GUARDO LA VITA ATTRAVERSO UN OBLO’

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Il mondo della comunicazione e la sua solitudine oggi 

Correre, tu devi correre, non devi domandare ne rispondere;

ti devi alimentare con le compere, scattare, commentare, scorrere…”

Queste sono parole di una nota canzone di Anastasio, “Correre”. Mi hanno sempre colpito particolarmente perché mi sembrano adatte nel descrivere il mondo di oggi. Da esse voglio partire.

Girando molte scuole nelle assemblee d’istituto e nelle classi, in progetti coi giovani e tante attività in mezzo ad adolescenti e fanciulli, ascolto ogni giorno numerose voci d’aiuto che si mischiano in pianti, rabbia, delusioni, traumi ancestrali e grandi voragini affettive rimaste inespresse o inascoltate. È un grido, un grido che parla di solitudine.

È possibile sperimentare la solitudine in un mondo di “comunicazione”?

Questo è il mondo della comunicazione, dei social, dei mass-media1, un mondo dove le notizie volano in microsecondi da una parte all’altra del mondo con un semplice click della tastiera, e tutti siamo costantemente aggiornati su tutto.

Un mondo fatto di immagini, l’elemento fondamentale oggi, che bombardano i nostri sensi, ci invitano a comprare, a spendere per ottenere qualità. La pubblicità ci viene presentata in mille salse e non ce ne possiamo sottrarre: la vediamo sui cartelloni alla fermata del bus, come negli spazi televisivi quando si fa zapping e nei blocchi calcolati ogni 35 minuti in una trasmissione, come tra un video e l’altro su Youtube2 o nelle pagine Internet. Difatti questo è un mondo basato sul mercato, che vive di competizione. Mi pongo allora una domanda: «fino a dove arriva realmente la nostra fraternità?».

Questo è un mondo fatto da tantissimi input che ci fanno venire il capogiro: ogni giorno incontriamo foto, suoni, rumori, notizie, pubblicità, annunci, musiche, parole e altro ancora che non ci danno lo spazio di cui abbiamo bisogno, quello di fermarci. Sì perché è un mondo che si muove velocemente, dove tutto è frenetico, rapido, con ritmi serrati, tutto calcolato in un tempo che deve garantire produttività; e allora lo spazio che l’essere umano necessita per farsi le domande giuste (sulla sua vocazione, sul senso del suo agire, sulla qualità effettiva della sua vita) viene meno, non lo consideriamo importante e non ci poniamo così le domande esistenziali che ci servono. Noi Chiesa dovremmo essere quello spazio di stop, quella casa in cui posare il capo e regalare silenzio e domande a chi non lo fa mai o non se lo permette.

Una Chiesa del riposo, del riparo, del rimettere ordine nella propria vita, una Chiesa che ascolta lo stress e l’ansia che continuamente gira e contagia tutti.

Questo è un mondo dove si costruiscono le relazioni: sono relazioni importanti, di amicizia, magari di un affetto di lontana memoria, relazioni alimentate e tenute in vita dai social3 che hanno il potere di congiungere persone da un continente del mondo all’altro. Ciò senza dubbio è molto utile e dà una grossa possibilità per raggiungere ciò che non sarebbe facile ottenere senza un viaggio aereo e del tempo ben dedicato. Eppure, queste relazioni muoiono quando di quei 5000 amici su Facebook4 probabilmente a pochissimi abbiamo stretto la mano, li abbiamo guardati negli occhi, li abbiamo abbracciati per trasmetterli il nostro affetto. Mancano le relazioni reali. Mancano i rapporti in cui giochi di sguardi, gesti di attenzione all’altro e il contatto fisico fanno la differenza. Ora ci si vergogna di abbracciarsi davanti agli altri o di dirsi “ti voglio bene” davanti al gruppo di amici. Spererei di sbagliarmi e che non fosse davvero così.

(“Amanti al cellulare”, Banksy)

 

..in questo parla parla per salire a galla quanto lotterai!”

Anastasio parla così a riguardo di un mondo che centrifuga le nostre menti, ci seppellisce in mezzo a mille parole, di commenti e di non-luoghi dove poter dire “Mi piace” ed esprimere giudizi sugli altri per le loro foto, per quello che mostrano, per come si presentano, per quello che vendono di loro stessi … e poi ci perdiamo la bellezza di essere noi. Essere noi stessi e basta, senza maschere, senza dover usare sempre filtri per renderci più belli, più accettabili, più socialmente parte di un gruppo.

Finchè i ragazzi non sono ascoltati nella loro vera bellezza tutto resta fumo.

Ogni attività pastorale che possiamo inventarci, seppur creativa e bella, se non passa attraverso questo loro bisogno di essere visti per quello che sono, muore.

Forse, il problema principale può essere quello della verità: oggi non sappiamo più qual è la verità delle cose. Le notizie possono essere pilotate e orientate politicamente; le fake news5 ci possono spacciare per vero qualcosa che è falso; i talkshow6 ci danno un esempio di dialogo che non è dialogo, cadendo nel litigio, alzate di voce irrispettose, in dibattiti aggressivi, nel non-ascolto; i reality show7 mischiano realtà e finzione, inculcando l’idea che il privato possa essere svenduto a tutti davanti a telecamere e schermi, perdendo il gusto di quelle emozioni personali che sono belle perché sono nostre, ed è bello siano cose che restano nella nostra intimità. E così noi Chiesa dobbiamo navigare dentro queste complicate acque, che portano naufragi e tempeste, e provare a testimoniare la verità in un mondo che se l’è scordata. Dovremmo comunicare coi ragazzi e farli pensare con la loro testa, farli ragionare su quello che sta succedendo, integrare l’annuncio di Gesù agli annunci che ogni giorno vedono in televisione. È raccontare il Vangelo in un modo più conforme a loro.

Uso la canzone di Anastasio come linea guida di queste riflessioni, e per un attimo mi fermo ad ascoltare bene queste parole:

passo le ore ad aggiornare una pagina sola, a vedere chi mi ama e chi no.

Bruciano gli occhi, lo schermo mi lacera, guardo la vita attraverso un oblò”

Infatti questo è anche un mondo virtuale: tutti ormai si trovano dentro il calderone di quello che è Internet, una vera rete di comunicazione che permette cose inimmaginabili un tempo. Internet è ricco di possibilità, alcune di queste però passano esclusivamente a livello virtuale, togliendo il contatto col mondo reale.

Steven Spielberg ha realizzato l’anno scorso un film molto bello riguardante proprio queste tematiche, Ready Player One. Nel film i protagonisti creano relazioni soltanto in un mondo virtuale dove la realtà quotidiana si confonde con questo videogioco che però aiuta le persone ad evadere dalla loro triste condizione. Oggi i ragazzi cercano di evadere attraverso videogiochi che però, se usati costantemente in modo snodato e sbagliato tolgono il gusto del contatto con la natura, della spontaneità degli sguardi e delle reazioni umane, ci fa scordare l’essenza delle cose da esplorare, da interrogare, da metabolizzare, da integrare nella propria percezione.

La realtà aumentata8 oggi è complice di questa dinamica che uccide la nostra natura.

Così il mondo lo conosciamo in parte, conosciamo solo la sua sfumatura digitale, ma non entriamo in dialogo con le emozioni vere scaturite da profumi, colori, sensazioni tattili, distanze da percorrere, vento che accarezza il volto e tutto quello che regala il mondo circostante reale.

Non vediamo tutto veramente, ma siamo abituati a porre un filtro tra noi e la realtà: questo avviene ogni volta che guardiamo lo schermo, ogni volta che usiamo il touch screen9 del telefono per cercare il ristorante migliore o vedere l’ultima partita di campionato o trovare il benzinaio più economico. Tutto è filtrato da qualcosa che denaturalizza la realtà pura delle cose. Lo sguardo si abitua ad una percezione non totalmente realistica di ciò che ha davanti, come se davvero si guardasse un paesaggio con un tramonto meraviglioso attraverso il vetro di un oblò senza uscire di casa. Noi Chiesa dovremmo avere il coraggio di infrangere questo filtro, di rompere questo oblò che separa gli sguardi e far affascinare i ragazzi ad una realtà concreta, perché solo avendo la percezione reale intera del Creato possiamo fare esperienza del suo Creatore. Dovremmo far incuriosire per ciò che non si conosce ancora, motivare le nostre spiegazioni, intrigare gli occhi dei ragazzi attraverso il contatto con le cose senza mediazioni, con la cruda e nuda natura, e offrire storie di vita vera, di vita vissuta, di vita coerente alla propria chiamata.

(“The man with the movie camera” di D.Vertov, 1929)

 

Questo è un mondo dove tutto è accessibile e a portata di mano: esistono le app10 che permettono qualsiasi tipo di azione e permettono di avere sempre il mondo in tasca. Si ha il potere di comunicare, di esprimere, di conoscere, di esplorare, di cercare, di creare, di aggiustare, di domandare, di rispondere, di giudicare, di guardare, di ascoltare, di imparare, di copiare, di trasformare, di scrivere, di leggere, di incontrare, di comprare, di rallentare o velocizzare, di tagliare, di incollare, di mettere in evidenza… tutto attraverso le app che scarichiamo sul telefono con un tocco di schermo. Sono tutte azioni umane, dentro la nostra istintività, ma rilegate ad un’operazione digitale. Non abbiamo più bisogno di fare chilometri in bicicletta per andare in biblioteca a studiare quando abbiamo Wikipedia11; non ci servono manuali o guide di istruzione quando puoi digitare su Google12; non serve fare la fatica di andare da mille parti per ottenere quello che vogliamo quando possiamo farlo direttamente dalle nostre tasche. Ecco che allora perdiamo il gusto della fatica, del sudore speso per quello che conta, del sacrificio compiuto per realizzare un obiettivo. Tutto è troppo semplice e diventiamo persone da divano, non più esploratori e pionieri. Noi Chiesa dovremmo far riscoprire la bellezza della fatica e far sperimentare ai ragazzi che il valore di una cosa si calcola sulla grandezza del sacrificio compiuto per ottenerla. Dovremmo provare ad aggiornarci anche noi, conoscere il loro mondo per poterci entrare e soprattutto comunicare con la stessa lingua. Perchè non puoi parlare ad una persona in dialetto se lei stessa non lo parla mai o non l’ha mai ascoltato.

È una sfida che vogliamo accettare.

Ci vogliamo affermare, ma sbattiamo nel muro:

siamo chiunque e non siamo nessuno,

e io sono sicuro soltanto del fatto che sono insicuro..”

Queste parole mi catapultano dentro una verità celata che nascondo molte volte perché difficile da ammettere, ma che ora riconosco.

Perchè questo è un mondo di risultati: si parla tanto della moda, di modi di fare e di essere, di abitudini divenute tali per conformismo; i ragazzi imitano quello che li circonda e cercano di diventare grandi troppo presto e nel modo sbagliato perché i grandi che hanno avuto vicino non sono stati abbastanza capaci di trattarli come dovevano. Tante tappe sono state bruciate, tanti adulti non sono stati tali, non sono stati coerenti con quello che dicevano, se ne sono andati, hanno tradito la loro aspettativa. E allora il mondo digitale e il mondo odierno in generale gioca e fa leva su questa carenza, approfittando di queste lacune per creare un pensiero comune.

Il mercato offre dei prodotti usa e getta, costringendo e poi abituando le nostre menti ad una cultura per cui le cose si comprano ma prima o poi finiscono. Ci danno prodotti che si esauriscono apposta, così da produrre continuamente e guadagnarci molto di più. E i ragazzi sono figli del loro tempo, le loro relazioni (e oserei dire “nostre”) diventano un consumismo che apparentemente dura, ma poi si estingue e si cerca altro. Le persone diventano oggetti e tutto perde il vero significato.

Noi Chiesa dovremmo aiutare i ragazzi a puntare sulla scoperta dell’identità dell’altro, a far nascere in loro la curiosità e la passione per le cose eterne, per le cose che non finiscono, per le relazioni che nonostante il tempo e la distanza durano. L’amore vero permane, ma non ci crediamo perché tutto si consuma sempre.

Per questo motivo non si punta sull’eternità, ma sull’immediato risultato, sull’immagine, sulla gratificazione che si riceve dalla gente quando rispondi alle loro aspettative.

Oggi tutti vogliono essere vincenti, vogliono avere trofei e mostrarli su ogni profilo come se il valore di una persona si calcolasse dagli applausi che riceve.

Insomma, siamo in un mondo di comunicazione, ma siamo profondamente soli.

La solitudine è quel mostro che lacera la pelle e scava dentro il cuore, che ti fa ripiegare su te stesso e pensare soltanto ai tuoi problemi; si trascina il dolore che abbiamo vissuto e che non vogliamo sentire, e allora lo nascondiamo perché è troppo fastidioso, sublimando con qualcosa di istantaneamente raggiungibile. Il mondo facilmente ci propone dei surrogati, delle soddisfazioni temporanee per colmare quel vuoto che in fondo in fondo sentiamo. Tutto quello raccontato antecedentemente ne è la lista completa.

Allora da cristiano mi interrogo sulla mia testimonianza, se davvero sto riuscendo a portare quello che Lui vuole. Mi sembra di aver capito nella mia vita che il mondo così com’è fatto non dobbiamo allontanarlo o combatterlo, ma dobbiamo amarlo!

Un modo per amare il nostro mondo forse potrebbe essere quello di conoscerlo davvero, di lasciarci mettere in crisi e provare a penetrare di più i sistemi di cui è composto: i ragazzi non hanno bisogno delle nostre parole, hanno bisogno del nostro amore, hanno bisogno della nostra passione per loro!

Un altro passo importante dovrebbe venire dai genitori, che potrebbero educarli ad usare bene gli strumenti che hanno a disposizione, ovviamente questo implica che anche loro dovrebbero aggiornarsi, conoscere il mondo e comunicare coi loro figli nel modo giusto.

L’attività pastorale che ci impegniamo a svolgere può entrare dentro questa dimensione, di ascolto e di formazione, di aggiornamento e di dialogo coi giovani, di comprensione vera del mondo intorno a noi attraverso la lente della passione. Abbiamo tanti strumenti a disposizione per poter dialogare con la cultura giovanile: il cinema e la musica sono i primi strumenti che mi vengono in mente.

Ci si può davvero sentire soli in questo mondo di comunicazione, che come ogni cosa ha una doppia faccia sulla medaglia. Esso è utile, è evoluzione del genere umano verso un progresso scientifico e tecnologico sicuro, ma anche attore dell’alienazione che offre per surrogare le mancanze che ci portiamo dentro.

Sta a noi scegliere che parte di medaglia vogliamo testimoniare.

Senza filtri, senza schermi, senza virtualizzazioni, uno sguardo incantato e vero che non osserva più da un oblò.

David Martìnez

1Mass-media, strumenti o veicoli propri dell’industria culturale come stampa, radio, cinema, televisione, ecc…, Enciclopedia Treccani

2Youtube, piattaforma di condivisione di filmati sulla rete, fondata nel 2005 come società informatica, Enciclopedia Treccani

3Social network, servizio informatico on-line che permette la realizzazione di reti sociali virtuali, Enciclopedia Treccani

4Facebook, social network fondato da Mark Zuckerberg e Dustin Moskowitz nel 2004, con utenza estesa all’intera rete telematica, Enciclopedia Treccani

5Fake news, informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata attraverso il web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione, Enciclopedia Treccani

6Talkshow, programma radiofonico o televisivo fondato essenzialmente sulla conversazione all’interno di un dibattito su determinati temi, Enciclopedia Treccani

7Reality show, programma televisivo di intrattenimento basato su situazioni ispirate alla realtà vissute da persone comuni, Enciclopedia Treccani

8Realtà aumentata, tecnica di realtà virtuale attraverso cui si aggiungono informazioni alla scena reale, realizzabile con piccoli visori che permettono di vedere la scena reale attraverso lo schermo semitrasparente, Enciclopedia Treccani

9Touch screen, tipo di schermo sensibile al tatto in grado di ricevere comandi riconoscendo il punto in cui viene toccata la superficie con le dita, Enciclopedia Treccani

10App, applicazioni per dispositivi mobili scaricabili on-line gratuitamente o a pagamento, Enciclopedia Treccani

11Wikipedia, enciclopedia libera di fruizione esclusiva della rete Internet, nata nel 2001, Enciclopedia Treccani

12Google, motore di ricerca del web creato nel 1998 dall’omonima società, il più utilizzato al mondo, Enciclopedia Treccani

Categories: Esame Leoniano 2019

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