RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

 La missione della Chiesa, sia dal punto di vista di un’autentica capacità di comunione ecclesiale, sia dell’annuncio da rivolgere ai lontani, esige oggi che si considerino la comunicazione e la cultura non tanto fattori strumentali quanto piuttosto dimensioni essenziali dell’evangelizzazione e dell’azione pastorale.

I nostri giorni, come ricordava Giovanni Paolo II parlando dei mass media, «non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna»[1]. Si impone una necessaria rivisitazione del rapporto tra contenuto e forma di comunicazione in quanto la forma ormai è parte integrante del contenuto.

Siamo in un tempo che ci ha permesso di vedere la vita della Chiesa sembra reggersi solo sui pilastri della liturgia, della catechesi e della carità, mentre la comunicazione, quando viene presa in considerazione, è relegata a fattore strumentale, di cui qualcuno si fa carico più per passione personale che per una effettiva considerazione teologica e pastorale, lasciandoci vedere la maggiore difficoltà incontrata in questo percorso riguarda la reale capacità dei diversi soggetti ecclesiali ad assumere fino in fondo la sfida delle comunicazioni sociali.

I nuovi media, e l’interazione sempre più stretta tra questi e quelli tradizionali, offrono nuove opportunità per dare voce al Vangelo, su questo siamo solo agli inizi, diventa necessario che la Chiesa s’interroghi su che cosa il Signore le chiede per far arrivare la sua voce fino agli estremi confini degli sviluppi mediatici, perché questi rappresentano i veri confini della terra.

L’uomo infatti si legge nella Gaudium et Spes, «specialmente con l’aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su tutta intera quasi la natura e, con l’aiuto soprattutto degli accresciuti mezzi di molte forme di scambio tra le nazioni, la famiglia umana poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero»[2].

Dobbiamo riconoscere gli spazi virtuali si sovrappongono a quelli reali e le distanze si misurano in possibilità di accesso, non più in chilometri. Attraverso Internet si può entrare in comunicazione, in tempo reale, con ogni angolo della terra e potenzialmente con ogni uomo[3].

Ma che cosa sono questi media? Più che meri strumenti sono «riflessi dell’umano». Quando parliamo di media in un certo senso stiamo parlando di noi, quindi, più che definire il concetto di «media», occorre comprendere la natura del legame sociale «uomo-media», rendersi conto che «non sono i media a mutare l’uomo, ma è l’uomo a intervenire in essi, ad «adoperarli» come proprio riflesso per qualsiasi istanza e bisogno. Di conseguenza i media sono «proiezioni dell’umano», cioè progetti dell’uomo, nel senso che è l’uomo a proiettarsi in essi[4].

Pertanto, se è «l’umanità a proiettare se stessa nei media» Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. Ci si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali[5].

La Chiesa è chiamata ad agire anche nella Rete proprio perché il Web, oggi strutturato con social media – non è un mondo virtuale, parallelo a quello reale, ma «parte della realtà quotidiana di molte persone, frutto dell’interazione umana». Come ci ricorda il papa emerito Benedetto XVI Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani»[6]. L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

This picture released by Vatican newspaper L’Osservatore Romano shows Pope Benedict XVI tweets for fist time at the end of general audience in Paolo VI Hall, Vatican City, Vatican, 12 December 2012. ANSA /OSSERVATORE ROMANO – EDITORIAL USE ONLY

Infatti, ha scritto Benedetto XVI «Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali»[7]. è essenziale che sia riconosciuto tra i membri della chiesa che la fede non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche. come ci ricorda il documento Aparecida «I siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento»[8].

La vera sfida per la Chiesa consiste nell’aprirsi a questa «svolta mediale», abbandonare una modalità di presenza a vetrina per assumere la logica del contatto.

Per un’idea del genere ci viene in aiuto le parole del Papa Francesco «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» In questo senso «i canali digitali sono un campo fondamentale nella nuova «Uscità Missionaria»[9].

Per tali motivi dovremmo per primo compiere lo sforzo di imparare i linguaggi e le forme di comunicazione digitale per entrare in sintonia con le dinamiche dei social media ed evitare così il rischio di rendere l’evangelizzazione e l’immagine stessa della Chiesa irrilevanti agli occhi di una società dove sembra che, per esserci e agire, occorre possedere anche una chiara identità digitale, dove più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste[10]. poiché cadremmo nell’errore di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante.

Come secondo momento dobbiamo riconoscere la vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive[11]. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione, già che l’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento, già che è molto sensibile a queste esperienze.

Innanzitutto siamo di fronte a un’azione che richiede competenza, strategia e non improvvisazione; bisogna prima progettare il cosa, il come e il perché della comunicazione. affinché il nostro messaggio abbia un’immagine vera e non sia per andare al passo del momento delle diverse circostanze. La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti.

Come membri della chiesa dobbiamo essere chiari che Evangelizzare, non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo, per questo oggi i social offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente, proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni; alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming[12].

Per questo motivo è fondamentale tenere presenti i seguenti aspetti per affrontare le grandi sfide poste dalla cultura mediatica:

– Dotarsi un prezioso strumento per dare alla sua azione pastorale nel campo delle comunicazioni sociali una progettualità ampia e articolata. «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, è un dono di Dio»[13]

– Sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze. Andando dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

-Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone[14].

– Avere una maggiore consapevolezza tra i fedeli che la Chiesa esiste per la comunicazione della fede sia nei termini di un’accoglienza piena della comunicazione che viene da Dio attraverso la Rivelazione e la Tradizione sia nell’ottica del compito di annuncio sempre nuovo e attuale del Vangelo di Gesù Cristo che compete alla Chiesa nel mondo odierno.

– Riconoscere il potere dei «media» come «prossimità»[15].

-La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa, tenendo presente tra tutti i membri della chiesa che Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni.

– l’inserimento in tutta l’azione pastorale (catechesi, liturgia, carità) di un’attenzione sistematica alla dimensione comunicativa per intercettare i linguaggi dell’attuale cultura mediatica, senza perdere la specificità dei codici comunicativi religiosi.

Perché alla fine i veri comunicatori sono i cercatori di Dio che non si sentono mai arrivati e che mettono in gioco la propria ragione e il proprio cuore come ci ha ricordato magistralmente Benedetto XVI: «La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos presenza della Ragione eterna nella nostra carne. “Verbum caro factum est”[16]: proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole». Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio[17].

So che la rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto[18].

Facciamo proprie nella nostra vita sacerdotale le parole del papa Giovanni Paolo II «farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandoci a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli»[19].

  

  [1] Messaggio del santo padre Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missino, 37

[2] Cf Gaudium et spes n.33a.

[3] cf H. Haker – E. Borgman – St.van Erp [edd.] Cyber-spazio, cyber- etica, cyber-teologia, Con, XLI (2005/1) 1-147).

[4] Cf. l. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In< https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[5] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[6]Messaggio del santo padre Benedetto XVI dedica il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ai social network, 12 di maggio 2013. http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20130124_47th-world-communications-day.html, Libreria Editrice Vaticana, 12 maggio 2013.

[7] Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2013.

[8] Aparecida al n. 489.

[9] Evangelii Gaudium, 87.

[10] Cf. A. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In <https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[11] A. SPADARO, «Tecnologia e fede. Davvero l’uomo digitale è poco attento allo spirito »,[ultima consultazione il 5 de Dicembre 2018],in < https://www.avvenire.it/attualita/pagine/uomo-digitale-e-poco-attento-allo-spirito>

[12]A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[13] » Messaggio del Santo padre Francisco  per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[14]  Evangelii Gaudium, 155.

[15] Messaggio del Santo padre Francisco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[16] Gv 1,14

[17] Messaggio del santo padre Benedetto XVI  nel discorso a Parigi, 12 settembre 2008.

[18] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[19] Giovanni Paolo II, ai partecipanti al Convegno Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, 9 novembre 2002

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V CONFERENCIA GENERAL DEL EPISCOPADO LATINOAMERICANO Y DEL CARIBE, Aparecida, 13-31 di magio de 2007.

 

P.ELISARDO ALFONSO NAVARRO AMAYA M.E




Trasmettere messaggi o comunicare?

Qualsiasi tipo di media, non solo digitali, hanno portato delle innovazioni all’interno della società. Pensiamo ad esempio alla scrittura, oppure alla stampa. A volte tutto questo ha minato anche l’autorità della Chiesa stessa.

I media nascono essenzialmente per risolvere un problema per l’uomo, ma nell’utilizzo cambiano il modo di vedere le cose, è come se ci si abituasse all’utilizzo di alcuni strumenti. Nessuno può sentirsi escluso da questi cambiamenti, nessuno può rimanerne fuori, in quanto tutta la nostra società oggi, è ormai digitale.

C’è una sostanziale differenza però, tra la trasmissione dei messaggi, e il comunicare con i media.

Noi vogliamo comunicare qualcosa che non è saltuario, ma è una linea di comunicazione ininterrotta, per questo possiamo parlare di una teologia della comunicazione, una comunicazione tra uomo e Dio.

È importante precisare ai nostri giorni, che il luogo dell’evento cristiano non è affatto identificato nella natura, ma è la storia. L’evento cristiano è la manifestazione di Cristo, l’evento storico di Cristo. Gesù ci trasmette in maniera completa il mistero di Dio. Il modello da capire è quello di Gesù che comunica Dio.

Solo di fronte ad un altro, io posso avere una relazione, una comunicazione, quando all’altro riconosco una dignità tale da poter comunicare con lui.

Gesù ci trasmette, con il linguaggio e la cultura del tempo, tutto ciò che ha visto e udito dal Padre, è il modello perfetto, per noi, di comunicatore.

Con il tempo dobbiamo aggiornare e modificare il modo di comunicare l’evento cristiano, in un continuo progresso. La teologia della comunicazione si fonda sull’evento cristiano e alla base c’è sempre una relazione. Il comunicare cristiano non è legato prettamente al digitale, solo perché siamo nella cultura digitale.

Per poter fare questo però, bisogna prima comprendere come i media modificano e trasformano le relazioni nel quotidiano di ogni persona.

La pastorale digitale non nasce con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la teologia della comunicazione è lo strumento per progettare una pastorale digitale. Sarà una pastorale “nel” digitale, in quanto il digitale è una cultura totalmente nuova.

I nostri apparecchi di per sé non sono in grado di fare nulla, ma hanno bisogno di un software. Parliamo di un software invisibile che governa il mondo e fa accadere eventi, come sembra volerci dire Papa Francesco nella Laudato si.

Spesso siamo esclusi dalle comunicazioni tra software, come ad esempio il telepass o la cassa al supermercato. Noi stiamo all’interno di una sfera costruita dal digitale, che fa da interfaccia tra noi e la natura stessa. Il digitale sta scrivendo una nuova natura, mediata dal digitale stesso, il nostro ambiente è mediato dal digitale. La nostra percezione del mondo, è ormai attraverso il digitale.

La preoccupazione è che la visione che ci dà della natura, è elaborata, è un qualcosa che non esiste al di fuori del digitale, un esempio concreto di tutto questo potrebbe essere l’ABS delle nostre auto, il quale ci avvisa con un tremore perché non avremmo altrimenti la percezione di ciò che sta accadendo.

Siamo passati da un periodo di storia nel quale noi descrivevamo il mondo intorno a noi, ad un periodo dove noi creiamo la natura intorno a noi. Cerchiamo di adattare il mondo intorno a noi, al digitale, troviamo il chiaro esempio nell’adattare gli ambienti domestici per agevolare il passaggio del robot incaricato delle pulizie.

Noi chiamiamo la Sacra Scrittura Parola, e questo denota un forte simbolismo, ma d’altra parte denota anche una forte contraddizione. Leggere la Bibbia è un’impresa faticosa, serve specializzazione e studio, è una Parola creatrice, ma dopo averla letta non siamo in grado di creare nulla. Tutti sono pronti a lamentarsi di Dio quando accade qualcosa. La scienza descrive la natura e poi cerca di ri-crearla. Come potremmo leggere la Bibbia e non capire nulla, così può accadere anche con i software e i programmi. Posso comprendere il software eseguendolo, cosi come posso capire Dio dagli eventi. Se leggo il software non eseguo, cosi che se leggo la Bibbia non vedo Dio. Capiamo che stiamo trasferendo apparati linguistici della teologia alla tecnologia.

In teodicea Dio era il responsabile del mondo, mentre oggi la scienza sposta la responsabilità del mondo all’uomo. Tale scienza ci fornisce gli strumenti di dominio per il mondo, lasciando da parte Dio. Con il digitale ci stiamo facendo aiutare a costruire il mondo, cosi da passare la responsabilità dall’uomo alle macchine.

 

La questione dei big data

 

Big data: sono una serie di tecnologie legate ad una grandissima quantità di dati. Parliamo di big data dall’unita dei terabyte a salire. Ci si pone oggi davanti a tale questione, in quanto abbiamo la possibilità di memorizzare così tanti dati in uno spazio piccolissimo.

Questi dati hanno anche un grande valore economico, in quanto essi nascono in ambito commerciale.  Tutti questi dati sono generati da noi, in quanto persone che utilizzano una rete, ad esempio i nostri smartphone, ne sono grandissimi produttori. Come detto in apertura, c’è un fenomeno evidente detto di convergenza, che cioè tale strumento vada a sostituire moltissimi oggetti di uso comune. Tale fenomeno favorisce di gran lunga la raccolta di questi dati in quanto le tecnologie ai nostri giorni, tendono a convergere.

Per dare qualche prospettiva, pensiamo che ogni essere umano nel 2020 ha creato 1,7 megabyte di dati al secondo, e il 90% dei dati che abbiamo a disposizione, sono stati generati solo negli ultimi due anni.

Altra sfida che ci porta il big data è la cancellazione del vero, dal verosimile. Più dati ho e meno ho la possibilità di sbagliare. Il problema di avere molti dati, è quello di elaborarli. Io debbo rinunciare ad indagare i dati per ottenere la verità delle cause delle cose, accontentandomi di una grande approssimazione e correlazione. Rinuncio cioè ad un problema che mi potrebbe impiegare diversi anni, per accontentarmi di una approssimazione di calcolo correlativo che mi dà il verosimile e non il vero.

Ci accontentiamo perché nella stragrande maggioranza dei casi funziona.

 

Pastorale della cultura digitale

 

In tutto questo è possibile una pastorale della cultura digitale? Dio non è nella natura, se la cultura digitale nasce dalla riscrittura della natura, allora non intacca Dio. Dio rimane una domanda inalienabile nella vita dell’uomo, la stessa domanda sull’esistenza di Dio è ancora oggi lecita e questa è la prima cosa che la pastorale digitale dovrebbe tener di conto.

Quando ci accontentiamo di spiegazioni semplici, da catechismo di prima comunione, la risposta scientifica ci mette in crisi perché non andiamo ad accettare la sfida che ci consentirebbe di spostare il discorso dalla natura per riportarlo a Dio. Non abbiamo mai accettato la sfida di domande sul senso.

Un Dio che non è affatto nella natura, ma nella storia, e la storia la fanno gli uomini, è lì che avviene l’incontro con Dio, e non c’è digitale che tenga. Dio è al di sopra delle capacità del digitale nel condizionare la nostra vita.

Il digitale per sua natura dà risposte e non pone domande, ma le domande che sono in noi non trovano affatto risposta nel digitale. Ci vuole il coraggio di porre domande scomode e non di abbracciare la via semplice di dare risposte pre-condizionate che possiamo ricavare da tutti i media.

C’è bisogno quindi di giuste domande, le quali vadano a toccare il cuore dell’uomo. Serve una pastorale progettata sul cuore e sulla comprensione dell’uomo, per trasmettere il messaggio cristiano.

La Bibbia parla del digitale! Il cardinale Carlo Maria Martini, per esempio, trattando il tema dell’emorroissa del Vangelo, dice che questo episodio ci parla del mondo tecnologico: <<E’ così che la mia immaginazione è stata attratta da questa pagina evangelica. Leggo infatti in essa tre realtà che caratterizzano la nostra civiltà, tanto condizionata dai mass media: la massa, la persona e la comunicazione>>. Egli paragona la massa, alla folla anonima che si accalca intorno a Gesù, la persona, all’emorroissa la quale emerge dalla massa e la comunicazione, alla forza risanatrice di Gesù verso la donna.

Altro esempio, è Papa Benedetto XVI, che già con il solo titolo del messaggio per la XLIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: ‹‹Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola››, ricorda che il compito primario del sacerdote – e di tutti i battezzati – non può che essere quello di annunciare il Vangelo: la Persona di Gesù Cristo. Si definisce che, nella Chiesa, l’azione comunicativa è un servizio alla Parola e della Parola.

Concludiamo la nostra breve riflessione, facendoci accompagnare dai numeri 31 e 32 del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Comunicazione e missione, della Conferenza Episcopale Italiana, lasciandoci deliziare e provocare da questa citazione: <<La storia della salvezza narra la comunicazione di Dio all’uomo. Dio crea e la sua attività creatrice si esprime come parola, comunicazione che plasma e dà vita. Sin dall’inizio Dio pone nell’universo e nell’uomo un desiderio, un’aspirazione, un dinamismo ascendente, che risponde al movimento discendente della sua apertura amorosa e misericordiosa. Ponendo il mondo e l’uomo come “altro da sé”, Dio istituisce la possibilità di un autentico dialogo tra il creatore e la creatura che ha il suo culmine nell’incarnazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dio realizza qui un salto di qualità comunicativa: nel suo Figlio, Gesù di Nazareth, non dialoga tramite il suo invisibile annunciarsi nella tenda del convegno o nel tempio dell’antica alleanza, ma con la presenza personale del suo Verbo eterno, il Figlio amato, che bisogna ascoltare e seguire (Mc 9,6-7). La comunicazione realizzata nel Verbo incarnato è immediata, unica e singolare, perfetta e assoluta. Cristo si rivela come autocomunicazione dell’amore di Dio per gli uomini, ricapitolando tutto in sé per il Padre, rompendo le catene dell’incomunicabilità umana e orientandola verso un futuro di piena comunione. L’uomo Gesù è la comunicazione per eccellenza di Dio ad ogni uomo, come Figlio del Padre egli è l’icona umana di Dio (Col 1,15), la sua Parola. Se Gesù parla agli uomini, è il Padre stesso a parlare. Poiché Gesù è il Figlio – e non uno dei tanti mediatori possibili tra il divino e l’umano – egli riceve tutto dal Padre e vive per il Padre di cui liberamente fa la volontà compiendo la sua opera: «Il Figlio da sé non può fare nulla  se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19). Affidato radicalmente al Padre, caratterizza la sua missione tra gli uomini come un invito a ritrovare il Padre, a riscoprirlo nella verità beatificante del suo volto, a bramarlo dal profondo del cuore>>.

 

Maurizio Baldi

 

SITOGRAFIA

 

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/index_it.htm

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

https://www.intelligenzaartificiale.it/big-data/

https://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-maria-martini/

https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/c-m-martini/cm-lettere-pastorali/1991

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20100124_44th-world-communications-day.html

https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/comunicazione-e-missione-direttorio-sulle-comunicazioni-sociali-nella-missione-della-chiesa-pdf/

 




Il cristiano Cattolico presente nei social media

Chiamati ad essere presente in questa realtà

Ormai siamo immersi nel mondo dei social media, siamo invitati ad utilizzare questi mezzi per evangelizzare, non possiamo fare finta di questa realtà e dobbiamo trarre il meglio di questa tecnologia per comunicare la gioia del Vangelo e accettare il mandato di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).  Questo Vangelo è un incontro personale con Cristo come lo ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangeli Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. (Evangeli Gaudium 3).

Il vaticano II, con il decreto su gli strumenti di comunicazione sociale, invitava il popolo di Dio al retto uso dei mezzi di comunicazione: “La Chiesa Cattolica giudica suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale, nonché indirizzare gli uomini al retto uso degli stessi”(I.M 3). Gli ultimi successori di Pietro: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in modo speciale papa Francesco ci danno l’esempio di non avere paura davanti a questa era digitale.

 

 

 

 

Il messaggio ha sempre passato con gli strumenti del suo contesto

Fin dai primi tempi i cristiani, hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione nel loro contesto per annunciare il messaggio evangelico. La chiesa ha sempre tenuto a cuore il mandato di Gesù e è andata al di là delle barriere della geografia, portando la Buona Notizia con gli strumenti a sua disposizione, la storia ci ha lacciato traccia.

Viaggi missionari per la predicazione

Lettere alle comunità 

Libri

 

Teatro

immagini

Tutti questi modi hanno contribuito all’impegno dei cristiani nell’annuncio del Vangelo fino ad arrivare  all’epoca moderna, dove ci confrontiamo  ai nuovi strumenti di comunicazione che si presentano come un’opportunità per continuare ad annunciare la gioia del Vangelo. Come ci lo ricorda il Concilio Vaticano II, “Questi mezzi utilizzati correttamente, potranno essere di grande aiuto per continuare la nostra missione di discepoli missionari di Cristo”.

 

L’uso d’internet ha qualcosa a vedere con noi

La Lumen Gentium ci ricorda che “Ad ogni discepolo di Cristo incombe  il dovere di seminare per quanto gli compete la fede”. (L.G 17).  Questo dovere possiamo compierlo  nella semplicità della nostra vita. oggi tutti noi, almeno abbiamo uno smartphone, vediamo come ogni sorta d’informazione circola nei social media, perché non potere anche nella nostra quotidianità comunicare la nostra fede?

Come leggiamo nell’ Evangeli Gaudium: “È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: «Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”

A questo proposito è molto interessante vedere alcuni laici, sacerdoti, religiose che piano piano si hanno lasciato sedurre dell’invito di papa quando ci parla di “USCIRE” nell’ esortazione:  “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. (Evangeli Gaudium 24).

 

 

Quando farlo?

Il momento è adesso, la missione è perenne, il messaggio è costante, non bisogna aspettare una chiamata. questo è il campo che ci sta davanti, e questo ci richiama alla necessità di essere evangelizzatori. Ogni cristiano è portatore di questa gioia ed invitato a testimoniare una vita che irradia amore.

Papa Francesco invita i giovani nell’esortazione  post sinodale  “Christus vivit” «L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico… Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami, e «sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali».

 

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

Ecco le parole che direbbe Gesù in quest’oggi a noi cristiani davanti alla sfida dei social media: Andate dunque, non avete paura. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

 

 

Bibliografia

CONC. ECUM. VAT. II, Dec. Inter merifica, 3.

CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Dogm. Sulla Chiesa Lumen Gentium“, 17.

Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 24.

Esort. Ap. Christus vivit (25 marzo 2019), 86.

Raul Herrera Franco

 




Benvenuti nel nuovo mondo

Introduzione

Se guardiamo al passato del mondo della comunicazione prendiamo atto di tre grandi e decisive rivoluzioni: quella “chirografica” in seguito all’invenzione della scrittura nel quarto millennio a.C., quella “gutemberghiana” con l’invenzione della stampa nel XV secolo e quella “elettrica ed elettronica” con le invenzioni del telegrafo, della radio e della TV nel XX sec.
Queste rivoluzioni hanno prodotto a loro volta culture che si sono succedute negli ultimi sei millenni:

  • la cultura “orale” (primato della parola e della relazione);
  • la cultura “manoscritta” (la scrittura come tecnica per trasmettere la parola);
  • la cultura “tipografica” (il libro come trasmissione del sapere)
  • la cultura dei “media elettronici” (informazioni rapide, infinite, globali).

Il primo libro stampato da Gutemberg, la Bibbia 1456

Fino agli anni sessanta del secolo scorso i media si sono moltiplicati ed è cambiato il modo di trasmettere le notizie.
Tutti i media, cioè giornali, radio e televisioni rappresentavano gli strumenti ideali per la comunicazione di massa, erano gestiti da industrie diverse ed avevano utenti variegati.
Ma l’incredibile evoluzione tecnologica successiva, ed in particolare lo sviluppo della microelettronica, ha avvicinato prima e poi fagocitato questi mondi trovando nel “computer” lo strumento unificatore ideale.
La “rete” ha spalancato porte praticamente infinite ed ha dato altresì la possibilità di raggiungere un pubblico a livello globale.
Il digitale e la sua cultura ha creato quindi un nuovo ambiente che, di fatto, media tra noi ed il mondo.

Questa sfera invisibile dentro cui fluttuiamo è utilizzata così abbondantemente da noi (con l’uso dei social, visitando siti, usando la posta elettronica o il cellulare ecc. ogni individuo crea almeno 1,7 MB al secondo) o da programmi e da macchine (smart TV, GPS, telecamere, smartphone ecc.) che si è in grado di raccogliere ed immagazzinare una quantità enorme di informazioni (BIG DATA) con hard disk piccolissimi (si pensi alle pennette disponibili ormai universalmente).
Si tratta di volumi enormi di dati trattati per essere utilizzati nel dettaglio (per analisi sociologiche, per gestire pandemie come oggi quella da COVID, per prevedere mercato e trend globali, per regolare il traffico e, se non bastasse, sono strumenti eccezionali della ricerca scientifica e dell’accellerazione tecnologica. Proprio per questo creano e rappresentano un enorme valore economico.

I BIG DATA sono volatili e perciò vanno memorizzati velocemente e visualizzati, soprattutto grazie all’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA). Essa è uno strumento formidabile, un insieme di tecnologie in cui agiscono programmi che permettono alle macchine di comprendere ed agire con livelli simili agli umani. Oggi si utilizzano largamente quelle di tipo debole, cioè sistemi potenti in un campo di azione limitato (si pensi alla tecnologia del cellulare in grado di organizzare le immagini per soggetto). Quelle di tipo forte, cioè macchine sapienti in grado di pensare e relazionarsi per la gestione di compiti complessi, appartengono solo alla fantascienza perché i computers non sono ancora abbastanza potenti. Il cammino è ancora lungo, ma è già cominciato.

Gli aspetti problematici

Tale processo coincide però con profondi cambiamenti non solo culturali ma soprattutto antropologici. Parliamo, per usare la riflessione del Prof. Luigi Alici, della decomposizione del paradigma della modernità, nato da una “torsione orizzontale della trascendenza” condivisa dalla scienza, dalla politica e dalla filosofia, che esalta il soggetto umano, autorizzato dalla “ragione forte”, ad esercitare un potere indiscusso sul mondo e sulla natura. Tutto questo è arrivato ai nostri giorni con esiti paradossali: da una parte la tecnologia è diventata l’unica erede della ragione illuministica in grado di potenziare la logica di dominio; dall’altra la volontà di potenza di nietzschiana memoria ha prodotto un nichilismo radicale, farcito di consumismo compulsivo e cinico disincanto che ha innalzato la libertà umana al di sopra di ogni ordine e soggetto esterno, fino al punto che la morte di Dio ha trascinato con sé la morte dell’umano.

La scienza e la tecnologia insomma corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. È facile in un contesto digitalizzato e globalizzato fare di esse i pilastri di una “nuova religione”. Ci troviamo di fronte al sorgere di rinnovate forme di gnosi, che assumono la tecnica come parametro di saggezza, in vista di una organizzazione magica della vita che funzioni come sapere e come senso. Assistiamo insomma all’affermarsi di “nuovi culti” come ci ricordavano i Vescovi già nel 2012. nell’ Instrumentum laboris del Sinodo[¹].

Se questa è la cornice in cui collocare i BIG DATA e l’IA dobbiamo subito indicare i grossi rischi che la Chiesa si trova di fronte.

Sul versante delle tecnologie che trattano i volumi enormi dei dati, non si dovranno sottovalutare i rischi a livello più propriamente etico denunciati da Sabatino Maiorano, come il livellamento e la massificazione attraverso l’imposizione di un unico modello, la riduzione di tutto (anche della sofferenza) a spettacolo spegnendo i contenuti e l’imperatività etica che porta dentro di sé, la produzione artificiale di consenso mediante la sottolineatura degli elementi emotivi e la messa in parentesi di quelli riflessivi, fattori problematici che vengono accentuati dal prevalere delle logiche di profitto/consumo su quelle più genuinamente politiche e culturali.

Sulle ricadute sociali e politiche inoltre si dovranno considerare:

  • La vera e propria esplosione dell’IA che ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti.
  • I creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori.
  • L’IA sta rimodellando per intero, silenziosamente ma rapidamente, l’economia e la società.
  • L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale.
  • L’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione.
  • Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente li accompagnano in qualsiasi attività. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori.
  • La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.
  • Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili[³].

Esattamente in questa scia si inserisce la seconda questione, quella della ROBOTICA.

La Pontificia Accademia per la Vita dal 25 al 27 febbraio 2019 ha dedicato la sua assemblea generale al tema “Roboetica: persone, macchine e salute”. La questione comincia ad essere delicata.

Le partite da giocare sono molte e delicatissime.

Sul piano storico ereditiamo la rivoluzione cartesiana che ha separato la RES COGITANS dalla RES EXTENSA, per cui la natura è diventata il terminale dell’azione del soggetto, puro oggetto su cui agire ed il corpo, conseguentemente, solo plasmazione dell’individuo (tatuaggi, chirurgia plastica, protesi). Sul piano culturale la filosofia “transumana” ritiene perciò che la genetica, le neuroscienze e le nuove tecnologie possano trasformare l’uomo fin dalla radice, per affrancarlo dai suoi limiti naturali ma con il rischio che diventi nient’altro che un mezzo, uno strumento in mano ad èlite illuminate.

La vecchia teoria evoluzionistica invece insiste nel ritenere la mente e l’anima solo un ammasso di neuroni, mentre una nuova tentazione gnostica considera la carne come un peso da cui affrancarsi e non come la casa dell’anima e dello spirito, anzi “tempio dello Spirito Santo”, come la descriveva San Paolo (1Cor 3,16-17;).

Infine bisogna fare i conti con lo stesso pensiero scientista che, credendo che l’uomo si esaurisca in ciò che è misurabile, finisce per ammettere implicitamente che una volta creati artifici tecnologici migliori dell’uomo, di lui non ce ne sarà più bisogno[₄].

In tal senso paiono illuminanti le parole del Teologo Emmanuel Agius:

“I robot stanno sempre più sfumando la distinzione tra umano e non, tra l’intelligenza della macchina e quella dell’uomo. Ma non potremo mai considerare i robot come soggetti con una loro dignità umana propria” […] “Il transumanesimo cambia la natura umana. Il paradigma tecnocratico che valuta tutto da un punto di vista tecnologico sta cambiando la razionalità umana ed il concetto stesso di umano ed oggi, mi sembra, stiamo definitivamente superando il limite”[₅].

Nell’affrontare tali sfide la Pastorale deve tenere ferma la consapevolezza che l’uomo è molto più che un ammasso di cellule. L’unico antidoto è riconoscere il suo valore ontologico, perché creato a immagine e somiglianza del Creatore. Perciò è necessario che ci si chieda, nel sonno dell’Occidente, cosa veramente caratterizza l’uomo, ben al di là di quanto propinato dalle ideologie materialiste degli ultimi secoli. Prima che stavolta siano le intelligenze artificiali a darci una risposta.

Dentro questa confusa cornice assistiamo già all’emergere di due tendenze: c’è chi realizza i robot come se fossero avversari (o comunque competitori) evoluzionistici dell’essere umano e chi vede la macchina come un assistente dell’umano. Si tratta, quindi, di modelli di sviluppo e di società, di una nuova sfida antropologica.

“Se fino ad ora la tecnica era al servizio dell’umano, oggi il rischio è che la tecnica prenda il sopravvento e si sostituisca in qualche modo all’umano. In questo senso, abbiamo sentito l’urgenza di riflettere su questo cambiamento che in realtà è davvero un cambiamento epocale, perché tocca il senso stesso della vita umana. Ed in effetti, se fino ad ora abbiamo assistito, purtroppo impotenti di fatto, alla devastazione della creazione, con l’inquinamento climatico, l’inquinamento dei mari, la distruzione dell’ambiente, ora il rischio è che tutto ciò avvenga in quello che – possiamo chiamare – l’umano, fin quasi ad annullarlo, fin quasi a passare dall’essere protagonisti ad essere protesi.”

Così Mons. Vincenzo Paglia, Presidente dell’Accademia presentava in una intervista i lavori del Convegno, cogliendo esattamente nella difesa dell’umano la nuova frontiera per la Chiesa per la costruzione del bene comune.

Le implicazioni etiche sono enormi: da una parte dobbiamo registrare gli innegabili vantaggi della robotica, come per esempio gli esoscheletri, cioè macchine in grado di aiutare chi ha grossi handicap a stare in piedi a camminare o ai robot impiegati in chirurgia che sbagliano meno degli uomini, meno dei chirurghi.

Dall’altro pensiamo alle conseguenze sul mondo del lavoro o alla invasione delle macchine nella vita quotidiana a tutti i livelli.
Si prospetta un mondo (ed una antropologia) già immaginata da Isaac Asimov [6] costretto addirittura a formulare le tre leggi della robotica, poste alla base del relativo manuale a premessa del romanzo:

1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la prima e con la seconda legge.

Anche Asimov aveva intuito che ci sono in ballo il “bene comune” e l’umanità da tutelare.

Di fronte a queste sfide della post modernità non ci resta che auspicare l’incontro delle due ragioni, quella atea e quella credente (e quindi, aggiungo, anche tra le Religioni) fondato:

  • sull’accordo tra vera scienza e vera fede (usando come manifesto il messaggio letto da J. Maritain nella seduta conclusiva del Concilio Vaticano II);  “Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano.
    Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare il giusto?” (n°5) 

  • nella convergenza su “sviluppo umano” ed apertura alla vita:

    “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore” 

    (Evangelium Vitae 3)

L’apertura e la difesa della vita come paradigma dello sviluppo e del bene comune dunque. Ma non basta. La robotica ci interpella non solo sulla vita ma soprattutto sull’umano. E allora mi chiedo: quale è l’umano che dobbiamo difendere? Cosa è specificatamente umano? Ciò che ci rende “immagine di Dio”? La Pontificia Commissione Biblica in “Bibbia e morale” al n°11, commentando Gn 1-3 lo individua in sei caratteristiche:

  • la razionalità capace di indagare il creato;
  • la libertà e la capacità di discernimento;
  • la superiorità rispetto alle altre creature che si declina in responsabilità;
  • la possibilità di continuare la creazione anche grazie alla scienza;
  • la dignità che deriva dal rapporto con Dio;
  • la santità possibile della sua vita ad imitazione di Colui che solo è santo (Lv 19,1-2:);

Ma c’è una dimensione tra tutte che ci appartiene ontologicamente, ed è quella della RELAZIONE (che ci consente di chiudere il cerchio con l’introduzione a questo articolo).

Qualche tempo fa è diventato virale sul web un filmato girato con il cellulare in un ospedale degli Stati Uniti (California). Una ragazza assisteva il nonno 78enne, a cui era molto legata, afflitto da una malattia inguaribile (cancro al polmone) ed arrivato ormai all’estremo delle forze e tuttavia lucido mentalmente, cosciente.

Improvvisamente entrambi vedono entrare nella stanza il robot con cui il suo dottore lo visitava e lo teneva aggiornato regolarmente a distanza; ma stavolta dallo schermo gli è stato comunicato che alla luce delle ultime tac non era più curabile. L’uomo è deceduto il giorno dopo, al “Kaiser Medical Center” di San Francisco.

Si è scatenata una bufera e non solo mediatica. I familiari si sono indignati per la totale mancanza di delicatezza, aggravata dal fatto che le parole del medico erano udibili a fatica dal paziente al punto che la nipote 33enne, presente nella stanza, ha dovuto ripetergli il messaggio.

“Se devi fare una comunicazione di routine il robot è ok”, ha commentato la figlia, “ma se vieni a dirci che il polmone non c’è più e che verrai messo sotto morfina finché non muori, questo dovrebbe farlo un uomo e non una macchina”.

Ecco, questo è l’umano.

Agostino Orilia

NOTE

  1. “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” N°58 Cf: https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20120619_instrumentum
  2. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa
  3. https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html
  4. https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/
  5. ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018. La storia futura scritta da Isaac Asimov parte circa dalla nostra epoca, raccontando come l’automazione e la robotica cambieranno il mondo, spingendo successivamente l’umanità sulla strada delle stelle fino ad un futuro che si colloca a circa 400-500 secoli da noi.

BIBLIOGRAFIA

ALICI, Carlo, Natura e persona, in Abiterai la terra, Commento all’enciclica Laudato sì, AVE, Roma 2020

ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018

BALDINI, Massimo, Storia della comunicazione, Tascabili Economici Newton, Roma 1995

CAMPANINI, Giorgio, Bene comune, EDB, Bologna 2014

MAIORANO, Sabatino, Morale sociale, appunti e materiale, 55-63, Anagni 2014

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, documento,11 maggio 2008

SITOGRAFIA

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-05/intelligenza-artificiale-chiesa-scienza.html

https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/

www.isaacasimov.it




La Chiesa e i mezzi di comunicazione sociale: alcune riflessioni tra il Magistero e il Codice di Diritto Canonico

Introduzione

Nel titolo IV del Libro III del Codice di Diritto Canonico sotto la dicitura De instrumentis comunicationis socialis et in specie de libris , solo due canoni, l’822 e l’823 sembrano riguardare direttamente il nostro tema mentre le altre disposizioni concernono maggiormente questioni attinenti alla licenza e alla pubblicazione dei libri. Ciò nonostante l’attenzione da parte della Chiesa Cattolica nei confronti dei mezzi di comunicazione sociale risulta essere particolarmente sviluppata in particolar modo nell’attuale situazione storica dimostrando così la cura e l’interesse verso i suddetti strumenti che si rilevano, con i dovuti limiti, peculiari mezzi per la diffusione e la promozione del Vangelo nella società contemporanea.  Per questo motivo, in questo articolo, si approfondirà il rapporto tra Chiesa e mezzi di comunicazione sociale tanto alla luce del Magistero tanto alla luce delle disposizioni del Codice volendo, in questo modo, offrire un’analisi su un tema alquanto rilevante e peculiare per la vita della Chiesa Cattolica.

Il Magistero e i mezzi di comunicazione sociale

Fin dai temi più antichi la Chiesa ha avvertito l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale. Quest’ultima appare un perno dell’opera di evangelizzazione già utilizzata al tempo del Signore servendosi dapprima della predicazione orale e poi di testi scritti come strumenti fondamentali attraverso i quali la buona novella del Vangelo potesse raggiungere chiunque fosse desideroso di conoscerla: lo stesso S. Paolo si servì di strumenti di comunicazione – in questo caso le lettere – attraverso le quali l’Apostolo delle Genti si rivolgeva a tutte le comunità sparse nel territorio dell’Impero Romano spesso per intervenire su temi particolarmente rilevanti e oggetto di discussione  come ad esempio il matrimonio e l’organizzazione ecclesiastica dimostrando così una attenzione peculiare verso la comunicazione capace di essere un efficace strumento di evangelizzazione e di concordia  tra i popoli.

Guardando all’epoca più recente occorre ricordare il contributo di Pio XI il quale incoraggiò e promosse l’istituzione della Radio Vaticana, il 12 febbraio 1931. In quella circostanza Papa Ratti si rivolse in latino, lingua della Chiesa, a tutto l’orbe cattolico , parlando di “mirabile invenzione marconiana” della quali si servì in più occasioni spesso levando la sua voce contro le persecuzioni subite dalla Chiesa per tutti gli anni 30 del XX secolo.

Qui il discorso di Papa Pio XI del 13 febbraio 1931.

Sarà però Pio XII, il primo grande Pontefice delle comunicazioni, delle quali si servì fin dagli albori del suo Pontificato sovente per levare la sua voce contro la guerra – celebre il suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 in cui manifestò tutta la sua opposizione verso l’imminente conflitto in Europa ma anche per essere il primo Pontefice ad apparire in televisione il 6 giugno 1954, solennità di Pentecoste attraverso un messaggio in più lingue: era la prima volta che un Pontefice utilizzava la televisione facendo giungere la sua voce a tutta l’Europa e non solo.

Ma è con la famosa Enciclica, Miranda Prorsus dell’8 settembre 1957 che Pio XII consegna, in effetti, il primo documento pontificio sulle comunicazioni sociali. Già dal titolo, traducibile come “la mirabile invenzione” cogliamo un particolare: la Chiesa, per mano del suo Pastore, guarda ai nuovi mezzi di comunicazioni sociali con particolare interesse e attenzione. Dice infatti il Pontefice nella suddetta Enciclica:

«Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona: “Egli, infatti, non solo ha dato l’esistenza al creato, ma lo stesso creato conserva e sviluppa”. Alcune di queste invenzioni servono a moltiplicare le forze e le possibilità fisiche dell’uomo; altre a migliorare le sue condizioni di vita; altre ancora, e queste più da vicino toccano la vita dello spirito, servono – direttamente, o mediante artifici di immagini e di suono – a comunicare alle moltitudini, con estrema facilità, notizie, idee e insegnamenti, quali nutrimento della mente, anche nelle ore di svago e di riposo

In questa apertura verso il mondo delle comunicazioni Papa Pacelli, pur manifestando una sostanziale “apertura” verso tali mezzi ricorda la necessità che questi ultimi devono essere sottoposti ad una costante vigilanza e sollecitazione da parte dei Vescovi e non solo impegnando l’intera comunità ecclesiale ad un corretto uso della radio, della televisione e del cinema che nella presente lettera Enciclica vengono ad essere oggetto di una minuziosa attenzione affinché non si compiano errori o derive rispetto alla fede e al Magistero

Sarà, tuttavia, il Concilio Ecumenico Vaticano II ad offrire una delle pagine più significative dell’ “alleanza” tra la Chiesa e i mezzi di comunicazioni sociali attraverso il decreto Inter Mirifica del 4 dicembre 1963. Questo decreto ebbe una genesi travagliata ma rappresenta un’efficace compendio della dottrina della Chiesa che alle soglie della rivoluzione tecnologica, significata dalla radio e dalla televisione, intendeva esprimere la sua parola dal momento che tali strumenti, come leggiamo nel decreto “offrono al genere umano grandi vantaggi , perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito , nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio”. Da qui l’attenzione dei Padri Conciliari affinché tutti i battezzati si impegnino efficacemente a che tali strumenti vengano utilizzati in chiave di apostolato sotto la vigilanza dell’autorità della Chiesa richiedendosi, altresì, una adeguata formazione sia da parte degli operatori sia da parte degli utenti: degno di nota , al n.18 l’istituzione di una giornata “nella la quale i fedeli siano istruiti sui loro doveri in questo settore, invitati a speciali preghiere per questo scopo e a contribuirvi con le loro offerte”. 

Qui un’interessante sintesi sulla genesi e sul contenuto del decreto Inter Mirifica :

Dal 1963 ad oggi si sono moltiplicati gli interventi del Magistero sulle comunicazioni sociali e i mass media. La celebrazione  della giornata mondiale delle comunicazioni sociali dà modo all’autorità suprema della Chiesa di intervenire in un ambito – come quello qui trattato – in completa innovazione caratterizzato da un estremo dinamismo dove appare necessario fissare comunque delle regole affinché tali mezzi vengano gestiti in conformità alla sua dottrina.

Non possiamo non concludere questa breve trattazione sull’interesse del Magistero ai mezzi di comunicazione sociale non ricordando il recente messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali dello scorso anno dal suggestivo titolo “Vieni e vedi: comunicando incontrando le persone dove e come sono” in cui Papa Francesco, prendendo spunto dai due verbi “venire” e “vedere” tratte dal cap. 6 del Vangelo di Giovanni, invita tutti, nella galassia delle comunicazioni, a venire e a vedere Gesù: inoltre sottolinea il rischio di informazioni fotocopia, a vivere lontano dalla strada invitando a “consumare le suole delle scarpe” , a “correre” ad annunciare la buona novella del Vangelo in un contesto multiculturale segnato altresì da fake news al fine di comunicare la fede cristiana nel cammino del villaggio globale.

I mezzi di comunicazione sociale all’interno del Codice di Diritto Canonico

Dopo esserci soffermati su alcuni interventi del Magistero in materia di comunicazione sociale, poniamo ora la nostra attenzione sulle norme del Codice di Diritto Canonico che trattano del suddetto tema. La materia, come accennato, risulta essere normata all’interno del Libro III, Titolo IV ovvero all’interno della funzione di insegnare la quale, assieme alla funzione di santificare e di governare, costituisce uno dei tria munera della Chiesa. In specie, per quanto riguarda i mezzi di comunicazione sociale, occorre riferirsi ai canoni 822 e 823.

Afferma il can. 822:

“1. I pastori della Chiesa, valendosi del diritto proprio della Chiesa nell’adempimento del loro incarico, cerchino di utilizzare gli strumenti di comunicazione sociali. §2. Sia cura dei medesimi pastori istruire i fedeli del dovere che hanno di cooperare perché l’uso degli strumenti di comunicazione sociale sia vivificato da spirito umano e cristiano. §3. Tutti i fedeli, quelli soprattutto che in qualche modo hanno parte nell’uso e nell’organizzazione dei medesimi strumenti, siano solleciti nel prestare la loro cooperazione alle attività pastorali, in modo tale che la Chiesa anche con tali strumenti possa esercitare efficacemente la sua funzione

La norma suddivisa in tre paragrafi va letta alla luce del già citato decreto Inter Mirifica: nel primo si riconosce in capo ai pastori della Chiesa il compito di utilizzare gli strumenti sociali manifestando, pleno iure, non solo l’interesse ma anche l’importanza che essi rivestono nella vita ecclesiale. Nel secondo paragrafo notiamo la preoccupazione che si traduce in prescrizione giuridica di far sì che costoro si impegnino affinché tutti i fedeli non solo utilizzino tali strumenti ma che il loro uso sia intessuto da spirito umano e cristiano affinché, come si chiarirà nel canone successivo, questi ultimi non siano contrari alla dottrina cattolica. Nell’ultimo paragrafo il legislatore esorta tutti i fedeli a fornire il loro contributo alle attività pastorali per realizzare la missione evangelizzatrice della Chiesa: la norma appare formulata in termini piuttosto estesi lasciando così ai singoli Christifideles , con l’approvazione dell’autorità della Chiesa, intervenire con modalità adeguate purché conformi al bene di quest’ultima.

Il canone successivo è formulato in questi termini:

§1. Perché sia conservata l’integrità della verità della fede e dei costumi, i pastori della Chiesa hanno il dovere e il diritto di vigilare che non si arrechi danno alla fede e ai costumi dei fedeli con gli scritti o con l’uso degli strumenti di comunicazione sociale; parimenti di esigere che vengano sottoposti al proprio giudizio prima della pubblicazione gli scritti dei fedeli che toccano la fede o i costumi; e altresì di riprovare gli scritti che portino danno alla retta fede o ai buoni costumi.§2. Il dovere e il diritto, di cui nel §1, competono ai Vescovi, sia singolarmente sia riuniti nei concili particolari o nelle Conferenze Episcopali nei riguardi dei fedeli alla loro cura affidati, d’altro lato competono alla suprema autorità della Chiesa nei riguardi di tutto il popolo di Dio

Da questa norma possiamo dedurre alcune considerazioni: anzitutto la preoccupazione da parte della Chiesa che i mezzi di comunicazione sociale, per quanto utili e importanti, non danneggino mai l’integrità della verità della fede e dei costumi. Da ciò il dovere e il diritto – da notare la formulazione per cui viene prima il dovere e poi il diritto – di vigilare e di esigere che alcune tipologie di scritti vengano sottoposte al loro placet. Tale vigilanza va intesa come preoccupazione che il depositum fidei  dato alla Chiesa da Cristo, per mezzo degli Apostoli, rimanga integro e non subisca modificazioni. Questo compito, come ricorda il secondo paragrafo, è prerogativa dei Vescovi sia come singoli sia riuniti collegialmente anche al fine di promuovere azioni adeguate affinché tale vigilanza venga ad attuarsi prontamente.

Conclusioni

Alla luce di quanto esposto si può facilmente dedurre l’interesse che la Chiesa possiede nei confronti dei mezzi di comunicazione sociale.  Quest’ultimi, infatti, costituiscono un prezioso strumento attraverso il quale si realizza il principale compito della Chiesa che è quello di evangelizzare e di portare a tutti i popoli la buona novella del Vangelo. Fin dai tempi più remoti, come ricordato, le comunicazioni sono state oggetto di una particolare attenzione da parte dell’autorità apostolica che si servì di quest’ultime anche per dettare norme, principi morali e organizzativi fino ai giorni nostri. In particolare, nell’ultimo secolo, la Chiesa ha visto nei mezzi di comunicazione sociale efficaci strumenti attraverso i quali far giungere la propria voce ai più lontani spesso scongiurando guerre (Pio XII – Giovanni XXIII durante la crisi di Cuba del 1962), sollecitando gli Stati ad piena  giustizia sociale di cui Ella stessa continua a farsi promotrice secondo gli insegnamenti del Vangelo ed offrendo altresì, durante il recente periodo pandemico, la possibilità di prendere parte alle celebrazioni eucaristiche quando ciò non è stato possibile per le note restrizioni.

Da questa breve riflessione notiamo come allora i mass media non appaiono come ostili o nemici della Chiesa ma, al contrario, come voci “amiche”, strumenti efficacissimi sui quali, tuttavia, occorre vigilare, fissando criteri rigorosi affinché il messaggio evangelico , il “depositum fidei” che Cristo affidò alla Chiesa sua sposa, non subisca alterazioni ma venga promosso e trasmesso nella sua interezza, nella sua purezza e nella sua integrità. Da quanto detto è evidente come la Chiesa incoraggi, promuova, intervenga  nei confronti degli strumenti sociali richiedendo a ciascuno di noi, laici compresi, un impegno, una promozione e necessariamente una formazione che ci veda capaci di edificare, su questa terra,  una società cristiana creando reti, avvicinando e non allontanando vedendo allora, in questi mezzi, efficaci risorse da apprezzare e non disprezzare camminando e vivendo nell’ attuale villaggio globale orientati a Cristo, nostra salvezza.

Giancarlo Ruggiero




La conversione di Antonio

La conversione: che cos’è?

Invito il lettore a scoprire il significato di conversione attraverso il seguente racconto di fantasia. Una storia non banale, da me pensata, per evidenziare i tratti salienti di quello che è un processo, che coinvolge Dio, l’uomo, lo spazio, il tempo, e persone.

 

Il punto iniziale della conversione di Antonio

O quam tristis et afflícta

Fuit illa benedícta

Mater Unigéniti![1]

 

Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!

Sono le parole di un canto mariano che attirarono l’attenzione di Antonio, più di due mesi fa, mentre passava davanti a una chiesa. Parole che lo avrebbero indirizzato verso la sua professione di fede in Cristo. Era sera e il sole tramontava. Vide un raduno di persone. «Che cosa c’è!!!?», si domandò Antonio.  «Mi avvicinai per vedere cosa accadeva. Ero colpito dai gesti accompagnati da un canto bello che non avevo mai sentito, il cui significato non potevo capire perché in una lingua mai conosciuta. Si leggevano una decina di frasi, pronunciate con molto rispetto, lì su un grande schermo di quasi tre metri di lunghezza e due di altezza. Vidi – dice Antonio – in quello schermo, un uomo vestito di bianco. Di fronte a quello schermo, ad una trentina di metri, c’erano uomini e donne in fila. La persona a capo di questa fila portava con sé un “patibolo” a forma quasi di lettera T».

Antonio non sapeva che aveva imboccato la strada della sua conversione. Era molto immerso in questo evento; provava commozione. Diceva in sé: «Al momento ancora non capisco questa scena che mi appare sullo schermo. Perché? Perché vedo un poliziotto, una donna vestita da infermiera e altri personaggi che non riesco ad identificare?».

Chi è Antonio? Dalla “lontananza” alla conversione

Antonio è un giovane, di 32 anni. Nato nel 1988 in un villaggio molto lontano dalla città capitale del suo paese, il Monzambico, una delle cosiddette terre di missione. Aveva ricevuto educazione elementare e secondaria nello stesso villaggio di nome Kasumva; si era infine laureato in medicina. Battezzato nella Chiesa cattolica pochi giorni dopo la sua nascita, non fu praticante per tanti anni, per il fatto che i suoi genitori erano morti mentre era ancora un infante.

Antonio, quindi, non aveva avuto nessuno che lo guidasse nel cammino di fede. Ora Antonio si trovava di fronte ad un evento che non aveva mai sperimentato nella sua vita. Quelle sonorità, quelle parole, lo attraevano. Attivavano conversione, ed invitavano a confessare le parole «Non posso più vivere senza fede in Gesù Cristo». Quel gruppo di persone che Antonio vedeva erano fedeli cattolici che pregavano la via crucis con il Santo Padre Francesco telematicamente. Cantavano lo stesso canto intonato nel video.

 

La forza della parola di Dio nella conversione

Il silenzio di quel popolo radunato, non era un silenzio vuoto, ma un silenzio che portava all’incontro con Dio. Un silenzio orante. Il silenzio che invita Dio a dimorare nel cuore del suo popolo.[2] «Questa gente radunata – pensava Antonio – fa gesti che non capisco. Le mani giunte e poi si prostrano e si alzano. Hanno lo sguardo fisso verso lo schermo, e la testa un po’ piegata».

Un istante dopo udii queste parole: Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi[3]

 

L’interrogarsi di Antonio come punto di partenza

Dopo una pausa silenziosa, seguì un’altra lettura. Anche quella toccò il cuore di Antonio. Si chiedeva: «Chi è questo uomo che si è caricato delle nostre sofferenze? Perché? Quali sono le nostre colpe per cui egli è stato trafitto?… ». Un fiume di domande tutte nuove. La metanoia ha le sue strade per ciascuno.

 

Il ruolo della comunità credente nella conversione

In quel gruppo di persone intorno allo schermo c’era una persona che portava il microfono. Poiché la via crucis con il Papa si svolgeva in italiano, un uomo, buon conoscitore della lingua italiana, traduceva ogni frase: nel Mozambico dove si parla il Portoghese, come seconda lingua, sarebbe stato impossibile capire ciò che era detto in lingua italiana.[4] Ecco, l’espressione nella lingua del posto è fondamentale per la conversione di Antonio.

Alla fine dell’evento, Antonio si avvicinò a quella persona che traduceva. «Sono Antonio»; e stese la mano destra verso di lui. «Sono Carlo, piacere».

Un dialogo breve, in cui Antonio chiese un appuntamento per il giorno dopo; un appuntamento in cui esternare domande. Carlo, infatti, è uomo di fede, colto, ben formato nella dottrina della fede cattolica, catechista che insegna le materie di fede cattolica nella parrocchia. Il catechista Carlo è noto in tutta la sua diocesi per la competenza accademica in materia di fede e la sua affascinante pedagogia; è apprezzato da molta gente. Queste sue competenze saranno messe a disposizione nel processo di conversione di Antonio.

Antonio chiese: «Chi é quell’uomo di cui ho sentito parlare nel vostro raduno che si è caricato delle nostre sofferenze?».  «Si chiama Gesù», risponde Carlo. «Sì, Gesù Cristo nostro Salvatore», aggiunse Carlo. «Ma chi è Gesù, questo Gesù Cristo di cui mi parli?». Nel discorrere Carlo, si rese conto di avere di fronte una persona in ricerca.

 

La pedagogia catechistica nella conversione

Carlo spiegava; istruiva Antonio, che era commosso e molto interessato nel dialogo. Alla fine di quella catechesi, dalla bocca di Antonio, uscì spontanea la frase: «Non posso più vivere senza la fede in Cristo». Era una confessione di fede forte, fatta dopo tanti anni di vita vissuta senza pensare a Dio, pur essendo battezzato. È il punto di non ritorno della sua conversione. Il dialogo tra Carlo e Antonio, evoca quel cammino di Filippo e l’eunuco funzionario di Candace negli Atti degli Apostoli, che alla fine portò al battessimo di quest’ultimo.[5]

È impressionante che ora, già da più di due mesi dopo la sua conversione, Antonio frequenta la chiesa della sua parrocchia. Adesso ha il tempo per lodare Dio e per sé stesso, senza trascurare il lavoro. Antonio ha fatto l’esperienza personale di Gesù che ha cambiato radicalmente la sua vita. Gli è bastato un solo brano della parola di Dio per cambiare la sua vita.

È una situazione che lo ha coinvolto specificamente nella sua persona, una situazione concreta, esterna e interna e lo conduce alla conversione.[6] Davvero, «nell’esperienza il soggetto non può distaccarsi da ciò che vive, nel senso che, fare esperienza di… significa fare esperienza di sé stesso».[7] Non si può copiare l’esperienza dell’altro.È così che la via crucis del Venerdì Santo con il Santo Padre ha potuto scrivere una nuova pagina nella vita di Antonio. Inoltre, Antonio si è iscritto per seguire la catechesi che lo porta a ricevere la santa comunione e il sacramento della cresima.

 

Verso la conclusione

Malgrado questa nuova vita che vive Antonio, non ha smesso il suo mestiere, anzi per la sua conversione è divenuto più efficiente di prima, capace di ascolto degli altri e collabora bene con i suoi compagni. «Non dimentico mai di pregare a casa», è solito dire, quando racconta la sua storia. Questo è ciò che Papa Francesco nella Gaudete et exsultate chiama «l’attività che santifica».

Conversione
La conversione di Antonio è un evento che coinvolge tutta la Chiesa partendo dal suo fondatore Gesù cristo

 

Per il fatto che Antonio ha fatto la metanoia continuando con il suo lavoro, sottolinea che egli non abbia relegato la dedizione alla vita spirituale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, «come se fossero [gli impegni suoi] distrazioni nel cammino della santificazione e della pace interiore.»[8] Ecco, la Parola di Dio non nega il mondo opera alla sua santificazione. La metanoia di un fedele inoltre, è una strada che coinvolge tutta la Chiesa.

La testimonianza di vita data dal Catechista Carlo, contribuendo così a la trasformazione di vita di Antonio, senza dubbio sottolinea per sé bene quel passo del Concilio Vaticano II in Ad gentes, il quale insiste che, la Chiesa non si può considerare realmente fondata senza l’apostolato del laicato autentico. «non può infatti il Vangelo penetrare ben addentro nella mentalità, nel costume, nell’attività di un popolo, se manca la presenza dinamica dei laici…»[9]

 

Conclusione

In realtà, ogni Venerdì Santo il Santo Padre celebra la via crucis al Colosseo. Luogo dove nei primi secoli della religione cristiana sono stati martirizzati tanti Santi dai Romani. La celebrazione della passione di Gesù in forma di via crucis al Colosseo è una tradizione che sale al settecento voluta da papa Benedetto XIV.[10] Ecco, questo influisce il cambiamento di vita alla fede in Cristo.

Quest’anno, a causa dell’emergenza COVID-19, non si è potuto mantenere tale tradizione. Tuttavia, la celebrazione è stata svolta sulla piazza San Pietro, avendo come partecipanti, la presenza solo del Santo Padre Francesco, i cerimonieri pontefici e altre poche persone per la lettura delle stazioni. Il popolo di Dio nel mondo, secondo le possibilità, ha potuto seguire la diretta TV.

Infatti, i pensieri di Dio non sono mai stati quelli dell’uomo (Is 55, 8-9) e, questo evento, ha facilitato la conversione di Antonio. La discrezione in un piccolo filmato può essere riferito a https://youtu.be/Coe6i4DiPbo.

 

 


 

LIBERATORIA

Le foto e video utilizzati in questo articolo

i. la foto in evidenza l’ho presa dallo schermo che proiettava la via crucis su Youtube di Vaticano TV dal vivo, per l’uso esclusivamente di questo articolo.

ii.  La foto nell’articolo è realizzato da me graficamente, unendo insieme varie foto, per l’uso esclusivamente di questo articolo.

iii. Il primo video nell’articolo l’ho preso dal Youtube, è esposto al pubblico.

iv. Il secondo video alla fine dell’articolo l’ho realizzato personalmente per l’uso esclusivamente di questo articolo.


BIBLIOGRAFIA

 

BIBBIA

Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della CEI, Elledici, Herenveen 2010.

 

MAGISTERO

Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium, (21 novembre 1964), in Flanery Austin (ed.), Rekha Printers, New Delhi 2010, 715-758.

PAPA FRANCESCO, Esortazione apostolica Gaudete et exultate, Libreria editrice Vaticana, 2018.

 

STUDI

«Colosseo», in Claudio Rendina (a cura di), Enciclopedia di Roma, I, Newtown & Compton editori, Roma 2005, pp.324-325.

Liturgia delle ore secondo il rito Romano. La preghiera del mattino e della sera, Libreria editrice vaticana, Roma 2005.

Brandys, «Via crucis» in Pio Paschi et alii (a cura di), Enciclopedia cattolica, XII, Casa editrice G. S. Sansoni, Firenze 1954, coll.1348-1349.

Sarah Robert, La forza del silenzio contro la dittatura del rumore, Edizioni Cantagalli, Siena 2017.

Zuccaro Cataldo, Teologia morale fondamentale, Queriniana, Brescia, 2013.

[1] Liturgia delle ore secondo il rito Romano. La preghiera del mattino e della sera, Libreria editrice vaticana, Roma 2005. P. 1836.

[2] Cfr. R. Sarah, La forza del silenzio contro la dittatura del rumore, Edizioni Cantagalli, Siena 2017, pp. 27-28.

[3] Is 53,4-6.

[4] Il termine via crucis sta per indicare «il viaggio che Gesù, carico della Croce, fece dal pretorio di Pilato al Monte Calvario, dove fu crocifisso e morì». Mentre non si sa esattamente l’origine di questa pietà popolare diffusa in tutto il mondo, attribuendola solo tra i secoli XII-XVIII molto probabilmente dai Frati Minori, la via crucis è riconosciuta la sua diffusione da san Leonardo da Porto Maurizio nel corso delle sue missioni per l’Italia (1731-1751).

Per approfondimento si lega M. Brandys, «Via crucis» in Pio Paschi et alii (a cura di), Enciclopedia cattolica, XII, Casa editrice G. S. Sansoni, Firenze 1954, coll.1348-1349

[5] At 8,26-40.

[6] Per l’esperienza dell’incontro con Gesù si legga C. Zuccaro, Teologia morale fondamentale, Queriniana, Brescia, 2013, p.152.

[7] Ibidem.

[8] PAPA FRANCESCO, Esortazione apostolica Gaudete et exultate, Libreria editrice Vaticana, 2018, n.27.

[9] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium, (21 novembre 1964), in Flanery Austin (ed.),Rekha Printers, New Delhi 2010, n.21.

[10] Cfr. «Colosseo», in Claudio Rendina (a cura di), Enciclopedia di Roma, I, Newtown & Compton editori, Roma 2005, pp.324-325.