Hikikomori: più un fenomeno sociale che un “fatto digitale”

 

 

Introduzione

In questo articolo, cercherò in parte, di scagionare dall’accusa di essere la causa prima del fenomeno degli Hikikomori, le tecnologie digitali.

Non assumerò tale atteggiamento per rivendicare riconoscimenti alle tecnologie digitali, bensì per il solo fine di informare autenticamente sul fenomeno e scoraggiare l’assimilazione del fenomeno degli Hikikomori e quello della dipendenza da internet, rendendoli così equivocamente interscambiabili.

 

1 Il fenomeno degli Hikikomori

1.1  Nascita e conseguenti sviluppi

Molti studi approfonditi sul fenomeno, lo fanno risalire agli anni ’80 e alcuni addirittura agli anni ’60 in Giappone; questo dato di partenza ci mette di fronte ad un’ evidenza, vale a dire quella che nel periodo storico considerato, le tecnologie digitali, internet e tutto ciò che ne ha seguito e conseguito, non erano ancora parte integrante della nostra vita, o quanto meno, non avevano ancora avuto il loro “esordio” come invece è avvenuto negli ultimi decenni; nonostante ciò era già alto il numero degli isolati sociali in questo periodo.

Questo ci fa intuire che le radici del fenomeno vanno ricercate in fattori più remoti e soprattutto di matrice psico-sociale.

Prima di addentrarci nei meandri del fenomeno, è necessario infatti informare sul significato letterale della parola Giapponese Hikikomori, che in italiano si traduce letteralmente “stare in disparte”.

Ora a partire da questa traduzione letterale, senza perderci troppo in interpretazione divaganti, possiamo chiaramente identificare questo fenomeno come un fenomeno di matrice sociale.

Infatti se prendessimo in esame un Hikikomori e lo osservassimo attentamente, potremmo facilmente constatare che l’origine dei suoi disturbi è da ricercare in problemi di matrice relazionale, esistenziale e adattiva, i quali gli fanno assumere certe tendenze ad isolarsi e ad autorecludersi.

In questo sfondo che inquadra l’Hikikomori come un soggetto fragile dal punto di vista psico-sociale, è facile immaginare che ruolo possano aver avuto in tutto questo le tecnologie digitali. Le tecnologie digitali, in tutto questo, rappresenterebbero solo una logica conseguenza dell’isolamento sociale piuttosto che la causa diretta del fenomeno. Questo però non significa sollevare da ogni responsabilità le nuove tecnologie digitali, le quali comunque contribuiscono a rinforzare l’isolamento del soggetto, offrendogli, per “tamponare” al suo bisogno di socialità il conforto di una forma di compagnia e socialità alternativa a quella autentica.

E una volta trovata questa alternativa gradevole, il soggetto si sentirà confortato abbastanza, e difficilmente riuscirà a separarsi da questa nuova alternativa di pseudo vita, la quale avrà prodotto nel soggetto una assuefazione e saturazione tali da creargli dipendenza.

Dunque, anche se il fattore digitale non rappresenta il motivo scatenante, sicuramente ha contribuito ad un più rapido sviluppo e ad una maggiore diffusione del fenomeno in tutto il mondo.

Infatti se nell’era pre-digitale il soggetto che decideva di isolarsi, andava incontro ad una totale rinuncia della vita sociale, poiché non avrebbe avuto nessuna pseudo alternativa veramente soddisfacente, che potesse quasi eguagliare la vera socialitá, oggi invece il soggetto che decide di isolarsi, sa di poter contare su una nuova forma di vivere il sociale (mondo digitale), con la differenza inoltre di non doversi preoccupare di mettere in gioco veramente se stesso, ma in un modo con cui potrà salvaguardarsi da ogni tipo di affronto alla sua persona reale, in quanto potrà “scegliere” chi essere, in base ai modelli sociali già preconfezionati imposti dalla società. Così facendo avrà assicurata  quell’approvazione e quell’amicizia che nella vita reale gli sarebbero altrimenti negate.

Dunque, se il motivo scatenante alla base  del suo isolamento era rappresentato dalla percezione di inadeguatezza di sé, dall’incapacità, dall’inferiorità rispetto al resto degli individui della società, con la possibilità di nascondersi e reinventarsi, il problema, non solo cessa di sussistere, ma si risolve con successo (a detta dell’isolato sociale).

Ovviamente la scelta di essere altro da ciò che autenticamente si è, non sarebbe neanche da definirsi tale, in quanto il soggetto disagiato, come anticipavo, sarà costretto a sottomettersi alla legge dei modelli già prestabiliti dalla società.

 

 

 

1.2 Riflessione sul discorso sociale ed etico

Oggi si parla di mondo digitale, perché la sua complessità, il suo grado di sviluppo, la sua espansione hanno dato vita ad un vero e proprio mondo all’interno del quale poter ri-esistere, autogenerandosi, come più ci si preferisce, alla pari di un Dio, sostituendosi ad un Dio.

Questo esprime con molta evidenza tutto il pensiero contemporaneo di matrice nichilista, impregnato del suo relativismo più estremo; un atteggiamento autodistruttivo che veste i panni di un’ autogenerazione e di una rinascita da “uomo nuovo”, il quale vuole provare l’ebbrezza di essere Dio, anche solo per sentirsene degno.

 

 

In questo caso specifico, relativamente dunque al fenomeno psico-sociale analizzato (quello degli Hikikomori), ma a buon bisogno estendendolo anche ad un maggiore campo (tutti gli schiavi del proprio mondo artefatto) considerando il punto di vista Nietzschiano, l’uomo, andando oltre il bene e il male, andando letteralmente oltre se stesso, egli sovrapporrebbe davvero un altro se al proprio, senza però alcun rimorso o scrupolo di coscienza, la quale è stata già precedentemente uccisa, e ora tace.

Tutto ciò lascia una certa amarezza in bocca, sembra evidente che in questo sistema qualcosa non vada bene, eppure l’evidenza del bene e del male non esistono per Nietzsche e per il pensiero contemporaneo a lui dovuto-dEvoto.

Certamente l’esigenza di Nietzsche, può essere anche ben ammessa se la si colloca nel giusto tempo, in un’ epoca, la sua, in cui vigeva un rigoroso codice morale, fondato sulla mortificazione degli appetiti, e di tutte le inclinazioni incontinenti in generale, ma adesso stento a credere che non raccoglierebbe i pezzi del fallimento della propria filosofia, in quanto l’applicazione radicale e dunque letterale del suo pensiero hanno portato, e porteranno (perché è nel futuro che troverà il culmine della decadenza il pensiero Nietzschiano) alla rivalutazione dell’evidenza, la quale era stata severamente giudicata da Nietzsche.

L’evidenza sarà la stessa che porterà il sistema filosofico Nietzschiano difronte a prove inconfutabili, dove il confine tra il bene e il male sarà più evidente che mai.

Questa evidenza però ci sarà dato di vederla, solo nel caso in cui saranno portati ancora di più all’estremo o addirittura superati i limiti designati dalle leggi naturali, quando forse sarà già ormai troppo tardi per riprometterci di comportarci con coscienza solo per salvarci.

E non è possibile parlare con Nietzsche in termini di misura, medietà, in quanto la sua non etica, in se è estrema, e così come non si può trovare l’estremo in ciò che è medietà (ad esempio nel caso della temperanza), allo stesso modo non si può trovare medietà, in ciò che è estremo.

La mediatá ha come presupposto la presenza di due opposti, perché lei si trova proprio tra loro, se vi è solo un estremo, non vi sarà mai medietà, ecco perché finché sarà radicale la posizione assunta, non potrà mai portare ad una conclusione altra da quella che rispecchia, ovvero non potrà mai manifestarsi in altro modo dalla distribuzione.

In virtù di questa eventuale catastrofe, forse sarebbe meglio augurarci di non arrivare mai a conoscere il risultato del fallimento del pensiero Nietzschiano, ma questo prevederebbe un risveglio prematuro dal nostro assopimento, una presa di coscienza visionaria, in cui sembrerebbe molto difficile sperare.

La proposta Nietzschiana è un po’ la stessa dell’anarchia nella sua forma utopica, che si tradurrebbe in autarchia, e come potrebbe questa contemplare tali eccessi o difetti?

Anche se quanto detto, potrebbe indurre a far pensare che ci fosse una qualche intenzione di confermare positivamente il precedente sistema etico a discapito dell’attuale proposto da Nietzsche, non è da intendersi così, in quanto ritengo che Nietzsche abbia compiuto un atto necessario, che incombeva, che prima o poi non avrebbe tardato a verificarsi, allo stesso modo in cui il contenuto di una pentola a pressione messa a fuoco troppo alto esce fuori spargendosi sulle superfici della cucina, prima o poi se non si regola la fiamma a temperatura moderata. Infatti una morale, che si impone senza riserve e rigidamente, non considerando alcuna inclinazione naturale, mortificando e giudicando troppo severamente certe azioni, una morale che è un imperativo categorico, un monito che vuole suscitare timore e indurre nell’ uomo una totale devozione a se, come un atto completo di fede ceco, senza lasciare alcun margine di riflessione o discussione, una morale che quindi impedisce l’esercizio della natura razionale dell’uomo, ecco una tale morale è da giudicarsi molto severamente.

Nessuna natura, né razionale, né sensibile, deve essere repressa totalmente e violentemente, altrimenti con altrettanta violenta ira si manifesterà presto o tardi. Infatti è tra le file degli educati con i più rigorosi e inflessibili schemi che vengono reclutati i maggiori violenti e ribelli della società.

 

Affermare la sottomissione del principio del piacere a quello di realtà, non sta a esaltare la natura positiva delle capacità intellettive a discapito del “peccaminoso” principio del piacere, diversamente invece sta a significare vivere con coscienza della realtà, una realtà composta da una moltitudine di individui, i quali hanno responsabilità verso di noi, come noi ne abbiamo verso di loro, a partire da questa responsabilità deve concludersi una autoregolazione dei nostri istinti, che altrimenti se pienamente soddisfatti, nuocerebbero all’altro. In un certo senso l’altro dovrebbe diventare il nostro metro di misura, colui a partire dal quale deliberiamo le nostre azioni.

Certo a questo punto bisognerebbe interrogarsi però su cosa sia secondo me il bene dell’altro, insomma si presenta un duplice interrogativo che dà adito alla riflessione sulla concezione del bene e del male secondo me e secondo l’altro. E se io agissi nel bene, ma male in conclusione, certo, sarebbe agire per ignoranza di bene, ma sarebbe comunque agire male in definitiva.

Certo è, che è difficile, forse impossibile andare oltre il bene e il male, per riservarsi un trono regale al di sopra di essi, considerando il fatto che noi stessi, noi esseri umani abbiamo dato nome, per esigenza di natura intellettiva, a questi due concetti opposti che, in quanto concetti si sono fatti intuire, percepire a livello intelligibile, insomma si sono dati a noi. Come la stessa libertà, che non è una realtà empirica, ma non per questo non sussistente, poiché percepita dalla nostra mente e  fornita di prove dalla morale, nella quale si realizza e traduce nella possibilità di deliberare un’azione.

La stessa libertà tanto perseguita da Nietzsche, che lui stesso, invitando l’umanità ad andare oltre i concetti di bene e di male (oltre la dimensione concettuale), annulla, in quanto essa risiede proprio in quella dimensione necessaria.

Certo è però che Nietzsche inviata a superare il concetto di bene e male, ma in generale a superare tutta la realtà concettuale, tutto ciò che riconduce ad una realtà noumenica, tutto ciò che è necessario all’uomo per riempire il vuoto ontologico causato dalla morte di Dio; così assicurando alla libertà il posto nel mondo fenomenico, l’unico reale, a differenza di quello che era stato spacciato come tale per molto tempo (quello noumenico), iniziato con Platone e promosso successivamente dal Cristianesimo.

Dunque la libertà per Nietzsche per poter trovare spazio nell’unica e sola realtà esistente, ha bisogno di una condizione necessaria, ovvero l’assenza del determinismo scientifico, il quale se persistesse sarebbe lui legislatore.

Dunque Nietzsche inviata l’umanità ad uccidere anche il totem rappresentato  dalla scienza e sostituito dall’uomo (positivista) stesso a Dio, per colmare il vuoto ontologico lasciato dal suo omicidio.

“Come però poter affermare che la libertà possa essere in grado di uccidere la tecnica che governa ormai il mondo?”

“E poi non diventerebbe la nostra stessa libertà, portata alla massima esaltazione possibile a diventare lei stessa il nostro idolo? Non finirebbe per scadere in una viziosa ed egocentrica conclusione?

Non saremmo noi stessi a conferirle una posizione nel mondo ideale?”

Se penso infatti alla libertà, portata alle sue massime conseguenze, non posso fare altro che avere davanti a me uno scenario di confusione e devastazione.

“Inoltre possiamo veramente liberarci dall’esigenza di porre al centro della nostra vita un faro, un orizzonte da seguire?”

“Ma soprattutto veramente dovremmo  parlare di liberazione, come se si trattasse di una qualche forma di schiavitù?”

“Siamo sicuri che il nostro bene, risieda nel liberarci, procedendo però così all’infinito, di tutto ciò che si presenta come un Dio?”

E se l’esigenza di avere un Dio, anziché essere la scusa per non sentirci troppo piccoli e insignificanti fosse la logica conseguenza della autocoscienza di essere esseri limitati?

E in quanto esseri limitati siamo spinti dal nostro stesso intelletto, (che il fatto stesso di non averne merito, perché ci è dato, prova l’esistenza di un’alterità suprema a noi), a cercare e a trovare una giustificazione alla nostra esistenza, in quanto ci è evidente che non ci siamo autocreati (sebbene siamo stati generati dai nostri genitori, ma andando a ritroso nel tempo fino a giungere al primo uomo, si riproporrebbe la questione) e, anche se al contrario abbiamo “l’autorità” per toglierci la vita sarebbe comunque un atto contro natura, intesa come procedere, nascere, uno sviluppo che non si frena, un venire continuamente all’esistenza giorno dopo giorno esistendo, crescendo; la distruzione non ha la stessa potenza, la stessa forza suprema posseduta dalla creazione, infatti l’uomo può solo distruggere non creare, al limite può generare (quindi a partire da qualcosa che già gli è dato, da qualcosa che già è, e non dal nulla come nel caso della creazione).

Forse non ci è dato autopercepirsi più di quello che siamo, e forse fare uno sforzo anche solo per sentirci degni di certi attributi, ci farebbe pesare ogni giorno la pretesa di essere Dio e di stare a prenderci in giro di conseguenza.

Inoltre perché mai ammettere l’esistenza di una qualche entità suprema, dovrebbe automaticamente ammettere la nostra infimità?

Infimità della quale ci rendiamo invece conto nel momento in cui vorremmo autoproclamarci Dio, senza averne però i requisiti per farlo.

Ci dovremmo sentire più o meno allo stesso modo in cui si dovrebbe sentire un uccello che volesse imporsi di parlare la nostra lingua.

E affermare che paragonare l’uomo all’animale non è corretto, non va comunque a rappresenta una valida antitesi, in quanto, nonostante l’uomo senza dubbio sia di un gradino sopra rispetto agli altri esseri animali, e lo percepisce bene questo, in altrettanto modo, percepisce a causa della sua non onnipotenza, abbastanza evidente che sia ad un gradino più giù rispetto ad altro, (senza ricorrere a nessun Dio in particolare).

E se l’uomo a differenza degli altri animali può grazie alla tecnica fare ciò che per natura non gli sarebbe stato consentito (volare per esempio), il merito va allora alla scienza, alla tecnica, dunque stando a questo non possiamo prendere in considerazione le parole di Nietzsche, che servendosi dell’uomo folle ci invita, invita gli intellettuali positivisti a non proclamare la scienza a status di nuovo Dio.

Ad ogni modo la scienza di poco, per poca insufficienza non può godere di tale privilegio, in quando la sua esaustività nello spiegare i meccanismi e il funzionamento della natura, tuttavia non risulta sufficiente al fine di giustificarne il perché ontologico.

Ad ogni modo la mia, più che avere la pretesa di essere una proposta risolutiva, poiché non vi è alcuna conclusione che si possa definire tale, per il requisito di chiarezza, in questo elaborato, rappresenta piuttosto un certo tentativo speculativo di individuare i punti focali e di indirizzare una riflessione sulle questioni, anche se abbastanza disordinatamente, esposte.

 

2 Il mondo della tecnica e la sua influenza

2.1 La forza attrattiva del mondo digitale

Tornando al discorso precedente, cioè a prima che la divagazione filosofica prendesse il sopravvento, è importante sottolineare che, avendo una forza molto attrattiva, il mondo del digitale, “facilmente recluta le sue vittime”, in quanto non sono solo i soggetti con gravi disagi psicosociali a diventarne facilmente schiavi, ma anche soggetti più o meno stabili, che tutto sommato conducono una vita equilibrata.

Le nuove tecnologie digitali rappresentano un intrattenimento ormai per molti, infatti è facilmente constatabile che il vecchio libro che prima rappresentava la principale fonte di intrattenimento sia stato da tanti sostituito con il video sul telefonino, che da una possibilità di acquisire informazioni più velocemente e con meno fatica, ma  ciò che però ci sfugge è che questo tipo di acquisizione di informazioni risultata spesso frammentaria e contenutisticamente sbagliata.

Oggi ritirarsi dalla vita sociale, non rappresenta più una totale alienazione, in quanto le nuove tecnologie offrono una alternativa accettabile, anzi spesso preferibile alla autentica vita sociale.

Ad avvicinarsi e a trovare maggiore conforto nel mondo digitale sono proprio i giovani, i quali sentendosi persi in quella fase della loro vita di travaglio interiore, trovano una soluzione facile e veloce nel mondo digitale delle apparenze, dove non esistono pressioni o prestazioni, e dove ogni cosa può esserne un’altra, dove ognuno può essere un altro.

Il progresso tecnologico, l’avanzamento della tecnica sono l’espressione della potenza della ragione umana, la quale prendendo coscienza di sé si dichiara regina e legislatrice dunque di ogni cosa.

 

 

2.2 I maggiori fattori problematici dell’isolamento e gli interventi mirati

I soggetti fortemente dipendenti dai mezzi multimediali, come gli Hikikomori, come abbiamo già detto precedentemente, hanno alle radici del loro disagio un problema psico-sociale importante, e ciò sta a significare che un eventuale intervento nel tentativo disintossicare l’individuo dalla dipendenza non è mirato, in quanto sarebbe necessario e più coerente andare ad intervenire prima sul problema di matrice psicologica.

Infatti una radicale castrazione dell’utilizzo dei mezzi tecnologici rappresenterebbe una violenza ancora maggiore, tenendo conto del fatto che proprio in quello l’individuo aveva trovato una forma di “adattamento sociale”, avendo chat e social network compensato in parte al suo bisogno di socialità.

Ad ogni modo anche se la dipendenza è ciò che preoccupa di più e apparentemente sembrerebbe il problema prioritario, non è ciò che deve allarmarci di più. Infatti i maggiori fattori di preoccupazione dovrebbero essere altri, però più latenti.

Com’è abbiamo già detto il web rende più confortevole il ritiro, di quanto non lo renderebbe se non ci trovassimo in un era digitalmente avanzata, come era appunto per i nostri avi. Il mondo digitale illude il soggetto di aver trovato una soluzione alternativa accettabile, definitiva o comunque a lungo termine. Questa apparente sicurezza, andrebbe a rinforzare positivamente il ritiro del soggetto, andando ad  aumentare il rischio di cronicizzazione.

Inoltre, la grande varietà di intrattenimento offerto dalla rete, diminuisce il tempo della rimuginazione dei pensieri negativi e dunque ha quasi un effetto “lenitivo” per il soggetto, ma al contempo non promuove, anzi al contrario ostacola l’elaborazione e la razionalizzazione del proprio stato, favorendo la negazione del problema, e impedendo una reazione e dunque una eventuale elaborazione risolutiva del problema.

Altri rischi favoriti dalla condizione di grande fragilità psico-emotiva degli isolati sociali, connessi all’utilizzo del web, sono abuso della pornografia, la depressione legata ai social network, fino alla radicalizzazione del pensiero stimolata da gruppi di aggregazione spontanei che promuovono l’autocommiserazione il vittimismo e che possono avere influenze profondamente negative, come per esempio il fenomeno degli “Incel”.

 

Conclusioni

Il cambiamento d’epoca a cui stiamo assistendo ci mette difronte all’evidenza del passaggio da un era analogica ad un’era digitale e tutti gli individui che si trovano a vivere questa mutazione ne subiscono le logiche conseguenze;

però demonizzare la tecnologia e attribuirgli ogni colpa rappresenta una visione troppo semplicistica del problema che si radica in questioni di profondità e spessore maggiore, che in questa sede non andrò ad illustrare.

Ciò che è evidente però in quanto risultato emergente da questa complessa e “contorta” situazione sociale è che ormai sul treno o in altri luoghi pubblici, un tempo spazi di aggregazione sociale, vediamo persone chine sullo smartphone che nemmeno si rivolgono lo sguardo.

 

Probabilmente nei prossimi anni assisteremo alla nascita di numerose comunità riabilitative per la dipendenza da internet, situate nei luoghi più periferici, immerse nella natura e nella più totale assenza di qualsiasi tecnologia digitale. Queste sicuramente rappresenterebbero soluzioni momentanee utili se desideriamo trattare una dipendenza estrema e necessitiamo di uno spazio di transizione, ma l’obiettivo non può essere semplicemente quello di rimuovere completamente il digitale dalla nostra vita, come fosse una sostanza stupefacente, ma piuttosto imparare a padroneggiare tale universo riducendo al minimo i suoi impatti negativi e valorizzando quelli positivi.

All’asino infatti si nega la carota se non adempie ai suoi “doveri”, bisogna trattarlo da animale quale è, non gli si può pretendere di negharsi di mangiare la carota che tanto desidera se c’è l’ha proprio davanti agli occhi, ma il vero uomo realizza se stesso solo se attraverso l’esercizio della sua essenza razionale riesce a rimanere “integro” anche messo alla prova, difronte magari a qualcosa che fortemente lo tenta e potrebbe fare di lui uno schiavo, come la carota fa con l’asino.

 

 

Il ruolo della comunità cristiana

Chiaramente la comunità Cristiana di fronte alla sofferenza di chi si vede costretto al ritiro sociale non deve rimanere indifferente. Infatti il problema dell’altro deve essere sempre anche il proprio problema per il cristiano, deve riguardarlo, in quanto il suo compito è quello di costruire la pace, la solidarietà, l’amicizia e dunque promuovere in conclusione la realizzazione dell’amore su questa terra; questa è la sua missione in quanto discepolo.

Per questo così come in una famiglia, i membri si sostengono l’un l’altro, in altrettanto modo è invitato a fare il buon cristiano nei confronti del proprio fratello acquisto.

In questo caso specifico la solidarietà e l’empatia verso l’ isolato sociale, dovranno consistere nel far acquisire al fratello autocoscienza di sé, della propria bellezza, del proprio valore, insomma il cristiano dovrà insegnargli a guardarsi con gli occhi di Dio, solo così l’isolato sociale, e tanti che come lui soffrono il problema del disadattamento sociale potranno acquisire nuova forza, nuova volontà e nuova vita.

Così facendo si produrrà una rete di solidarietà, per cui l’amore si moltiplicherà per questo effetto e si diffonderà sempre più.

Nessuno di fronte a Dio è inadatto ed inetto, questa è l’unica e autentica dimostrazione d’amore, l’unica vera legge l’unico vero modus vivendi che dovrebbe essere considerato corretto  dall’uomo.

È così difficile vivere nel mondo contemporaneo, in cui i valori dello spirito hanno perso valore a favore di quelli materiali.  Proprio per questo sarebbe meraviglioso poter realizzare un mondo in cui non importa ciò che siamo costretti ad essere da una natura biologica, dunque il nostro aspetto, ma ciò che decidiamo di essere, come scegliamo di comportarci, di condurre la vita.

Infatti non può essere considerato un pregio qualcosa che si ha per natura, al contrario può essere considerato un merito qualcosa che non si ha per natura ma si sceglie, ovvero la propria condotta.

Solo per questa e nient’altro dovremmo essere presi in considerazione, ma non per giudicarci gli uni gli altri, semmai solo per rendere conto a Dio.

L’obiettivo è quello di realizzare l’utopia di costruire il regno di Dio sulla terra, dunque per realizzare tale scopo, c’è bisogno di amore in tutto e la totale esclusione di ogni forma di violenza, di odio insomma.

Coloro che per “provvedono” alla propria esigenza di approvazione sociale, spesonalizzandosi, umiliandosi e cambiando il proprio aspetto, non sanno di non aver trovato una vera soluzione, ma solo un’effimera e provvisoria pseudo soluzione.

Dio invece ci ama senza porre condizioni di alcun tipo, e noi cristiani abbiamo sicuramente il compito di ispirarci a lui, unico e vero idolo.

 

Sitografia:

 

https://www.hikikomoriitalia.it/2019/09/hikikomori-e-internet.html?m=1

 

https://www.corriere.it/tecnologia/19_gennaio_21/chi-sono-hikikomori-ragazzi-isolati-mondo-digitale-70ffb444-1d98-11e9-bb3d-4c552f39c07c.shtml

 

Bibliografia:

 

Crepaldi  M. (2019) Hikikomori, i giovani che non escono di casa.

Kant I.  (1781)   Kritik der reinen Vernunft  (Critica della ragion pura).

Kant I.  (1788)  Kritik der praktischen Vernunft (Critica della ragion pratica).

Nietzsche F.  (1883)  Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen (Così parlò Zarathustra).

1882

Nietzsche F.  (1882)  Die fröhliche Wissenschaft (La gaia scienza)

 

Fiorentini Angelica

 




Le diocesi e le parrocchie…in rete!

Introduzione

In questo articolo si parlerà di un tema particolarmente importante dal punto di vista pastorale: l’uso degli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Per farlo mi piacerebbe farvi conoscere la mia esperienza. Sono diversi anni, che mi occupo della comunicazione digitale della mia diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nello specifico mi occupo della gestione dei profili social della diocesi e della pastorale giovanile diocesana, nonché del sito dedicato proprio alla pastorale giovanile della nostra diocesi, ovvero di tutti quegli spazi che oggi ricadono sotto la definizione di “ambiente digitale”. Prima, però, verrà presentato l’argomento con delle riflessioni legate  proprio agli ambienti digitali, ai vantaggi e ai benefici che la tecnologia e gli strumenti che essa ci fornisce e di come essi possano diventare un supporto utile e valido per permetterci di essere promotori e dispensatori della Parola di Dio e dei suoi insegnamenti.

  1. Un nuovo modo di comunicare, nuove vie per l’evangelizzazione

“Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami”[1]. Credo non ci sia frase migliore per iniziare un articolo sugli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Questo incipit è preso dalla Esortazione Apostolica post sinodale “Christus vivit” di Papa Francesco del 25 marzo 2019. Il Santo Padre, nel corso del suo pontificato dimostra di voler aprirsi alle novità, di non chiudere e confinare la Parola di Cristo all’interno dei soliti confini dati dai tempi antichi.

Va, altresì, specificato che l’interesse della Chiesa per Internet e l’apertura favorevole verso di esso non è una novità del pontificato di Francesco. Già il Concilio Vaticano II, parlando dei nascenti mezzi di comunicazione sociale, li definì «meravigliose invenzioni tecniche»[2]. Andando avanti, Giovanni Paolo II è stato, effettivamente, il primo papa a confrontarsi con il mondo del web. Egli ne ha ben presto intuito le potenzialità tanto da definirlo, in occasione della 34° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «un nuovo forum per proclamare il Vangelo»[3]. Lo stesso, dicasi per Benedetto XVI, il quale sempre all’interno della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la 43esima, dichiarò: «Se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana, la rete di Internet e le nuove tecnologie informatiche rappresentano un vero dono per l’umanità»[4].

Tutte queste autorevoli voci ci permettono di introdurre il discorso relativo agli ambienti digitali e come essi possano essere usati dalla pastorale. In queste poche righe a disposizioni, inoltre, ho scelto di descrivere una situazione reale, la mia, per far vedere da vicino cosa effettivamente una diocesi cerca di fare nell’ambito delle comunicazioni sociali e, perché no, di trovare in quanti leggeranno, dei consigli utili per migliorare.

1.1 Gli ambienti digitali. Un nuovo “spazio” per la pastorale

Prima di entrare nello specifico della mia esperienza all’interno di questo “mondo”, credo sia necessario approfondire il discorso relativo agli ambienti digitali. Cosa sono?

Tecnicamente si definisce un ambiente digitale quello «Spazio immateriale creato attraverso l’uso del linguaggio informatico e reso accessibile da dispositivi elettronici e digitali»[5]. Di fatto, ricadono in questa definizione tutti quegli “spazi” generati da un computer o, più in generale, attraverso linguaggi di programmazione che rendono altamente interattiva e di facile fruizione la vita online.

Questo perenne stato di iper-connessione ci viene, oggi, fornito proprio dai diversi ambienti digitali che frequentiamo, ormai quotidianamente. Siti web e Social Network su tutti, ma anche videogiochi, cinema di animazione, cinema digitale e 3D, il Vr e Ar, tutti luoghi dove è possibile creare contesti di interazione sociale, potenziare le proprie capacità di relazione e di interconnessione. In questi ambienti, infatti, non siamo solo semplici visitatori, non ci accontentiamo solo di ciò che ci viene fornito da quel determinato ambiente o da chi lo gestisce. L’uso delle tecniche di grafica, di app di editing rendono l’utente fruitore e al tempo stesso produttore di questi nuovi ambienti mediali.

Per molto tempo abbiamo inteso Internet come una cosa separata dalla nostra vita. A partire dalla prima rivoluzione digitale, e con la nascita dei primi siti web, sono comparsi i primi ambienti dove poter lasciare la propria impronta. I blog, My space, ecc. permettevano di costruirsi un mondo parallelo, dove metterci in contatto con altre persone. Al tempo stesso, però, la tecnologia, non ancora sviluppata come ai nostri giorni ci costringeva ad avere un tasto di “off”, facendoci tornare alla dimensione reale.

In seguito sono arrivati i Social Network e, ancora per un po’, anche questi hanno rappresentato una dimensione in cui si poteva fare on-off. La svolta epocale è arrivata, però, quando sono incominciati ad arrivare nelle nostre tasche gli smartphone. Con l’avvento di questa tecnologia rivoluzionaria la dimensione reale e quella virtuale hanno iniziato ad intrecciarsi senza soluzione di continuità nella nostra vita. Basti pensare a quante conversazioni iniziano in una dimensione (magari in una chat) e continuano nell’altra (ci incontriamo e si continua la stessa conversazione faccia a faccia) in maniera cosi naturale e sopratutto disinvolta.

In questo intreccio di dimensioni online e offline, emerge, dunque una nuova dimensione quella on-life, in cui la strada, il parco, il centro-commerciale, la parrocchia si sovrappongono e si accostano ad internet, i siti web, i social network, l’e-commerce come se fossero tutti luoghi a cui possiamo accedere. E’ a questo livello che incomincia ad aver senso parlare di “ambiente digitale”. Quando cioè togliamo ad internet quel significato che ha avuto per molto tempo, ovvero quello di essere uno strumento. In realtà, oggi, possiamo dargli un significato nuovo: essere luogo, essere un ambiente.

1.2 Una rete per connetterci

Da sempre impegnato nella vita attiva della mia parrocchia, nel 2016, al rientro dalla Giornata Mondiale dei Giovani, celebrata in quell’anno a Cracovia, mi continuavano a tornare alla mente le Parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’omelia nella Santa messa che concludeva quella GMG:

“Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince”

In quella esperienza ebbi la possibilità di approfondire la conoscenza con il responsabile della pastorale giovanile della mia diocesi, il quale, tra le altre cose, mi disse che era suo desiderio di formare una equipe diocesana che allargasse le possibilità in favore delle realtà giovanili della nostra terra, espandendo i mezzi di comunicazioni e le possibilità di interagire. Al rientro dalla GMG, mi tornava nella mente quella frase, quasi come un mantra: «Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri!» e, nello stesso tempo, mi domandavo: “Posso fare qualcosa anche io per contribuire alla costruzione di un ponte?”.

Terminate le vacanze estive, vidi un annuncio, sul gruppo della Pastorale giovanile diocesana: si cercavano volontari per formare una prima equipe della pastorale giovanile. L’idea, concepita in quel di Cracovia, stava nascendo. Capii subito che era la risposta alla mia domanda, che c’era il bisogno, quanto mai necessario, di creare, un ponte, o se vogliamo utilizzare un termine che si sposa bene che il mondo della tecnologia, una rete, che collegasse i giovani della nostra diocesi. Insomma di creare un ambiente digitale, facilmente fruibile, che permettesse di conoscersi e di frequentarsi. E’ iniziata cosi, quella che chiamo un avventura, con le inevitabili difficoltà chiaramente.

Un impegno del genere, richiede sacrifici, ore davanti ad uno schermo, nottate a scrivere, scadenze da rispettare, ma se è vero che le difficoltà ci sono e ci saranno, sull’altro piatto della bilancia dobbiamo, invece, inserire tutte le soddisfazioni che un compito del genere porta in dote. Il sapere di essere d’aiuto, il riuscire a collegare ragazzi delle diverse realtà e a confluire tutto in un unico spazio dove potersi rapportare, dove potersi confrontare, dove potersi informare e crescere, dove poter fare nuove conoscenze e nuove amicizie, dopotutto non è per questo che è nato il Web?

Chiaramente per arrivare a tutto questo, c’è bisogno di una buona preparazione, bisogna saper usare quelli che sono i potenti mezzi, messi a disposizione della tecnologia. Non è questo lo spazio giusto, ma sappiamo bene quali possono essere le insidie e i pericoli che Internet può generare se usato impropriamente. Un’altra cosa molto importante, è quella di tenere a mente che quando si carica in rete un qualsiasi contenuto, sia esso un testo, una foto o un video, una chat, quel contenuto diventa…online, in rete, di accesso pubblico. Attualmente si parla di una popolazione “data driven”, ovvero “guidata dai dati”, un fiume in piena che noi stessi produciamo. Ecco, quindi, che abbiamo dovuto studiare quelle che sono le norme in merito, penso, ad esempio, al “Testo Unico sulla Privacy” (Codice in materia di protezione dei dati personali, D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196).

     1.2.1 Le caratteristiche del nostro sito web

Tornando alla nostra esperienza, il sito, ad oggi, conta più di cento articoli e un discreto numero di visitatori quotidiani. Nello specifico il sito è stato realizzato con la piattaforma Joomla!, un content management system (CMS) per la realizzazione di siti web.

Esso è dotato di diverse sezioni classiche, come la “Homepage” o “Chi siamo”, che racchiude con una simpatica presentazioni l’intento del nostro sito, la sezione dedicata agli articoli, le risorse in possesso dei nostri visitatori, all’interno delle quali è possibile interagire attraverso la webmail o vedere video, realizzati dal nostro vescovo, come poter consultare documenti pontifici, una sezione dedicata alla fotogallery della pastorale giovanile diocesana, ed infine una sezione dedicate alle gmg. Oltre questo un collegamento con il sito web della pastorale giovanile italiana, permette ai nostri visitatori di restare aggiornati sulle iniziative proposte a livello nazionale.

Per scrivere un articolo, la piattaforma Joomla!, fornisce strumenti molto simili a wordpress.com.

  1. I canali social, strumento per restare al passo con i tempi

Oltre al sito, chiaramente, un altro ambiente digitale per stabilire questa rete di contatti è rappresentato dal mondo dei social network. Con i social network ci divertiamo, costruiamo legami ed amicizie, riceviamo notizie dal mondo e possiamo usarli addirittura per studiare e lavorare. E se questo, ormai, è vero per gran parte della popolazione mondiale, a maggior ragione vale per i giovani, che vedono questi social come una sorta di “piazza elettronica” dove potersi incontrare. Negli ultimi anni, il fenomeno social è cresciuto velocemente ed in maniera esponenziale che la generazione dei ragazzi di oggi è considerata la “Generazione social” o “Generazione 2.0”. Il loro maggior successo risiede, sicuramente:

  • nella velocità con cui si riescono a coprire elevate distanze in pochissime frazioni di secondo.
  • rappresenta un tipo di comunicazione globale, che permette di dialogare anche con persone che si trovano in continenti diversi dal nostro.
  • I social sono mezzi “comodi”, accessibili a chiunque ed in pochi click. Basta un indirizzo email ed una password e sei subito connesso con la realtà virtuale. Grazie ai social network puoi curare i tuoi rapporti interpersonali, non solo restando in contatto con chi già conosci ma anche facendo nuove amicizie e conoscenze.

Sono proprio questi tre fattori, o se vogliamo vantaggi (la comunicazione globale, facile accessibilità, e la velocità), che ci hanno spinto a non limitare il nostro impegno alla sola cura del sito della pastorale giovanile. Infatti, il limite del sito web è proprio la mancanza di interazione, il rapporto che non si instaura. Ad oggi abbiamo un canale sulle maggiori piattaforme social: Facebook, Instagram, Whatsapp e Youtube, Twitter. In questi canali è possibile ricevere notizie, appuntamenti e inviti agli eventi organizzati, si trovano video e foto degli eventi, in più c’è la possibilità di interagire, di confrontarsi, di conoscere, di stringere nuove amicizie. Attraverso essi è più facile avere un feedback in tempo reale. Mi viene in mente l’utilizzo dei qr code che aprono una sezione commenti dove poter rivolgere domande  e riflessioni personali, senza magari “l’ansia da microfono”.

Possiamo, dunque, concludere questo paragrafo, ribadendo che questi canali social, se usati nella maniera corretta, quella sostanzialmente per la quale sono stati creati, ci permettono di avvicinare quella fascia d’età, da sempre restia alla Chiesa, etichettata come vecchia, superata, fuori moda, costruendo un legame che nasce proprio da un ambiente che è il loro “habitat” preferito per poi proseguire nel mondo reale.

  1. La comunicazione digitale in tempo di Pandemia

Un ultimo paragrafo lo voglio dedicare alla situazione che, tuttora, stiamo vivendo. Infatti, specialmente nel primo lockdown, dovuto alla Pandemia da Coronavirus, l’unica possibilità di tenersi in contatto erano fornite proprio dai diversi ambienti digitali:

  • i sistemi di messaggistica (Whatsapp, Wechat, Telegram)
  • i canali social (Facebook, Instagram, Twitter)
  • piattaforme VoIP (Skype, Google Meet, Zoom)

Questi ambienti, poi sono diventati imprescindibili, anche per poter lavorare, a scuola, per gestire la pandemia. Allo stesso tempo le parrocchie e gli oratori, ma in generale la Chiesa si sono scoperti più social. La Pandemia, che aveva interdetto l’accesso alle celebrazioni eucaristiche come anche a qualsiasi altra attività parrocchiale o oratoriale, ha costretto la Chiesa ad approfondire o, in alcuni casi, a scoprire questi canali di comunicazione, di rapporto alternativi proprio per evitare che le pecore, senza la guida del pastore, e impaurite da ciò che passava sotto i loro occhi, potessero smarrirsi completamente. Ed ecco che abbiamo assistito alle Sante Messe da seguire in tv o in streaming, incontri di catechesi o di formazione online e tutto ciò che poteva essere utile per andare avanti insieme, seppur a distanza.

Come Unità Pastorale abbiamo cercato fin da subito di creare una rete con tutte le persone della nostra parrocchia lanciando un hastag (#ViciniPurSeLontani), e con la creazione, in soli due giorni, di un canale Youtube: Il Catechista 3.0, che vanta anche una pagina Facebook. Il canale, ad oggi, conta oltre i 100 video realizzati e si è rivelato essere un ottimo strumento per farci stare “vicini pur se lontani”. Il primo video realizzato fu una via crucis online, animate dai disegni dei bambini e dalla voce dei ragazzi.

Il video di questa Via Crucis è disponibili qui:

3.1 Le rubriche del Catechista 3.0

Da quel giorno, poi abbiamo avuto una scaletta fissa: Il sabato, il Rosario online con i disegni dei nostri bambini, la Domenica, la Santa Messa in diretta streaming, il lunedì e il mercoledì ci davano la buonanotte le preghiere dei bambini più piccoli. Nei restanti giorni, una rubrica dedicata a diverse tematiche: il martedì spazio all’arte sacra del nostro paese, con studi dedicati alla storia e alla struttura delle chiese cittadine, dei quadri e delle statue dal prezioso valore artistico; il giovedì era il turno della rubrica sulla Bibbia dal titolo “Divertiamoci con la Bibbia”, una maniera simpatica per approfondire i testi e i racconti presenti nel nostro Testo Sacro; il venerdì spazio alla creatività, con la nostra home artist che ogni settimana ci inviava video tutorial per realizzare oggetti carini con ciò che avevamo in casa, per chiudere con un’altra rubrica, di sabato, dedicata agli argomenti di catechismo.

Qui alcuni video:

Conclusione

La conclusione che emerge, basandoci anche su questa esperienza concreta, sta nel sottolineare come questi ambienti digitali, siano un elemento imprescindibile per la Chiesa per restare al passo con i tempi. La rete di comunicazioni, di interazioni, di socialità che essa crea deve essere considerata un sostegno fondamentale per quella prima rete voluta da Cristo. Il mondo social può e deve essere quel mattone che contribuisce alla realizzazione del famoso ponte che genera un mondo più social…e

Andrea Pesillici

Note:

[1] https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34

[2] Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2

[3] https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx

[4] https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/ambiente-digitale_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/#:~:text=%E2%80%93%20Spazio%20immateriale%20creato%20attraverso%20l,sul%20piano%20visivo%20e%20sonoro.

Sitografia:

  • Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica (22 feb. 2002), n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2;
  • Francesco, Esort, Ap. Christus vivit (25 mar. 2019) in https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34;
  • Marco Sanavio, “Wojtila, primo pontefice “digitale”” in https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx;
  • “Il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali: Internet è un dono per l’umanità, sia messo al servizio dei più bisognosi” in https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html




IL DISCERNIMENTO: RICONOSCERE, INTERPRETARE, SCEGLIERE COME PARADIGMA PER LA PASTORALE DIGITALE NELL’EPOCA DIGITALE

IL DISCERNIMENTO: RICONOSCERE, INTERPRETARE, SCEGLIERE COME PARADIGMA PER LA PASTORALE DIGITALE NELL’EPOCA DIGITALE

 

“Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”

(1 Tess 5,21)

SAMALALI Antonio – Cristiano cattolico

Introduzione 

Se qualcuno mi domandasse cos’è il discernimento, risponderei in base a questo versetto “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” Infetti, discernimento è una arte che consiste nel sapere vivere. Oggi, più che mai viviamo in una epoca della complessità. L’aria che respiriamo ogni giorno in questa società dove ci troviamo e ci moviamo di modo relazionale.  Infatti, è fondamentale ricordare che teologiche «una vera comunicazione è sempre aperta, scruta ogni elemento, consiste nel riconoscere che siamo sempre alla ricerca di una maggiore conoscenza[1]»

 

  1. lo sguardo olistico concettuale del discernimento

Esistono molteplici discernimenti:vocazionale, discernimento spirituale, discernimento antropologico, discernimento digitale e così via. Però, tutte queste angolature trovano il loro senso nell’uomo, con l’uomo e per l’uomo. Il conoscere è un atto globale che integra tutta la persona[2].

Il concetto stesso del discernimento entrare nel ambito però, il termine il discernimento viene dal verbo greco Krìnein e latino cernere, significando una attività di valutazione e di distinzione, oppure, l’intensità dell’operazione. In altre parole, il discernerne significa vagliare, tra-scegliere, giudicare. Invece dal punto di vista biblico, il termine è declinato con i verbi diakrìnei e dokimàzein. Il primo significa separare, vegliare, valutare, selezionare; invece il secondo indica investigare, esaminare, approvare.

 

  1. il discernimento ecclesiale
    • Il discernimento nella scrittura

Troviamo tanti esempi su discernimento: Come mai questo tempo non sapete valutare” (Lc 12, 54); Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Perciò con il salmista diciamo “lampada per i miei passi è la tua parola”. (Slam 105); “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Tes 5,21). Questa è una chiara dimostrazione della Scrittura come fonte del discernimento. Questa voce del Signore, abita anche nel suo cuore, nella sua mente perché «la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità[3]»

 

  1. Itinerario del discernimento nell’ambiente digitale

La “disposizione interiore che emergere proprio dalla sensibilità, dai vari tipi di sensibilità”.  L’atteggiamento interiore e quella pratica, non sono inseparabile. Anzi, costituisce  “quell’esercizio ermeneutico che ci consente di cercare e trovare, di scoprire e dare un senso agli eventi disparati e frammentari della nostra esistenza[4]”.

In effetti, il pastore dell’ambiente digitali insieme alle pecore digitali devono vestirsi di grembiule delle “sensibilità pedagogico-propedeutiche”, come per esempio, sensibilità del pellegrino, intellettuale – l’ascolto della relata nella sua nudità, interrogandola senza pretesa dare una risposta preconfezionate.

 

  • Riconoscere

Riconoscere richiede alla persona che discernere alcuni atteggiamenti come il corago, veritieri e libertà interiore difronte alla realtà. Non solo questo, anche avere il coraggio e l’audacia in dare nome ai diversi sentimenti, emozioni che vita la vita personale stessa lo offre senza avere fredda in catalogare o aggettivare i diversi fenomeni o l’altro senza un maturo discernimento. Seguendo questo itinerario, sarà capace in cogliere il giusto in ogni situazione della vita.

Il riconoscere consiste in avere la capacità di essere consapervelo di tutto ciò che accade a fuori dell’uomo e a sua volta che ha incidenza nella sua vita. è riconoscere la realtà nella sua concretezza. È un momento in cui si ricorda il vissuto nella sua verità. Questo è il momento in cui chi desidera discernere, prima di formulare un qualsiasi giudizio, è invitato ad accogliere qualsiasi movimento interiore lo attraversi, per il fatto stesso che è quello che sta provando e non altro.

Il primo livello si tratta solo di constatare quello che è in me: riconoscere, per esserne consapevoli e non lasciarsi agire da emozioni, pensieri e sensazioni; solo così, successivamente nella seconda tappa, si potrà agire su di esse, grazie all’intelletto e alla volontà. Il modello biblico, è il giovane Salomone che chiede ‘semplicemente’ un cuore docile all’ascolto, capace di riconoscere quello che succede, accogliendo la realtà come si presenta e saper da qui operare scelte sapienti, avendo distinto il bene dal male.  Il discernimento è una medicina per guarire i «nostri sensi obesi, supernutriti d’un sacco di cibo-spazzatura e in pericoloso delirio d’onnipotenza, che stanno smarrendo la loro vocazione originaria, quella di consentirci di stabilire un rapporto con ciò che è vero, bello e buono. E quando i sensi perdono la loro identità noi stessi corriamo i rischi di perdere i sensi[5]».

 

  • Interpretare

Dopo di riconoscere la realtà nella sua concretezza, ora possono essere interpretati, compresi, a luce del Vangelo. Questo è un vero momento del discernimento delle ‘mozioni’ o tutto ciò che succede nel cuore umano. È il momento d’interpretare quello che si è riconosciuto alla luce della Parola di Dio. In questa fase, oltre alla memoria, la facoltà dell’intelletto permette di diventare sempre più lucidi rispetto a ciò che si è percepito.

Da riconoscere la valutazione nel discernimento che avviene necessariamente all’interno di una relazione personale con Gesù Cristo e nella sua sequela. Gesù è fonte e modello della nostra scelta.  Pertanto, il discernimento è un invito all’l’uomo a riconoscere la presenza di Dio nella sua vita, nel suo agire attraverso lo spirito buono, protagonista di tutto il nostro essere. Inoltre, il cammino del discernimento deve portarci all’amore verso gli altri.

Dal punto di vista tecnico, l’interpretazione della relata richieda una competenza, i criteri adeguando per non svolare nei propri modi di leggerne la realtà. Al stesso tempo, bisogna avere il coraggio, apertura sincera e autentica. Ma prima di tutto il riconoscimento dei propri limiti (culturale, psicologica, sociale.). solo cosi che il discernimento arrivare a cogliere i suoi frutti senza indugio. Se da una parte bisogna avere la coscienza dei suoi limite interiore dall’altra è necessario la libertà di azione.

 

3.3 Scegliere

La scelta è la terza tappa di questo itinerario. È una scelta accompagna dalla volontà, libertà e responsabilità. Infatti l’itinerario rappresenta un pellegrinaggio, faticoso ma gioioso. Non tutto chiaro perché siamo emerso nei nostri limiti umani però abbiamo anche alle per volare e arrivare dove il Signore ci chiede di andare. In questa ultima fase, l’uomo nella libertà, volontà e responsabilità sceglie, rispondendo a una chiamata divina, giungendo a una risoluzione, possibilmente precisa, puntuale e concreta.

La domanda fondamentale che deve rispondere è che cosa fare qui e ora, la sua risposta ha comporta anche la sua vita. Il discernimento digitale, è mettere in gioca la sua esistenza. Per questo diciamo che il discernimento ha due faccia una del come e l’altra del chi della vita. Per cristiano, il discernimento digitale, la scelta del ‘che cosa fare’ in concreto per il Regno di Dio presuppone la scelta dello stile di vita adottato da Cristo, la scelta del ‘come’ vivere che è proprio di Cristo. Questa scelta, a sua volta, comporta la scelta del `chi’, della persona di Cristo: si tratta della scelta di seguire Cristo, di stare con Lui, di servirlo da discepolo. Infine, essere nell’ambiente digitale deve avere come modello Gesù. Per questo il Papa Francesco, ci ricorda che «nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio»

 

Conclusione

“Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Tss. 5,21). Questo è il discernimento digitale. Ogni situazione è una situazione, come dice Papa « non esistono semplici ricette[6]» È il compimento del Riconoscere, Interpretare, Scegliere.  Il discernimento è un cammino individuale ma al stesso tempo comunitario perché nessuno di noi è un fiume senza legame con il mare. Oggi, non basta solo le competenze tecniche ma bisogna anche quelle del Spirito capace di riconoscere “il falso nelle notizie false”. È una epoca in cui Fake news prende più spazio, fa più notizie. Queste, sono le nuove sfide e di difille comprensione frutto del «cambiamento epocale[7]». «Il Signore è attivo e all’opera nel mondo[8]». È necessario avere questa arte perché la nostra epoca «ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte[9]» Seguire questo cammino, è «lasciarsi guidare dal Signore[10]»

 

 

Bibliografia

PIGHIN Claudio, Pastorale della comunicazione, evangelizzazione e nuova cultura dei media, Urbaniana University Press, Roma,

CENCINI Amedeo, I Passi del discernimento «…chiamati a formare le coscienze non a pretendere sostituirle

Enciclopedia di Pastorale Fondamenti, Piemmee,

VATICANO II Gaudium et spes

PAPA FRANCESCO, Amoris laetitia, Roma,

BENETO XVI, Luz do mundo, o Papa, a Igreja e os sinais dos tempos, Vaticana

[1] PIGHIN Claudio, Pastorale della comunicazione, evangelizazione e nuuova cultura dei media, Urbaniana University Press, Roma, 2004, p. 46

[2] Cf. Enciclopedia di Pastorale Fondamenti, Piemmee, 1992

[3] VATICANO II Gaudium et spes, Roma, 1965, n. 16

[4] Cfr. CENCINI Amedeo, I Passi del discernimento «…chiamati a formare le coscienze non a pretendere sostituirle», San Paolo, Milano, 2019, p.  16

[5] Cfr. CENCINI Amedeo, I Passi del discernimento «…chiamati a formare le coscienze non a pretendere sostituirle», p.  19

[6] PAPA FRANCESCO, Amoris laetitia, Roma, 2016, p 298

[7] Cfr. Il Discorso del Papa Francesco, Firenze, 10.11.2015

[8] Fake news riguarda la disinformazione diffusa online o nei media tradizionali. Informazioni infondate. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici. (Papa Francisco).

 

[9]Cfr. VATICANO II Gaudium et spes, n. 15

[10] Cfr. BENETO XVI, Luz do mundo, o Papa, a Igreja e os sinais dos tempos, Vaticana, 2011, p. 22




Le nuove tecnologie informatiche applicate alla Pastorale

 

Nel corso delle lezioni su “Tecnologie informatiche applicate alla pastorale” sono stati affrontati diversi aspetti relativi ai nuovi mezzi di comunicazione sociale e alle loro ricadute positive nell’ambito della pastorale della Chiesa. Il termine “pastorale” utilizzato ampiamente in ambito ecclesiastico indica ogni azione della Chiesa volta a favorire l’incontro tra Cristo e l’uomo. Questo obiettivo porta a considerare e ad avvalersi di ogni mezzo di comunicazione e di diffusione del messaggio evangelico per far sì che lo sposo, Gesù Cristo, possa incontrare sempre la sua sposa, la Chiesa. In ogni luogo in cui l’uomo vive bisogna uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, come spiegato da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Nello stesso documento il Santo Padre delinea una “chiesa in uscita”, non solo in senso geografico, ma anche esistenziale, in cui i discepoli del Risorto sono esortati a prendere l’iniziativa, a coinvolgersi, ad accompagnare, fruttificare e festeggiare. Per poter portare Cristo bisogna quindi avvalersi della comunicazione e dei suoi mezzi, considerando il modo di vivere e di pensare dell’uomo. In questo tempo, definito post-moderno e proiettati verso il post-umano, anche la comunicazione cambia, passando dall’incontro diretto tra le persone e dall’ascolto della voce come avviene durante una telefonata, ad una forma di comunicazione “iconica”, basata sui contenuti. La comunicazione, infatti, oggi avviene in larga parte mediante i media digitali, nuovi ambienti in cui l’uomo instaura le sue relazioni virtuali. La pastorale, quindi, è chiamata ad agire in questi nuovi luoghi in cui le persone si incontrano, portando Cristo lì dove l’uomo è presente. L’universo dei media può essere considerato come il primo “areopago dei tempi moderni” e la Chiesa ha iniziato a riflettere sull’uso dei nuovi mezzi di comunicazione sin dal loro avvento negli anni novanta del XX secolo, con un convegno organizzato dal S.I. CEI dal titolo “Chiesa e internet”. In passato tra gli interventi con cui la Chiesa ha mostrato la sua attenzione ai mezzi di comunicazione sociale è da ricordare la lettera enciclica Miranda prorsus di Papa Pio XII, pubblicata l’8 settembre 1957 e Comunicazione e missione- Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa (2004), ad opera di S. Giovanni Paolo II. In questo documento viene rimesso l’uomo al centro dell’attenzione sul modello di Cristo e viene vista la presenza della comunicazione già nell’evento dell’Incarnazione. Nel gennaio 2018 con la costituzione apostolica Veritatis gaudium, riguardante le università e le facoltà teologiche, Papa Francesco affronta la tematica delle comunicazioni sociali. L’attuale espressione Pastorale digitale, da collocarsi nel più vasto campo della Pastorale delle comunicazioni sociali, trova origine in un’espressione di Papa Benedetto XVI, che ha parlato per la prima volta di “pastorale nel digitale”. Essa è esperienza di presenza, rappresenta l’uscire, l’annunciare, l’abitare, l’educare e il trasfigurare di cui parla Papa Francesco oggi. La Pastorale digitale è chiamata ad attraversare i tre ambiti dell’azione pastorale della Chiesa, ovvero la liturgia, la catechesi e la carità, cercando di raggiungere le cosiddette “periferie digitali”, cioè la manifestazione evidente nel mondo digitale di quelle che sono le periferie esistenziali dell’uomo. Oggi, inoltre, si parla di deep web, per indicare l’insieme delle risorse informatiche del World Wide Web non indicizzate dai comuni motori di ricerca e che viene raffigurato con l’immagine di un iceberg, la cui parte sommersa, molto più grande di quella emersa, indica appunto il web sommerso. Accanto al deep web c’è il dark web, ovvero un sottoinsieme del primo, normalmente irraggiungibile mediante le normali connessioni internet ma solo attraverso particolari software che fungono da ponte tra internet e la dark net.

 

La diffusione dei media digitali ha segnato, inoltre, il passaggio dal reale al virtuale, coniando espressioni quali online e offline, oggi superate in favore dell’unica espressione onlife. Sull’esempio dei Pontefici è quindi necessario farsi cittadini del digitale, visitando quelle che sono le odierne periferie digitali per poter essere persone che portano Cristo all’umanità spesso sofferente e bisognosa di conforto e di speranza. All’esito di questa riflessione sulle tecnologie informatiche rilevo la necessità e l’utilità, specie per chi segue un cammino di sequela di Cristo, di conoscere meglio e di imparare ad utilizzare i media digitali per poter realizzare quella “conversione pastorale” richiesta da Papa Francesco, passando da una pastorale di semplice conservazione ad una missionaria, realizzata lì dove l’uomo abitualmente vive, con i suoi problemi e le sue difficoltà. Tutto quanto promuove il bene dell’uomo è infatti oggetto di interesse della pastorale.    

 

Foto tratte dal web