brevemente sulla dizione di nativi e immigrati digitali che ho usato ricorrentemente. La distinzione tra nativi e immigrati digitali rischia di diventare una classificazione e un preconcetto o etichetta; questo discorso è strettamente legate al discorso sulle generazioni e proprio per questo mi vorrei soffermare sulla distinzione operata da Gabriele Qualizza che pone l’accento su “collocazione”, ossia “una condizione di fatto, che accomuna quanti hanno il medesimo posizionamento in relazione al processo storico e dunque sono esposti a influenze culturali dello stesso tipo: una situazione in cui “ci si trova” ” e su legame, ossia “un orientamento comune, cioè in una partecipazione consapevole alle trasformazioni che investono il proprio tempo.” Solo avere un “legame” colla propria generazione porta a una “generazione effettiva”, ossia a un partecipazione piena. Tutto ciò per ribadire quanto le etichette siano solo etichette e sarebbe più lecito parlare di “attitudine digitale”.

 

Conclusione

L’evoluzione dell’uomo, sia essa economica, sociale, culturale, passa sempre attraverso il lavoro, che punta a migliorare le sue condizioni di vita e a permettergli una sempre più completa reaIizzazione. Lo sviluppo odierno della tecnica ha portato con sé molte innovazioni positive, ma al tempo stesso molti pericoli e rischi. Le nuove tecnologie ci pongono di fronte a un mondo in continua evoluzione e che porta, perciò, sempre nuove sfide, anche solo per la capacità di rimanere aggiornati. Acquisire una buona attitudine digitale, perciò, non è indispensabile solo per fini lavorativi e per poter fruire in maniera migliore della “infosfera”, che è ormai una realtà concreta e inscindibile della nostra vita quotidiana, ma anche per essere attuali e poter operare cristianamente nell’oggi, in quanto, un uomo che non partecipa alla realtà digitale, non partecipa a una parte della realtà effettiva! È perciò indispensabile incrementare la nostra conoscenza e essere capaci di restare al passo coi tempi, se si vuole essere veramente protagonisti di quella che non è un epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca!

 

Bibliografia

Autor, D.H. (2015). Why Are There Still So Many Jobs? The History and Future of Workplace Automation. «Journal of Economic Perspectives», 29/3, pp.3-30.

Ceruti, M. (2018). Il tempo della complessità. Milano: Raffaello Cortina Editore.

De Kerckhove, D. (1997). The skin of culture. Investigatig the new electronic reality. London: Kogan Page.

De Kerckhove, D. (2016). La rete ci renderà stupidi? Roma: Lit Edizioni.

Dominici, P. (2014). Dentro la società interconnessa. La cultura della complessità per abitare i confini e le tensioni della civiltà ipertecnologica. Milano: FrancoAngeli.

Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Heidegger. (1953). La questione della tecnica.

Jenkins, H. (2010). Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo. Milano: Guerini e Associati.

La Sacra Bibbia. (1968). Edizioni Paoline, Gen. 2, 5-6.

Marx, K. (1867).  L’ideologia tedesca, trad. it. di F.Codino, Editori Riuniti, Roma 2000

OECD (2003). Promise and Problems of E-Democracy. Challenges of online citizen engagement. Paris: OECD Publishing.

Pedró, F. (2006). The New Millennium Learners: Challenging our Views on ICT and Learning. Paris: CERI-OECD.

Prensky, M. (2001). Digital Natives, Digital Immigrants. Part I. «On the Horizon», 9/5, MCB University Press, pp.1-6.

Qualizza Gabriele. (2020). Migrazioni digitali: da Facebook a Instagram. Innovazioni, we sense generazionale e partecipazione in rete. In Di fronte al futuro. I giovani e le sfide della partecipazione. a cura di Giovanni Delli Zotti e Gabriele Blasutig. L’Harmattan italia.

Reyes, J.M. (2018). Social network, polarizzazione e democrazia: dall’entusiasmo al disincanto.

Rivoltella, P.C. (2008). La comunicazione nell’era digitale. Prospettive di intervento formativo. Relazione all’Incontro Mondiale delle Facoltà di Comunicazione delle Università Cattoliche. Pubblicazione online: http://images.comune.savona.it/IT/f/ServiziSociali/la/lacomunicazionedigitale.pdf.

Rivoltella, P.C. (2012). Apprendere al tempo dei media digitali: comportamenti, apprendimenti e competenze delle giovani generazioni. «LEND – Linguistica e Nuova Didattica», 1-2012, pp.1-9.

Rivoltella, P.C., Rossi, P.G. (2019). Il corpo e la macchina. Tecnologia, cultura, educazione. Brescia: Editrice Morcelliana.

Schwab, K. (2016). The Fourth Industrial Revolution. New York: Crown Business.

Suerz, M. (2015). L’agire comunicativo tra processi di democratizzazione, partecipazione e trasparenza. La conquista di una democrazia “di massa” nell’era della società dell’informazione. «Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica», VII/2-2015, pp.59-71.

 

Sitografia

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-08/guida-al-discernimento-nel-cambiamento-d-epoca.html

https://www.theguardian.com/world/2013/sep/02/syria-crisis-french-intelligence-assad

https://www.ilmessaggero.it/mondo/bimbo_simbolo_guerra_siria_arriva_italia_cure_a_bologna-6452558.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/ict_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/02/03/news/mattarella_dignita_-8652635/

https://www.treccani.it/enciclopedia/ipertesto/

https://www.treccani.it/enciclopedia/ipertesto_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/teen/2020/08/03/generazione-z-vocabolario-minimo-per-capire-lo-slang-dei-ragazzi_fa541e35-09f5-4c30-b471-0dcbb153738e.html

https://www.stateofmind.it/tag/multitasking/

https://www.treccani.it/vocabolario/meme_%28Neologismi%29/




Internet è un dono di Dio

Internet è un dono di Dio.

E’ un’ affermazione espressa per la prima volta nel 2009 dal Premio Nobel per la Pace cinese Xiaobo ed è stata ripresa più volte, anche da Papa Francesco nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali [1].

Ma perché internet si traduca davvero in un dono di Dio è necessario impegnarsi per un uso non superficiale e irresponsabile.

Utilizzare consapevolmente il web è necessario, sostiene Papa Francesco, recuperando la “lentezza”. Si chiede il Papa nel suddetto messaggio: “Che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta”[2].

In verità, l’interesse della Chiesa per Internet è da sempre, poiché essa riserva profonda attenzione ai mezzi di comunicazione sociale, che sono il risultato del processo storico scientifico per mezzo del quale l’umanità avanza nella scoperta del creato [3]. I Vescovi, inoltre, affermano che “La nuova evangelizzazione è dunque un’attitudine, uno stile audace. È la capacità da parte del cristianesimo di saper leggere e decifrare i nuovi scenari che in questi ultimi decenni sono venuti creandosi dentro la storia degli uomini, per abitarli e trasformarli in luoghi di testimonianza e di annuncio del Vangelo” [4].

Inoltre, la Chiesa è convinta del fatto che i mezzi di comunicazione sociale siano, come ha affermato il Concilio Vaticano II, “meravigliose invenzioni tecniche”, che pur facendo già molto per soddisfare le necessità umane, possono fare ancora di più [5].

Quindi l’approccio della Chiesa ai mezzi di comunicazione sociale è stato sostanzialmente positivo. In particolare, internet è considerato un fattore culturale che svolge un importante ruolo nella nostra storia, poiché contribuisce ad apportare cambiamenti rivoluzionari nel commercio, nell’educazione, nella politica, nel giornalismo, nel rapporto fra nazione e nazione e cultura e cultura, cambiamenti riguardanti non solo il modo in cui le persone comunicano, ma anche quello in cui interpretano la propria vita.

 

Opportunità e sfide.

Internet possiede caratteristiche eccezionali. È infatti caratterizzato da istantaneità e immediatezza, è presente in tutto il mondo, decentrato, interattivo, indefinitamente espandibile per quanto riguarda i contenuti, flessibile, molto adattabile. È egualitario, nel senso che chiunque, con gli strumenti necessari e una modesta abilità tecnica, può essere attivamente presente nel ciberspazio, trasmettere al mondo il proprio messaggio e richiedere ascolto. Permette l’anonimato, il gioco di ruoli e il perdersi in fantasticherie nell’ambito di una comunità. Secondo i gusti dei singoli utenti, si presta in egual misura a una partecipazione attiva e a un assorbimento passivo[6].

Poiché annunciare il Vangelo a persone immerse nella cultura dei mezzi di comunicazione sociale richiede l’attenta considerazione degli stessi strumenti, la Chiesa ha sempre avvertito il bisogno di comprendere Internet. Ciò per comunicare efficacemente con le persone immerse in questo mondo virtuale e per utilizzarlo al meglio.

Internet è importante per molte attività ecclesiali quali l’evangelizzazione, la ri-evangelizzazione, la nuova evangelizzazione e la tradizionale opera missionaria “ad gentes”, la catechesi e altri tipi di educazione, notizie e informazioni, l’apologetica, governo, amministrazione e alcune forme di direzione spirituale e pastorale.

Sebbene il mondo virtuale di internet non possa sostituire una relazione autentica tra persone o la vita sacramentale e della liturgia o l’annuncio diretto del Vangelo, può certamente integrarli e completarli, arricchendo la vita di fede degli utilizzatori.

E’ stata sperimentata (anche in questo tempo di pandemia) l’importanza per la Chiesa di poter comunicare con gruppi particolari come giovani, anziani e persone costrette a casa, persone che vivono in aree remote, e comunque con persone che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. Ormai tutte le Parrocchie, Diocesi, Congregazioni religiose e Istituzioni legate alla Chiesa, programmi e organizzazioni di tutti tipi utilizzano Internet per questi ed altri scopi.

La Chiesa utilizza Internet anche come strumento di comunicazione interna, perché ha presente la sua natura speciale di mezzo diretto, immediato, interattivo e partecipativo. “Un flusso bidirezionale di informazione e opinioni fra Pastori e fedeli, la libertà di espressione sensibile al benessere della comunità e al ruolo del Magistero nel promuoverlo, e un’opinione pubblica responsabile sono tutte espressioni importanti del diritto fondamentale al dialogo e all’informazione in seno alla Chiesa” [7]. Internet è un efficace strumento tecnologico per concretizzare questo concetto.

 

Criticità e alert.

Pur enfatizzando gli aspetti positivi di Internet, è importante essere chiari su quelli negativi. I mezzi di comunicazione possono essere realmente elemento di unità e di comprensione reciproca e, al contrario, possono farsi portatori di una visione deformata dell’esistenza, della famiglia, dei valori religiosi, sociali ed etici; di una visione non rispettosa della dignità della persona umana.

In particolare, esiste una reale preoccupazione circa: gli effetti più gravi della pornografia e della violenza sugli individui e sulla società a cui tutti, specie i più indifesi, possono accedere; le “fake news” che si possono ascoltare; le pubblicazioni fantasiose che si possono leggere.

E così accade che i valori morali di un individuo possano essere annullati da elementi esterni deplorevoli, dappertutto e troppo facilmente accessibili attraverso il web.[8]

Ecco perché è necessario che la Chiesa susciti e accompagni processi, pur senza imporre percorsi a persone che sono sempre uniche e libere. E’ comunque difficile offrire ricette precostituite, perché «si tratta di sottoporre gli stessi fattori positivi ad attento discernimento, perché non si isolino l’uno dall’altro e non vengano in contrasto tra loro, assolutizzandosi e combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei fattori negativi: non sono da respingere in blocco e senza distinzioni, perché in ciascuno di essi può nascondersi un qualche valore, che attende di essere liberato e ricondotto alla sua verità piena”.[9]

 

La comunicazione di Papa Francesco.

Papa Francesco è un Papa touch, che ama il contatto diretto, personale, non mediato. I gesti di Francesco parlano da soli e le sue parole sono programmatici di opere. Le parole e i gesti si incontrano e si completano vicendevolmente, e soprattutto hanno un comune denominatore: abitare con speranza il nostro tempo e  favorire la prossimità.

Ecco che “Incontro” è una delle parole più evocative e presenti nella Evangelii gaudium. A partire da questa dimensione necessaria, che caratterizza l’essere umano, Papa Francesco ci indica chiaramente alcune grandi vie per abitare ed interpretare i nostri giorni, un mondo in cui i mass media, soprattutto quelli digitali, sono così massicciamente presenti. Nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali il Papa ci spiega qual è l’immagine del cristiano comunicatore, una immagine da meditare e dalla quale lasciarsi guidare.

Prima di tutto, la comunicazione è una conquista più umana che tecnologica. Internet può facilitare od ostacolare, agevola la connessione, perché azzera le distanze, ma non facilita né la comunione né la prossimità. La rete non ci rende più socievoli, né più isolati. Non può essere dunque un alibi che ci libera da responsabilità che invece sono solo degli uomini.

Poi, bisogna comprendere la comunicazione in termini di prossimità, perché essa non è primariamente una trasmissione di contenuti, ma  è riduzione di distanze. Non sono tanto le strategie, a fare la comunicazione, che nasce dal superamento di ciò che divide, e dal fare crescere ciò che ci accomuna, facendosi reciprocamente dono di sé. Concepire  che la comunicazione sia portatrice di prossimità, e non sia mera trasmissione ha importanti conseguenze anche sull’ annuncio della fede in tutte le sue forme.

Quanto alla credibilità del cristiano che comunica, quando la parola e la vita sono in sintonia profonda e il cuore si ė lasciato toccare e trasformare dall’incontro con l’Altro, egli è certamente autorevole: la sua testimonianza e in grado di portare bellezza in tutti gli ambiti, anche quelli digitali. Infatti il messaggio non scaturisce da noi, che invece ne siamo stati ‘fecondati’; piuttosto è mosso da una bellezza e una gioia grandi che non possiamo tenere per noi: essere cristiani ė condividere. E in questa luce, il web non è un ostacolo, ma un aiuto.

Il fatto, poi, che in rete il corpo non ci sia, non è elemento necessariamente negativo, poiché potrebbe disincarnare le relazioni: Francesco ci assicura che se siamo capaci di accarezzare, siamo capaci anche di ‘carezze digitali’.

E’ un’immagine che viene valorizzata dalle parole di “Evangelii gaudium” : “Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!”. [10]

 

Christus vivit.

Nella Esortazione Apostolica post-sinodale del 2019 il Papa non nasconde la delicatezza del compito “L’immersione nel mondo virtuale ha favorito una sorta di “migrazione digitale”, vale a dire un distanziamento dalla famiglia, dai valori culturali e religiosi, che conduce molte persone verso un mondo di solitudine e di auto-invenzione, fino a sperimentare una mancanza di radici, benché rimangano fisicamente nello stesso luogo. La vita nuova e traboccante dei giovani, che preme e cerca di affermare la propria personalità, affronta oggi una nuova sfida: interagire con un mondo reale e virtuale in cui si addentrano da soli come in un continente sconosciuto. I giovani di oggi sono i primi a operare questa sintesi tra ciò che è personale, ciò che è specifico di una cultura e ciò che è globale. Questo però richiede che riescano a passare dal contatto virtuale a una comunicazione buona e sana”. [11]

 

Laudato Si’.

 

 

Anche nella lettera enciclica “Laudato si’ ” il Papa ribadisce che internet e le reti sociali “sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web e social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”[12].

 

Conclusione: Pastorale digitale 2.0.

Gli auspici di Papa Francesco si concretizzano ora nella esperienza pastorale delle Chiese particolari. Dall’ottobre 2014 è stato istituito per la diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo il Servizio di Pastorale digitale, un team di esperti e di volontari che mette competenze e passione a servizio dell’annuncio del Vangelo.

Nella postfazione al libro “Pastorale digitale 2.0” di Riccardo Petricca, che descrive proprio l’incipit e la ratio di quest’ultima esperienza, il Vescovo diocesano Mons. Gerardo Antonazzo conclude, spiegando accuratamente il senso di una Chiesa che accoglie davvero il dono e la risorsa della rete: “Come Chiesa non immettiamo informazioni in rete per dare semplice “notizia” delle attività della diocesi. Desideriamo, piuttosto tenacemente, “mettere in comunione” la vivacità poliedrica di una Chiesa che si riconosce nelle storie di vita di tutti i volti e i nomi di persone e di comunità che condividono la fede in Gesù Cristo, incarnata nel tessuto culturale e sociale del nostro territorio. Il cammino di ciascuno diventa la crescita di tutti! La Chiesa è comunione perché vive la storia di una grande famiglia. Con la pastorale digitale vogliamo che questa fraternità sia concretamente costruita e vissuta attraverso il “racconto”, diventi sinfonia di anime che si incontrano, volti che si incrociano nel segno della fraternità spirituale, membra attive che si abbracciano per la composizione di un corpo ben  articolato, pietre vive cementate dall’amore per  un grande e  stupendo edificio spirituale” [13].

Giuseppe Basile

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA 

[1] https://www.diocesisora.it/pdigitale/quando-internet-e-un-dono-di-dio/

[2] https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html

[3] CfConcilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spesCittà del Vaticano 1965, 34.

[4] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 6.

[5] Cf. Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, Città del Vaticano 1963, 1.

[6] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in Internet, Città del Vaticano 2002, 7.

[7] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle Comunicazioni sociali, Città del Vaticano 2000, 26.

[8] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e Violenza nei Mezzi di Comunicazione sociale, Città del Vaticano 1989,7.

[9] S. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale, Pastores dabo vobis , Città del Vaticano 1992, 10.

[10] Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, Città del Vaticano 2013, 87.

[11] Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit , Città del Vaticano 2019., 90.

[12] Francesco, Lettera enciclica Laudato si’ , Città del Vaticano 2015, 106.

[13] Petricca R., Pastorale digitale 2.0. Roma 2015, postfazione.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes,  Città del Vaticano 1965.

Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, Città del Vaticano 1963.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in Internet. Città del Vaticano 2002.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle Comunicazioni sociali,  Città del Vaticano 2000.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e Violenza nei Mezzi di Comunicazione sociale,  Città del Vaticano 1989.

Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011.

Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale, Pastores dabo vobis, Città del Vaticano 1992.

Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium,  Città del Vaticano 2013.

Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit , Città del Vaticano 2019.

Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, Città del Vaticano 2015.

Riccardo Petricca, Pastorale digitale 2.0., Roma 2015.

 

SITOGRAFIA

 

Francesco<https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-

francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html>

Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo <https://www.diocesisora.it/pdigitale/quando-internet-e-un-dono-di-dio/>

 

DIRITTI D’AUTORE

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.

 

 




TECNOLOGIA E DISABILITA’ VISIVA NELLE SCUOLE

In base ai dati dell’INPS un milione di persone in Italia sono ipovedenti, di questi una buona parte si trova nell’età dell’istruzione obbligatoria. Tra gli studenti che presentano un deficit visivo alcune volte si associano anche problemi di natura motoria o cognitiva, altre volte l’unica area compromessa è quella visiva.

Poniamoci ora di fronte al caso di un ragazzo ipovedente senza problemi di natura motoria o cognitiva. Immaginiamolo in una classe di un po’ di anni fa in cui non era presente la LIM o la possibilità di avere un pc portatile. Il ragazzo si trovava a dover studiare su libri di testo scritti con caratteri minuscoli, poteva utilizzare righelli ingranditori, ma ciò comportava un aumento del tempo di lettura e quindi una ricaduta sul rendimento scolastico. Anche copiare dalla lavagna poteva risultare un ostacolo, nonostante la sua postazione fosse messa a distanza ravvicinata; eseguire un compito scritto in autonomia risultava difficoltoso in quanto scrivere a mano per troppo tempo avrebbe potuto affaticare la vista. Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano come un problema visivo possa compromettere l’autonomia nello studio e quindi anche il rendimento scolastico di una persona.

Vediamo quindi ora quanto l’utilizzo di ausili informatici abbia influito sull’autonomia degli studenti ipovedenti.

PC

Da qualche anno a questa parte è stata data la possibilità ad alunni con disabilità visiva di utilizzare in classe un pc, personale o acquistato dalla scuola. Ciò ha comportato un grande vantaggio per l’inclusione e l’autonomia: in primis l’utilizzo di libri digitali con sintesi vocali e materiale accessibile gioca un ruolo di grande rilievo nell’autonomia.

Oltre all’utilizzo dei libri digitali il computer agevola anche lo svolgimento di compiti scritti o lo studio orale soprattutto anche grazie all’utilizzo di ausili tifloinformatici come sintesi vocali o software di ingrandimento per il pc. Un elenco completo si trova qui: http://www.ausilinformatici.it/

A tal riguardo la ricercatrice Michela Ott 14 , in riferimento all’integrazione formativa degli studenti disabili, nota un duplice uso del computer a scuola: abilitante o riabilitante.

  • Abilitante: “il computer può essere usato per mettere il disabile in condizione di svolgere attività altrimenti precluse (es. scrivere per i disabili motori gravi)”
  • Riabilitante: “il computer può essere usato come supporto alla didattica tradizionale per migliorarne l’efficacia, andando a colmare eventuali carenze, a stimolare processi cognitivi e/o operativi complessi, a promuovere l’acquisizione di capacità operative in alcuni settori, a strutturare il metodo di apprendimento, a consentire percorsi di approfondimento.”

LIM

Negli ultimi anni si è anche diffuso, nelle scuole italiane, l’utilizzo della LIM (Lavagna Multimediale Interattiva) in classe. La lavagna interattiva compone, con un computer ed un videoproiettore qualsiasi, un sistema interattivo in cui il proiettore, collegato al PC tramite cavo video, proietta l’immagine sulla superficie della lavagna che è collegata al computer solo da un cavo USB. La LIM si è rivelata uno strumento di facilitazione e integrazione della didattica per tutti gli studenti, e in particolar modo per gli studenti con disabilità.

In merito all’utilizzo della LIM in una classe in cui sia presente un ragazzo ipovedente la Dott.ssa Francesca Caprino dice che “le comuni lavagne di ardesia costituiscono da sempre una barriera per gli alunni ipovedenti. Per ovviare a queste difficoltà si è ricorsi, finora, ad ausili tiflodidattici quali le lavagne a tracciamento luminoso costruite con materiali che si illuminano a contatto con speciali pennarelli a sfioramento oppure specifici ausili ottici (monocoli, binocoli) utilizzati direttamente dall’alunno (come nell’esempio in figura). Le lavagne interattive, in virtù del loro essere connesse ad un personal computer sul quale può essere installato un programma di ingrandimento (come ad esempio Zoom Text o il meno sofisticato Magnifier, freeware che si trova in tutti i pacchetti Windows), permettono di mostrare alla classe testi ed immagini aumentandone significativamente il grado di leggibilità e visibilità (non solo ingrandendone le dimensioni, ma anche lavorando su altri parametri come ad esempio il font, il contrasto, etc). Queste lavagne possono inoltre interagire anche con altri dispositivi, quali ad esempio una telecamera digitale o un microscopio, consentendo a bambini e ragazzi con deficit della vista di partecipare attivamente a laboratori di scienze ed altre attività didattiche altrimenti non accessibili.” 15

Possiamo riassumere dicendo che tre sono i principali ambiti di utilizzo delle tecnologie informatiche a scuola per gli studenti ipovedenti:

  1. Strumento di lavoro personale (maggiore autonomia)
  2. Partecipazione alle attività della classe basate sulle tecnologie informatiche (maggiore inclusione)
  3. Strumento per le insegnanti per produrre materiale accessibile per lo studente ipovedente.

CONCLUSIONE

Per concludere riportiamo le parole del pedagogista Ugo Valle: “Con l’approvazione della Legge-quadro 104 del 1992 sull’handicap, il discorso sull’utilizzo degli ausili tecnologici come aiuto a tutti i soggetti diversamente abili si è fatto più stringente e, di pari passo, si è iniziato a costruire strumenti tecnologici ed elaborare programmi adatti alle varie tipologie di difficoltà. Questi strumenti e i relativi programmi possono favorire la comunicazione, l’autonomia e in genere l’integrazione sociale dei soggetti diversamente abili. La possibilità di compensare, con un ausilio tecnologico, le funzioni compromesse in questi soggetti, con l’intento di rinforzarne l’autostima attraverso la facilitazione dell’apprendimento, riveste una notevole importanza educativo-didattica, oltre che psicologica sotto il profilo sia individuale sia sociale. Parlare di scuola inclusiva significa, pertanto, considerare sia l’accessibilità dello spazio fisico sia il setting di apprendimento: questi due ambiti sono alla base della riflessione sui disturbi dell’apprendimento. Per i suddetti motivi, l’utilizzo in classe del computer portatile come mezzo per l’apprendimento di contenuti disciplinari specifici, grazie a software didattici predisposti e ambienti informatici ove simulare qualsiasi situazione (reale o ipotetica), permette a tutti gli studenti che presentano deficit e difficoltà di interagire costruttivamente con i compagni di classe e con i docenti. La possibilità di autocorrezione, la velocità di elaborazione, l’immediatezza del feedback e la correzione tecnicamente ‘pulita’ sono fattori che facilitano e stimolano l’apprendimento. I software per l’apprendimento, le sintesi vocali, le lavagne interattive multimediali (Lim), i netbook e i tablet creano una ‘rete integrata’ che permette, grazie a linguaggi diversi e multimodali, di potenziare l’autostima dei soggetti con disabilità/difficoltà e favorire la loro autonomia” 16

Maria Vittoria De Santis

 

Sitografia

http://www.ausilinformatici.it/ [ultima consultazione: 3 febbraio 2022]

http://www.tdjournal.itd.cnr.it/files/pdfarticles/PDF13/integrazione.pdf [ultima consultazione: 3 febbraio 2022]

https://www.leonardoausili.com/approfondimenti/a/le-lavagne-interattive-e-le-possibili-applicazioni-con-alunni-in-difficolta-101.html [ultima consultazione: 3 febbraio 2022]

https://laricerca.loescher.it/tecnologie-e-disabilita/ [ultima consultazione: 3 febbraio 2022]

 

 

 

 

 

 

NOTE




Le diocesi e le parrocchie…in rete!

Introduzione

In questo articolo si parlerà di un tema particolarmente importante dal punto di vista pastorale: l’uso degli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Per farlo mi piacerebbe farvi conoscere la mia esperienza. Sono diversi anni, che mi occupo della comunicazione digitale della mia diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nello specifico mi occupo della gestione dei profili social della diocesi e della pastorale giovanile diocesana, nonché del sito dedicato proprio alla pastorale giovanile della nostra diocesi, ovvero di tutti quegli spazi che oggi ricadono sotto la definizione di “ambiente digitale”. Prima, però, verrà presentato l’argomento con delle riflessioni legate  proprio agli ambienti digitali, ai vantaggi e ai benefici che la tecnologia e gli strumenti che essa ci fornisce e di come essi possano diventare un supporto utile e valido per permetterci di essere promotori e dispensatori della Parola di Dio e dei suoi insegnamenti.

  1. Un nuovo modo di comunicare, nuove vie per l’evangelizzazione

“Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami”[1]. Credo non ci sia frase migliore per iniziare un articolo sugli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Questo incipit è preso dalla Esortazione Apostolica post sinodale “Christus vivit” di Papa Francesco del 25 marzo 2019. Il Santo Padre, nel corso del suo pontificato dimostra di voler aprirsi alle novità, di non chiudere e confinare la Parola di Cristo all’interno dei soliti confini dati dai tempi antichi.

Va, altresì, specificato che l’interesse della Chiesa per Internet e l’apertura favorevole verso di esso non è una novità del pontificato di Francesco. Già il Concilio Vaticano II, parlando dei nascenti mezzi di comunicazione sociale, li definì «meravigliose invenzioni tecniche»[2]. Andando avanti, Giovanni Paolo II è stato, effettivamente, il primo papa a confrontarsi con il mondo del web. Egli ne ha ben presto intuito le potenzialità tanto da definirlo, in occasione della 34° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «un nuovo forum per proclamare il Vangelo»[3]. Lo stesso, dicasi per Benedetto XVI, il quale sempre all’interno della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la 43esima, dichiarò: «Se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana, la rete di Internet e le nuove tecnologie informatiche rappresentano un vero dono per l’umanità»[4].

Tutte queste autorevoli voci ci permettono di introdurre il discorso relativo agli ambienti digitali e come essi possano essere usati dalla pastorale. In queste poche righe a disposizioni, inoltre, ho scelto di descrivere una situazione reale, la mia, per far vedere da vicino cosa effettivamente una diocesi cerca di fare nell’ambito delle comunicazioni sociali e, perché no, di trovare in quanti leggeranno, dei consigli utili per migliorare.

1.1 Gli ambienti digitali. Un nuovo “spazio” per la pastorale

Prima di entrare nello specifico della mia esperienza all’interno di questo “mondo”, credo sia necessario approfondire il discorso relativo agli ambienti digitali. Cosa sono?

Tecnicamente si definisce un ambiente digitale quello «Spazio immateriale creato attraverso l’uso del linguaggio informatico e reso accessibile da dispositivi elettronici e digitali»[5]. Di fatto, ricadono in questa definizione tutti quegli “spazi” generati da un computer o, più in generale, attraverso linguaggi di programmazione che rendono altamente interattiva e di facile fruizione la vita online.

Questo perenne stato di iper-connessione ci viene, oggi, fornito proprio dai diversi ambienti digitali che frequentiamo, ormai quotidianamente. Siti web e Social Network su tutti, ma anche videogiochi, cinema di animazione, cinema digitale e 3D, il Vr e Ar, tutti luoghi dove è possibile creare contesti di interazione sociale, potenziare le proprie capacità di relazione e di interconnessione. In questi ambienti, infatti, non siamo solo semplici visitatori, non ci accontentiamo solo di ciò che ci viene fornito da quel determinato ambiente o da chi lo gestisce. L’uso delle tecniche di grafica, di app di editing rendono l’utente fruitore e al tempo stesso produttore di questi nuovi ambienti mediali.

Per molto tempo abbiamo inteso Internet come una cosa separata dalla nostra vita. A partire dalla prima rivoluzione digitale, e con la nascita dei primi siti web, sono comparsi i primi ambienti dove poter lasciare la propria impronta. I blog, My space, ecc. permettevano di costruirsi un mondo parallelo, dove metterci in contatto con altre persone. Al tempo stesso, però, la tecnologia, non ancora sviluppata come ai nostri giorni ci costringeva ad avere un tasto di “off”, facendoci tornare alla dimensione reale.

In seguito sono arrivati i Social Network e, ancora per un po’, anche questi hanno rappresentato una dimensione in cui si poteva fare on-off. La svolta epocale è arrivata, però, quando sono incominciati ad arrivare nelle nostre tasche gli smartphone. Con l’avvento di questa tecnologia rivoluzionaria la dimensione reale e quella virtuale hanno iniziato ad intrecciarsi senza soluzione di continuità nella nostra vita. Basti pensare a quante conversazioni iniziano in una dimensione (magari in una chat) e continuano nell’altra (ci incontriamo e si continua la stessa conversazione faccia a faccia) in maniera cosi naturale e sopratutto disinvolta.

In questo intreccio di dimensioni online e offline, emerge, dunque una nuova dimensione quella on-life, in cui la strada, il parco, il centro-commerciale, la parrocchia si sovrappongono e si accostano ad internet, i siti web, i social network, l’e-commerce come se fossero tutti luoghi a cui possiamo accedere. E’ a questo livello che incomincia ad aver senso parlare di “ambiente digitale”. Quando cioè togliamo ad internet quel significato che ha avuto per molto tempo, ovvero quello di essere uno strumento. In realtà, oggi, possiamo dargli un significato nuovo: essere luogo, essere un ambiente.

1.2 Una rete per connetterci

Da sempre impegnato nella vita attiva della mia parrocchia, nel 2016, al rientro dalla Giornata Mondiale dei Giovani, celebrata in quell’anno a Cracovia, mi continuavano a tornare alla mente le Parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’omelia nella Santa messa che concludeva quella GMG:

“Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince”

In quella esperienza ebbi la possibilità di approfondire la conoscenza con il responsabile della pastorale giovanile della mia diocesi, il quale, tra le altre cose, mi disse che era suo desiderio di formare una equipe diocesana che allargasse le possibilità in favore delle realtà giovanili della nostra terra, espandendo i mezzi di comunicazioni e le possibilità di interagire. Al rientro dalla GMG, mi tornava nella mente quella frase, quasi come un mantra: «Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri!» e, nello stesso tempo, mi domandavo: “Posso fare qualcosa anche io per contribuire alla costruzione di un ponte?”.

Terminate le vacanze estive, vidi un annuncio, sul gruppo della Pastorale giovanile diocesana: si cercavano volontari per formare una prima equipe della pastorale giovanile. L’idea, concepita in quel di Cracovia, stava nascendo. Capii subito che era la risposta alla mia domanda, che c’era il bisogno, quanto mai necessario, di creare, un ponte, o se vogliamo utilizzare un termine che si sposa bene che il mondo della tecnologia, una rete, che collegasse i giovani della nostra diocesi. Insomma di creare un ambiente digitale, facilmente fruibile, che permettesse di conoscersi e di frequentarsi. E’ iniziata cosi, quella che chiamo un avventura, con le inevitabili difficoltà chiaramente.

Un impegno del genere, richiede sacrifici, ore davanti ad uno schermo, nottate a scrivere, scadenze da rispettare, ma se è vero che le difficoltà ci sono e ci saranno, sull’altro piatto della bilancia dobbiamo, invece, inserire tutte le soddisfazioni che un compito del genere porta in dote. Il sapere di essere d’aiuto, il riuscire a collegare ragazzi delle diverse realtà e a confluire tutto in un unico spazio dove potersi rapportare, dove potersi confrontare, dove potersi informare e crescere, dove poter fare nuove conoscenze e nuove amicizie, dopotutto non è per questo che è nato il Web?

Chiaramente per arrivare a tutto questo, c’è bisogno di una buona preparazione, bisogna saper usare quelli che sono i potenti mezzi, messi a disposizione della tecnologia. Non è questo lo spazio giusto, ma sappiamo bene quali possono essere le insidie e i pericoli che Internet può generare se usato impropriamente. Un’altra cosa molto importante, è quella di tenere a mente che quando si carica in rete un qualsiasi contenuto, sia esso un testo, una foto o un video, una chat, quel contenuto diventa…online, in rete, di accesso pubblico. Attualmente si parla di una popolazione “data driven”, ovvero “guidata dai dati”, un fiume in piena che noi stessi produciamo. Ecco, quindi, che abbiamo dovuto studiare quelle che sono le norme in merito, penso, ad esempio, al “Testo Unico sulla Privacy” (Codice in materia di protezione dei dati personali, D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196).

     1.2.1 Le caratteristiche del nostro sito web

Tornando alla nostra esperienza, il sito, ad oggi, conta più di cento articoli e un discreto numero di visitatori quotidiani. Nello specifico il sito è stato realizzato con la piattaforma Joomla!, un content management system (CMS) per la realizzazione di siti web.

Esso è dotato di diverse sezioni classiche, come la “Homepage” o “Chi siamo”, che racchiude con una simpatica presentazioni l’intento del nostro sito, la sezione dedicata agli articoli, le risorse in possesso dei nostri visitatori, all’interno delle quali è possibile interagire attraverso la webmail o vedere video, realizzati dal nostro vescovo, come poter consultare documenti pontifici, una sezione dedicata alla fotogallery della pastorale giovanile diocesana, ed infine una sezione dedicate alle gmg. Oltre questo un collegamento con il sito web della pastorale giovanile italiana, permette ai nostri visitatori di restare aggiornati sulle iniziative proposte a livello nazionale.

Per scrivere un articolo, la piattaforma Joomla!, fornisce strumenti molto simili a wordpress.com.

  1. I canali social, strumento per restare al passo con i tempi

Oltre al sito, chiaramente, un altro ambiente digitale per stabilire questa rete di contatti è rappresentato dal mondo dei social network. Con i social network ci divertiamo, costruiamo legami ed amicizie, riceviamo notizie dal mondo e possiamo usarli addirittura per studiare e lavorare. E se questo, ormai, è vero per gran parte della popolazione mondiale, a maggior ragione vale per i giovani, che vedono questi social come una sorta di “piazza elettronica” dove potersi incontrare. Negli ultimi anni, il fenomeno social è cresciuto velocemente ed in maniera esponenziale che la generazione dei ragazzi di oggi è considerata la “Generazione social” o “Generazione 2.0”. Il loro maggior successo risiede, sicuramente:

  • nella velocità con cui si riescono a coprire elevate distanze in pochissime frazioni di secondo.
  • rappresenta un tipo di comunicazione globale, che permette di dialogare anche con persone che si trovano in continenti diversi dal nostro.
  • I social sono mezzi “comodi”, accessibili a chiunque ed in pochi click. Basta un indirizzo email ed una password e sei subito connesso con la realtà virtuale. Grazie ai social network puoi curare i tuoi rapporti interpersonali, non solo restando in contatto con chi già conosci ma anche facendo nuove amicizie e conoscenze.

Sono proprio questi tre fattori, o se vogliamo vantaggi (la comunicazione globale, facile accessibilità, e la velocità), che ci hanno spinto a non limitare il nostro impegno alla sola cura del sito della pastorale giovanile. Infatti, il limite del sito web è proprio la mancanza di interazione, il rapporto che non si instaura. Ad oggi abbiamo un canale sulle maggiori piattaforme social: Facebook, Instagram, Whatsapp e Youtube, Twitter. In questi canali è possibile ricevere notizie, appuntamenti e inviti agli eventi organizzati, si trovano video e foto degli eventi, in più c’è la possibilità di interagire, di confrontarsi, di conoscere, di stringere nuove amicizie. Attraverso essi è più facile avere un feedback in tempo reale. Mi viene in mente l’utilizzo dei qr code che aprono una sezione commenti dove poter rivolgere domande  e riflessioni personali, senza magari “l’ansia da microfono”.

Possiamo, dunque, concludere questo paragrafo, ribadendo che questi canali social, se usati nella maniera corretta, quella sostanzialmente per la quale sono stati creati, ci permettono di avvicinare quella fascia d’età, da sempre restia alla Chiesa, etichettata come vecchia, superata, fuori moda, costruendo un legame che nasce proprio da un ambiente che è il loro “habitat” preferito per poi proseguire nel mondo reale.

  1. La comunicazione digitale in tempo di Pandemia

Un ultimo paragrafo lo voglio dedicare alla situazione che, tuttora, stiamo vivendo. Infatti, specialmente nel primo lockdown, dovuto alla Pandemia da Coronavirus, l’unica possibilità di tenersi in contatto erano fornite proprio dai diversi ambienti digitali:

  • i sistemi di messaggistica (Whatsapp, Wechat, Telegram)
  • i canali social (Facebook, Instagram, Twitter)
  • piattaforme VoIP (Skype, Google Meet, Zoom)

Questi ambienti, poi sono diventati imprescindibili, anche per poter lavorare, a scuola, per gestire la pandemia. Allo stesso tempo le parrocchie e gli oratori, ma in generale la Chiesa si sono scoperti più social. La Pandemia, che aveva interdetto l’accesso alle celebrazioni eucaristiche come anche a qualsiasi altra attività parrocchiale o oratoriale, ha costretto la Chiesa ad approfondire o, in alcuni casi, a scoprire questi canali di comunicazione, di rapporto alternativi proprio per evitare che le pecore, senza la guida del pastore, e impaurite da ciò che passava sotto i loro occhi, potessero smarrirsi completamente. Ed ecco che abbiamo assistito alle Sante Messe da seguire in tv o in streaming, incontri di catechesi o di formazione online e tutto ciò che poteva essere utile per andare avanti insieme, seppur a distanza.

Come Unità Pastorale abbiamo cercato fin da subito di creare una rete con tutte le persone della nostra parrocchia lanciando un hastag (#ViciniPurSeLontani), e con la creazione, in soli due giorni, di un canale Youtube: Il Catechista 3.0, che vanta anche una pagina Facebook. Il canale, ad oggi, conta oltre i 100 video realizzati e si è rivelato essere un ottimo strumento per farci stare “vicini pur se lontani”. Il primo video realizzato fu una via crucis online, animate dai disegni dei bambini e dalla voce dei ragazzi.

Il video di questa Via Crucis è disponibili qui:

3.1 Le rubriche del Catechista 3.0

Da quel giorno, poi abbiamo avuto una scaletta fissa: Il sabato, il Rosario online con i disegni dei nostri bambini, la Domenica, la Santa Messa in diretta streaming, il lunedì e il mercoledì ci davano la buonanotte le preghiere dei bambini più piccoli. Nei restanti giorni, una rubrica dedicata a diverse tematiche: il martedì spazio all’arte sacra del nostro paese, con studi dedicati alla storia e alla struttura delle chiese cittadine, dei quadri e delle statue dal prezioso valore artistico; il giovedì era il turno della rubrica sulla Bibbia dal titolo “Divertiamoci con la Bibbia”, una maniera simpatica per approfondire i testi e i racconti presenti nel nostro Testo Sacro; il venerdì spazio alla creatività, con la nostra home artist che ogni settimana ci inviava video tutorial per realizzare oggetti carini con ciò che avevamo in casa, per chiudere con un’altra rubrica, di sabato, dedicata agli argomenti di catechismo.

Qui alcuni video:

Conclusione

La conclusione che emerge, basandoci anche su questa esperienza concreta, sta nel sottolineare come questi ambienti digitali, siano un elemento imprescindibile per la Chiesa per restare al passo con i tempi. La rete di comunicazioni, di interazioni, di socialità che essa crea deve essere considerata un sostegno fondamentale per quella prima rete voluta da Cristo. Il mondo social può e deve essere quel mattone che contribuisce alla realizzazione del famoso ponte che genera un mondo più social…e

Andrea Pesillici

Note:

[1] https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34

[2] Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2

[3] https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx

[4] https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/ambiente-digitale_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/#:~:text=%E2%80%93%20Spazio%20immateriale%20creato%20attraverso%20l,sul%20piano%20visivo%20e%20sonoro.

Sitografia:

  • Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica (22 feb. 2002), n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2;
  • Francesco, Esort, Ap. Christus vivit (25 mar. 2019) in https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34;
  • Marco Sanavio, “Wojtila, primo pontefice “digitale”” in https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx;
  • “Il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali: Internet è un dono per l’umanità, sia messo al servizio dei più bisognosi” in https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html




La scuola al tempo del Covid tra DAD, DDI e tutela della privacy

La necessità di gestire l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19  ha modificato radicalmente lo scenario della scuola italiana. 

Siamo passati da una didattica tradizionale che si svolgeva in un luogo protetto e ben definito qual è l’aula, ad un insegnamento impartito senza la relazione diretta docente-discente, in aule virtuali che superano i confini spazio-temporali e necessitano l’abbandono delle metodologie tradizionali per fare ricorso alla cosiddette nuove tecnologie.

C’è da dire che il MIUR, già dal 2007,  aveva iniziato a sostenere ed incoraggiare progetti volti ad integrare la didattica “tradizionale” con l’utilizzo delle nuove tecnologie, promuovendo l’innovazione tecnologica della Scuola con interventi che hanno reso possibile l’acquisto di strumentazioni (PC, Lim, realizzazione di ambienti di apprendimento innovativo…) che hanno portato il digitale in classe.17

Qualche anno dopo, il Piano Nazionale Scuola Digitale, che è un pilastro della Legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”)18 ha previsto lo stanziamento di diversi fondi atti proprio a favorire l’innovazione tecnologica nelle Scuole, consentendo un balzo in avanti senza perdere di vista l’obiettivo principale del sistema educativo, ovvero quello di realizzare “lo sviluppo armonico e integrale della persona”. 19

L’emergenza epidemiologica generata dal COVID-19, con la conseguente sospensione di tutte le attività didattiche in presenza nel corso del 2020, ha sicuramente dato una violenta accelerata all’attivazione pratica di queste innovazioni, in tutte le istituzioni scolastiche e non solo in quelle “pioniere” che già da tempo avevano messo in pratica un modello didattico blended, rendendo necessario sostituire la tradizionale didattica in presenza con la famigerata didattica a distanza.

Ma cosa si intende per Didattica a distanza?

La didattica a distanza (DAD) è definita dalla Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 del MIUR: 

Il collegamento diretto o indiretto, immediato o differito, attraverso videoconferenze, videolezioni, chat di gruppo; la trasmissione ragionata di materiali didattici, attraverso il caricamento degli stessi su piattaforme digitali e l’impiego dei registri di classe in tutte le loro funzioni di comunicazione e di supporto alla didattica, con successiva rielaborazione e discussione operata direttamente o indirettamente con il docente, l’interazione su sistemi e app interattive educative propriamente digitali”. 20

Da questa definizione emerge chiaramente che la didattica a distanza non è semplicemente il “fare lezione al computer”, ma presuppone la realizzazione di un ambiente di apprendimento, seppur virtuale, in cui permanga la relazione tra docente e alunno.

 

La tutela dei dati personali nella didattica a distanza

Cambiando lo scenario in cui questo ambiente di apprendimento si realizza, si pongono all’attenzione questioni riguardanti la liceità e lamcorrettezza del trattamento dei dati personali. Il Garante della Privacy è intervenuto tempestivamente nel chiarire queste questioni emanando il Provvedimento del 26.03.2020 “Didattica a distanza: prime indicazioni”. 21 Il documento si sviluppa essenzialmente in cinque punti fondamentali:

  1. Base giuridica del trattamento dei dati personali. Non è necessario individuare una nuova base giuridica rispetto alla tradizionale didattica in presenza, in quanto la scuola continua a fare quello che aveva sempre fatto finora, avvalendosi però di strumenti diversi, quindi il trattamento è riconducibile alle finalità istituzionali della scuola. Ne deriva che non è richiesto alcun consenso preventivo agli studenti e alle famiglie per l’utilizzo di queste nuove tecnologie;
  2. Privacy by design e by default: scelta e configurazione degli strumenti da utilizzare. La scuola per utilizzare queste nuove tecnologie nella didattica, non può fare leva su mezzi propri, ma deve utilizzare strumenti che veicolano la didattica e che richiedono una raccolta e una trasmissione dei dati. La scelta e la configurazione degli strumenti da utilizzare deve tener conto già in fase di progettazione i problemi che potrebbero verificarsi e prevenire i rischi, in modo da tutelare gli utenti;
  3. l ruolo dei fornitori dei servizi on line e delle piattaforme. Ogni volta che si fa uso di una delle diverse piattaforme per la didattica on line, moltissimi dati dei fruitori di questi strumenti vengono raccolti e trasmessi. Si potrebbe correre il rischio di costituire un possibile target di consumatori collegando questi dati a soggetti che forniscono servizi pubblicitari e di marketing. Per questo motivo è indispensabile individuare come responsabile del trattamento dati un soggetto che non può essere l’insegnante o la scuola, ma deve necessariamente essere  il fornitore delle piattaforme che si utilizzano. Solo in questo modo si potranno avere adeguate garanzie sul piano della protezione dei dati;
  4. Limitazione delle finalità del trattamento. I dati trattati per conto della scuola devono essere utilizzati solo per la didattica a distanza e al termine del progetto dovranno essere cancellati dalla piattaforma. La scuola è chiamata a vigilare su questo.
  5. Liceità, correttezza e trasparenza del trattamento La scuola deve assicurare la trasparenza del trattamento fornendo agli interessati apposita informativa sul trattamento dei dati personali (ex art. 13 GDPR).

 

Un modello di Governance Privacy

Alla luce delle indicazioni di questo Provvedimento ogni scuola deve costruire un proprio modello di governance della privacy da applicare alla Didattica a Distanza che sia pienamente conforme al Regolamento.

Infatti sono proprio le scuole, in quanto titolari del trattamento, a scegliere e regolamentare i modelli e gli strumenti che ritiene più efficaci per l’attuazione della Didattica a distanza .

Il titolare del trattamento sarà il Dirigente Scolastico ovvero la persona che determina le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali.

Accanto alla figura del titolare del trattamento si pone la figura del Data Protection Officer (DPO), ovvero il Responsabile della protezione dei dati (RPD). Può essere un soggetto interno o esterno alla scuola ed è colui che assicura l’applicazione del quadro normativo vigente nel trattamento dei dati. Svolge attività di sensibilizzazione e formazione all’interno dell’istituzione scolastica sui temi della privacy e del trattamento dati.

Segue poi la figura dei cosiddetti Presidi Privacy (animatore digitale e componenti del team per l’innovazione) che forniscono garanzie in materia di protezione dei dati personali in quanto utilizzano la loro esperienza e le loro conoscenze per mettere in pratica misure di sicurezza mirate ad evitare rischi sul titolare del trattamento.

Ci sono poi le Persone autorizzate al trattamento (docenti) ovvero tutti coloro che effettuano operazioni  sui dati personali, sotto l’autorità e seguendo le indicazioni fornite dal titolare del trattamento.

Infine c’è il Responsabile esterno al trattamento che è il soggetto terzo, fornitore della piattaforma per la didattica on line, ovvero colui che tratta dati personali per conto del titolare, mettendo in atto misure tecniche ed organizzative  per la protezione dei dati.

Compiti del titolare del trattamento

Il titolare del trattamento deve scegliere gli strumenti per realizzare la didattica digitale, tenendo conto del fatto che questi strumenti devono avere garanzie offerte sul piano della protezione dei dati personali. Questo vuol dire che la scelta deve ricadere su piattaforme che hanno servizi strettamente necessari alla didattica, minimizzando i dati personali da trattare (Principio by design e by default) 22 evitando sistemi di registrazione come social login o forme di geolocalizzazione, che aumentano il rischio del titolare del trattamento. 

La valutazione dell’impatto privacy, invece, si rende necessaria solo qualora vengano utilizzate nuove soluzione tecnologiche particolarmente invasive.

Il titolare del trattamento ha inoltre il dovere di predisporre l’informativa al trattamento dei dati personali e di sensibilizzare tutti i fruitori degli strumenti per la didattica digitale ad un uso consapevole degli strumenti tecnologici. Deve vigilare sull’attività svolta dal Responsabile del trattamento nonché sul corretto utilizzo degli strumenti tecnologici nel contesto lavorativo e gestire eventuali situazioni in cui si verificasse una violazione della privacy (Data Breach).

Dalla DAD alla DDI

Ad oggi, terminata la fase acuta dell’emergenza pandemica, che aveva reso necessario l’adozione di misure restrittive su tutto il territorio nazionale, la DAD è stata sostituita dalla DDI (Didattica Digitale Integrata), ovvero una forma di integrazione della didattica in presenza, erogata nella Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di Primo grado, solo nel caso dovessero intervenire situazioni legate alla positività al Covid, invece, nella Scuola Secondaria di Secondo grado, come modalità integrata della didattica in presenza.

La DAD, svolta totalmente in modalità virtuale, costituisce una componente della DDI e non la esaurisce completamente. Di fronte all’eccezionalità di un evento come la pandemia da Covid-19, la DAD è stato lo strumento emergenziale che ha permesso alla scuola italiana di continuare a svolgere la sua funzione, nonostante le restrizioni imposte dal lock down.  In un primissimo momento, in cui le linee teoriche di questa nuova modalità di fare scuola non erano ancora ben definite, ogni istituzione scolastica ha cercato di organizzarsi al meglio, affidandosi allo spirito di iniziativa dei Dirigenti Scolastici e dei singoli docenti, laddove le linee guida nazionali non erano abbastanza chiare ed esaustive.  

Nel corso dell’estate del 2020, il MIUR ha elaborato e inviato alle scuole un documento contenente le “indicazioni operative affinché ciascun Istituto scolastico possa dotarsi, capitalizzando l’esperienza maturata durante i mesi di chiusura, di un Piano scolastico per la didattica digitale integrata23, coniando il nuovo acrostico di DDI. Possiamo dunque affermare che la DDI diventa la risposta non più immediata, ma ragionata e strutturata, all’eventualità che possano verificarsi in futuro, nuove situazioni che non rendano possibile fare scuola in presenza a causa delle condizioni pandemiche. In questo documento denominato “Linee guida per la Didattica digitale integrata” viene fornito un quadro normativo di riferimento ben definito, che ribadisce come la “progettazione della didattica in modalità digitale deve tenere conto del contesto e assicurare la sostenibilità delle attività proposte e un generale livello di inclusività, evitando che i contenuti e le metodologie siano la mera trasposizione di quanto solitamente viene svolto in presenza“. 24

Tutte le scuole di ogni ordine e grado, a partire dal mese di settembre 2020, hanno, dunque, integrato il proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) alla luce di queste linee guida, elaborando il proprio Piano scolastico per la Didattica digitale integrata, nel quale la DDI viene strutturata attraverso attività sincrone, ovvero svolte in tempo reale,  e attività asincrone, “per consentire di ottimizzare l’offerta didattica con i ritmi di apprendimento, avendo cura di prevedere sufficienti momenti di pausa. 25

Non poteva mancare, in questo riordino e ridefinizione delle  linee generali della DDI, una particolare sottolineatura alla questione del trattamento dei dati personali. 

Il MIUR, in collaborazione con l’Autorità Garante della Privacy con la nota prot. 11600 del 3 settembre 2020, ha redatto un nuovo documento in cui sono fornite le indicazioni generali riguardo la protezione dei dati nella DDI. Quest’ultimo documento, predisposto da un gruppo di lavoro congiunto Ministero dell’istruzione-Ufficio del Garante, amplia e chiarisce le prime indicazioni che erano state formulate con il Provvedimento 64 del 26.03.2020 di cui si è parlato in precedenza, applicandole al nuovo strumento della didattica digitale integrata.

In questo nuovo documento vengono dettagliate le “Misure tecniche organizzative legate alla sicurezza26 ribadendo la neccessità che il Dirigente scolastico in collaborazione con il RPD, si assicurino che i dati personali vengano protetti dall’uso improprio, dalla perdita e da danni accidentali esemplificando alcune misure da adottare:

  • adozione di adeguate procedure di identificazione e di autenticazione informatica degli utenti e utilizzo di robusti processi di assegnazione agli di credenziali o dispositivi di autenticazione ovvero utilizzare sistemi che permettano un processo di accesso alle piattaforme attraverso la combinazione di credenziali sicure e password efficaci, in quanto queste costituiscono la chiave che permette l’accesso ai propri dati personali. E’ altresì opportuno ricordare agli utenti di utilizzare password complesse, difficili da decifrare da conservare con cura proprio per evitare intrusioni nei propri profili;
  • definizione di differenti profili di autorizzazione da attribuire ai soggetti autorizzati in modo da garantire un accesso selettivo ai dati creando profili diversificati a seconda della tipologia di utente (docenti, genitori, studenti)  in modo da escludere l’eventualità che, ad esempio, gli studenti possano, con il loro profilo, accedere ai dati dei docenti. A tal proposito è importante che ogni categoria di utenti abbia accesso solo a quelle applicazioni strettamente necessarie alla didattica, limitando l’accesso a funzionalità non necessarie allo scopo;
  • definizione di password policy adeguate  stabilendo regole di generazione complesse delle password che dovranno rispettare determinate caratteristiche (lunghezza, inserimento di caratteri speciali…) e che richiedano un aggiornamento periodico delle stesse;
  • formazione e sensibilizzazione degli utenti che devono essere consapevoli delle responsabilità che derivano da un uso improprio delle piattaforme e dei rischi relativi alla gestione superficiale delle credenziali di accesso che non possono essere condivise e devono essere custodite con cura.Un altro compito essenziale che il dirigente scolastico, sentito il RPD, dovrà assolvere è quello  di richiedere al fornitore dei servizi garanzie circa l’impossibilità di  trasferire i dati fuori  dall’Unione Europea o di monitorare le attività degli utenti. A tal fine si rende necessario  nominare tale soggetto come responsabile del trattamento con contratto o altro atto giuridico (art. 28 del Regolamento), precisando obblighi specifici.

Un’attenzione particolare viene infine data all’utilizzo delle webcam che “deve in ogni caso avvenire nel rispetto dei diritti delle persone coinvolte e della tutela dei dati personali. Nel contesto della didattica digitale, l’utilizzo della webcam durante le sessioni educative costituisce la modalità più immediata attraverso la quale il docente può verificare se l’alunno segue la lezione, ma spetta in ogni caso alle istituzioni scolastiche stabilire le modalità di trattamento dei dati personali e in che modo regolamentare l’utilizzo della webcam da parte degli studenti che dovrà avvenire esclusivamente, come sopra precisato, nel rispetto dei diritti delle persone coinvolte”.27 Le video-lezioni in quanto tali prevedono un transito di immagini, spesso di minori, che necessitano di particolare tutela.  I fruitori di queste piattaforme devono essere opportunamente informati sui rischi che incorrono diffondendo queste immagini o anche altro materiale di proprietà intellettuale degli utenti (ad esempio elaborati prodotti dagli studenti e che riportano dati personali, oppure registrazioni audio, non autorizzate, di lezioni tenute dal docente) al di fuori delle attività strettamente didattiche, rischi che potrebbero comportare responsabilità sia civili che penali. Ricordiamo che nel 2017 è stato introdotto nel codice penale il reato di “Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente” che punisce “chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni […] svolte in sua presenza o con la sua partecipazione” (art. 617 septies CP).

Infine per quanto riguarda la valutazione d’impatto (DPIA) pur permanendone l’obbligatorietà solo nel caso di “ricorso a piattaforme di gestione della didattica che offrono funzioni più avanzate e complesse che la scuola decida di utilizzare e che comportano un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche”28 si consiglia di verificare nuovamente, al di là delle scelte effettuate nell’anno scolastico precedente, la necessità di effettuarla.29

Conclusione

I percorsi avviati attraverso la DAD e la DDI, hanno aperto la strada a nuovi orizzonti che la scuola italiana è chiamata a  percorrere, aprendo scenari di didattica mista che possono rispondere alle esigenze di apprendimento di ogni singolo alunno, in modo da sviluppare una forma di apprendimento individualizzato. Questo punto di forza potrebbe, però, trasformarsi in una criticità laddove questi  percorsi non fossero gestiti anche sotto l’aspetto del trattamento dei dati personali. Nella scuola digitale la nostra vita passa attraverso gli schermi e le piattaforme che raccolgono immagini, dati, informazioni e non può essere ammessa l’eventualità di una violazione alla riservatezza della propria vita.  Ci rassicura, in tal senso, l’attenzione  che il Garante pone nell’emanazione di norme che regolano l’attività di didattica a distanza e la ricezione delle stesse da parte delle istituzioni scolastiche. Infatti, nonostante DAD e DDI, siano termini diventati famosi ai più, in riferimento alla pandemia, le potenzialità di questi strumenti erano già note da  tempo e di sicuro il loro utilizzo non si arresterà con la fine dell’emergenza sanitaria. 

Già dal 2006 la scuola italiana aveva iniziato ad orientare  le proprie azioni alla realizzazione delle Competenze Chiave Europee, ovvero quelle competenze “di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione“. 30. La competenza digitale è una di queste.

Nelle “Indicazioni Nazionali e nuovi scenari“, in riferimento alla competenza digitale, leggiamo: “Solo in minima parte (la competenza digitale) è alimentata dalle conoscenze e dalle abilità tecniche, che pure bisogna insegnare. I nostri ragazzi, anche se definiti nativi digitali, spesso non sanno usare le macchine, utilizzare i software fondamentali, fogli di calcolo, elaboratori di testo, navigare in rete per cercare informazioni in modo consapevole. Sono tutte abilità che vanno insegnate. Tuttavia, come suggeriscono anche i documenti europei sulla educazione digitale, le abilità tecniche non bastano. La maggior parte della competenza è costituita dal sapere, cercare, scegliere, valutare le informazioni in rete e nella responsabilità nell’uso dei mezzi, per non nuocere a sé stessi e agli altri“. 31.

Al di là dell’acquisizione della mera competenza digitale, un modello educativo misto che utilizza risorse digitali a supporto e completamento della didattica tradizionale, appare estremamente efficace per la realizzazione di un insegnamento calibrato sulle esigenze dello studente, promuovendo e facilitando l’approfondimento anche interdisciplinare e consentendo la realizzazione di attività di recupero e potenziamento personalizzate. 32

La DDI consentendo all’insegnante, la possibilità di spaziare tra le attività in presenza e le attività multimediali, si rivela uno strumento particolarmente efficace, quando opportunamente applicata, agli alunni con disabilità. Le risorse digitali permettono infatti, a partire dai punti di forza che questi alunni presentano, il potenziamento dei punti deboli, attraverso azioni mirate. Si pensi ad esempio ai software per la letto-scrittura, che permettono agli alunni dislessici la lettura e la comprensione di testi che altrimenti risulterebbe difficoltosa, oppure all’utilizzo del Pc e degli strumenti per l’autocorrezione da parte degli studenti che presentino problemi di disortografia.

Alla luce di quanto detto, l’utilizzo del digitale nella scuola, nel rispetto delle specificità di ognuno e con tutte le garanzie che il sistema della tutela dei dati offre, potrebbe veramente dare alla scuola italiana una svolta verso una innovazione metodologica capace di “sostenere il diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi
e assicurare a tutti le opportunità di sviluppare le competenze chiave33, nell’ottica “dello sviluppo di competenze per la cittadinanza attiva e la sostenibilità“. 34

Catia Di Mario

 

Sitografia

Samuele Calzone, Claudia Chellini, Competenze digitali e fabbisogni formativi dei docenti, marzo 2016, https://www.miur.gov.it/documents/20182/6080206/rapporto_indire_Competenze_digitali_Rapporto_DOCENTI.pdf/57d66dff-947d-4587-9c45-356c53c6562d?version=1.0

Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009,n. 89 http://www.indicazioninazionali.it/2018/08/26/indicazioni-2012/ (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

Piano Nazionale Scuola Digitale, https://www.miur.gov.it/scuola-digitale (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 (Versione 1.0),  https://www.miur.gov.it/ricerca-tag/-/asset_publisher/oHKi7zkjcLkW/document/id/2598016 (ultima consultazione 20 gennaio 2022)

Didattica a distanza e tutela della privacy, webinar del 5 maggio 2020, https://www.indire.it/2020/05/20/didattica-a-distanza-e-tutela-della-privacy-tutte-le-risposte-alle-domande-poste-durante-il-webinar/

Provvedimento del 26 marzo 2020 – “Didattica a distanza: prime indicazioni”,  https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9300784 (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

https://www.garanteprivacy.it/home/attivita-e-documenti (ultima consultazione 5 gennaio 2022)

https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html (ultima consultazione 25 gennaio 2022)

Regolamento Ue 2016/679 Aggiornato alle rettifiche pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea 127 del 23 maggio 2018, https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6264597(ultima consultazione 05 gennaio 2022)

Didattica Digitale Integrata e tutela della privacy: indicazioni generalihttps://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 27 gennaio 2022)

Infografica DPIAhttps://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 27 gennaio 2022)

Linee guida per la Didattica Digitale integrata, https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/ALL.+A+_+Linee_Guida_DDI_.pdf/f0eeb0b4-bb7e-1d8e-4809-a359a8a7512f (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006, relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente” , https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:it:PDF  (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Indicazioni Nazionali nuovi scenari, https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Indicazioni+nazionali+e+nuovi+scenari/ (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

La Scuola delle Intelligenze multiple: diversificare per valorizzare”, https://www.metaintelligenze.it/la-scuola-delle-intelligenze-multiple-diversificare-per-valorizzare/ (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Raccomandazione del consiglio del 22 maggio 2018 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32018H0604(01),  (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Note




Dall’apparire all’essere

Introduzione

La società viaggia sempre più via social. Oramai non fanno più notizia: i social sono entrati prepotentemente nella vita di ogni persona e il più delle volte non si riesce a farne a meno, quasi necessario, essenziale. Basti pensare a facebookinstagram, whatsapptelegram, app che costituiscono e caratterizzano il giovane di oggi, infatti chi non possiede tali app sul proprio smartphone è come se fosse fuori dal mondo e dalla società odierna. La comunicazione di massa ha conquistato ogni singolo settore; se da una parte ha potenziato e velocizzato il lavoro sotto tanti aspetti, dall’altra – essendo a portata di mano di tutti – è facile costruttrice di una miriade di sfumature: una vera arma a doppio taglio.

La nostra vita, quindi, come la nostra storia e la nostra cultura corre via etere. I maggiori social hanno fatto sì che anche il nucleo familiare sia spesso minato. Basta vedere una famiglia riunita a tavola! Una volta si dialogava parlando e guardandosi negli occhi, ora si comunica via smartphone.
Anche le relazioni sentimentali sono cambiate: dal classico corteggiamento tra ragazzi si arriva oggi a siti di incontri. Insomma, una vera rivoluzione – oserei dire copernicana – che però spesse volte esce fuori dal seminato, provocando delle situazioni assai pericolose che sovente infrange le labili difese degli individui, i quali – come ipnotizzati – commettono reati, oppure omicidi e, addirittura, suicidi.

Sono notizie di cronaca nazionale i tanti suicidi per giochi tra adolescenti via etere. La comunicazione di massa, quindi, viene a configurarsi sempre più come il «quarto potere dello Stato», con la sua forte capacità di suggestionare le menti, di cambiare opinioni e di attivare dei veri processi. Con una comunicazione, quindi, se usata male, dal ruolo spesso lesivo arriviamo a dire che la politica dell’apparire domina incontrastata, la corsa ai like, la corsa ai «mi piace», il mostrare agli amici virtuali ogni nostra azione quotidiana, il cibo che «divoriamo», il posto dove dormiamo, i luoghi che frequentiamo, questa strada, ci fa dimenticare il vero essere. Insomma, l’apparire rischia di mettere in imbarazzo l’essere.

A sostenere la politica dell’essere è la nostra amata Chiesa, la quale ci ricorda che in questa società del consumismo, dominata dall’apparenza, dalla moda cangiante ed effimera, dall’inganno subdolo e da una colluvie di parole inflazionate, spesso vane e vuote rumorose, fastidiose, la società contemporanea è realmente vittima dell’immagine. Ognuno è alla ricerca perenne della propria figura, che deve essere sempre migliore. Sembra che l’apparire sia l’unico vero modo di vivere, la figura esteriore sia la sola verità della vita, la notorietà e il successo siano la suprema aspirazione.

Anche in campo laico si avverte questa realtà:

«Non viviamo una crisi economica, è una crisi morale, per questo sarà tanto difficile uscirne». José Saramago, premio Nobel per la letteratura, qualche giorno prima di morire pronunciò queste parole. Un lascito spirituale per la nostra civiltà in agonia. Parole giuste di un grande intellettuale su cui vale la pena aprire una riflessione. Quando la morale entra in crisi una società non è più in grado di generare intelligenza e diventa sempre più difficile trovare una via d’uscita diversa dalla decadenza. L’intelligenza è un bene raro nella nostra epoca. Non se ne trova in nessun luogo. È proprio così. Se mi guardo intorno non vedo nessuno che si legge dentro. Ci affatichiamo per costruire la società dell’apparenza. Il culto dell’immagine a ogni costo è quello che conta. Tutto quello che deve emergere è quello che non siamo35.

 

Nei social è presente la cultura dell’apparire e in nome di questo possono verificarsi suicidi

«Educare i ragazzi sull’utilizzo dei social e aprire sportelli d’ascolto nelle scuole. Ma subito, per prevenire altre tragedie. Quanto accaduto a Milano è il segno di un malessere che tocca gli adolescenti di tutto il Paese. I fragili che non hanno adulti di riferimento nel mondo “reale” sono a rischio, soprattutto in questo periodo di pandemia che dura da un anno e mezzo e non è ancora finito»36. Queste sono le parole di Romano Pesavento, insegnante di Diritto ed Economia, ora docente in una scuola media di Crotone. Egli è il presidente del Coordinamento nazionale docenti della disciplina «diritti umani», che raccoglie insegnanti da più città. Il movimento si è espresso sui suicidi di giovanissimi37.

Cosa poter indicare? Cosa suggerire? Come essere quegli adulti responsabili che educano le giovani generazioni a una cultura dell’essere? Ma prima ancora di offrire qualche possibile soluzione, risulta necessario risalire alla causa. Cosa può provocare il suicidio a seguito di un post, o di una delusione?

Come visto dall’articolo su riportato, come anche dai tanti altri presente in rete inerente questa piaga, si evidenzia una fragilità del giovane e del giovanissimo circa la fiducia in sé stesso. Difatti, il dover postare continuamente il proprio stato, i propri successi, solo le cose belle e sovente filtrate, modificate ad hoc perché risultino perfette, quasi irraggiungibili. Questa è palesemente una cultura dell’apparire. Un far vedere ciò che in realtà ha parvenza di vero, il resto è tutto artificioso.

Dobbiamo riconoscere sinceramente a noi stessi cosa desideriamo e prima ancora quali valori sono alla base della nostra esistenza. Difatti, «la fede cristiana non è innanzitutto fuga da questo presente, e dalle nostre responsabilità, ma è un voler entrare più nel cuore della realtà, un voler raggiungere più il centro stesso della realtà che viviamo, è dunque convincere innanzitutto noi stessi, farne esperienza,
toccare in prima persona, che nel “qui” del nostro presente si gioca tutta l’eternità». 38 «In effetti, il desiderio ci dà di solito un’indicazione generica. È il motore che ci spinge, ma molte volte rischiamo di rimanere con il motore acceso senza partire mai. […] Da cosa dipende, allora, la scelta? È davanti a questa domanda che scopriamo l’importanza dei valori» 39.

Ritornando ai social e alla possibilità di poter – come riportato dalle cronache – suicidarsi, è vitale riappropriarsi del proprio «io». Un io vero, autentico che niente ha a che vedere con l’apparenza. Qui, accompagnandosi nel tempo passato, si ritrova il proprio valore: facendone memoria, ricordandosi chi sono a me stesso. Invero, «la memoria è lo spazio interiore in cui avviene la rielaborazione dei ricordi […] uno spazio interiore, che può essere percorso dalla mens alla ricerca dell’oggetto del suo desiderio […] la luce interiore che illumina in modo altrettanti presente»40.

Può aiutare il rivedere i post, le immagini, i video, i commenti pubblicati in passato e metterli in paragone con gli ultimi. Cosa è cambiato? Cosa contava allora e cosa invece si vuol condividere di sé adesso? Qual era la propria immagine? Come ora sto comunicando?

È una ricerca forse lunga, forse dolorosa, ma sicuramente non vana. E prendere atto, alla fine, che:

Il non protagonismo ci salva. […] La pietra scartata dai costruttori può diventare testata d’angolo, in quanto Dio sceglie sempre uno scarto come punto d’appoggio fondamentale per la sua costruzione. […] Il mondo promette sempre delle cose, come ricchezza, gloria, potere… mentre Gesù non possiede alcuna moneta degli uomini, non ha nient’altro da offrire se non sé stesso. Egli non ci riempie di cose,
ma ci riempie di lui. […]. Il suo scopo è quello di cambiarci la vita, perciò ci dona l’unica cosa che può stravolgere e salvare la nostra esistenza: la sua persona41.

 

La Chiesa fa uso dei social al fine di promuovere un discernimento per una cultura dell’essere

La nostra unicità passa non primariamente attraverso i nostri talenti, le nostre foto di Facebook, ma attraverso quello che non si vede. Perché finalmente c’è qualcuno che mi permette finalmente di essere quel che sono, con i miei limiti. E siccome, invece, c’è tutta una cultura che ci dice che dobbiamo essere perfetti e non meno di perfetti, siamo massacrati. […] La vita non ce l’ha Photoshop. Infatti, noi la prima cosa che raccontiamo alla persona che finalmente può accogliere quell’unicità è quello di cui ci vergogniamo. Che bello poter essere sé stessi e andare bene così come siamo42!

«Cristo è colui che ci introduce nella perenne novità della vita»43. Cosa cercare di più? Non si è giunti alla fine della ricerca. In un certo qual senso sì. Quel che però si scopre è il fine, il senso. La Chiesa in ogni tempo e in ogni modo cerca di comunicarlo al mondo. Quando si richiama alla cultura dell’essere è proprio ed è anche questo: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose […], queste parole sono certe e vere» (Ap 21, 5).

Nella ricerca di sé, dei propri valori, del proprio desiderio ci è comunicata la buona notizia: Basta affannarti, la strada ti è presente, ti è data. Ti è donato Gesù Cristo che ti rende nuovo. La tua identità, la tua vita è illuminata dalla vita di Gesù. E chi è Gesù? È Amore.

Quanto è vero, l’amore non solo vince l’odio ma dà la forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo. Dobbiamo ricordare una cosa fondamentale nella vita cristiana: non è prioritario il cosa, ma il come. La cosa più incisiva è con che cuore facciamo le cose. […] Le nostre opere possono essere anche piccole, ma nascere dal Padre e dalla libertà dal nostro ego. Allora salvano il mondo. Perché gli danno sapore. […] La misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama. E la nostra povertà, una volta amata, diventa misericordia44.

Va da sé che in sé i social non sono uno strumento malvagio. Proprio per questo la Chiesa ne fa uso. E il suo uso è per trasmettere anche lì questa notizia grandiosa che ha il sapore di sempre novità, sempre grazia, sempre salvezza. Questo non toglie che ci debba essere un discernimento, un dirsi sinceramente a sé stessi perché ci si mette online. Dirselo, interrogarsi, fare discernimento sui valori, sul proprio desiderio, sulla propria identità farà sì che la scelta di abitare questa «rete» sia consapevole e coraggiosa.

Quel che posso io comunicare, come seminarista in cammino è che possiamo e abbiamo la grazia di comunicare questa Bellezza. È Cristo Gesù. Allora nel nostro esserci online: «nutriamoci regolarmente di cose belle, di atti belli e il brutto non avrà niente di interessante. Mettiamoci appresso alle persone sagge, a quelle umili, a quelle che sanno amare. Per restare nella bellezza»45.

 

 

Bibliografia

EPICOCO, Luigi Maria, La pietra scartata. Quando i dimenticati si salvano, San Paolo, Milano 2021.
__________________, La vita come la fine del mondo. Meditazioni sull’Apocalisse, EDB, Bologna 2021.
__________________, Quello che sei per me. Parole sull’intimità, San Paolo, Milano 2017.
PICCOLO, Gaetano, Il gioco dei frammenti. Raccontare l’enigma dell’identità, San Paolo, Milano 2020.
__________________, Pensiero incompleto. Breve introduzione alle grandi domande della vita, Paoline, Milano 2019.
ROSINI, Fabio, L’arte di ricominciare. I sei giorni della creazione e l’inizio del discernimento, San Paolo, Milano 2018.
__________________, Solo l’amore crea. Le opere di misericordia spirituale, San Paolo, Milano 2016.

Sitografia

D’AVENIA, Alessandro, «Vai bene così», in Youtube, <https://www.youtube.com/watch?v=NyhFBerAFTM> [ultima consultazione: 04.01.2022].
VACCA, Nicola,  «La cultura dell’apparenza, la nostra decadenza»,
<https://www.contiamoci.com/p/833:via-la-maschera-stop-alla-cultura-dellapparenza> [ultima consultazione: 04.01.2022].
VAZZANA, Marianna, «Suicidi fra i giovanissimi, l’esperto: “I social creano ansia e depressione”», in Il giorno, <https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/social-depressione-1.6809870> [ultima consultazione: 04.01.2022].

 

 




Il λόγος a portata di app

Introduzione

A chi ha studiato la storia della letteratura latina è noto che Cicerone, nel trattato “De invenzione”, afferma che fu un uomo dotato di eloquenza, come anche di
sapienza, colui che per primo indusse gli uomini, con l’uso della parola, ad
abbandonare lo stato ferino e ad associarsi in comunità civile. L’affermazione nasce
dal principio che la natura ha posto l’uomo a un livello di dignità superiore a tutte le
altre creature, grazie soprattutto al dono della parola e della ragione. Nel cors dell’ evolversi del pensiero storico l’uomo ha saputo adattarsi a quelli che erano i metodi del tempo per poter comunicare. Il Cristianesimo stesso ha sfruttato il mondo Romano per espandersi. Così ancora oggi all’uomo è richiesto di sapersi calare nel tempo in un si trova e far buon uso degli strumenti che gli vengono posti dinanzi.

L’evoluzione della divulgazione della Parola di Dio

La parola di Dio per chi la deve pronunciare non è una cosa semplice. Come si legge nella Bibbia, sono stati molti i profeti tormentati dalla parola stessa, perché in qualche modo può essere scomoda a chi ascolta. Sta a chi si fa portavoce della parola di Dio, riuscire a trasmettere di volta in volta, i vari significati: la parola può essere oggetto di speranza, di condanna, di redenzione, di conversione, di libertà. Nonostante i ripetuti rifiuti da parte del partner umano Dio non ha mai abolito la sua alleanza con l’uomo ma anzi l’ha rilanciata; l’esempio degli abitanti di Ninive conferma la volontà di salvezza da parte di Dio per l’uomo la cui accoglienza da parte dell’uomo è ben raffigurata nel percorso di conversione vissuto dagli abitanti di Ninive. (Gn. 3,1-5)

Quando nel 1450 Johann Gutenberg inventò la stampa la Bibbia fu il primo libro stampato. Questo a significare l’impotenza che nel corso dei secoli l’evangelizzazione cristiana aveva portato anche a livello societario. Tale mezzo si rivelò un qualcosa di prezioso all’interno del processo evolutivo. Il poter consultare di prima mano un qualcosa che prima era necessario solo ascoltare cambiò anche il rapporto dei fedeli con la Parola di Dio. A giorno d’oggi possiamo definire la carta del 1400 come uno schermo di un qualsiasi dispositivo con diverse forme e dimensioni. L’evolversi dell’ingegnere umano ha portato a puntare sempre di più alla praticità e soprattutto a far si che nessuno sia escluso verso l’utilizzo di qualcosa. All’interno della nuova tecnologia catechetica un ruolo importante lo svolge il farsi prossimi alle nuove generazioni che si hanno davanti. Trova quindi la sua importanza il poter fruire della Parola di Dio anche tramite app.

La Chiesa e il digitale

Oltre ad essere al passo con i tempi questo diventa anche un qualcosa di più stuzzicante e divertente da usare. Ultimamente la situazione pandemica ha portato alla sospensione delle attività catecheti che e oratoriali, il poter usufruire di strumenti di questo tipo ha fatto si che il percorso in qualche modo non subisse una frenata.

La stessa divulgazione dei testi magisteriali in rete segue il discorso che abbiamo appena affrontato partendo dalla Bibbia oppure il poter seguire digitalmente eventi come la G.M.G. ha invogliato altre persone alla partecipazione.

Come specificato già più volte, dunque, la Chiesa ha cavalcato l’onda di ciò che poteva diventare uno strumento utile per farsi vicino ai fedeli. Cosa che rende anche la stessa figura del sacerdote in qualche modo coinvolto da questo strumento che è la digitalizzazione.

Come rappresenta la Chiesa diventa “connessa” col mondo che la circonda ed in qualche modo subisce e sfrutta anche lei quelli che sono i limiti ma anche i vantaggi di questa nuova “ cultura digitale “ . Tra i vantaggi possiamo notare su tutti un aumento di quella che è l’estensione del messaggio, quello che gli apostoli avevano provato a fare dopo la Pentecoste con tutti i loro viaggi di testimonianza oggi è possibile farlo con un semplice “ click”. Tale allargamento della portata però può essere considerato anche un limite  o per meglio dire un avvertimento: infatti il fatto che qualsiasi tipo di notizia, messaggio o condivisione sia ormai alla portata di tutti rende la testimonianza di vita ancora più importante in quanto appunto tutto è di dominio pubblico.

Sul giusto utilizzo della digitalizzazione si è espresso anche Papa Francesco al numero 105 della lettera enciclica “Laudato sì”:

“Si tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori», come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia. Il fatto è che «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti. Per tale motivo è possibile che oggi l’umanità non avverta la serietà delle sfide che le si presentano, e «la possibilità dell’uomo di usare male della sua potenza è in continuo aumento» quando «non esistono norme di libertà, ma solo pretese necessità di utilità e di sicurezza». L’essere umano non è pienamente autonomo. La sua libertà si ammala quando si consegna alle forze cieche dell’inconscio, dei bisogni immediati, dell’egoismo, della violenza brutale. In tal senso, è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo. Può disporre di meccanismi superficiali, ma possiamo affermare che gli mancano un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé”.

Conclusioni

Con questo articolo ho provato un po’ a sviluppare quello che è stato l’evolversi del messaggio cristiano attraverso quelli che sono gli strumenti a disposizione, soffermandomi particolarmente nel rapporto tra la Chiesa e il digitale. Abbiamo visto come parlare presuppone, da un lato, colui che parla e, dall’altro, colui che ascolta e riceve. Parola e comunicazione stanno in rapporto diretto tra loro, così come lo sono lingua e parola, espressione e comprensione. Non c’è niente in una lingua che non si esprima prima con le parole e dal loro significato e comprensione nasce la comunicazione. Sembra quasi un processo logico, matematico, ma è essenzialmente un fatto naturale.Provando a tirare delle conclusioni possiamo senza dubbio dire che il digitale è e sarà uno strumento fondamentale all’interno dell’evangelizzazione e questa situazione pandemica ci ha fatto capire maggiormente la sua importanza.

Bibliografia

LUCREZIO, De rerum natura, libro 5°, a cura di Gaetano Righi, Mursia, Milano 1995, W. 50-55 / 1028- 1033 / 1041 e seg. / 1097-1090 / 1120 e seguenti.
RUSCONI Carlo, Vocabolario del greco del Nuovo Testamento, 3° edizione E.D.B., Bologna 2012, 238.
DEVOTO Giacomo, Avviamento alla etimologia italiana, Le Meunier, Firenze 1968, 304.
MARTINI Carlo Maria, In principio la parola, Centro Ambrosiano Documentazione e Studi Religiosi, Milano 1981, 81.
Catechismo della Chiesa Cattolica,

Sitografia

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html#105.

 




Il cristiano Cattolico presente nei social media

Chiamati ad essere presente in questa realtà

Ormai siamo immersi nel mondo dei social media, siamo invitati ad utilizzare questi mezzi per evangelizzare, non possiamo fare finta di questa realtà e dobbiamo trarre il meglio di questa tecnologia per comunicare la gioia del Vangelo e accettare il mandato di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).  Questo Vangelo è un incontro personale con Cristo come lo ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangeli Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. (Evangeli Gaudium 3).

Il vaticano II, con il decreto su gli strumenti di comunicazione sociale, invitava il popolo di Dio al retto uso dei mezzi di comunicazione: “La Chiesa Cattolica giudica suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale, nonché indirizzare gli uomini al retto uso degli stessi”(I.M 3). Gli ultimi successori di Pietro: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in modo speciale papa Francesco ci danno l’esempio di non avere paura davanti a questa era digitale.

 

 

 

 

Il messaggio ha sempre passato con gli strumenti del suo contesto

Fin dai primi tempi i cristiani, hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione nel loro contesto per annunciare il messaggio evangelico. La chiesa ha sempre tenuto a cuore il mandato di Gesù e è andata al di là delle barriere della geografia, portando la Buona Notizia con gli strumenti a sua disposizione, la storia ci ha lacciato traccia.

Viaggi missionari per la predicazione

Lettere alle comunità 

Libri

 

Teatro

immagini

Tutti questi modi hanno contribuito all’impegno dei cristiani nell’annuncio del Vangelo fino ad arrivare  all’epoca moderna, dove ci confrontiamo  ai nuovi strumenti di comunicazione che si presentano come un’opportunità per continuare ad annunciare la gioia del Vangelo. Come ci lo ricorda il Concilio Vaticano II, “Questi mezzi utilizzati correttamente, potranno essere di grande aiuto per continuare la nostra missione di discepoli missionari di Cristo”.

 

L’uso d’internet ha qualcosa a vedere con noi

La Lumen Gentium ci ricorda che “Ad ogni discepolo di Cristo incombe  il dovere di seminare per quanto gli compete la fede”. (L.G 17).  Questo dovere possiamo compierlo  nella semplicità della nostra vita. oggi tutti noi, almeno abbiamo uno smartphone, vediamo come ogni sorta d’informazione circola nei social media, perché non potere anche nella nostra quotidianità comunicare la nostra fede?

Come leggiamo nell’ Evangeli Gaudium: “È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: «Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”

A questo proposito è molto interessante vedere alcuni laici, sacerdoti, religiose che piano piano si hanno lasciato sedurre dell’invito di papa quando ci parla di “USCIRE” nell’ esortazione:  “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. (Evangeli Gaudium 24).

 

 

Quando farlo?

Il momento è adesso, la missione è perenne, il messaggio è costante, non bisogna aspettare una chiamata. questo è il campo che ci sta davanti, e questo ci richiama alla necessità di essere evangelizzatori. Ogni cristiano è portatore di questa gioia ed invitato a testimoniare una vita che irradia amore.

Papa Francesco invita i giovani nell’esortazione  post sinodale  “Christus vivit” «L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico… Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami, e «sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali».

 

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

Ecco le parole che direbbe Gesù in quest’oggi a noi cristiani davanti alla sfida dei social media: Andate dunque, non avete paura. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

 

 

Bibliografia

CONC. ECUM. VAT. II, Dec. Inter merifica, 3.

CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Dogm. Sulla Chiesa Lumen Gentium“, 17.

Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 24.

Esort. Ap. Christus vivit (25 marzo 2019), 86.

Raul Herrera Franco

 




PRETI IN CLERGYPHONE

Per relazioni digitali generative

 

INTRODUZIONE

 

Il digitale rappresenta senz’altro una straordinaria opportunità per l’uomo, e per il prete. Difatti, apre un ventaglio di possibilità che, però, occorre saper utilizzare bene nella pastorale. In quest’era di rivoluzione digitale, la tecnologia è divenuta un luogo da abitare, uno spazio in cui si intrecciano idee, volti, parole, opinioni, iniziative, emozioni, processi relazionali.

Il video del sacerdote youtuber don Alberto Ravagnani è uno dei tanti bei testimoni di «prete in clergyphone»[1].

 

https://youtu.be/NgU-XEJWYOg

 

Don Alberto Ravagnani – come tanti altri sacerdoti della sua generazione – usa i mass media, in particolare i social media, per raccontarsi, per dare la propria testimonianza. «La Chiesa è sempre stata presente laddove ci sono le persone. Gli spazi offerti dalla tv o dal web si aggiungono a quelli fisici. Gli uni non sostituiscono gli altri. Si è capito bene durante il recente lockdown quando i sacerdoti hanno aperto dei profili social perché dovevano tener chiuse, necessariamente, le chiese»[2].

 

Il prete influencer

 

Pastorale nell’onlife

Il presente articolo vuole offrire degli spunti per vivere relazioni digitali generative, che attuino una pastorale integrata nell’onlife. Il virtuale è molto più reale di quel che ci rendiamo conto. La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno[3].

Difatti, ci sono connessioni e scambio di informazioni tra persone online, ma questo ha effetti sul mondo reale. Per questo è stato coniato il termine dell’onlife. Addirittura relazioni tra oggetti come un televisore, un’auto, un sensore stradale, un satellite… Per la prima volta, anziché creare delle macchine che si interfacciano con il mondo, stiamo modificando il mondo in modo che si possa interfacciare con le macchine!

Questo a riprova che pur essendo l’onlife immateriale, esso ha una cogenza concreta nella strutturazione della realtà, una cogenza sempre più significativa.

 

Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale

https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/

 

Ricordiamoci, tuttavia, che l’impegno nella comunicazione consiste nella chiarezza missionaria con cui si annuncia Chi abbiamo incontrato e che lo facciamo con gioia. «La nuova evangelizzazione si propone in questi contesti non come un dovere, un peso ulteriore da portare, ma come quel farmaco capace di ridare gioia e vita»[4].

 

Responsabili delle relazioni

Il sacerdote più che mai deve rispondere a questo rapido mutamento del mondo ripensandosi per rispondere adeguatamente all’umanità. Questo non significa snaturarsi, al contrario è il rimanere fedele alla sua missione di annunciare Cristo lì dove è presente l’uomo e la donna, nel qui ed ora.

 

Da qui il suo situarsi e progettarsi nel mondo, e nel mondo dell’onlife, come prete in clergyphone, ovvero con l’abito che lo veste, il clergyman integrato con lo smartphone. Il neologismo è stato ripreso dal libro del sacerdote della Diocesi di Concordia-Pordenone, nel Friuli, Giacomo Ruggeri. Nel suo testo «Prete in clergyphone» egli intraprende un discernimento e una formazione sacerdotale nelle relazioni digitali per il seminarista, il prete, il vescovo, il religioso che ha in tasca lo smartphone, mezzo che utilizza per pensare e decidere, pregare e celebrare, relazionarsi e incontrarsi, vivere e morire. L’uso di questo strumento, diventato non solo utilissimo, ma perfino necessario, comporta una nuova capacità di discernere che varca la soglia dell’avere o no il profilo social network[5].

 

Annunciare Cristo nei social

 

DAI NATIVI DIGITALI AI DIGITALI DISCERNENTI

 

«È finito, perciò il tempo di riflettere sul futuro della Chiesa, è tempo di mettere mano alla Chiesa del futuro»[6]. La Chiesa tutta, e i pastori in primis, deve prendere atto di una conversione paradigmatica, ovvero passare da una Chiesa che, tramite i suoi riti e le sue promesse, dà luce alla vita degli adulti ad una Chiesa che dà alla luce gli adulti che oggi servono grazie all’incontro con Cristo[7].

 

La missione del prete in rete

Con questa provocazione ci addentriamo al compito, alla missione, al ministero del prete in clergyphone. Certamente è un nativo digitale, cioè «è abituato fin da giovane o giovanissimo a utilizzare le tecnologie digitali, essendo nato nell’era della rete e di internet»[8].

 

Il nativo digitale

 

Conosce questa realtà, ne è immerso. La maneggia quasi in modo spontaneo, come se fosse connaturato in essa. Ed è qui che si inserisce la nostra riflessione. L’atto meccanico deve poter essere discreto, frutto di discernimento. Altrimenti, ci si lascia trascinare dalla corrente della rete senza capire l’indirizzo, il dove essa ci ha condotto.

 

Paradossalmente, per creare uno strumento digitale di relazioni egli perde ogni connessione reale con i suoi soci, dimostrando che l’inclusione digitale non significa necessariamente avere relazioni autentiche: siamo connessi, ma non necessariamente nel senso originale della parola, ovvero amici.

Però anche quando le relazioni sono autentiche, quando i contatti di Facebook sono persone che effettivamente desiderano avere un rapporto di amicizia e relazioni consistenti, possono essere sufficienti al bisogno di cura che l’essere umano porta con sé?[9]

 

«Amici» di Facebook

 

L’agire ecclesiale

Proprio perché l’uomo e la donna di oggi si sentono profondamente a casa nella socialità digitalizzata, il prete può fare la differenza, può essere presenza dell’agire ecclesiale. Questo suo mettersi in rete è motivato dalla constatazione che «dove c’è la persona, lì vi è un’esistenza in relazione, in interazione, sempre e comunque»[10]. A questo soggiace la base teologica dell’incarnazione che non è stato solo l’evento mirabile di 2000 anni fa, ma è proprio lo stile dell’agire stesso di Dio[11].

 

Profilo «incarnato» di Gesù

 

Col cuore di Cristo

In questo il sacerdote, in quanto pastore col cuore di Cristo, può affiancarsi alle persone, aiutandoli e accompagnandoli nell’esercitare il discernimento nel digitale. Questo ministero è «il servizio della consapevolezza profonda, quell’invito ad aprire gli occhi nel flusso delle connessioni digitali su ciò che scrivo, nella foto che posto, nel commento che lascio, nel profilo che apro perché imparo a decifrare, riconoscere, distinguere, capire, riflettere, accettare, accogliere, scegliere, decidere e agire con digitale intelligenza»[12].

 

Chiamati all’amicizia

 

Il prete, proprio perché ha intenzione di promuovere un processo di relazione digitale generative, non fa le cose da solo; «dovrebbe accogliere con gratitudine e addirittura cercare e promuovere questa fraterna chiarezza dei collaboratori»[13].

 

Con quale stile, dunque, il prete è chiamato ad abitare il digitale? Con il ministero di servizio che è quello del cuore di Cristo. Difatti, l’identità del presbitero, come quella di ogni cristiano, deriva dalla relazione con Gesù. È un’identità donata da riattingere sempre nel rapporto con Chi l’ha concessa. È proprio perché il prete è il rappresentante di Gesù che da Lui apprende la modalità di essere, ed è sempre Gesù che porta senso e traccia la via di azione.

 

PUNTI DI DEONTOLOGIA DIGITALE SACERDOTALE

 

Prima di affrontare lo stile delineato precedentemente, si rende necessario ribadire che il sacerdote agisce nella persona della Chiesa ed è nella Chiesa che ritrova continuamente «una identità da rimodellare nell’incontro con Colui che ha fatto percepire originariamente di aver trovato grazia ai suoi occhi»[14].

 

Per esercitare come sacerdote lo stile di consapevolezza e di discernimento nelle relazioni social network.

 

1) Tutti i mezzi di comunicazione sono beni dati in dono e per questo ne implicano una conoscenza matura e responsabile.

 

2) Vi è una relazione reciproca tra l’essere umano e il mondo digitale, dunque una circolarità costante nella vita del sacerdote espressa nell’onlife.

 

3) Il sacerdote deve saper cercare e trovare Dio nei luoghi e nelle persone, dunque anche nelle dinamiche digitali.

 

4) Tre verbi indicano quella cura pastorale che regola la relazione nei social network: avvertire, sentire, nominare. La non cura – espressa in superficialità e in prudenza – può costargli caro.

 

5) La presenza del sacerdote nel digitale è già comunicazione della sua identità prima ancora che delle sue azioni, come commenti, inserimenti di foto o video, post.

 

Nello stare on-life si annuncia quanto ci è a cuore il Vangelo

 

6) L’apertura di profili social deve essere preceduta da motivazioni oneste da verificare e ridimensionare nel corso del tempo.

 

7) Essere consapevoli delle molte dipendenze inconsce che la rete digitale può ingenerare e dunque influire sul proprio mandato missionario.

 

8) L’essere sacerdote in rete implica una responsabilità e una esposizione maggiore. Occorre prudenza affinché le proprie azioni non si trasformino in tragedia.

 

9) Importante è l’amicizia e la confidenza col proprio presbiterio che non solo può ascoltare le problematiche sorte in rete, ancor più può aiutare a risolvere le questioni sorte nelle dinamiche digitali.

 

10) Il sacerdote può cogliere questo ambito digitale come grazia per coltivare l’appartenenza ecclesiale della sua esistenza a servizio del regno di Dio[15].

 

CONCLUSIONE

 

In conclusione, possiamo affermare che è positivo il fatto che la Chiesa, attraverso i pastori, sia presente nell’ambito dei social e nella rete internet in generale. Tuttavia, «ci si dimentica troppo spesso che in primo luogo la testimonianza non è relegata solamente nell’ambito del “fare”, ma soprattutto che essa, alla sua origine e a livello esteriore, si pone come un “dire”»[16].

 

Siamo veicoli che portano alla luce il potenziale nascosto

 

Per questo motivo occorre non solo una maggiore attenzione a ciò che si pubblica ma anche una sorta di professionalismo che permette un ministero della cura che genera realmente relazioni. In questo dinamismo è importante tra i presbiteri e al contempo con i laici comunicarsi le proprie esperienze, dialogare. In fondo,

per essere agenti di mutamento essi debbono essere contemplativi nel cuore, capaci di sentire la Parola di Dio in mezzo al pianto dei bambini, scorgendone il Volto oltre il velame sudicio della miseria. […]

In questa prospettiva il ministro diventa un catalizzatore cioè una persona in grado di portare alla luce il potenziale nascosto della comunità, avviandola ad una azione sociale creativa[17].

 

Ecco allora l’identità e la missione dei preti in clergyphone che abitano il digitale per relazioni generative volte ad essere fedeli al mandato di Cristo nella Chiesa.

 

Davide Lai

studente del II anno Filosofia,

Istituto Teologico Leoniano di Anagni

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

capp.               capitoli

Cf.                   Confronta

ed.                  editor (= a cura di)

Ibid.                Ibidem (=in quello stesso luogo)

vol.                  volume

WeCa              Web Cattolici

 

BIBLIOGRAFIA

 

Armando Matteo, Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020.

Giacomo Canobbio, Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020.

Giacomo Ruggeri, Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

Gianfranco Poli – Marco Cardinali, La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998.

Giorgio Agagliati, Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018.

Henri Jozef Machiel Nouwen, Ministero creativo, Brescia 2008.

Luca Peyron, Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011.

 

SITOGRAFIA

 

Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: < https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>.

Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>.

Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>.

WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>.

 

Diritti d’autore per immagini e video

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

 

[1] Cf. Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: <https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[2] Cf. Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[3] Cf. WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[4] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 99.

[5] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

[6] Matteo, A., Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020, 12.

[7] Ibid.

[8] Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[9] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

[10] Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 93.

[11] Cf. Ibid., 94.

[12] Ibid., 95.

[13] Agagliati, G., Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018, 149.

[14] Canobbio, G., Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020, 81.

[15] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 143-144.

[16] Poli, G. F. – Cardinali, M., La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998, 89.

[17] Nouwen, H. J. M., Ministero creativo, Brescia 2008, 95.




Benvenuti nel nuovo mondo

Introduzione

Se guardiamo al passato del mondo della comunicazione prendiamo atto di tre grandi e decisive rivoluzioni: quella “chirografica” in seguito all’invenzione della scrittura nel quarto millennio a.C., quella “gutemberghiana” con l’invenzione della stampa nel XV secolo e quella “elettrica ed elettronica” con le invenzioni del telegrafo, della radio e della TV nel XX sec.
Queste rivoluzioni hanno prodotto a loro volta culture che si sono succedute negli ultimi sei millenni:

  • la cultura “orale” (primato della parola e della relazione);
  • la cultura “manoscritta” (la scrittura come tecnica per trasmettere la parola);
  • la cultura “tipografica” (il libro come trasmissione del sapere)
  • la cultura dei “media elettronici” (informazioni rapide, infinite, globali).

Il primo libro stampato da Gutemberg, la Bibbia 1456

Fino agli anni sessanta del secolo scorso i media si sono moltiplicati ed è cambiato il modo di trasmettere le notizie.
Tutti i media, cioè giornali, radio e televisioni rappresentavano gli strumenti ideali per la comunicazione di massa, erano gestiti da industrie diverse ed avevano utenti variegati.
Ma l’incredibile evoluzione tecnologica successiva, ed in particolare lo sviluppo della microelettronica, ha avvicinato prima e poi fagocitato questi mondi trovando nel “computer” lo strumento unificatore ideale.
La “rete” ha spalancato porte praticamente infinite ed ha dato altresì la possibilità di raggiungere un pubblico a livello globale.
Il digitale e la sua cultura ha creato quindi un nuovo ambiente che, di fatto, media tra noi ed il mondo.

Questa sfera invisibile dentro cui fluttuiamo è utilizzata così abbondantemente da noi (con l’uso dei social, visitando siti, usando la posta elettronica o il cellulare ecc. ogni individuo crea almeno 1,7 MB al secondo) o da programmi e da macchine (smart TV, GPS, telecamere, smartphone ecc.) che si è in grado di raccogliere ed immagazzinare una quantità enorme di informazioni (BIG DATA) con hard disk piccolissimi (si pensi alle pennette disponibili ormai universalmente).
Si tratta di volumi enormi di dati trattati per essere utilizzati nel dettaglio (per analisi sociologiche, per gestire pandemie come oggi quella da COVID, per prevedere mercato e trend globali, per regolare il traffico e, se non bastasse, sono strumenti eccezionali della ricerca scientifica e dell’accellerazione tecnologica. Proprio per questo creano e rappresentano un enorme valore economico.

I BIG DATA sono volatili e perciò vanno memorizzati velocemente e visualizzati, soprattutto grazie all’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA). Essa è uno strumento formidabile, un insieme di tecnologie in cui agiscono programmi che permettono alle macchine di comprendere ed agire con livelli simili agli umani. Oggi si utilizzano largamente quelle di tipo debole, cioè sistemi potenti in un campo di azione limitato (si pensi alla tecnologia del cellulare in grado di organizzare le immagini per soggetto). Quelle di tipo forte, cioè macchine sapienti in grado di pensare e relazionarsi per la gestione di compiti complessi, appartengono solo alla fantascienza perché i computers non sono ancora abbastanza potenti. Il cammino è ancora lungo, ma è già cominciato.

Gli aspetti problematici

Tale processo coincide però con profondi cambiamenti non solo culturali ma soprattutto antropologici. Parliamo, per usare la riflessione del Prof. Luigi Alici, della decomposizione del paradigma della modernità, nato da una “torsione orizzontale della trascendenza” condivisa dalla scienza, dalla politica e dalla filosofia, che esalta il soggetto umano, autorizzato dalla “ragione forte”, ad esercitare un potere indiscusso sul mondo e sulla natura. Tutto questo è arrivato ai nostri giorni con esiti paradossali: da una parte la tecnologia è diventata l’unica erede della ragione illuministica in grado di potenziare la logica di dominio; dall’altra la volontà di potenza di nietzschiana memoria ha prodotto un nichilismo radicale, farcito di consumismo compulsivo e cinico disincanto che ha innalzato la libertà umana al di sopra di ogni ordine e soggetto esterno, fino al punto che la morte di Dio ha trascinato con sé la morte dell’umano.

La scienza e la tecnologia insomma corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. È facile in un contesto digitalizzato e globalizzato fare di esse i pilastri di una “nuova religione”. Ci troviamo di fronte al sorgere di rinnovate forme di gnosi, che assumono la tecnica come parametro di saggezza, in vista di una organizzazione magica della vita che funzioni come sapere e come senso. Assistiamo insomma all’affermarsi di “nuovi culti” come ci ricordavano i Vescovi già nel 2012. nell’ Instrumentum laboris del Sinodo[¹].

Se questa è la cornice in cui collocare i BIG DATA e l’IA dobbiamo subito indicare i grossi rischi che la Chiesa si trova di fronte.

Sul versante delle tecnologie che trattano i volumi enormi dei dati, non si dovranno sottovalutare i rischi a livello più propriamente etico denunciati da Sabatino Maiorano, come il livellamento e la massificazione attraverso l’imposizione di un unico modello, la riduzione di tutto (anche della sofferenza) a spettacolo spegnendo i contenuti e l’imperatività etica che porta dentro di sé, la produzione artificiale di consenso mediante la sottolineatura degli elementi emotivi e la messa in parentesi di quelli riflessivi, fattori problematici che vengono accentuati dal prevalere delle logiche di profitto/consumo su quelle più genuinamente politiche e culturali.

Sulle ricadute sociali e politiche inoltre si dovranno considerare:

  • La vera e propria esplosione dell’IA che ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti.
  • I creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori.
  • L’IA sta rimodellando per intero, silenziosamente ma rapidamente, l’economia e la società.
  • L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale.
  • L’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione.
  • Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente li accompagnano in qualsiasi attività. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori.
  • La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.
  • Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili[³].

Esattamente in questa scia si inserisce la seconda questione, quella della ROBOTICA.

La Pontificia Accademia per la Vita dal 25 al 27 febbraio 2019 ha dedicato la sua assemblea generale al tema “Roboetica: persone, macchine e salute”. La questione comincia ad essere delicata.

Le partite da giocare sono molte e delicatissime.

Sul piano storico ereditiamo la rivoluzione cartesiana che ha separato la RES COGITANS dalla RES EXTENSA, per cui la natura è diventata il terminale dell’azione del soggetto, puro oggetto su cui agire ed il corpo, conseguentemente, solo plasmazione dell’individuo (tatuaggi, chirurgia plastica, protesi). Sul piano culturale la filosofia “transumana” ritiene perciò che la genetica, le neuroscienze e le nuove tecnologie possano trasformare l’uomo fin dalla radice, per affrancarlo dai suoi limiti naturali ma con il rischio che diventi nient’altro che un mezzo, uno strumento in mano ad èlite illuminate.

La vecchia teoria evoluzionistica invece insiste nel ritenere la mente e l’anima solo un ammasso di neuroni, mentre una nuova tentazione gnostica considera la carne come un peso da cui affrancarsi e non come la casa dell’anima e dello spirito, anzi “tempio dello Spirito Santo”, come la descriveva San Paolo (1Cor 3,16-17;).

Infine bisogna fare i conti con lo stesso pensiero scientista che, credendo che l’uomo si esaurisca in ciò che è misurabile, finisce per ammettere implicitamente che una volta creati artifici tecnologici migliori dell’uomo, di lui non ce ne sarà più bisogno[₄].

In tal senso paiono illuminanti le parole del Teologo Emmanuel Agius:

“I robot stanno sempre più sfumando la distinzione tra umano e non, tra l’intelligenza della macchina e quella dell’uomo. Ma non potremo mai considerare i robot come soggetti con una loro dignità umana propria” […] “Il transumanesimo cambia la natura umana. Il paradigma tecnocratico che valuta tutto da un punto di vista tecnologico sta cambiando la razionalità umana ed il concetto stesso di umano ed oggi, mi sembra, stiamo definitivamente superando il limite”[₅].

Nell’affrontare tali sfide la Pastorale deve tenere ferma la consapevolezza che l’uomo è molto più che un ammasso di cellule. L’unico antidoto è riconoscere il suo valore ontologico, perché creato a immagine e somiglianza del Creatore. Perciò è necessario che ci si chieda, nel sonno dell’Occidente, cosa veramente caratterizza l’uomo, ben al di là di quanto propinato dalle ideologie materialiste degli ultimi secoli. Prima che stavolta siano le intelligenze artificiali a darci una risposta.

Dentro questa confusa cornice assistiamo già all’emergere di due tendenze: c’è chi realizza i robot come se fossero avversari (o comunque competitori) evoluzionistici dell’essere umano e chi vede la macchina come un assistente dell’umano. Si tratta, quindi, di modelli di sviluppo e di società, di una nuova sfida antropologica.

“Se fino ad ora la tecnica era al servizio dell’umano, oggi il rischio è che la tecnica prenda il sopravvento e si sostituisca in qualche modo all’umano. In questo senso, abbiamo sentito l’urgenza di riflettere su questo cambiamento che in realtà è davvero un cambiamento epocale, perché tocca il senso stesso della vita umana. Ed in effetti, se fino ad ora abbiamo assistito, purtroppo impotenti di fatto, alla devastazione della creazione, con l’inquinamento climatico, l’inquinamento dei mari, la distruzione dell’ambiente, ora il rischio è che tutto ciò avvenga in quello che – possiamo chiamare – l’umano, fin quasi ad annullarlo, fin quasi a passare dall’essere protagonisti ad essere protesi.”

Così Mons. Vincenzo Paglia, Presidente dell’Accademia presentava in una intervista i lavori del Convegno, cogliendo esattamente nella difesa dell’umano la nuova frontiera per la Chiesa per la costruzione del bene comune.

Le implicazioni etiche sono enormi: da una parte dobbiamo registrare gli innegabili vantaggi della robotica, come per esempio gli esoscheletri, cioè macchine in grado di aiutare chi ha grossi handicap a stare in piedi a camminare o ai robot impiegati in chirurgia che sbagliano meno degli uomini, meno dei chirurghi.

Dall’altro pensiamo alle conseguenze sul mondo del lavoro o alla invasione delle macchine nella vita quotidiana a tutti i livelli.
Si prospetta un mondo (ed una antropologia) già immaginata da Isaac Asimov [6] costretto addirittura a formulare le tre leggi della robotica, poste alla base del relativo manuale a premessa del romanzo:

1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la prima e con la seconda legge.

Anche Asimov aveva intuito che ci sono in ballo il “bene comune” e l’umanità da tutelare.

Di fronte a queste sfide della post modernità non ci resta che auspicare l’incontro delle due ragioni, quella atea e quella credente (e quindi, aggiungo, anche tra le Religioni) fondato:

  • sull’accordo tra vera scienza e vera fede (usando come manifesto il messaggio letto da J. Maritain nella seduta conclusiva del Concilio Vaticano II);  “Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano.
    Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare il giusto?” (n°5) 

  • nella convergenza su “sviluppo umano” ed apertura alla vita:

    “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore” 

    (Evangelium Vitae 3)

L’apertura e la difesa della vita come paradigma dello sviluppo e del bene comune dunque. Ma non basta. La robotica ci interpella non solo sulla vita ma soprattutto sull’umano. E allora mi chiedo: quale è l’umano che dobbiamo difendere? Cosa è specificatamente umano? Ciò che ci rende “immagine di Dio”? La Pontificia Commissione Biblica in “Bibbia e morale” al n°11, commentando Gn 1-3 lo individua in sei caratteristiche:

  • la razionalità capace di indagare il creato;
  • la libertà e la capacità di discernimento;
  • la superiorità rispetto alle altre creature che si declina in responsabilità;
  • la possibilità di continuare la creazione anche grazie alla scienza;
  • la dignità che deriva dal rapporto con Dio;
  • la santità possibile della sua vita ad imitazione di Colui che solo è santo (Lv 19,1-2:);

Ma c’è una dimensione tra tutte che ci appartiene ontologicamente, ed è quella della RELAZIONE (che ci consente di chiudere il cerchio con l’introduzione a questo articolo).

Qualche tempo fa è diventato virale sul web un filmato girato con il cellulare in un ospedale degli Stati Uniti (California). Una ragazza assisteva il nonno 78enne, a cui era molto legata, afflitto da una malattia inguaribile (cancro al polmone) ed arrivato ormai all’estremo delle forze e tuttavia lucido mentalmente, cosciente.

Improvvisamente entrambi vedono entrare nella stanza il robot con cui il suo dottore lo visitava e lo teneva aggiornato regolarmente a distanza; ma stavolta dallo schermo gli è stato comunicato che alla luce delle ultime tac non era più curabile. L’uomo è deceduto il giorno dopo, al “Kaiser Medical Center” di San Francisco.

Si è scatenata una bufera e non solo mediatica. I familiari si sono indignati per la totale mancanza di delicatezza, aggravata dal fatto che le parole del medico erano udibili a fatica dal paziente al punto che la nipote 33enne, presente nella stanza, ha dovuto ripetergli il messaggio.

“Se devi fare una comunicazione di routine il robot è ok”, ha commentato la figlia, “ma se vieni a dirci che il polmone non c’è più e che verrai messo sotto morfina finché non muori, questo dovrebbe farlo un uomo e non una macchina”.

Ecco, questo è l’umano.

Agostino Orilia

NOTE

  1. “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” N°58 Cf: https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20120619_instrumentum
  2. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa
  3. https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html
  4. https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/
  5. ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018. La storia futura scritta da Isaac Asimov parte circa dalla nostra epoca, raccontando come l’automazione e la robotica cambieranno il mondo, spingendo successivamente l’umanità sulla strada delle stelle fino ad un futuro che si colloca a circa 400-500 secoli da noi.

BIBLIOGRAFIA

ALICI, Carlo, Natura e persona, in Abiterai la terra, Commento all’enciclica Laudato sì, AVE, Roma 2020

ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018

BALDINI, Massimo, Storia della comunicazione, Tascabili Economici Newton, Roma 1995

CAMPANINI, Giorgio, Bene comune, EDB, Bologna 2014

MAIORANO, Sabatino, Morale sociale, appunti e materiale, 55-63, Anagni 2014

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, documento,11 maggio 2008

SITOGRAFIA

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-05/intelligenza-artificiale-chiesa-scienza.html

https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/

www.isaacasimov.it




La Chiesa e i mezzi di comunicazione sociale: alcune riflessioni tra il Magistero e il Codice di Diritto Canonico

Introduzione

Nel titolo IV del Libro III del Codice di Diritto Canonico sotto la dicitura De instrumentis comunicationis socialis et in specie de libris , solo due canoni, l’822 e l’823 sembrano riguardare direttamente il nostro tema mentre le altre disposizioni concernono maggiormente questioni attinenti alla licenza e alla pubblicazione dei libri. Ciò nonostante l’attenzione da parte della Chiesa Cattolica nei confronti dei mezzi di comunicazione sociale risulta essere particolarmente sviluppata in particolar modo nell’attuale situazione storica dimostrando così la cura e l’interesse verso i suddetti strumenti che si rilevano, con i dovuti limiti, peculiari mezzi per la diffusione e la promozione del Vangelo nella società contemporanea.  Per questo motivo, in questo articolo, si approfondirà il rapporto tra Chiesa e mezzi di comunicazione sociale tanto alla luce del Magistero tanto alla luce delle disposizioni del Codice volendo, in questo modo, offrire un’analisi su un tema alquanto rilevante e peculiare per la vita della Chiesa Cattolica.

Il Magistero e i mezzi di comunicazione sociale

Fin dai temi più antichi la Chiesa ha avvertito l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale. Quest’ultima appare un perno dell’opera di evangelizzazione già utilizzata al tempo del Signore servendosi dapprima della predicazione orale e poi di testi scritti come strumenti fondamentali attraverso i quali la buona novella del Vangelo potesse raggiungere chiunque fosse desideroso di conoscerla: lo stesso S. Paolo si servì di strumenti di comunicazione – in questo caso le lettere – attraverso le quali l’Apostolo delle Genti si rivolgeva a tutte le comunità sparse nel territorio dell’Impero Romano spesso per intervenire su temi particolarmente rilevanti e oggetto di discussione  come ad esempio il matrimonio e l’organizzazione ecclesiastica dimostrando così una attenzione peculiare verso la comunicazione capace di essere un efficace strumento di evangelizzazione e di concordia  tra i popoli.

Guardando all’epoca più recente occorre ricordare il contributo di Pio XI il quale incoraggiò e promosse l’istituzione della Radio Vaticana, il 12 febbraio 1931. In quella circostanza Papa Ratti si rivolse in latino, lingua della Chiesa, a tutto l’orbe cattolico , parlando di “mirabile invenzione marconiana” della quali si servì in più occasioni spesso levando la sua voce contro le persecuzioni subite dalla Chiesa per tutti gli anni 30 del XX secolo.

Qui il discorso di Papa Pio XI del 13 febbraio 1931.

Sarà però Pio XII, il primo grande Pontefice delle comunicazioni, delle quali si servì fin dagli albori del suo Pontificato sovente per levare la sua voce contro la guerra – celebre il suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 in cui manifestò tutta la sua opposizione verso l’imminente conflitto in Europa ma anche per essere il primo Pontefice ad apparire in televisione il 6 giugno 1954, solennità di Pentecoste attraverso un messaggio in più lingue: era la prima volta che un Pontefice utilizzava la televisione facendo giungere la sua voce a tutta l’Europa e non solo.

Ma è con la famosa Enciclica, Miranda Prorsus dell’8 settembre 1957 che Pio XII consegna, in effetti, il primo documento pontificio sulle comunicazioni sociali. Già dal titolo, traducibile come “la mirabile invenzione” cogliamo un particolare: la Chiesa, per mano del suo Pastore, guarda ai nuovi mezzi di comunicazioni sociali con particolare interesse e attenzione. Dice infatti il Pontefice nella suddetta Enciclica:

«Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona: “Egli, infatti, non solo ha dato l’esistenza al creato, ma lo stesso creato conserva e sviluppa”. Alcune di queste invenzioni servono a moltiplicare le forze e le possibilità fisiche dell’uomo; altre a migliorare le sue condizioni di vita; altre ancora, e queste più da vicino toccano la vita dello spirito, servono – direttamente, o mediante artifici di immagini e di suono – a comunicare alle moltitudini, con estrema facilità, notizie, idee e insegnamenti, quali nutrimento della mente, anche nelle ore di svago e di riposo

In questa apertura verso il mondo delle comunicazioni Papa Pacelli, pur manifestando una sostanziale “apertura” verso tali mezzi ricorda la necessità che questi ultimi devono essere sottoposti ad una costante vigilanza e sollecitazione da parte dei Vescovi e non solo impegnando l’intera comunità ecclesiale ad un corretto uso della radio, della televisione e del cinema che nella presente lettera Enciclica vengono ad essere oggetto di una minuziosa attenzione affinché non si compiano errori o derive rispetto alla fede e al Magistero

Sarà, tuttavia, il Concilio Ecumenico Vaticano II ad offrire una delle pagine più significative dell’ “alleanza” tra la Chiesa e i mezzi di comunicazioni sociali attraverso il decreto Inter Mirifica del 4 dicembre 1963. Questo decreto ebbe una genesi travagliata ma rappresenta un’efficace compendio della dottrina della Chiesa che alle soglie della rivoluzione tecnologica, significata dalla radio e dalla televisione, intendeva esprimere la sua parola dal momento che tali strumenti, come leggiamo nel decreto “offrono al genere umano grandi vantaggi , perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito , nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio”. Da qui l’attenzione dei Padri Conciliari affinché tutti i battezzati si impegnino efficacemente a che tali strumenti vengano utilizzati in chiave di apostolato sotto la vigilanza dell’autorità della Chiesa richiedendosi, altresì, una adeguata formazione sia da parte degli operatori sia da parte degli utenti: degno di nota , al n.18 l’istituzione di una giornata “nella la quale i fedeli siano istruiti sui loro doveri in questo settore, invitati a speciali preghiere per questo scopo e a contribuirvi con le loro offerte”. 

Qui un’interessante sintesi sulla genesi e sul contenuto del decreto Inter Mirifica :

Dal 1963 ad oggi si sono moltiplicati gli interventi del Magistero sulle comunicazioni sociali e i mass media. La celebrazione  della giornata mondiale delle comunicazioni sociali dà modo all’autorità suprema della Chiesa di intervenire in un ambito – come quello qui trattato – in completa innovazione caratterizzato da un estremo dinamismo dove appare necessario fissare comunque delle regole affinché tali mezzi vengano gestiti in conformità alla sua dottrina.

Non possiamo non concludere questa breve trattazione sull’interesse del Magistero ai mezzi di comunicazione sociale non ricordando il recente messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali dello scorso anno dal suggestivo titolo “Vieni e vedi: comunicando incontrando le persone dove e come sono” in cui Papa Francesco, prendendo spunto dai due verbi “venire” e “vedere” tratte dal cap. 6 del Vangelo di Giovanni, invita tutti, nella galassia delle comunicazioni, a venire e a vedere Gesù: inoltre sottolinea il rischio di informazioni fotocopia, a vivere lontano dalla strada invitando a “consumare le suole delle scarpe” , a “correre” ad annunciare la buona novella del Vangelo in un contesto multiculturale segnato altresì da fake news al fine di comunicare la fede cristiana nel cammino del villaggio globale.

I mezzi di comunicazione sociale all’interno del Codice di Diritto Canonico

Dopo esserci soffermati su alcuni interventi del Magistero in materia di comunicazione sociale, poniamo ora la nostra attenzione sulle norme del Codice di Diritto Canonico che trattano del suddetto tema. La materia, come accennato, risulta essere normata all’interno del Libro III, Titolo IV ovvero all’interno della funzione di insegnare la quale, assieme alla funzione di santificare e di governare, costituisce uno dei tria munera della Chiesa. In specie, per quanto riguarda i mezzi di comunicazione sociale, occorre riferirsi ai canoni 822 e 823.

Afferma il can. 822:

“1. I pastori della Chiesa, valendosi del diritto proprio della Chiesa nell’adempimento del loro incarico, cerchino di utilizzare gli strumenti di comunicazione sociali. §2. Sia cura dei medesimi pastori istruire i fedeli del dovere che hanno di cooperare perché l’uso degli strumenti di comunicazione sociale sia vivificato da spirito umano e cristiano. §3. Tutti i fedeli, quelli soprattutto che in qualche modo hanno parte nell’uso e nell’organizzazione dei medesimi strumenti, siano solleciti nel prestare la loro cooperazione alle attività pastorali, in modo tale che la Chiesa anche con tali strumenti possa esercitare efficacemente la sua funzione

La norma suddivisa in tre paragrafi va letta alla luce del già citato decreto Inter Mirifica: nel primo si riconosce in capo ai pastori della Chiesa il compito di utilizzare gli strumenti sociali manifestando, pleno iure, non solo l’interesse ma anche l’importanza che essi rivestono nella vita ecclesiale. Nel secondo paragrafo notiamo la preoccupazione che si traduce in prescrizione giuridica di far sì che costoro si impegnino affinché tutti i fedeli non solo utilizzino tali strumenti ma che il loro uso sia intessuto da spirito umano e cristiano affinché, come si chiarirà nel canone successivo, questi ultimi non siano contrari alla dottrina cattolica. Nell’ultimo paragrafo il legislatore esorta tutti i fedeli a fornire il loro contributo alle attività pastorali per realizzare la missione evangelizzatrice della Chiesa: la norma appare formulata in termini piuttosto estesi lasciando così ai singoli Christifideles , con l’approvazione dell’autorità della Chiesa, intervenire con modalità adeguate purché conformi al bene di quest’ultima.

Il canone successivo è formulato in questi termini:

§1. Perché sia conservata l’integrità della verità della fede e dei costumi, i pastori della Chiesa hanno il dovere e il diritto di vigilare che non si arrechi danno alla fede e ai costumi dei fedeli con gli scritti o con l’uso degli strumenti di comunicazione sociale; parimenti di esigere che vengano sottoposti al proprio giudizio prima della pubblicazione gli scritti dei fedeli che toccano la fede o i costumi; e altresì di riprovare gli scritti che portino danno alla retta fede o ai buoni costumi.§2. Il dovere e il diritto, di cui nel §1, competono ai Vescovi, sia singolarmente sia riuniti nei concili particolari o nelle Conferenze Episcopali nei riguardi dei fedeli alla loro cura affidati, d’altro lato competono alla suprema autorità della Chiesa nei riguardi di tutto il popolo di Dio

Da questa norma possiamo dedurre alcune considerazioni: anzitutto la preoccupazione da parte della Chiesa che i mezzi di comunicazione sociale, per quanto utili e importanti, non danneggino mai l’integrità della verità della fede e dei costumi. Da ciò il dovere e il diritto – da notare la formulazione per cui viene prima il dovere e poi il diritto – di vigilare e di esigere che alcune tipologie di scritti vengano sottoposte al loro placet. Tale vigilanza va intesa come preoccupazione che il depositum fidei  dato alla Chiesa da Cristo, per mezzo degli Apostoli, rimanga integro e non subisca modificazioni. Questo compito, come ricorda il secondo paragrafo, è prerogativa dei Vescovi sia come singoli sia riuniti collegialmente anche al fine di promuovere azioni adeguate affinché tale vigilanza venga ad attuarsi prontamente.

Conclusioni

Alla luce di quanto esposto si può facilmente dedurre l’interesse che la Chiesa possiede nei confronti dei mezzi di comunicazione sociale.  Quest’ultimi, infatti, costituiscono un prezioso strumento attraverso il quale si realizza il principale compito della Chiesa che è quello di evangelizzare e di portare a tutti i popoli la buona novella del Vangelo. Fin dai tempi più remoti, come ricordato, le comunicazioni sono state oggetto di una particolare attenzione da parte dell’autorità apostolica che si servì di quest’ultime anche per dettare norme, principi morali e organizzativi fino ai giorni nostri. In particolare, nell’ultimo secolo, la Chiesa ha visto nei mezzi di comunicazione sociale efficaci strumenti attraverso i quali far giungere la propria voce ai più lontani spesso scongiurando guerre (Pio XII – Giovanni XXIII durante la crisi di Cuba del 1962), sollecitando gli Stati ad piena  giustizia sociale di cui Ella stessa continua a farsi promotrice secondo gli insegnamenti del Vangelo ed offrendo altresì, durante il recente periodo pandemico, la possibilità di prendere parte alle celebrazioni eucaristiche quando ciò non è stato possibile per le note restrizioni.

Da questa breve riflessione notiamo come allora i mass media non appaiono come ostili o nemici della Chiesa ma, al contrario, come voci “amiche”, strumenti efficacissimi sui quali, tuttavia, occorre vigilare, fissando criteri rigorosi affinché il messaggio evangelico , il “depositum fidei” che Cristo affidò alla Chiesa sua sposa, non subisca alterazioni ma venga promosso e trasmesso nella sua interezza, nella sua purezza e nella sua integrità. Da quanto detto è evidente come la Chiesa incoraggi, promuova, intervenga  nei confronti degli strumenti sociali richiedendo a ciascuno di noi, laici compresi, un impegno, una promozione e necessariamente una formazione che ci veda capaci di edificare, su questa terra,  una società cristiana creando reti, avvicinando e non allontanando vedendo allora, in questi mezzi, efficaci risorse da apprezzare e non disprezzare camminando e vivendo nell’ attuale villaggio globale orientati a Cristo, nostra salvezza.

Giancarlo Ruggiero




Limiti e Possibilità dei Social Media

I Social Media sono una serie di applicativi Internet-based che seguono ideologicamente e tecnologicamente i concetti fondamentali del Web 2.046 allo scopo di generare User Generated Content (o UGC, ovvero contenuto generato dagli utenti finali). Possiamo suddividere i Social Media in diverse categorie: Progetti collaborativi (Wikipedia), Social Networking (Facebook), Comunità per la condivisone dei contenuti (Youtube), Videogame con mondi virtuali online (World of Warcraft), reti sociali virtuali (Club Penguin), Piattaforme di messaggistica (Whatsapp), microblogging (Twitter) o ibridi (ad esempio Tik Tok che è in parte comunità di condivisione dei contenuti ed in parte piattaforma di Social Networking).
Ogni Social Media si basa su sette pilastri47:

  • Identità. È il personaggio che l’individuo crea nel mondo virtuale. Coincide con la persona reale nella misura in cui l’utente decide di condividere le sue informazioni personali. Persona reale e identità virtuale non collimano necessariamente.
  • Presenza. È la partecipazione attiva dell’utente e l’aspettativa di questo di raggiungere altri individui.
  • Relazione. È il rapporto sociale virtuale che si intesse tra gli utenti.
  • Reputazione. È la percezione del rango sociale degli utenti.
  • Gruppi. È l’aggregazione di diversi utenti finali con il fine di creare comunità.
  • Conversazione. È la comunicazione tra i diversi utenti.
  • Condivisione. È la ricezione, invio, scambio e distribuzione dell’UGC.

Potremmo dunque definire i Social come degli ambienti nei quali sono contenute e scambiate costantemente informazioni. Un paragone potrebbe essere quello di un banchetto nel quale ogni partecipante può prendere o aggiungere una portata sulla tavola. I piatti sono le informazioni costantemente permutate tra di loro.

Le piattaforme sociali sono diventate degli strumenti essenziali per la nostra vita sociale e professionale. Difatti, queste permettono di poter scambiare informazioni molto rapidamente e di raggiungere moltissime persone. Per questo motivo politici, agenzie pubblicitarie e movimenti ideologici fanno costante utilizzo di questi mezzi.

I Social Media sono le nuove agorà del XXI secolo ed hanno un grandissimo potenziale di bene, possono essere infatti veicoli di Verità per permettere lo sviluppo umano, morale, sociale e spirituale della persona. Purtroppo però, essendo mezzi, possono essere utilizzati anche per scopi nocivi, per indottrinare, accecare, dividere, soggiogare le masse e sveltire il degrado dei costumi. Afferma infatti il Concilio nel Decreto sui Mezzi di Comunicazione Sociale Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio. Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità»48.

In questo articolo, cercheremo di valutare le potenzialità e le criticità dei Social Media al fine di poterli meglio sfruttare per una pastorale e didattica efficace.

I Limiti dei Social Media

I principali problemi dei Social Media sono: la disinformazione, la pornografia e la dipendenza da quest’ultimi.

Lᴀ Dɪsɪɴғᴏʀᴍᴀᴢɪᴏɴᴇ

La disinformazione è la diffusione di notizie false. Data la loro efficacia comunicativa, i Social Media sono terreno fertile per il propagarsi di menzogne che si trovano incoraggiate da un lato da un cieco algoritmo che ha come unico scopo l’intrattenere il più possibile l’utente sul sito, di modo che gli possa venir propinata più pubblicità possibile, e dall’altro dal contesto culturale in cui viviamo dove domina un forte individualismo49 che considera il prossimo non come un fratello ma come un nemico dal quale guardarsi.
Gli algoritmi sono delle particolari funzioni logico-matematiche che, sulla base di alcuni dati forniti dall’utente50, regolano la visualizzazione degli UGC al fine di poter inserire tra questi pubblicità rilevante e mirata.51 L’algoritmo controlla l’utente e cerca di prevedere le sue scelte tentando di intuire i suoi sentimenti. Il problema però, oltre che per la privacy, è che l’algoritmo non discrimina tra il vero ed il falso e dunque rischia di proporre notizie false52. «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.»53 La disinformazione genera confusione e alimenta la diffidenza tra le persone. Il pericolo più grande che ne deriva è la facilità della manipolazione dell’opinione pubblica e delle masse, che sfocia in deliri collettivi. Come diceva Hanna Arendt «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.»54. L’effetto più grave della disinformazione è l’esplosione delle folle in isterie collettive che si esplicano tramite il fenomeno della Herd Mentality, ovvero la tendenza dell’individuo a seguire un particolare trend o un particolare comportamento, soprattutto negativo, e che in altri contesti la persona non avrebbe mai fatto perché “Lo fanno anche gli altri”55. Diventa pericoloso quando a muovere le masse c’è un’ideologia che, nutrita da odio e paura per mezzo della disinformazione, spinge le persone a commettere atti violenti56.

Lᴀ Pᴏʀɴᴏɢʀᴀғɪᴀ

Altra piaga dei Social Media è la pornografia che è la più vile reiterazione del mestiere più antico del mondo, una maledizione di schiavitù per chi la produce e per chi la consuma ed una delle più grandi mancanze di rispetto della dignità umana.
La pornografia è al contempo frutto e catalizzatore di un particolare fenomeno detto Ipersessualizzazione che è la «smodata esibizione dei caratteri e dei messaggi sessuali»57. Si è intrufolata nella nostra società dopo la rivoluzione del sessantotto per mezzo della televisione, delle riviste ed infine grazie ad Internet. Nei Social Media, assume connotazioni particolari ed estremamente preoccupanti perché annichilisce l’essere umano riducendo ad un mero pezzo di carne 58, sfruttando le sue debolezze per fini di guadagno59.
Difatti, basta aprire la homepage di un qualsiasi Social Network per essere sommersi da immagini suggestive. In effetti, questo tipo di contenuti risulta essere maggiormente presente perché genera parecchio traffico e viene favoreggiato dall’algoritmo. Il problema però sta nel fatto che questo tipo di contenuto sconvenevole finisce inevitabilmente per essere visionato da bambini i quali sviluppano una concezione distorta della sessualità e del loro corpo 60 e scambiano l’impudicizia per virtù e modello da imitare. Questo porta alla creazione di un circolo vizioso: coloro che vedono materiale osceno ed il successo chequesto ottiene desiderano imitarlo, finendo per generare altro materiale osceno. È per questo motivo che addirittura ragazzine finiscono per condividere loro foto e video in pose eccessivamente provocanti, svendendo il proprio corpo per qualche Like ed esponendosi a molestie. Non trascurabile è inoltre la schiavitù che causa la pornografia per la quale, tramite la stimolazione della parte bassa del cervello, scatena una fortissima reazione chimica che costringe colui che la consuma a visionare contenuti sempre più osceni e perversi61.

Lᴀ ᴅɪᴘᴇɴᴅᴇɴᴢᴀ ᴅᴀɪ Sᴏᴄɪᴀʟ Mᴇᴅɪᴀ

È da considerare infine il dilagante problema della dipendenza patologica dagli stessi Social Media. Due sono i fattori che rendono assuefacenti i Social: da una parte la struttura stessa di queste piattaforme è disegnata per creare dipendenza, per mezzo della manipolazione anzitutto emotiva e poi psicologica della persona62 e dall’altro lato bisogna tenere conto di alcuni fattori psichici che predispongono gli utenti all’assuefazione, quali ad esempio una bassa autostima63.
Tra le scelte di design pensate appositamente per creare dipendenza, oltre all’effetto sempre presente dell’onnisciente algoritmo che monitora l’utente intuendo le sue reazioni e manipolando le sue emozioni mostrandogli contenuti che possono interessarlo, vi sono64:

  • Endless scrolling/Streaming. Questa è la tattica che utilizzano i Social Media focalizzati sulla condivisione e visione degli UGC. Consiste nel riproporre materiale senza interruzione.
  • Endowment effect/mere-exposure effect. Consiste nel legare l’utente alla piattaforma tramite l’impegno e le risorse spese in essa. È legato con l’effetto della semplice esposizione che consiste nel fatto che maggiore è il tempo che si passa ad osservare qualcosa di neutro, maggiore sarà l’attrazione per quell’oggetto.
  • Social pressure. È l’imporre una coercizione sociale che costringe l’utente ad usare la piattaforma.65
  • Social comparison and social reward. Invita gli utenti a paragonarsi tra di loro e ad apparire per ricevere un’ appagante ricompensa66.

Queste strategie attecchiscono particolarmente su persone che soffrono di bassa stima le quali ricercano approvazione dagli altri, creando un alter ego simulato che finisce per assorbire le attenzioni della persona che trascura il suo vero io per nutrire ed accrescere quello virtuale. Il distacco dal reale per immergersi nel virtuale rischia di causare forme di depressione o ansia67.

Le possibilità del Social Media

Fortunatamente, però, I Social Media non hanno solo lati negativi. In effetti, essendo mezzi possono essere veicoli di Bene e di Verità. Difatti, le piattaforme sociali sono in grado di interrompere l’isolamento sociale sia dei singoli che di popolazioni intere e possono permettere lo sviluppo e la crescita personale, intellettuale e spirituale della persona. Afferma infatti il Concilio nell’Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio.» 68.

Difatti, un utilizzo sano di questi mezzi può aiutare e guidare alla formazione ed al consolidamento della propria identità 69, per mezzo del confronto con gli altri, sia in positivo, tramite l’inserimento in gruppi di persone che condividono i medesimi interessi, il medesimo stato di vita ed il medesimo modo di pensare, che in negativo, instaurando un dibatto con persone che hanno interessi, situazioni e visioni diverse.

Inoltre, i Social Media possono assistere studenti e docenti nel loro compito di apprendimento e insegnamento, per mezzo di materiali audiovisivi e testuali, consentendo l’accesso a materiali e studi ai quali non si sarebbe potuto accedere per limitazioni fisiche o addirittura temporali70.

Infine, bisogna considerare l’enorme potenziale pastorale che queste piattaforme posseggono. Infatti, costituendo esse la nuova agorà, sono dei luoghi per mezzo dei quali si possono avvicinare molti cuori i quali, induriti dai tempi bui nei quali viviamo, cercano una Speranza. È necessario perciò istruire ed educare al retto utilizzo di queste piattaforme71 per impedire che diventino nocive. Inoltre, è essenziale che si valorizzi anzitutto il mondo reale, nel quale si gioca la vita vera, consentendo ai Social Media di raggiungere il loro fine, ovvero quello di essere mezzi per la costruzione di una società migliore.

Conclusione

In conclusione, i Social Media rappresentano una grandissima sfida, per la Chiesa in particolare e per l’umanità in generale. Per limitare i problemi ad esso correlati e sviluppare appieno il loro potenziale pastorale, didattico e di perfezionamento personale è necessario che anzitutto si attribuisca alla vita reale la sua dignità e che quest’ultima non venga sostituita da quella virtuale dei Social Media ai quali deve essere attribuito il loro valore effettivo, ovvero quelli di essere mezzi per favorire la relazione interpersonale per costruire una realtà reale e degli ambienti virtuali migliori.

Emanuele Maria Castella
Si ringrazia la Prof.ssa Eleonora Sparano per la cortese collaborazione

 

Bibliografia

a) Fonti edite

I. Libri

Aʀᴇɴᴅᴛ, Hanna, Le origini del totalitarismo, trad. A. Guadagnin, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009.

Bᴀᴜᴍᴀɴɴ, Zygmunt, Le sfide dell’etica, trad. G. Bettini, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1996.

Fʀᴀᴅᴅ, Matt, The Porn Myth: Exposing the Truth Behind the Fantasy of Pornography, Ignatius Press, San Francisco 2017.

II. Studi

Kɪᴇᴛᴢᴍᴀɴɴ, Jan K, – Hᴇʀᴍᴋᴇɴs, Kristopher – MᴄCᴀʀᴛʜʏ, Ian P. – Sɪʟᴠᴇsᴛʀᴇ, Bruno S, «Social media? Get serious! Understanding the functional building blocks of social media» in Business Horizons, 54 (2011)

Sitografia

a) Fonti edite

I. Articoli di cronaca

Fᴀɴᴅᴏs, Nicholas – Cᴏᴄʜʀᴀɴᴇ, Emily, «After Pro-Trump Mob Storms Capitol, Congress Confirms Biden’s Win», in The New York Times, 6 gen. 2021. https://www.nytimes.com/2021/01/06/us/politics/congress-gop-subvert-election.html?searchResultPosition=3 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

II. Articoli Informativi

DIGITAL MARKETING INSTITUTE, «How Do Social Media Algorithms Work?» in Social Media Marketing, 2019. https://digitalmarketinginstitute.com/blog/how-do-social-media-algorithms-work [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

GNU OPERATING SYSTEM, «Proprietary Addictions» in Malware. https://www.gnu.org/proprietary/proprietary-addictions.html [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

III. Documentari

Oʀʟᴏᴡsᴋɪ, Jeff, The Social Dilemma, https://www.netflix.com/it/title/81254224 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021]

IV. Documenti Magisteriali

Cᴏɴᴄɪʟɪᴏ Eᴄᴜᴍᴇɴɪᴄᴏ Vᴀᴛɪᴄᴀɴᴏ II, dec. Sugli strumenti di Comunicazione Sociale Inter Mirifica, 4 dic. 1963. http://www.vatican.va/archive/ist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19631204_intermirifica_it.Html. [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

IV. Studi

Bᴜʀᴀɴ Kᴏ̈sᴇ, Özge – Dᴏɢ̆ᴀɴ, Aze, «The relationship between social media addiction and self-esteem among Turkish university students» in Addicta: The Turkish Journal on Addictions, 6 (2018), pp. 175−190. http://dx.doi.org/10.15805/addicta.2019.6.1.0036 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Gᴀɢɴᴇ́, Louis, «Hypersexualisation» in Perspective infirmière: revue officielle de l’Ordre des infirmières et infirmiers du Québec, 11/2, 2014, pp. 23-25. https://www.oiiq.org/sites/default/files/uploads/periodiques/Perspective/vol11no2/08-societe.pdf  [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴏᴀɴɢ Mɪɴɢ, Hanh – Fʀᴀɴɢᴏᴜ, Satu-Maarit, The Online Identity Construction of a Teenage Vietnamese Girl, Unversity of Lapland, [2018?], p. 9 https://www.academia.edu/12940758/The_Online_Identity_Construction_Case_Study [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴜɢʜᴇs, Sean, The Effects of Social Media on Depression Anxiety and Stress, Dublin Business School, Dublin 2018. https://esource.dbs.ie/bitstream/handle/10788/3481/ba_hughes_s_2018.pdf?sequence=1&isAllowed=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Kᴜʀᴅɪ, Abdurhman The Effects of Herd Mentality on Behavior, Houston Baptist University, 2021 https://www.proquest.com/openview/8ac4c5b5e05f4180347a1a684691a9d2/1?pq-origsite=gscholar&cbl=18750&diss=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Mᴏɴᴛᴀɢ, Christian – Lᴀᴄʜᴍᴀɴɴ, Bernd – Hᴇʀʀʟɪᴄʜ, Marc – Zᴡᴇɪɢ, Katharina «Addictive Features of Social Media/Messenger Platforms and Freemium Games against the Background of Psychological and Economic Theories» in Int. J. Environ. Res. Public Health, 16 (2019), 2612. https://doi.org/10.3390/ijerph16142612 [ultima consultaizone: 2 dicembre 2021].

Sᴀɴɢᴇᴀᴅᴏ, Sarah R. «Impact of Pornography Use in Adolescent Boys: Boys’ Self-Reports on Their Use of Pornography» in Senior Honors Projects, 2016, Paper 477, https://digitalcommons.uri.edu/srhonorsprog/477 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

NOTE




Le comunicazioni sociali in Giovanni Paolo II: una intuizione profetica che può aiutarci nel nostro presente

Di Paolo Cola

Studente Istituto Teologico Leoniano di Anagni (FR)

«Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, uomini e donne che avete a cuore la causa della dignità della persona umana, e voi, soprattutto, giovani del mondo intero, che dovrete scrivere una nuova pagina di storia per il duemila!»72 «La Chiesa – con il Concilio Vaticano II, del quale ricorre quest’anno il XX anniversario della conclusione, e poi con il successivo magistero – ha chiaramente riconosciuto la grande rilevanza dei mass-media nello sviluppo della persona umana. Sul piano dell’informazione, della formazione, della maturazione culturale, oltre che del divertimento e dell’impiego del tempo libero. Essa ha però anche precisato che essi sono strumenti al servizio dell’uomo e del bene comune, mezzi, e non fini»73.

Esordiva così Papa Giovanni Paolo II, nel suo messaggio in occasione della XIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del maggio 1985, che fece eco alla proclamazione da parte delle Nazioni Unite, del 1985 come Anno Internazionale della Gioventù.

L’intuizione a favore delle giovani generazioni

Egli nel suo saluto iniziale, in maniera profetica, intuì appieno l’importanza e l’impatto che la trasformazione dei mezzi di comunicazione di massa avrebbero avuto negli anni a seguire. In particolare, indicò nelle giovani generazioni quelle che sarebbero state l’oggetto e gli utilizzatori di questi nuovi e dirompenti mezzi. Da li il richiamo all’aspetto della formazione e allo sviluppo umano della gioventù, che era e rimane le più esposta ai cambiamenti. Essendo in crescita, i giovani avrebbero dovuto ricevere una protezione particolare, più attenta alle loro esigenze.

Il riferimento alla dignità su questo punto, è centrale. Lo inseriva proprio all’inizio del messaggio, legandolo per sempre a quel mondo della comunicazione sociale, avviato in un vertiginoso quanto complesso e imprevedibile sviluppo.

Rivoluzione tecnocratica

Si parlava già di un’epoca tecnotronica, per via della stretta relazione fra tecnologia ed elettronica. Un’epoca attraversata da non pochi problemi, connessi con l’elaborazione di un nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione, in rapporto alle prospettive aperte dall’utilizzo dei satelliti e dal superamento delle barriere dell’etere74. Pensiamo che nel novembre del 1985, Microsoft pubblicava Windows per l’IBM PC: In quel periodo storico l’Italia invece assisteva all’avvento delle TV locali, che pian piano avevano assunto caratura nazionale – come TV commerciali – secondo il modello statunitense.

Gli effetti sulla persona

«Si tratta di una rivoluzione che non solo comporta un cambiamento nei sistemi e nelle tecniche di comunicazione, ma coinvolge l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana. Essa, di conseguenza, non può rispondere semplicemente a proprie regole interne, ma deve trarre i propri criteri di fondo dalla verità dell’uomo e sull’uomo, formato a immagine di Dio»75.

Interessante quel riferimento al connubio tra tecnologia ed elettronica, e alla complessità e imprevedibilità del fenomeno. A distanza di qualche anno avrebbe rivoluzionato non solo il modo di comunicare, ma anche quello del formarsi e quindi del costruirsi una propria visione del mondo e dei suoi cambiamenti. Per non parlare della vertiginosità citata, che oggi potremmo legare al concetto di “velocità” di trasmissione, che in poco meno di un decennio avrebbe caratterizzato moltissimi aspetti della vita di ciascuno di noi.

Le “videodipendenze” anticipatrici delle attuali dipendenze da internet

Ma il Papa non si fermava solo agli aspetti culturali e sociali, inserendo tra gli elementi da tenere sotto la lente di ingrandimento, anche quello spirituale. Aspetti che seppe legare assieme, come se l’uno dovesse tener conto dell’altro, per un sano sviluppo della persona umana. Dunque il Papa ha anticipato tutte le potenzialità ma anche i rischi che si celavano dietro questa nuova realtà. Già parlava di videodipendenza, essendo i giovani dei recettori che non hanno ancora maturato una sufficiente coscienza critica76.

Parole che oggi suonano attualissime dinanzi alla nuova “dipendenza da internet”, associata ad un comportamento irritabile e umore negativo quando se ne è deprivati77Altro aspetto altrettanto attuale è quello relativo alla molteplicità di informazioni e di immagini che arrivano direttamente nelle case. Informazioni che oggi hanno oltrepassato le mura domestiche per arrivare pressoché ovunque, portando con sé un dispositivo tablet.

La videopornografia erede della videodipendenza

Il Papa evidenziava già la pericolosità di certi messaggi, trasmessi in TV perfino nelle ore di maggior ascolto del pubblico giovanile, contrabbandati da una pubblicità sempre più aggressiva, o proposti da spettacoli, dove sembra che la vita dell’uomo sia regolata soltanto dalle leggi del sesso e della violenza78. Oggi il fenomeno della videopornografia, è uno degli aspetti più inquietanti di quel fenomeno allora ancora al crepuscolo. Il fenomeno raccoglie nel mondo circa 3,3 miliardi di accessi al mese, con fatturati che si aggirerebbero a 20 miliardi di dollari complessivamente, e che coinvolge purtroppo anche minori 79.  Tutto ciò provoca su di essi gravissimi disturbi di personalità. La prima volta che la porno-dipendenza è stata descritta risale al 1995, descrizione svolta da Kimberly Young e successivamente inserita nel DSM- Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali 80

Cosa fare? Un strumento antico: la sinodalità

Da qui il Santo Padre nel punto 5 esortava in maniera accorata gli operatori nella comunicazione sociale a una seria e profonda riflessione. In primis ricordandogli che il loro è un compito esaltante e, insieme, molto impegnativo. Dall’impiego che essi faranno delle loro risorse di ingegno e di professionalità, dipende in larga misura la formazione di quei giovani. Parliamo di quella generazione che, domani, dovrà migliorare questa nostra società impoverita dei suoi valori umani e spirituali e minacciata dall’autodistruzione. Cionondimeno esortava genitori ed educatori a tre atteggiamenti che possiamo fare nostri anche oggi: Il dialogo, il discernimento critico, la vigilanza. Esse sono condizioni indispensabili per educare il giovane a un comportamento responsabile nell’uso dei mass-media.

Il Papa esortava quindi a ristabilire il giusto equilibrio, dopo l’eventuale impatto negativo con questi strumenti81

Nuovi strumenti come potenti canali di evangelizzazione

Tra le grandi opportunità offerte alla comunicazione sociale, il Papa evidenziava la possibilità che questi nuovi strumenti sarebbero potuti diventare potenti canali di trasmissione del Vangelo. Opportunità nuove sia a livello di pre-evangelizzazione sia di approfondimento ulteriore della fede, per favorire la promozione umana e cristiana della gioventù. Ma questo sarebbe potuto avvenire solo mediante una profonda azione educativa nella famiglia, nella scuola e nella parrocchia, attraverso catechesi e momenti di formazione. Un Vangelo presentato nella sua integralità, non tradito, non banalizzato, non ridotto strumentalmente a visioni socio-politiche, ma sull’esempio di Cristo perfetto comunicatore. Adeguarsi quindi ai recettori, alla mentalità dei giovani, al loro modo di parlare, al loro stato e condizione (Catechesi Tradendae, 35.39.40)82

Appello ai giovani: al lavoro per la pace!

Per ultimo, ma non per importanza, Giovanni Paolo II si rivolgeva direttamente ai giovani, che negli lunghi anni del suo pontificato sono stati una delle sue priorità, con un appello che definire profetico è poco.

“Carissimi giovani! Finora mi sono indirizzato al mondo degli adulti. Ma, in realtà, siete voi i primi destinatari di questo messaggio. L’importanza e il significato ultimo degli strumenti della comunicazione sociale dipendono, in definitiva, dall’uso che ne fa la libertà umana. Dipenderà quindi da voi, dall’uso che ne farete, dalla capacità critica con cui saprete utilizzarli, se questi strumenti serviranno alla vostra formazione umana e cristiana, o se invece essi si rivolteranno contro di voi, soffocando la vostra libertà e spegnendo la vostra sete di autenticità”83

Impegno e responsabilità

Il Papa intuì che il futuro dell’umanità sarebbe dipeso da come i giovani avrebbero affrontato e gestito questi strumenti. L’intensificarsi delle informazioni e delle comunicazioni avrebbe infatti modificato le forme del vivere sociale, come poi è avvenuto. L’esortazione era e rimane quella di tenere fisso lo sguardo sull’obiettivo comune: lavorare per una sola famiglia umana contro il disgregamento e la guerra; esortando ad essere «pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3, 15).

«Sì, proprio voi, perché da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo millennio e l’inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo!»84

Sitografia

(1) Giovanni Paolo II [Karol Wojtyla], papa, «Messaggio per la XIX Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali» (19 magg.1985) [ultima consultazione: 13 gennaio 2022] https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/communications/documents/hf_jp-ii_mes_15041985_world-communications-day.html 

(6) Cfr. Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, «Dipendenza da Internet»in IPSICO. [ultima consultazione: 13 gennaio 2022] https://www.ipsico.it/sintomi-cura/dipendenza-da-internet/ 

(8) Cfr. G. Rancilio, «Vite digitali. L’impero del porno online e la piaga dei minorenni», [ultima consultazione: 13 gennaio 2022] https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-impero-del-porno-onlinee-la-piaga-dei-minorenni 

(9) D. Lacomonico, «Dipendenza da pornopografia: Sintomi, Cause e come superarla» [ultima consultazione: 13 gennaio 2022] https://www.studiocolamonico.it/blog/dipendenza-pornografia/ 

 




L’uomo e la tecnologia di comunicazione

Introduzione

 

L’uomo è un essere sociale. Tende in continuazione a relazionarsi con gli altri, non può farne a meno. Ha costantemente contatti con il mondo esterno: che siano eventi naturali, eventi fisici, piante, animali o enti della sua stessa specie. In quest’ultimo caso possiamo costatare quanto sia importante la comunicazione, soprattutto tra esseri umani; senza di essa l’uomo non potrebbe avere alcun tipo di contatto con i suoi simili. Ciò che permette all’uomo di rapportarsi con i propri simili è quindi la comunicazione. Tramite essa l’uomo può scambiare informazioni utili al proprio istinto di autoconservazione, può incrementare le proprie conoscenze, può interiorizzare il punto di vista altrui, può capire lo stato d’animo dell’altro, insomma, potrebbe essere un’occasione di crescita; quindi comunicare sta alla base ed è un presupposto imprescindibile di questo essere sociale, l’Uomo. Se l’uomo inizialmente aveva la capacità di comunicare soltanto tramite un contatto diretto con l’interlocutore, tramite la scrittura iniziò anche a comunicare a distanza, inviando lettere ad esempio. Oggi la situazione è totalmente cambiata: tramite i dispositivi tecnologici siamo in grado di comunicare e inoltrare qualsiasi cosa. Si possono avviare chiamate telefoniche, videochiamate, semplici messaggi, inoltrare file audio, video, fotografici in qualsiasi momento tramite una vastissima quantità di applicazioni: Whatsapp, Messenger (Facebook), Instagram e molti altri. Oltre a comunicare e ad avere interazioni nel privato, tramite i nuovi social si può attuare anche una comunicazione di massa: si crea un profilo inserendo i propri dati, le proprie foto e si condividono con gli altri esperienze, la propria quotidianità, i propri interessi, il proprio modo di essere, le proprie passioni, insomma, tutto. Ciò però in molti casi non rispecchia la realtà in quanto vi è voglia di apparire e persino una buona dose di ipocrisia.

 

  1. Il primo dispositivo tecnologico per comunicare

 

Uno dei primi e più importanti dispositivi in grado di dare la possibilità all’uomo di comunicare è naturalmente il telefono. La creazione di questo meraviglioso strumento tecnologico è in qualche modo connessa ad una diatriba tra 2 personaggi di rilievo: Antonio Meucci e l’ingegner Alexander Graham Bell. Fino al 2000 fu veramente problematico ricondurre la scoperta a uno dei due soggetti, infatti fu proprio grazie al Congresso degli Stati Uniti che si riconobbe Antonio Meucci come colui che diede “vita” a codesto strumento. Nonostante ciò Meucci al tempo non godeva di un patrimonio economico che potesse aiutarlo nel sviluppare e divulgare la propria invenzione, infatti ebbe a malapena la facoltà di accedere ad un brevetto temporaneo, al contrario di Bell (Meucci tentò anche di far causa all’ ingegnere inglese ma con scarsi risultati). Alexander Bell notando l’enorme potenziale del prodotto di Meucci investì su di esso (riuscendo anche, nel 1876 a depositare il proprio brevetto) e fondò la Bell Telephone Company. Il telefono creato da Bell era dotato di un microfono (in grado di trasmettere i suoni) e di un altoparlante (in grado di ricevere i suoni), fondamentalmente è come il telefono moderno che tutti noi conosciamo, ma molto più rudimentale .

Negli anni successivi fu perfezionato sempre di più, ad esempio arrivarono i quadranti rotanti tramite i quali si componeva il numero di telefono facendo girare una ruota su cui si trovavano scritti dei numeri (abbastanza scomodo in quanto nel momento in cui si sbagliava un numero bisognava ripetere la sequenza numerica totalmente da capo). Negli anni 30 venne inventato il telefono a candelabro caratterizzato da una base (trasmettitore) e dalla cornetta (ricevitore) la quale doveva tenersi vicino l’orecchio per l’intera durata della chiamata.

Arriveremo poi successivamente negli anni 70 alla comparsa della tastiera su questi dispositivi che ne aumenterà decisamente la facilità di utilizzo. Fu proprio in questi anni che Martin Cooper diede “vita” al primo telefono cellulare della storia, era solo un prototipo, che però stava per cambiare la vita dell’intera società mondiale. Il suo prototipo venne concretizzato da Motorola, fabbrica per cui l’inventore lavorava, che chiamò Motorola Dynatac 8000x. Un oggetto che fondamentalmente non ha nulla a che fare con i cellulari/smartphone che noi conosciamo in epoca moderna; basti solo pensare che pesasse non meno di 1,1 kg e che aveva una batteria con una durata di circa 30 minuti con un tempo di ricarica di 10 ore (praticamente un’infinità) e che costava ben 4000$.

Naturalmente questi telefoni erano capaci soltanto di avviare delle chiamate, ma sappiamo tutti noi la grandissima importanza che ebbero successivamente gli sms (short message service) che inizialmente alcuni telefoni come il Motorola Handly erano soltanto capaci di ricevere in quanto erano inviati soltanto dai gestori telefonici per fini strettamente informativi (informare l’utente con il costo delle chiamate, i messaggi della segreteria o le nuove offerte). All’inizio gli sms non erano considerati un qualcosa di entusiasmante, in quanto per comunicare una determinata cosa si poteva semplicemente avviare una chiamata, poi però, questi assunsero un grande valore e vennero usati moltissimo, basti pensare che nel 2012 vennero inviati ben 6000 miliardi di messaggi.

 

  1. Il PC e Windows Live Messanger

 

Una delle più importanti scoperte che la tecnologia ha contribuito a sviluppare è appunto il pc (personal computer). I computer sono diventati dispositivi tecnologici di uso quotidiano, basti pensare che ad esempio in Italia solo il 38,8 % delle famiglie non ha il pc in casa. Il computer non è altro che un elaboratore e calcolatore di dati e tramite queste capacità può portare a termine un’infinità di funzioni, una delle quali è appunto la comunicazione. Eniac sembra essere il primo computer elettronico della storia creato alla Moore School of Eletrical Engineering per il Ballistic Research Laboratory, ex centro di ricerca dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

La svolta di questo marchingegno ci fu nel 1981, quando IBM diede vita al primo personal computer (pc); questo era dotato di un sistema operativo Microsoft ed era stato assemblato da un gruppetto di giovani tecnici di una piccola divisione IBM in Florida. Come detto in precedenza il pc ha numerose funzioni, una delle quali è la capacità di poter far comunicare l’uomo, resa possibile grazie a quella che noi tutti oggi conosciamo come connessione ad Internet. Una delle applicazioni più importanti che diede la possibilità alla società di comunicare tramite pc fu Windows Live Messenger, commercializzato il 25 ottobre del 2001.

Con Messenger era (si era, poiché dal 1 novembre 2014 Windows Live Messenger fu dimesso in tutto il mondo, anche se ora per alcuni nostalgici esistono delle patch per riutilizzarli odiernamente) possibile, tramite connessione ad Internet,  conversare via testo oppure tramite file audio con un altro ente qualsiasi, che questo viva a pochi metri dalla propria abitazione oppure dall’altra parte del mondo. Ognuno possedeva un profilo con una foto e un nome e bisognava aggiungere un contatto tramite, appunto, nome e cognome e in aggiunta vi era la possibilità di inviare delle emoticon, ovvero delle “faccine” con le quali era possibile non solo colorire le proprie affermazioni formulate sotto forma di testo, ma in alcuni casi era appunto un modo per comunicare e far presente il proprio stato d’animo del momento. Iniziano quindi ad esserci delle nuove modalità con le quali si può comunicare; oltre alle emoticon, infatti su Messenger era possibile inviare i “trilli”, che erano come dei squilli degli avvertimenti con un suono particolare che, li contraddistingueva dai classici messaggi, e che erano inviati con il fine di rendere noto al ricevitore che lo si stava cercando oppure che lo si stava pensando; era semplicemente un modo diverso di cercare una persona. Tuttavia MSN non era ancora definibile un social, o per lo meno non era il tipo di Social che noi tutti oggi conosciamo; le conversazioni e i tentativi di comunicazione che avvenivano nell’applicazione sviluppata da Microsoft erano strettamente e unicamente private e nessuno oltre ai diretti interessati poteva accedervi. Fu poi proprio con la creazione dei Social Network che cambiò tutto in quanto non è possibile comunicare solo nel privato, ma si ha la possibilità di concretizzare delle vere e proprie comunicazioni di massa.

  1. Facebook, Instagram e l’approdo dei social sugli smartphone

 

Ai giorni d’oggi conosciamo tutti il vastissimo utilizzo dei Social Network. Vengono usati quotidianamente e costantemente soprattutto dai teenagers, tanto da diventare dipendenti da essi. I Social di maggior rilievo ai giorni d’oggi sono Instagram e Facebook, anche se attualmente il primo sembra essere ormai il più utilizzato. Il grande sviluppo di questi social è naturalmente fondato sul fatto che si possa accedere tranquillamente ad essi tramite smartphone e ciò vuol dire che sono sempre e comunque a portata di mano, ma non è stato sempre così. Il primo dei due ad essere fondato fu appunto Facebook, un progetto ideato e concretizzato da uno studente di Harvard nel 2003 che tutti oggi conoscono: Mark Zuckerberg.

Facebook è un Social all’interno del quale si crea un profilo. In questo profilo è possibile (e non obbligatorio) caricare una “foto profilo” che tendenzialmente dovrebbe essere la propria foto al fine di dare un volto all’identità creata, un’”immagine di copertina” che in qualche modo abbellisca il proprio profilo, come se fosse un quadro e naturalmente tutte le informazioni più importanti riguardo l’ente in questione: il proprio nome cognome ed eventuale soprannome, il genere, la data di nascita, luogo di nascita, luogo di residenza, il proprio impiego personale in ambito lavorativo o universitario/scolastico, i recapiti personali come il numero di telefono oppure la propria e-mail, l’orientamento religioso, politico o sessuale, i propri interessi ( ad esempio le proprie passioni) e anche menzionare i propri parenti ( genitori, zii, cugini ecc..). Le funzioni di Facebook sono molteplici in quanto può essere considerato una vera e propria vita virtuale. Sul proprio profilo, o meglio, sulla propria “bacheca” possono essere pubblicate svariate cose: foto o video fatte autonomamente, foto o video condivisi da pagine o da altri profili, ma anche pensieri o citazioni. Naturalmente a tutto ciò che è condivisibile, gli enti di Facebook, possono reagire con dei “mi piace” o addirittura commentare.

Un altro social precedentemente citato che oggi ha un enorme successo è Instagram.

Quest’ultimo si differenzia leggermente da Facebook in quanto tutto ciò che è condivisibile lo è solamente tramite foto o video. Una dinamica che lo differenziava da Facebook era la “storia” (si parla al passato poiché oggi le storie possono essere condivise anche tramite Facebook), ovvero un contenuto che rimane presente solo per 24 ore, scadute le 24 ore va a finire in un archivio consultabile solo dal proprietario del profilo. Nonostante ciò le storie ormai possono però essere salvate nelle “storie in evidenza” ovvero una rubrica presente sul proprio profilo e visibile da tutti che raggruppa un determinato numero di storie che noi scegliamo di mantenere visibili in qualsiasi momento sul nostro profilo.

Sia Facebook che Instagram hanno la possibilità di avviare delle conversazioni private tra utenti: con Facebook lo si può fare tramite Messenger (applicazione diversa da quella trattata nel precedente capitolo, ma simile a livello funzionale), in quanto è un App di supporto di Facebook con la quale è possibile avviare delle chat private. Instagram ha una sezione completamente dedicata alle conversazioni private, che chiama DM (Direct Message). Capito il funzionamento di entrambi i social si possono constatare delle dinamiche comunicative molto particolari: se prima le conversazioni avvenivano in maniera privata e con un numero ristretto di persone, sui social moderni si concretizza una vera e propria comunicazione di massa. Si può comunicare a tutto il mondo qualsiasi cosa si vuole, in qualsiasi momento. Si comunica perfino la propria persona in tutte le proprie sfaccettature! Basti pensare agli Influencer, ovvero coloro che hanno fatto dei social una piattaforma lavorativa (caratterizzata inoltre da un alto contenuto retributivo tramite sponsorizzazioni e pubblicità) e che hanno una vera e propria vita parallela nei social: condividono ogni momento della giornata, ogni spostamento, rendendo partecipi tutti i loro followers (seguaci) suscitando divertimento ed interesse, ciò che poi permette anche di far acquistare a loro i prodotti che sponsorizzano. Ci sono molti che usano questa modalità di comunicazione (quella di massa) per inviare dei messaggi positivi, per sensibilizzare riguardo un determinato argomento, per divulgare la verità quando vi è una situazione ove la menzogna la fa da padrone, per avviare dei movimenti benefici, insomma per intenti che siano prettamente positivi e moralmente buoni e puri. Tuttavia, la comunicazione di massa non ha dei fini necessariamente positivi: ci sono infatti in alcuni casi personaggi che vogliono deviare la verità per qualsiasi motivo, oppure chi comunica solo per fini egoistici e mai costruttivi, chi invece dà sfogo alla sua più totale ipocrisia. Molti utenti infatti cercano di apparire in continuazione e mai di “essere”: si mostrano come paladini della giustizia, come sostenitori di ideali caritatevoli e solidali, ma in realtà non supportano realmente questi ideali, diventando ed essendo in realtà paladini dell’ipocrisia. Altri tendono a mostrare uno stile di vita d’elite, mostrandosi in luoghi conosciuti e rilevanti, con vestiti costosi, ostentano, cercano approvazione, cercano di suscitare invidia e di essere apprezzati dagli altri.

 

Conclusione

 

Per concludere, si intuisce facilmente come le tecnologie di comunicazione si siano enormemente sviluppate lungo il tempo e quanto esse abbiano in qualche modo migliorato la nostra situazione avendo una vastità di fattori positivi e allo stesso tempo alcuni fattori negativi. Sappiamo come sia divenuto facile e confortevole comunicare grazie a questi strumenti ma allo stesso tempo abbiamo constatato come nei Social ci siano moltissimi fattori negativi precedentemente elencati (mal informazione, ipocrisia…). Ciò rende coscienti del fatto che comunicare tramite i nuovi dispositivi tecnologici e tramite l’infinità di app presenti sui nuovi smartphone può essere positivo o negativo in base all’intenzione con cui si avvia la pratica. Non esiste una generalizzazione valida sempre e comunque riguardo al loro riscontro, tutto sta nella coscienza di ognuno.

 

SITOGRAFIA

Crescenzi, Chiara, Come è cambiato il telefono: da Meucci a Steve Jobs, 2020. <https://techprincess.it/come-e-cambiato-telefono/amp/> [ultima consultazione: 19 settembre 2022]