Trasmettere messaggi o comunicare?
Qualsiasi tipo di media, non solo digitali, hanno portato delle innovazioni all’interno della società. Pensiamo ad esempio alla scrittura, oppure alla stampa. A volte tutto questo ha minato anche l’autorità della Chiesa stessa.
I media nascono essenzialmente per risolvere un problema per l’uomo, ma nell’utilizzo cambiano il modo di vedere le cose, è come se ci si abituasse all’utilizzo di alcuni strumenti. Nessuno può sentirsi escluso da questi cambiamenti, nessuno può rimanerne fuori, in quanto tutta la nostra società oggi, è ormai digitale.
C’è una sostanziale differenza però, tra la trasmissione dei messaggi, e il comunicare con i media.
Noi vogliamo comunicare qualcosa che non è saltuario, ma è una linea di comunicazione ininterrotta, per questo possiamo parlare di una teologia della comunicazione, una comunicazione tra uomo e Dio.
È importante precisare ai nostri giorni, che il luogo dell’evento cristiano non è affatto identificato nella natura, ma è la storia. L’evento cristiano è la manifestazione di Cristo, l’evento storico di Cristo. Gesù ci trasmette in maniera completa il mistero di Dio. Il modello da capire è quello di Gesù che comunica Dio.
Solo di fronte ad un altro, io posso avere una relazione, una comunicazione, quando all’altro riconosco una dignità tale da poter comunicare con lui.
Gesù ci trasmette, con il linguaggio e la cultura del tempo, tutto ciò che ha visto e udito dal Padre, è il modello perfetto, per noi, di comunicatore.
Con il tempo dobbiamo aggiornare e modificare il modo di comunicare l’evento cristiano, in un continuo progresso. La teologia della comunicazione si fonda sull’evento cristiano e alla base c’è sempre una relazione. Il comunicare cristiano non è legato prettamente al digitale, solo perché siamo nella cultura digitale.
Per poter fare questo però, bisogna prima comprendere come i media modificano e trasformano le relazioni nel quotidiano di ogni persona.
La pastorale digitale non nasce con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la teologia della comunicazione è lo strumento per progettare una pastorale digitale. Sarà una pastorale “nel” digitale, in quanto il digitale è una cultura totalmente nuova.
I nostri apparecchi di per sé non sono in grado di fare nulla, ma hanno bisogno di un software. Parliamo di un software invisibile che governa il mondo e fa accadere eventi, come sembra volerci dire Papa Francesco nella Laudato si.
Spesso siamo esclusi dalle comunicazioni tra software, come ad esempio il telepass o la cassa al supermercato. Noi stiamo all’interno di una sfera costruita dal digitale, che fa da interfaccia tra noi e la natura stessa. Il digitale sta scrivendo una nuova natura, mediata dal digitale stesso, il nostro ambiente è mediato dal digitale. La nostra percezione del mondo, è ormai attraverso il digitale.
La preoccupazione è che la visione che ci dà della natura, è elaborata, è un qualcosa che non esiste al di fuori del digitale, un esempio concreto di tutto questo potrebbe essere l’ABS delle nostre auto, il quale ci avvisa con un tremore perché non avremmo altrimenti la percezione di ciò che sta accadendo.
Siamo passati da un periodo di storia nel quale noi descrivevamo il mondo intorno a noi, ad un periodo dove noi creiamo la natura intorno a noi. Cerchiamo di adattare il mondo intorno a noi, al digitale, troviamo il chiaro esempio nell’adattare gli ambienti domestici per agevolare il passaggio del robot incaricato delle pulizie.
Noi chiamiamo la Sacra Scrittura Parola, e questo denota un forte simbolismo, ma d’altra parte denota anche una forte contraddizione. Leggere la Bibbia è un’impresa faticosa, serve specializzazione e studio, è una Parola creatrice, ma dopo averla letta non siamo in grado di creare nulla. Tutti sono pronti a lamentarsi di Dio quando accade qualcosa. La scienza descrive la natura e poi cerca di ri-crearla. Come potremmo leggere la Bibbia e non capire nulla, così può accadere anche con i software e i programmi. Posso comprendere il software eseguendolo, cosi come posso capire Dio dagli eventi. Se leggo il software non eseguo, cosi che se leggo la Bibbia non vedo Dio. Capiamo che stiamo trasferendo apparati linguistici della teologia alla tecnologia.
In teodicea Dio era il responsabile del mondo, mentre oggi la scienza sposta la responsabilità del mondo all’uomo. Tale scienza ci fornisce gli strumenti di dominio per il mondo, lasciando da parte Dio. Con il digitale ci stiamo facendo aiutare a costruire il mondo, cosi da passare la responsabilità dall’uomo alle macchine.

La questione dei big data
Big data: sono una serie di tecnologie legate ad una grandissima quantità di dati. Parliamo di big data dall’unita dei terabyte a salire. Ci si pone oggi davanti a tale questione, in quanto abbiamo la possibilità di memorizzare così tanti dati in uno spazio piccolissimo.
Questi dati hanno anche un grande valore economico, in quanto essi nascono in ambito commerciale. Tutti questi dati sono generati da noi, in quanto persone che utilizzano una rete, ad esempio i nostri smartphone, ne sono grandissimi produttori. Come detto in apertura, c’è un fenomeno evidente detto di convergenza, che cioè tale strumento vada a sostituire moltissimi oggetti di uso comune. Tale fenomeno favorisce di gran lunga la raccolta di questi dati in quanto le tecnologie ai nostri giorni, tendono a convergere.

Per dare qualche prospettiva, pensiamo che ogni essere umano nel 2020 ha creato 1,7 megabyte di dati al secondo, e il 90% dei dati che abbiamo a disposizione, sono stati generati solo negli ultimi due anni.
Altra sfida che ci porta il big data è la cancellazione del vero, dal verosimile. Più dati ho e meno ho la possibilità di sbagliare. Il problema di avere molti dati, è quello di elaborarli. Io debbo rinunciare ad indagare i dati per ottenere la verità delle cause delle cose, accontentandomi di una grande approssimazione e correlazione. Rinuncio cioè ad un problema che mi potrebbe impiegare diversi anni, per accontentarmi di una approssimazione di calcolo correlativo che mi dà il verosimile e non il vero.
Ci accontentiamo perché nella stragrande maggioranza dei casi funziona.
Pastorale della cultura digitale
In tutto questo è possibile una pastorale della cultura digitale? Dio non è nella natura, se la cultura digitale nasce dalla riscrittura della natura, allora non intacca Dio. Dio rimane una domanda inalienabile nella vita dell’uomo, la stessa domanda sull’esistenza di Dio è ancora oggi lecita e questa è la prima cosa che la pastorale digitale dovrebbe tener di conto.

Quando ci accontentiamo di spiegazioni semplici, da catechismo di prima comunione, la risposta scientifica ci mette in crisi perché non andiamo ad accettare la sfida che ci consentirebbe di spostare il discorso dalla natura per riportarlo a Dio. Non abbiamo mai accettato la sfida di domande sul senso.
Un Dio che non è affatto nella natura, ma nella storia, e la storia la fanno gli uomini, è lì che avviene l’incontro con Dio, e non c’è digitale che tenga. Dio è al di sopra delle capacità del digitale nel condizionare la nostra vita.
Il digitale per sua natura dà risposte e non pone domande, ma le domande che sono in noi non trovano affatto risposta nel digitale. Ci vuole il coraggio di porre domande scomode e non di abbracciare la via semplice di dare risposte pre-condizionate che possiamo ricavare da tutti i media.
C’è bisogno quindi di giuste domande, le quali vadano a toccare il cuore dell’uomo. Serve una pastorale progettata sul cuore e sulla comprensione dell’uomo, per trasmettere il messaggio cristiano.
La Bibbia parla del digitale! Il cardinale Carlo Maria Martini, per esempio, trattando il tema dell’emorroissa del Vangelo, dice che questo episodio ci parla del mondo tecnologico: <<E’ così che la mia immaginazione è stata attratta da questa pagina evangelica. Leggo infatti in essa tre realtà che caratterizzano la nostra civiltà, tanto condizionata dai mass media: la massa, la persona e la comunicazione>>. Egli paragona la massa, alla folla anonima che si accalca intorno a Gesù, la persona, all’emorroissa la quale emerge dalla massa e la comunicazione, alla forza risanatrice di Gesù verso la donna.
Altro esempio, è Papa Benedetto XVI, che già con il solo titolo del messaggio per la XLIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: ‹‹Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola››, ricorda che il compito primario del sacerdote – e di tutti i battezzati – non può che essere quello di annunciare il Vangelo: la Persona di Gesù Cristo. Si definisce che, nella Chiesa, l’azione comunicativa è un servizio alla Parola e della Parola.
Concludiamo la nostra breve riflessione, facendoci accompagnare dai numeri 31 e 32 del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Comunicazione e missione, della Conferenza Episcopale Italiana, lasciandoci deliziare e provocare da questa citazione: <<La storia della salvezza narra la comunicazione di Dio all’uomo. Dio crea e la sua attività creatrice si esprime come parola, comunicazione che plasma e dà vita. Sin dall’inizio Dio pone nell’universo e nell’uomo un desiderio, un’aspirazione, un dinamismo ascendente, che risponde al movimento discendente della sua apertura amorosa e misericordiosa. Ponendo il mondo e l’uomo come “altro da sé”, Dio istituisce la possibilità di un autentico dialogo tra il creatore e la creatura che ha il suo culmine nell’incarnazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dio realizza qui un salto di qualità comunicativa: nel suo Figlio, Gesù di Nazareth, non dialoga tramite il suo invisibile annunciarsi nella tenda del convegno o nel tempio dell’antica alleanza, ma con la presenza personale del suo Verbo eterno, il Figlio amato, che bisogna ascoltare e seguire (Mc 9,6-7). La comunicazione realizzata nel Verbo incarnato è immediata, unica e singolare, perfetta e assoluta. Cristo si rivela come autocomunicazione dell’amore di Dio per gli uomini, ricapitolando tutto in sé per il Padre, rompendo le catene dell’incomunicabilità umana e orientandola verso un futuro di piena comunione. L’uomo Gesù è la comunicazione per eccellenza di Dio ad ogni uomo, come Figlio del Padre egli è l’icona umana di Dio (Col 1,15), la sua Parola. Se Gesù parla agli uomini, è il Padre stesso a parlare. Poiché Gesù è il Figlio – e non uno dei tanti mediatori possibili tra il divino e l’umano – egli riceve tutto dal Padre e vive per il Padre di cui liberamente fa la volontà compiendo la sua opera: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19). Affidato radicalmente al Padre, caratterizza la sua missione tra gli uomini come un invito a ritrovare il Padre, a riscoprirlo nella verità beatificante del suo volto, a bramarlo dal profondo del cuore>>.
Maurizio Baldi
SITOGRAFIA
https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/index_it.htm
https://www.intelligenzaartificiale.it/big-data/
https://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-maria-martini/
https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/c-m-martini/cm-lettere-pastorali/1991



