Pandemia e Pastorale oggi: Sfide in Opportunità.

 

Cosa ci dici tu..?

Nel tempo nostro abbiamo bisogno di buone notizie, siamo immersi oggi in un mondo molto inquietante. Si nota che prima che la Pandemia di Covid-19 ci lasci, ha scoppiato la guerra attuale tra Russia e Ucraina tra altre guerre nel mondo intero di cui si parla meno. Come tanti dicono, non è una guerra solo tra questi due paesi come sembra ma è una “guerra mondiale”. Siamo preoccupati così tanto perché non ci piace nessuno tipo di disagio, di fastidio come i tempi più difficili del Covid.

Siamo tutti Testimoni del tempo Covid-19 che è stato un bel fastidio a tanti e tutto il mondo. Tanto se n’è scritto, tutto il mondo ha vissuto questi momenti difficili, ogni persona ne ha esperienza, famigliare oppure comunitaria. Attesteremo piuttosto che le sfide vissute siano state anche momenti opportune nell’ambito pastorale.

Nessuno aveva previsto il Coronavirus: neanche coloro che, a cose fatte, hanno affermato di aver vaticinato la pandemia, di aver saggiamente previsto tutto, scrive il curatore del libro Contagiati: Pensieri, comportamenti, prospettive oltre il Coronavirus. Conferma ancora che:

La pandemia è arrivata, ha attraversato oceani e continenti seminando malattia e morte. Ha, al contempo, dato una scossa al sistema sanitario, ha generato una crisi economica di immense proporzioni; l’umanità si è trovata di fronte all’ennesima sfida globale (non subito percepita come tale), nella quale sono emerse risposte coraggiose e generose accanto a vecchi egoismi e a negazionismi dal sapore terrapiattista («è solo un’influenza», «no alle mascherine e alle restrizioni alla libertà individuale»). Lo shock generato dal virus ha richiesto di mettere in campo nuove risorse, di sviluppare azioni e reazioni – a volte dimostratesi efficaci, altre volte meno o per nulla – in campo medico e scientifico, politico, economico, sociale[1].

In riguardo delle epidemie nella storia umana, ne notiamo sette di grande gravità quanto scritto da Guiomar Huguet Pané sul sito di Storica National Geographic nel suo articolo intitolato «Le grandi epidemie della storia»: La peste di Giustiniano, la peste nera (tra il 1346 e il 1353), il vaiolo (1824-1829; 1837-1840;1870-1874), l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica 1957-1960, l’influenza di Hong Kong 1968, il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) dal 1981[2].

La Pandemia e Pastorale oggi: Sfide e Opportunità
La Pandemia e Pastorale oggi: Sfide e Opportunità

Cosa abbiamo fatto e vissuto durante il tempo della Pandemia con riferimento alla vita Pastorale

Papa Francesco nella sua omelia del Giovedì Santo, durante la Messa del Crisma 2013 chiese soprattutto ai sacerdoti riuniti a rinnovare la loro ordinazione ad essere pastori con “l’odore delle pecore” «questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello…»)[3]. Si potrebbe chiedere come i pastori durante la pandemia potessero aggiungere ai loro fedeli per amministrare il servizio a loro dato e richiamato dal Santo Padre.

Nel Messaggio Video per l’emergenza da Coronavirus, Acerra, 10 marzo 2020 del Monsignor Antonio DI DONNA vescovo di Acerra in Campania, il vescovo condivide incoraggiando e insegnando i suoi fedeli sulla situazione in questione quanto ha colpita sia la vita sociale che ecclesiale alcune riflessioni e sentimenti:

Abbiamo sentito or stati chiesto (delle parole) la responsabilità e solidarietà e di assumere con serietà i sacrifici necessari. Abbiamo accettato con spirito di lealtà e collaborazione quanto è richiesto dalle Autorità competenti per affrontare al meglio il virus e limitare il contagio. Nell’area pastorale della chiesa la celebrazione dell’eucaristia e la possibilità di pregare insieme, le attività di catechesi, e i momenti di incontri non si facevano.[4]

In un mondo dove tutto è veloce, siamo stati invitati a stare a casa. Ci ha aiutato, scrive il vescovo, a dare valore a quei legami che troppo spesso diamo per scontati. Nel contesto europeo gli abbracci a cui si astenia erano evitati, ma con i mariti e le mogli, i figli, i genitori, hanno ritrovato la bellezza dello stare a casa, dello stare insieme.

Professore Pietro Angelo MURONI dell’Università Pontificia Urbaniana osserva queste parole scrivendo sulla Liturgia e new media: “estensione” della partecipazione attiva? «siamo passati dalla DAD (didattica a distanza) alla LAD (liturgia a distanza)…»[5].

Nel suo articolo il Professore voleva dire che l’uso dei media durante l’emergenza sanitaria è stata una modalità legata a un periodo storico particolare di difficoltà che forse in qualche senso ne avevo bisogno però occorre vigilare che questa modalità non sostituisca automaticamente la normalità del vivere insieme in presenza comunitaria ovvero parrocchiale le celebrazioni sacramentali.

Ci siamo voluti vicini tra i social media, abbiamo ammirato la normalità che ci mancava durante i duri lockdown della pandemia, nondimeno, i media ci fanno prossimi, (Scrive Massimiliano PADULA ), che «la prossimità quindi riguarda i media perché essi sono vere e proprie “opportunità pastorali” che contribuiscono non solo a comunicare ma anche a esprimere il dato umano che fa la chiesa. Con la prossimità (e con tutte le sue dimensioni compresa quella comunicativa) si deve infatti confrontare ogni singolo credente nella sua vocazione e, di riflesso, anche nel suo spazio comunitario e relazionale di azione»[6].

La pandemia infine come anche afferma il Monsignore Antonio (già sopra citato) «non è stato un tempo vuoto», in riguardo soprattutto dei pastori della Santa Chiesa, fratelli sacerdoti e religiosi, ma è stato un’occasione per ricoprire i rapporti personali con i fedeli, di essere disponibili all’ascolto. Riguardando sempre il futuro con speranza abbiamo preso delle opportunità per quanto riguarda le trasformazioni pastorali pensate e vissute in questo tempo storico della famiglia umana nonostante le situazioni sfidanti.

Tumusime Yowasi
Studente, Missionario della Consolata
tumusiimejoas@gmail.com

Note

[1]  BORSA G. (a cura di ), «Contagiati: pensieri, comportamenti, prospettive oltre il Corona virus», Dialogo Editore, Milano 2020, 5

[2] Cf…Guiomar Huguet Pané «Le grandi epidemie della storia»: https://www.storicang.it/a/le-grandi-pandemie-della-storia_14759/2#slide-1

[3]  FRANCESCO, Omelia. Giovedì Santo; Messa del Crisma (28 marzo 2013) https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130328_messa-crismale.html  

[4] MONSIGNOR ANTONIO DI DONNA La fede nel tempo della pandemia OMELIE E CATECHESI AL POPOLO a cura dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali http://www.diocesiacerra.it/wp-content/uploads/sites/2/2020/06/omelie20luglio.pdf 

[5] MURONI Pietro Angelo, «Liturgia nel Post-Pandemia: quali prospettive per la celebrazione liturgica nel “post Vaccino”», in Urbaniana University Journal 74 (2021) 2, 165-190.

[6]  Massimiliano PADULA, Comunica il prossimo tuo: cultura digitale e prassi pastorale, Paoline, Milano 2020, 12




La scuola al tempo del Covid tra DAD, DDI e tutela della privacy

La necessità di gestire l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19  ha modificato radicalmente lo scenario della scuola italiana. 

Siamo passati da una didattica tradizionale che si svolgeva in un luogo protetto e ben definito qual è l’aula, ad un insegnamento impartito senza la relazione diretta docente-discente, in aule virtuali che superano i confini spazio-temporali e necessitano l’abbandono delle metodologie tradizionali per fare ricorso alla cosiddette nuove tecnologie.

C’è da dire che il MIUR, già dal 2007,  aveva iniziato a sostenere ed incoraggiare progetti volti ad integrare la didattica “tradizionale” con l’utilizzo delle nuove tecnologie, promuovendo l’innovazione tecnologica della Scuola con interventi che hanno reso possibile l’acquisto di strumentazioni (PC, Lim, realizzazione di ambienti di apprendimento innovativo…) che hanno portato il digitale in classe.1

Qualche anno dopo, il Piano Nazionale Scuola Digitale, che è un pilastro della Legge 107/2015 (la cosiddetta “Buona Scuola”)2 ha previsto lo stanziamento di diversi fondi atti proprio a favorire l’innovazione tecnologica nelle Scuole, consentendo un balzo in avanti senza perdere di vista l’obiettivo principale del sistema educativo, ovvero quello di realizzare “lo sviluppo armonico e integrale della persona”. 3

L’emergenza epidemiologica generata dal COVID-19, con la conseguente sospensione di tutte le attività didattiche in presenza nel corso del 2020, ha sicuramente dato una violenta accelerata all’attivazione pratica di queste innovazioni, in tutte le istituzioni scolastiche e non solo in quelle “pioniere” che già da tempo avevano messo in pratica un modello didattico blended, rendendo necessario sostituire la tradizionale didattica in presenza con la famigerata didattica a distanza.

Ma cosa si intende per Didattica a distanza?

La didattica a distanza (DAD) è definita dalla Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 del MIUR: 

Il collegamento diretto o indiretto, immediato o differito, attraverso videoconferenze, videolezioni, chat di gruppo; la trasmissione ragionata di materiali didattici, attraverso il caricamento degli stessi su piattaforme digitali e l’impiego dei registri di classe in tutte le loro funzioni di comunicazione e di supporto alla didattica, con successiva rielaborazione e discussione operata direttamente o indirettamente con il docente, l’interazione su sistemi e app interattive educative propriamente digitali”. 4

Da questa definizione emerge chiaramente che la didattica a distanza non è semplicemente il “fare lezione al computer”, ma presuppone la realizzazione di un ambiente di apprendimento, seppur virtuale, in cui permanga la relazione tra docente e alunno.

 

La tutela dei dati personali nella didattica a distanza

Cambiando lo scenario in cui questo ambiente di apprendimento si realizza, si pongono all’attenzione questioni riguardanti la liceità e lamcorrettezza del trattamento dei dati personali. Il Garante della Privacy è intervenuto tempestivamente nel chiarire queste questioni emanando il Provvedimento del 26.03.2020 “Didattica a distanza: prime indicazioni”. 5 Il documento si sviluppa essenzialmente in cinque punti fondamentali:

  1. Base giuridica del trattamento dei dati personali. Non è necessario individuare una nuova base giuridica rispetto alla tradizionale didattica in presenza, in quanto la scuola continua a fare quello che aveva sempre fatto finora, avvalendosi però di strumenti diversi, quindi il trattamento è riconducibile alle finalità istituzionali della scuola. Ne deriva che non è richiesto alcun consenso preventivo agli studenti e alle famiglie per l’utilizzo di queste nuove tecnologie;
  2. Privacy by design e by default: scelta e configurazione degli strumenti da utilizzare. La scuola per utilizzare queste nuove tecnologie nella didattica, non può fare leva su mezzi propri, ma deve utilizzare strumenti che veicolano la didattica e che richiedono una raccolta e una trasmissione dei dati. La scelta e la configurazione degli strumenti da utilizzare deve tener conto già in fase di progettazione i problemi che potrebbero verificarsi e prevenire i rischi, in modo da tutelare gli utenti;
  3. l ruolo dei fornitori dei servizi on line e delle piattaforme. Ogni volta che si fa uso di una delle diverse piattaforme per la didattica on line, moltissimi dati dei fruitori di questi strumenti vengono raccolti e trasmessi. Si potrebbe correre il rischio di costituire un possibile target di consumatori collegando questi dati a soggetti che forniscono servizi pubblicitari e di marketing. Per questo motivo è indispensabile individuare come responsabile del trattamento dati un soggetto che non può essere l’insegnante o la scuola, ma deve necessariamente essere  il fornitore delle piattaforme che si utilizzano. Solo in questo modo si potranno avere adeguate garanzie sul piano della protezione dei dati;
  4. Limitazione delle finalità del trattamento. I dati trattati per conto della scuola devono essere utilizzati solo per la didattica a distanza e al termine del progetto dovranno essere cancellati dalla piattaforma. La scuola è chiamata a vigilare su questo.
  5. Liceità, correttezza e trasparenza del trattamento La scuola deve assicurare la trasparenza del trattamento fornendo agli interessati apposita informativa sul trattamento dei dati personali (ex art. 13 GDPR).

 

Un modello di Governance Privacy

Alla luce delle indicazioni di questo Provvedimento ogni scuola deve costruire un proprio modello di governance della privacy da applicare alla Didattica a Distanza che sia pienamente conforme al Regolamento.

Infatti sono proprio le scuole, in quanto titolari del trattamento, a scegliere e regolamentare i modelli e gli strumenti che ritiene più efficaci per l’attuazione della Didattica a distanza .

Il titolare del trattamento sarà il Dirigente Scolastico ovvero la persona che determina le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali.

Accanto alla figura del titolare del trattamento si pone la figura del Data Protection Officer (DPO), ovvero il Responsabile della protezione dei dati (RPD). Può essere un soggetto interno o esterno alla scuola ed è colui che assicura l’applicazione del quadro normativo vigente nel trattamento dei dati. Svolge attività di sensibilizzazione e formazione all’interno dell’istituzione scolastica sui temi della privacy e del trattamento dati.

Segue poi la figura dei cosiddetti Presidi Privacy (animatore digitale e componenti del team per l’innovazione) che forniscono garanzie in materia di protezione dei dati personali in quanto utilizzano la loro esperienza e le loro conoscenze per mettere in pratica misure di sicurezza mirate ad evitare rischi sul titolare del trattamento.

Ci sono poi le Persone autorizzate al trattamento (docenti) ovvero tutti coloro che effettuano operazioni  sui dati personali, sotto l’autorità e seguendo le indicazioni fornite dal titolare del trattamento.

Infine c’è il Responsabile esterno al trattamento che è il soggetto terzo, fornitore della piattaforma per la didattica on line, ovvero colui che tratta dati personali per conto del titolare, mettendo in atto misure tecniche ed organizzative  per la protezione dei dati.

Compiti del titolare del trattamento

Il titolare del trattamento deve scegliere gli strumenti per realizzare la didattica digitale, tenendo conto del fatto che questi strumenti devono avere garanzie offerte sul piano della protezione dei dati personali. Questo vuol dire che la scelta deve ricadere su piattaforme che hanno servizi strettamente necessari alla didattica, minimizzando i dati personali da trattare (Principio by design e by default) 6 evitando sistemi di registrazione come social login o forme di geolocalizzazione, che aumentano il rischio del titolare del trattamento. 

La valutazione dell’impatto privacy, invece, si rende necessaria solo qualora vengano utilizzate nuove soluzione tecnologiche particolarmente invasive.

Il titolare del trattamento ha inoltre il dovere di predisporre l’informativa al trattamento dei dati personali e di sensibilizzare tutti i fruitori degli strumenti per la didattica digitale ad un uso consapevole degli strumenti tecnologici. Deve vigilare sull’attività svolta dal Responsabile del trattamento nonché sul corretto utilizzo degli strumenti tecnologici nel contesto lavorativo e gestire eventuali situazioni in cui si verificasse una violazione della privacy (Data Breach).

Dalla DAD alla DDI

Ad oggi, terminata la fase acuta dell’emergenza pandemica, che aveva reso necessario l’adozione di misure restrittive su tutto il territorio nazionale, la DAD è stata sostituita dalla DDI (Didattica Digitale Integrata), ovvero una forma di integrazione della didattica in presenza, erogata nella Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di Primo grado, solo nel caso dovessero intervenire situazioni legate alla positività al Covid, invece, nella Scuola Secondaria di Secondo grado, come modalità integrata della didattica in presenza.

La DAD, svolta totalmente in modalità virtuale, costituisce una componente della DDI e non la esaurisce completamente. Di fronte all’eccezionalità di un evento come la pandemia da Covid-19, la DAD è stato lo strumento emergenziale che ha permesso alla scuola italiana di continuare a svolgere la sua funzione, nonostante le restrizioni imposte dal lock down.  In un primissimo momento, in cui le linee teoriche di questa nuova modalità di fare scuola non erano ancora ben definite, ogni istituzione scolastica ha cercato di organizzarsi al meglio, affidandosi allo spirito di iniziativa dei Dirigenti Scolastici e dei singoli docenti, laddove le linee guida nazionali non erano abbastanza chiare ed esaustive.  

Nel corso dell’estate del 2020, il MIUR ha elaborato e inviato alle scuole un documento contenente le “indicazioni operative affinché ciascun Istituto scolastico possa dotarsi, capitalizzando l’esperienza maturata durante i mesi di chiusura, di un Piano scolastico per la didattica digitale integrata7, coniando il nuovo acrostico di DDI. Possiamo dunque affermare che la DDI diventa la risposta non più immediata, ma ragionata e strutturata, all’eventualità che possano verificarsi in futuro, nuove situazioni che non rendano possibile fare scuola in presenza a causa delle condizioni pandemiche. In questo documento denominato “Linee guida per la Didattica digitale integrata” viene fornito un quadro normativo di riferimento ben definito, che ribadisce come la “progettazione della didattica in modalità digitale deve tenere conto del contesto e assicurare la sostenibilità delle attività proposte e un generale livello di inclusività, evitando che i contenuti e le metodologie siano la mera trasposizione di quanto solitamente viene svolto in presenza“. 8

Tutte le scuole di ogni ordine e grado, a partire dal mese di settembre 2020, hanno, dunque, integrato il proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) alla luce di queste linee guida, elaborando il proprio Piano scolastico per la Didattica digitale integrata, nel quale la DDI viene strutturata attraverso attività sincrone, ovvero svolte in tempo reale,  e attività asincrone, “per consentire di ottimizzare l’offerta didattica con i ritmi di apprendimento, avendo cura di prevedere sufficienti momenti di pausa. 9

Non poteva mancare, in questo riordino e ridefinizione delle  linee generali della DDI, una particolare sottolineatura alla questione del trattamento dei dati personali. 

Il MIUR, in collaborazione con l’Autorità Garante della Privacy con la nota prot. 11600 del 3 settembre 2020, ha redatto un nuovo documento in cui sono fornite le indicazioni generali riguardo la protezione dei dati nella DDI. Quest’ultimo documento, predisposto da un gruppo di lavoro congiunto Ministero dell’istruzione-Ufficio del Garante, amplia e chiarisce le prime indicazioni che erano state formulate con il Provvedimento 64 del 26.03.2020 di cui si è parlato in precedenza, applicandole al nuovo strumento della didattica digitale integrata.

In questo nuovo documento vengono dettagliate le “Misure tecniche organizzative legate alla sicurezza10 ribadendo la neccessità che il Dirigente scolastico in collaborazione con il RPD, si assicurino che i dati personali vengano protetti dall’uso improprio, dalla perdita e da danni accidentali esemplificando alcune misure da adottare:

  • adozione di adeguate procedure di identificazione e di autenticazione informatica degli utenti e utilizzo di robusti processi di assegnazione agli di credenziali o dispositivi di autenticazione ovvero utilizzare sistemi che permettano un processo di accesso alle piattaforme attraverso la combinazione di credenziali sicure e password efficaci, in quanto queste costituiscono la chiave che permette l’accesso ai propri dati personali. E’ altresì opportuno ricordare agli utenti di utilizzare password complesse, difficili da decifrare da conservare con cura proprio per evitare intrusioni nei propri profili;
  • definizione di differenti profili di autorizzazione da attribuire ai soggetti autorizzati in modo da garantire un accesso selettivo ai dati creando profili diversificati a seconda della tipologia di utente (docenti, genitori, studenti)  in modo da escludere l’eventualità che, ad esempio, gli studenti possano, con il loro profilo, accedere ai dati dei docenti. A tal proposito è importante che ogni categoria di utenti abbia accesso solo a quelle applicazioni strettamente necessarie alla didattica, limitando l’accesso a funzionalità non necessarie allo scopo;
  • definizione di password policy adeguate  stabilendo regole di generazione complesse delle password che dovranno rispettare determinate caratteristiche (lunghezza, inserimento di caratteri speciali…) e che richiedano un aggiornamento periodico delle stesse;
  • formazione e sensibilizzazione degli utenti che devono essere consapevoli delle responsabilità che derivano da un uso improprio delle piattaforme e dei rischi relativi alla gestione superficiale delle credenziali di accesso che non possono essere condivise e devono essere custodite con cura.Un altro compito essenziale che il dirigente scolastico, sentito il RPD, dovrà assolvere è quello  di richiedere al fornitore dei servizi garanzie circa l’impossibilità di  trasferire i dati fuori  dall’Unione Europea o di monitorare le attività degli utenti. A tal fine si rende necessario  nominare tale soggetto come responsabile del trattamento con contratto o altro atto giuridico (art. 28 del Regolamento), precisando obblighi specifici.

Un’attenzione particolare viene infine data all’utilizzo delle webcam che “deve in ogni caso avvenire nel rispetto dei diritti delle persone coinvolte e della tutela dei dati personali. Nel contesto della didattica digitale, l’utilizzo della webcam durante le sessioni educative costituisce la modalità più immediata attraverso la quale il docente può verificare se l’alunno segue la lezione, ma spetta in ogni caso alle istituzioni scolastiche stabilire le modalità di trattamento dei dati personali e in che modo regolamentare l’utilizzo della webcam da parte degli studenti che dovrà avvenire esclusivamente, come sopra precisato, nel rispetto dei diritti delle persone coinvolte”.11 Le video-lezioni in quanto tali prevedono un transito di immagini, spesso di minori, che necessitano di particolare tutela.  I fruitori di queste piattaforme devono essere opportunamente informati sui rischi che incorrono diffondendo queste immagini o anche altro materiale di proprietà intellettuale degli utenti (ad esempio elaborati prodotti dagli studenti e che riportano dati personali, oppure registrazioni audio, non autorizzate, di lezioni tenute dal docente) al di fuori delle attività strettamente didattiche, rischi che potrebbero comportare responsabilità sia civili che penali. Ricordiamo che nel 2017 è stato introdotto nel codice penale il reato di “Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente” che punisce “chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni […] svolte in sua presenza o con la sua partecipazione” (art. 617 septies CP).

Infine per quanto riguarda la valutazione d’impatto (DPIA) pur permanendone l’obbligatorietà solo nel caso di “ricorso a piattaforme di gestione della didattica che offrono funzioni più avanzate e complesse che la scuola decida di utilizzare e che comportano un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche”12 si consiglia di verificare nuovamente, al di là delle scelte effettuate nell’anno scolastico precedente, la necessità di effettuarla.13

Conclusione

I percorsi avviati attraverso la DAD e la DDI, hanno aperto la strada a nuovi orizzonti che la scuola italiana è chiamata a  percorrere, aprendo scenari di didattica mista che possono rispondere alle esigenze di apprendimento di ogni singolo alunno, in modo da sviluppare una forma di apprendimento individualizzato. Questo punto di forza potrebbe, però, trasformarsi in una criticità laddove questi  percorsi non fossero gestiti anche sotto l’aspetto del trattamento dei dati personali. Nella scuola digitale la nostra vita passa attraverso gli schermi e le piattaforme che raccolgono immagini, dati, informazioni e non può essere ammessa l’eventualità di una violazione alla riservatezza della propria vita.  Ci rassicura, in tal senso, l’attenzione  che il Garante pone nell’emanazione di norme che regolano l’attività di didattica a distanza e la ricezione delle stesse da parte delle istituzioni scolastiche. Infatti, nonostante DAD e DDI, siano termini diventati famosi ai più, in riferimento alla pandemia, le potenzialità di questi strumenti erano già note da  tempo e di sicuro il loro utilizzo non si arresterà con la fine dell’emergenza sanitaria. 

Già dal 2006 la scuola italiana aveva iniziato ad orientare  le proprie azioni alla realizzazione delle Competenze Chiave Europee, ovvero quelle competenze “di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione“. 14. La competenza digitale è una di queste.

Nelle “Indicazioni Nazionali e nuovi scenari“, in riferimento alla competenza digitale, leggiamo: “Solo in minima parte (la competenza digitale) è alimentata dalle conoscenze e dalle abilità tecniche, che pure bisogna insegnare. I nostri ragazzi, anche se definiti nativi digitali, spesso non sanno usare le macchine, utilizzare i software fondamentali, fogli di calcolo, elaboratori di testo, navigare in rete per cercare informazioni in modo consapevole. Sono tutte abilità che vanno insegnate. Tuttavia, come suggeriscono anche i documenti europei sulla educazione digitale, le abilità tecniche non bastano. La maggior parte della competenza è costituita dal sapere, cercare, scegliere, valutare le informazioni in rete e nella responsabilità nell’uso dei mezzi, per non nuocere a sé stessi e agli altri“. 15.

Al di là dell’acquisizione della mera competenza digitale, un modello educativo misto che utilizza risorse digitali a supporto e completamento della didattica tradizionale, appare estremamente efficace per la realizzazione di un insegnamento calibrato sulle esigenze dello studente, promuovendo e facilitando l’approfondimento anche interdisciplinare e consentendo la realizzazione di attività di recupero e potenziamento personalizzate. 16

La DDI consentendo all’insegnante, la possibilità di spaziare tra le attività in presenza e le attività multimediali, si rivela uno strumento particolarmente efficace, quando opportunamente applicata, agli alunni con disabilità. Le risorse digitali permettono infatti, a partire dai punti di forza che questi alunni presentano, il potenziamento dei punti deboli, attraverso azioni mirate. Si pensi ad esempio ai software per la letto-scrittura, che permettono agli alunni dislessici la lettura e la comprensione di testi che altrimenti risulterebbe difficoltosa, oppure all’utilizzo del Pc e degli strumenti per l’autocorrezione da parte degli studenti che presentino problemi di disortografia.

Alla luce di quanto detto, l’utilizzo del digitale nella scuola, nel rispetto delle specificità di ognuno e con tutte le garanzie che il sistema della tutela dei dati offre, potrebbe veramente dare alla scuola italiana una svolta verso una innovazione metodologica capace di “sostenere il diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi
e assicurare a tutti le opportunità di sviluppare le competenze chiave17, nell’ottica “dello sviluppo di competenze per la cittadinanza attiva e la sostenibilità“. 18

Catia Di Mario

 

Sitografia

Samuele Calzone, Claudia Chellini, Competenze digitali e fabbisogni formativi dei docenti, marzo 2016, https://www.miur.gov.it/documents/20182/6080206/rapporto_indire_Competenze_digitali_Rapporto_DOCENTI.pdf/57d66dff-947d-4587-9c45-356c53c6562d?version=1.0

Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009,n. 89 http://www.indicazioninazionali.it/2018/08/26/indicazioni-2012/ (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

Piano Nazionale Scuola Digitale, https://www.miur.gov.it/scuola-digitale (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 (Versione 1.0),  https://www.miur.gov.it/ricerca-tag/-/asset_publisher/oHKi7zkjcLkW/document/id/2598016 (ultima consultazione 20 gennaio 2022)

Didattica a distanza e tutela della privacy, webinar del 5 maggio 2020, https://www.indire.it/2020/05/20/didattica-a-distanza-e-tutela-della-privacy-tutte-le-risposte-alle-domande-poste-durante-il-webinar/

Provvedimento del 26 marzo 2020 – “Didattica a distanza: prime indicazioni”,  https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9300784 (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 24 gennaio 2022)

https://www.garanteprivacy.it/home/attivita-e-documenti (ultima consultazione 5 gennaio 2022)

https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html (ultima consultazione 25 gennaio 2022)

Regolamento Ue 2016/679 Aggiornato alle rettifiche pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea 127 del 23 maggio 2018, https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6264597(ultima consultazione 05 gennaio 2022)

Didattica Digitale Integrata e tutela della privacy: indicazioni generalihttps://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 27 gennaio 2022)

Infografica DPIAhttps://www.istruzione.it/rientriamoascuola/allegati/Didattica-Digitale-Integrata-e-tutela-della-privacy-Indicazioni-generali.pdf (ultima consultazione 27 gennaio 2022)

Linee guida per la Didattica Digitale integrata, https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/ALL.+A+_+Linee_Guida_DDI_.pdf/f0eeb0b4-bb7e-1d8e-4809-a359a8a7512f (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006, relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente” , https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:it:PDF  (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Indicazioni Nazionali nuovi scenari, https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Indicazioni+nazionali+e+nuovi+scenari/ (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

La Scuola delle Intelligenze multiple: diversificare per valorizzare”, https://www.metaintelligenze.it/la-scuola-delle-intelligenze-multiple-diversificare-per-valorizzare/ (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Raccomandazione del consiglio del 22 maggio 2018 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32018H0604(01),  (ultima consultazione 31 gennaio 2022)

Note




Benvenuti nel nuovo mondo

Introduzione

Se guardiamo al passato del mondo della comunicazione prendiamo atto di tre grandi e decisive rivoluzioni: quella “chirografica” in seguito all’invenzione della scrittura nel quarto millennio a.C., quella “gutemberghiana” con l’invenzione della stampa nel XV secolo e quella “elettrica ed elettronica” con le invenzioni del telegrafo, della radio e della TV nel XX sec.
Queste rivoluzioni hanno prodotto a loro volta culture che si sono succedute negli ultimi sei millenni:

  • la cultura “orale” (primato della parola e della relazione);
  • la cultura “manoscritta” (la scrittura come tecnica per trasmettere la parola);
  • la cultura “tipografica” (il libro come trasmissione del sapere)
  • la cultura dei “media elettronici” (informazioni rapide, infinite, globali).

Il primo libro stampato da Gutemberg, la Bibbia 1456

Fino agli anni sessanta del secolo scorso i media si sono moltiplicati ed è cambiato il modo di trasmettere le notizie.
Tutti i media, cioè giornali, radio e televisioni rappresentavano gli strumenti ideali per la comunicazione di massa, erano gestiti da industrie diverse ed avevano utenti variegati.
Ma l’incredibile evoluzione tecnologica successiva, ed in particolare lo sviluppo della microelettronica, ha avvicinato prima e poi fagocitato questi mondi trovando nel “computer” lo strumento unificatore ideale.
La “rete” ha spalancato porte praticamente infinite ed ha dato altresì la possibilità di raggiungere un pubblico a livello globale.
Il digitale e la sua cultura ha creato quindi un nuovo ambiente che, di fatto, media tra noi ed il mondo.

Questa sfera invisibile dentro cui fluttuiamo è utilizzata così abbondantemente da noi (con l’uso dei social, visitando siti, usando la posta elettronica o il cellulare ecc. ogni individuo crea almeno 1,7 MB al secondo) o da programmi e da macchine (smart TV, GPS, telecamere, smartphone ecc.) che si è in grado di raccogliere ed immagazzinare una quantità enorme di informazioni (BIG DATA) con hard disk piccolissimi (si pensi alle pennette disponibili ormai universalmente).
Si tratta di volumi enormi di dati trattati per essere utilizzati nel dettaglio (per analisi sociologiche, per gestire pandemie come oggi quella da COVID, per prevedere mercato e trend globali, per regolare il traffico e, se non bastasse, sono strumenti eccezionali della ricerca scientifica e dell’accellerazione tecnologica. Proprio per questo creano e rappresentano un enorme valore economico.

I BIG DATA sono volatili e perciò vanno memorizzati velocemente e visualizzati, soprattutto grazie all’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA). Essa è uno strumento formidabile, un insieme di tecnologie in cui agiscono programmi che permettono alle macchine di comprendere ed agire con livelli simili agli umani. Oggi si utilizzano largamente quelle di tipo debole, cioè sistemi potenti in un campo di azione limitato (si pensi alla tecnologia del cellulare in grado di organizzare le immagini per soggetto). Quelle di tipo forte, cioè macchine sapienti in grado di pensare e relazionarsi per la gestione di compiti complessi, appartengono solo alla fantascienza perché i computers non sono ancora abbastanza potenti. Il cammino è ancora lungo, ma è già cominciato.

Gli aspetti problematici

Tale processo coincide però con profondi cambiamenti non solo culturali ma soprattutto antropologici. Parliamo, per usare la riflessione del Prof. Luigi Alici, della decomposizione del paradigma della modernità, nato da una “torsione orizzontale della trascendenza” condivisa dalla scienza, dalla politica e dalla filosofia, che esalta il soggetto umano, autorizzato dalla “ragione forte”, ad esercitare un potere indiscusso sul mondo e sulla natura. Tutto questo è arrivato ai nostri giorni con esiti paradossali: da una parte la tecnologia è diventata l’unica erede della ragione illuministica in grado di potenziare la logica di dominio; dall’altra la volontà di potenza di nietzschiana memoria ha prodotto un nichilismo radicale, farcito di consumismo compulsivo e cinico disincanto che ha innalzato la libertà umana al di sopra di ogni ordine e soggetto esterno, fino al punto che la morte di Dio ha trascinato con sé la morte dell’umano.

La scienza e la tecnologia insomma corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. È facile in un contesto digitalizzato e globalizzato fare di esse i pilastri di una “nuova religione”. Ci troviamo di fronte al sorgere di rinnovate forme di gnosi, che assumono la tecnica come parametro di saggezza, in vista di una organizzazione magica della vita che funzioni come sapere e come senso. Assistiamo insomma all’affermarsi di “nuovi culti” come ci ricordavano i Vescovi già nel 2012. nell’ Instrumentum laboris del Sinodo[¹].

Se questa è la cornice in cui collocare i BIG DATA e l’IA dobbiamo subito indicare i grossi rischi che la Chiesa si trova di fronte.

Sul versante delle tecnologie che trattano i volumi enormi dei dati, non si dovranno sottovalutare i rischi a livello più propriamente etico denunciati da Sabatino Maiorano, come il livellamento e la massificazione attraverso l’imposizione di un unico modello, la riduzione di tutto (anche della sofferenza) a spettacolo spegnendo i contenuti e l’imperatività etica che porta dentro di sé, la produzione artificiale di consenso mediante la sottolineatura degli elementi emotivi e la messa in parentesi di quelli riflessivi, fattori problematici che vengono accentuati dal prevalere delle logiche di profitto/consumo su quelle più genuinamente politiche e culturali.

Sulle ricadute sociali e politiche inoltre si dovranno considerare:

  • La vera e propria esplosione dell’IA che ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti.
  • I creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori.
  • L’IA sta rimodellando per intero, silenziosamente ma rapidamente, l’economia e la società.
  • L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale.
  • L’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione.
  • Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente li accompagnano in qualsiasi attività. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori.
  • La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.
  • Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili[³].

Esattamente in questa scia si inserisce la seconda questione, quella della ROBOTICA.

La Pontificia Accademia per la Vita dal 25 al 27 febbraio 2019 ha dedicato la sua assemblea generale al tema “Roboetica: persone, macchine e salute”. La questione comincia ad essere delicata.

Le partite da giocare sono molte e delicatissime.

Sul piano storico ereditiamo la rivoluzione cartesiana che ha separato la RES COGITANS dalla RES EXTENSA, per cui la natura è diventata il terminale dell’azione del soggetto, puro oggetto su cui agire ed il corpo, conseguentemente, solo plasmazione dell’individuo (tatuaggi, chirurgia plastica, protesi). Sul piano culturale la filosofia “transumana” ritiene perciò che la genetica, le neuroscienze e le nuove tecnologie possano trasformare l’uomo fin dalla radice, per affrancarlo dai suoi limiti naturali ma con il rischio che diventi nient’altro che un mezzo, uno strumento in mano ad èlite illuminate.

La vecchia teoria evoluzionistica invece insiste nel ritenere la mente e l’anima solo un ammasso di neuroni, mentre una nuova tentazione gnostica considera la carne come un peso da cui affrancarsi e non come la casa dell’anima e dello spirito, anzi “tempio dello Spirito Santo”, come la descriveva San Paolo (1Cor 3,16-17;).

Infine bisogna fare i conti con lo stesso pensiero scientista che, credendo che l’uomo si esaurisca in ciò che è misurabile, finisce per ammettere implicitamente che una volta creati artifici tecnologici migliori dell’uomo, di lui non ce ne sarà più bisogno[₄].

In tal senso paiono illuminanti le parole del Teologo Emmanuel Agius:

“I robot stanno sempre più sfumando la distinzione tra umano e non, tra l’intelligenza della macchina e quella dell’uomo. Ma non potremo mai considerare i robot come soggetti con una loro dignità umana propria” […] “Il transumanesimo cambia la natura umana. Il paradigma tecnocratico che valuta tutto da un punto di vista tecnologico sta cambiando la razionalità umana ed il concetto stesso di umano ed oggi, mi sembra, stiamo definitivamente superando il limite”[₅].

Nell’affrontare tali sfide la Pastorale deve tenere ferma la consapevolezza che l’uomo è molto più che un ammasso di cellule. L’unico antidoto è riconoscere il suo valore ontologico, perché creato a immagine e somiglianza del Creatore. Perciò è necessario che ci si chieda, nel sonno dell’Occidente, cosa veramente caratterizza l’uomo, ben al di là di quanto propinato dalle ideologie materialiste degli ultimi secoli. Prima che stavolta siano le intelligenze artificiali a darci una risposta.

Dentro questa confusa cornice assistiamo già all’emergere di due tendenze: c’è chi realizza i robot come se fossero avversari (o comunque competitori) evoluzionistici dell’essere umano e chi vede la macchina come un assistente dell’umano. Si tratta, quindi, di modelli di sviluppo e di società, di una nuova sfida antropologica.

“Se fino ad ora la tecnica era al servizio dell’umano, oggi il rischio è che la tecnica prenda il sopravvento e si sostituisca in qualche modo all’umano. In questo senso, abbiamo sentito l’urgenza di riflettere su questo cambiamento che in realtà è davvero un cambiamento epocale, perché tocca il senso stesso della vita umana. Ed in effetti, se fino ad ora abbiamo assistito, purtroppo impotenti di fatto, alla devastazione della creazione, con l’inquinamento climatico, l’inquinamento dei mari, la distruzione dell’ambiente, ora il rischio è che tutto ciò avvenga in quello che – possiamo chiamare – l’umano, fin quasi ad annullarlo, fin quasi a passare dall’essere protagonisti ad essere protesi.”

Così Mons. Vincenzo Paglia, Presidente dell’Accademia presentava in una intervista i lavori del Convegno, cogliendo esattamente nella difesa dell’umano la nuova frontiera per la Chiesa per la costruzione del bene comune.

Le implicazioni etiche sono enormi: da una parte dobbiamo registrare gli innegabili vantaggi della robotica, come per esempio gli esoscheletri, cioè macchine in grado di aiutare chi ha grossi handicap a stare in piedi a camminare o ai robot impiegati in chirurgia che sbagliano meno degli uomini, meno dei chirurghi.

Dall’altro pensiamo alle conseguenze sul mondo del lavoro o alla invasione delle macchine nella vita quotidiana a tutti i livelli.
Si prospetta un mondo (ed una antropologia) già immaginata da Isaac Asimov [6] costretto addirittura a formulare le tre leggi della robotica, poste alla base del relativo manuale a premessa del romanzo:

1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la prima e con la seconda legge.

Anche Asimov aveva intuito che ci sono in ballo il “bene comune” e l’umanità da tutelare.

Di fronte a queste sfide della post modernità non ci resta che auspicare l’incontro delle due ragioni, quella atea e quella credente (e quindi, aggiungo, anche tra le Religioni) fondato:

  • sull’accordo tra vera scienza e vera fede (usando come manifesto il messaggio letto da J. Maritain nella seduta conclusiva del Concilio Vaticano II);  “Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano.
    Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare il giusto?” (n°5) 

  • nella convergenza su “sviluppo umano” ed apertura alla vita:

    “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore” 

    (Evangelium Vitae 3)

L’apertura e la difesa della vita come paradigma dello sviluppo e del bene comune dunque. Ma non basta. La robotica ci interpella non solo sulla vita ma soprattutto sull’umano. E allora mi chiedo: quale è l’umano che dobbiamo difendere? Cosa è specificatamente umano? Ciò che ci rende “immagine di Dio”? La Pontificia Commissione Biblica in “Bibbia e morale” al n°11, commentando Gn 1-3 lo individua in sei caratteristiche:

  • la razionalità capace di indagare il creato;
  • la libertà e la capacità di discernimento;
  • la superiorità rispetto alle altre creature che si declina in responsabilità;
  • la possibilità di continuare la creazione anche grazie alla scienza;
  • la dignità che deriva dal rapporto con Dio;
  • la santità possibile della sua vita ad imitazione di Colui che solo è santo (Lv 19,1-2:);

Ma c’è una dimensione tra tutte che ci appartiene ontologicamente, ed è quella della RELAZIONE (che ci consente di chiudere il cerchio con l’introduzione a questo articolo).

Qualche tempo fa è diventato virale sul web un filmato girato con il cellulare in un ospedale degli Stati Uniti (California). Una ragazza assisteva il nonno 78enne, a cui era molto legata, afflitto da una malattia inguaribile (cancro al polmone) ed arrivato ormai all’estremo delle forze e tuttavia lucido mentalmente, cosciente.

Improvvisamente entrambi vedono entrare nella stanza il robot con cui il suo dottore lo visitava e lo teneva aggiornato regolarmente a distanza; ma stavolta dallo schermo gli è stato comunicato che alla luce delle ultime tac non era più curabile. L’uomo è deceduto il giorno dopo, al “Kaiser Medical Center” di San Francisco.

Si è scatenata una bufera e non solo mediatica. I familiari si sono indignati per la totale mancanza di delicatezza, aggravata dal fatto che le parole del medico erano udibili a fatica dal paziente al punto che la nipote 33enne, presente nella stanza, ha dovuto ripetergli il messaggio.

“Se devi fare una comunicazione di routine il robot è ok”, ha commentato la figlia, “ma se vieni a dirci che il polmone non c’è più e che verrai messo sotto morfina finché non muori, questo dovrebbe farlo un uomo e non una macchina”.

Ecco, questo è l’umano.

Agostino Orilia

NOTE

  1. “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” N°58 Cf: https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20120619_instrumentum
  2. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa
  3. https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html
  4. https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/
  5. ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018. La storia futura scritta da Isaac Asimov parte circa dalla nostra epoca, raccontando come l’automazione e la robotica cambieranno il mondo, spingendo successivamente l’umanità sulla strada delle stelle fino ad un futuro che si colloca a circa 400-500 secoli da noi.

BIBLIOGRAFIA

ALICI, Carlo, Natura e persona, in Abiterai la terra, Commento all’enciclica Laudato sì, AVE, Roma 2020

ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018

BALDINI, Massimo, Storia della comunicazione, Tascabili Economici Newton, Roma 1995

CAMPANINI, Giorgio, Bene comune, EDB, Bologna 2014

MAIORANO, Sabatino, Morale sociale, appunti e materiale, 55-63, Anagni 2014

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, documento,11 maggio 2008

SITOGRAFIA

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-05/intelligenza-artificiale-chiesa-scienza.html

https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/

www.isaacasimov.it




IL COVID-19 È L’ATTO DI DIO!

Quando il mio recente viaggio in Madagascar è stato interrotto a causa della pandemia di coronavirus, la mia compagnia di assicurazioni ha classificato il virus come un “atto di Dio”. Ciò solleva la questione di cosa abbia a che fare Dio con questa pandemia.
Il Papa dice nella nuova enciclica Fratelli tutti  (n° 34): la pandemia “non è un castigo divino, è la realtà che geme e si ribella” [1].
Come studioso dell’Antico Testamento, mi viene in mente che le piaghe, il più antico parallelo vicino a questo virus, sono un concetto familiare. Le piaghe d’Egitto furono inviate specificamente da Dio per distruggere i nemici degli Israeliti, per aiutarli a fuggire dai loro oppressori (Es 7,1 – 11,10). C’era la piaga delle rane, poi quella delle zanzare, dei moscerini e delle mosche e poi quella delle cavallette. Forse le piaghe più simili a un virus erano la “pestilenza mortale” su tutto il bestiame, ricordandoci il legame con gli animali dell’epidemia di oggi, e la polvere, che ha causato foruncoli infestanti su uomini e animali.
L’ultima e peggiore piaga è stata sul primogenito di tutti gli uomini e gli animali: morte improvvisa, a meno che non ci fosse un segno di sangue sulle porte delle case. Sebbene questo sia stato un momento di liberazione per il popolo d’Israele, è stato uno dei peggiori disastri per gli egiziani.

In queste storie, Dio è chiaramente dalla parte del vincitore. Sono una dimostrazione della potenza di Dio e dei suoi propositi.
Tali piaghe sono localizzate e specifiche per una situazione, e vanno e vengono al comando di Dio. Sembrano molto diversi dalla nostra pandemia moderna, che non accenna a lasciarci presto. Trovo poco nutrimento nelle storie per comprendere la nostra situazione attuale. E ho problemi con una visione primitiva di Dio che lo vede dalla parte del vincitore. È anche una visione di Dio meno sofisticata di quella sviluppata nella scrittura dell’Antico Testamento.
La realtà della sofferenza umana
Un trattamento più profondo della sofferenza che, a mio avviso, parla più a tutti noi in questo momento è il libro di Giobbe (Gb 2,13). Anche se Giobbe non soffrì di una pandemia, soffrì di una malattia lebbrosa che lo ricoprì di bolle dalla testa ai piedi e gli causò un immenso disagio e sofferenza.
L’ottenimento di una tale malattia ha spinto Giobbe fuori dalla società normale, proprio come questo virus oggi porta all’isolamento e alla separazione sociale. Giobbe siede su un mucchio di cenere, coperto di piaghe fuori città con altri emarginati ed esprime il dolore di essere non solo odioso verso sua moglie, ma di aver perso la sua posizione nella società e il suo piacere di aiutare gli altri.
Giobbe ha una buona discussione con Dio: “Non venite a dire: abbiamo trovato noi la sapienza, Dio solo può vincerlo, non un uomo” (Gb 32,13). La sofferenza è una punizione per il peccato, è ciò che gli è stato insegnato; allora come mai sta soffrendo adesso, quando non ha peccato?
La stessa domanda potrebbe essere posta a questo virus. Come potrebbe essere una punizione di Dio quando le persone si limitano a svolgere la loro vita quotidiana senza una causa specifica o un fattore scatenante? Sì, c’è il bene e il male in tutti noi, ma sicuramente questo virus non ha una bussola morale per le sue vittime: gli umili e i grandi sono le sue vittime. Non discrimina.
Anche Giobbe non può accettare che la sua sofferenza sia il risultato della punizione di Dio. Incolpa Dio per averlo messo in questa situazione; ma non riesce a capirne il motivo. Piuttosto, trova Dio accanto a lui nella sua sofferenza, in quanto non può rinunciare a Dio.
Ma lui vuole risposte e chiede a Dio per loro. Ha anche degli amici: vengono da lui da lontano e parlano con lui, senza dubbio a distanza di sicurezza. Forse sono un conforto con cui cominciare; ma la loro ripetizione infinita del mantra tradizionale che Giobbe deve aver peccato per essere punito inizia a dar fastidio a Giobbe, tanto che alla fine li chiama “consolatori senza valore” [2].
Il libro culmina con un’apparizione di Dio. Alla fine, Dio appare in un turbine, apparentemente per rispondere alle domande. Perché soffrire? In che modo è collegata alla scelta morale, se non del tutto? Perché la malattia?

In effetti, sebbene queste domande possano essere sollevate da Giobbe, come da molti esseri umani nel corso dei secoli, Dio sceglie di aggirarle. Invece di risposte, tutto ciò che Giobbe riceve sono più domande. “Eri presente alla creazione per conoscere tutte le risposte?” è una di loro.
La linea di fondo di Dio è un’espressione del suo potere, del suo grande potere nel creare il mondo e nel permettere che la creazione avvenga e poi sia sostenuta. Gli animali, i pesci, gli uccelli sono stati tutti creati da lui e si comportano secondo le proprie regole, senza interferenze umane. In effetti, il mondo non ha bisogno che gli esseri umani abbiano una funzione e un significato.
Diventa chiaro che Dio non ha bisogno di essere frenato dalla comprensione umana, che non è all’altezza della sua grandezza e potere onnicomprensivo. Giobbe è umiliato dai discorsi di Dio che culminano nella sua descrizione di grandi mostri, ma non gli viene davvero risposto.
Qui è dove siamo rimasti anche noi, mentre cerchiamo di capire questo coronavirus. È una parte della creazione; un sottoprodotto di processi di per sé buoni, come l’interazione tra esseri umani e animali, e tuttavia si è trasformato in qualcosa di veramente dannoso.
Mettiamoci in silenzio e riflettiamo finché  capiamo, dove vanno finire i nostri progetti, i nostri sogni che abbiamo programmato? Grazie alla pandemia siamo riusciti a capire che stare insieme ci può salvare, come ha detto Papa Francesco: Il Covid non è un castigo di Dio, ma ci si salva solo insieme, “nessuno si salva da solo” [3].
Non possiamo attribuire un valore morale al virus stesso. I disastri naturali accadono nel mondo come risultato del modo in cui il mondo è. In questo senso, il virus è neutro: né moralmente buono né cattivo, anche se il suo effetto sulle sue vittime è negativo.

Forse possiamo incolpare Dio per aver creato il mondo in questo modo, ma è difficile vederlo come una piaga intenzionale inviata da Dio nel modo in cui erano mandate le piaghe in Egitto.
Dobbiamo, invece, guardare oltre la natura del virus stesso, al modo in cui influenzano e il nostro comportamento. In un certo senso, la nostra comunità ne è stata distrutta: le persone sono isolate a casa, hanno paura di uscire e, in effetti, non possono farlo.
Eppure, nel nostro sforzo collettivo per combattere il virus, stiamo trovando nuove profondità di spirito comunitario e di sacrificio, dai nostri operatori sanitari e da tutte le altre reti di affari e governative che stanno sostenendo lo sforzo per contenerlo.
Ci manca passare del tempo con la nostra famiglia allargata, ma molti stanno godendo la compagnia dei loro cari più prossimi in un modo più intenso. Quelle scuse per non avere il tempo di fare le cose suonano vuote. Quegli appuntamenti importanti che avevamo erano tutti volatilizzati nel nulla.

Stiamo iniziando a concentrarci, forse, su ciò che è veramente importante. A causa della presenza di una minaccia, ci aggrappiamo a quelle cose che hanno un vero valore: salute, famiglie, amicizie e qualsiasi lavoro che possiamo ancora svolgere.
Una volta ristabilita la sua buona salute alla fine del libro, Giobbe provò un nuovo piacere nella sua stretta famiglia. Aveva anche più figli e una lunga vita per godersi i suoi nipoti. È uscito dalla crisi dall’altra parte e non ha mai perso la fede in Dio. La sua fiducia in Dio era incrollabile anche nella più oscura notte di disperazione [4].
Ha ammesso di non comprendere appieno il motivo per cui ha sofferto e, alla fine, non ha avuto risposte. Eppure c’era qualcosa nel viaggio che lo ha portato a una fede più matura e a una comprensione di sé stesso e degli altri che non aveva avuto prima.

La pandemia e il mondo digitale

Indagare nelle profondità della sofferenza, qualunque essa sia, spesso porta a un certo grado di maturazione. L’esperienza del lato più oscuro della vita può aiutare a trovare profondità nascoste dentro di sé.

Il dialogo tra Giobbe e i suoi amici e Dio ci insegna quanto bene possiamo parlare di Dio in ogni situazione. In questo punto di vista la comunicazione diventa molto necessaria per comprendere la realtà per una vita migliore. In questo senso non possiamo trascurare l’uso dei moderni mezzi di comunicazione per comunicare e metterci in relazione con la volontà di Dio. Un esempio pratico è l’uso di Internet e delle piattaforme per aiutare a raggiungere gli altri anche a distanza. La pandemia da coronavirus ha portato a molte iniziative che possono essere definite come uno sviluppo per questa generazione. Le persone ora vedono la necessità di abbracciare i social media nelle sue applicazioni multi formulari. La comunicazione diventa più facile e possiamo parlare di più di Dio anche dalla comodità della nostra casa. Il mondo digitale non solo rende la comunicazione più facile e velocemente aiutando anche a strutturare i modi in cui parliamo di Dio in ogni situazione che anche in modo in cui tutti esseri umani possono comprendere. Tuttavia, il mondo digitale offre al Vangelo una mano amichevole per comunicare la realtà del mondo umano in tutte le sue complicazioni. Non offre la felicità in quanto tale, ma è un mezzo che facilita la via verso un mondo felice.

Mentre attraversiamo il nostro momento di Giobbe con questo virus, non perdiamo la speranza che ci sarà vita dall’altra parte della pandemia. Piuttosto che chiamare il coronavirus un atto di Dio, o cercare di capirlo in quei termini, e incolpare Dio per questo, troviamo Dio in mezzo alle nostre sofferenze, accanto a noi nel momento del bisogno. E poi, quando alla fine arriverà un giorno più luminoso, e arriverà, rallegriamoci del fatto che, alla fine, la vita trionfa sulla morte.

                                  F. Esther, Suora delle Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù

BIBLIOGRAFIA

La Bibbia di Gerusalemme, Edizione italiana e adattamenti a cura di un gruppo di biblista italiani,
testo biblico di La Sacra Bibbia della CEI, “edito princeps” 1971, note e commenti della Bibbia
di Gerusalemme, nuova edizione 1973, EDB, Bologna 1974.
[1]: PAPA FRANCESCO, Fratelli tutti. Lettere enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale.

SITOGRAFIA

[2]: DELL Katharine, No, the coronavirus is not an act of God, (20.04.2020), in Church Times,
https://www.churchtimes.co.uk/articles/2020/24-april/comment/opinion/no-the-coronavirus-is-not-
an-act-of-god, (20.01.2021).

[3]: PAPA FRANCESCO, La lezione della pandemia è che nessuno si salva da sola,           in https://formiche.net/2020/10/coronavirus-papa-francesco-pandemia/#:~:text=Le%20parole%20di%20Papa%20Francesco,da%20san%20Giovanni%20Paolo%20II.  10 ottobre 2020, (15.02.2021).

[4]: COLLINS James, in stpaulsburwood, http://www.stpaulsburwood.org.au/cmsAdmin/uploads/20200503-
easter-4-2.pdf, (25.01.2021).

Nota: Le foto sono dai diritti di autori