Dall’apparire all’essere

Introduzione

La società viaggia sempre più via social. Oramai non fanno più notizia: i social sono entrati prepotentemente nella vita di ogni persona e il più delle volte non si riesce a farne a meno, quasi necessario, essenziale. Basti pensare a facebookinstagram, whatsapptelegram, app che costituiscono e caratterizzano il giovane di oggi, infatti chi non possiede tali app sul proprio smartphone è come se fosse fuori dal mondo e dalla società odierna. La comunicazione di massa ha conquistato ogni singolo settore; se da una parte ha potenziato e velocizzato il lavoro sotto tanti aspetti, dall’altra – essendo a portata di mano di tutti – è facile costruttrice di una miriade di sfumature: una vera arma a doppio taglio.

La nostra vita, quindi, come la nostra storia e la nostra cultura corre via etere. I maggiori social hanno fatto sì che anche il nucleo familiare sia spesso minato. Basta vedere una famiglia riunita a tavola! Una volta si dialogava parlando e guardandosi negli occhi, ora si comunica via smartphone.
Anche le relazioni sentimentali sono cambiate: dal classico corteggiamento tra ragazzi si arriva oggi a siti di incontri. Insomma, una vera rivoluzione – oserei dire copernicana – che però spesse volte esce fuori dal seminato, provocando delle situazioni assai pericolose che sovente infrange le labili difese degli individui, i quali – come ipnotizzati – commettono reati, oppure omicidi e, addirittura, suicidi.

Sono notizie di cronaca nazionale i tanti suicidi per giochi tra adolescenti via etere. La comunicazione di massa, quindi, viene a configurarsi sempre più come il «quarto potere dello Stato», con la sua forte capacità di suggestionare le menti, di cambiare opinioni e di attivare dei veri processi. Con una comunicazione, quindi, se usata male, dal ruolo spesso lesivo arriviamo a dire che la politica dell’apparire domina incontrastata, la corsa ai like, la corsa ai «mi piace», il mostrare agli amici virtuali ogni nostra azione quotidiana, il cibo che «divoriamo», il posto dove dormiamo, i luoghi che frequentiamo, questa strada, ci fa dimenticare il vero essere. Insomma, l’apparire rischia di mettere in imbarazzo l’essere.

A sostenere la politica dell’essere è la nostra amata Chiesa, la quale ci ricorda che in questa società del consumismo, dominata dall’apparenza, dalla moda cangiante ed effimera, dall’inganno subdolo e da una colluvie di parole inflazionate, spesso vane e vuote rumorose, fastidiose, la società contemporanea è realmente vittima dell’immagine. Ognuno è alla ricerca perenne della propria figura, che deve essere sempre migliore. Sembra che l’apparire sia l’unico vero modo di vivere, la figura esteriore sia la sola verità della vita, la notorietà e il successo siano la suprema aspirazione.

Anche in campo laico si avverte questa realtà:

«Non viviamo una crisi economica, è una crisi morale, per questo sarà tanto difficile uscirne». José Saramago, premio Nobel per la letteratura, qualche giorno prima di morire pronunciò queste parole. Un lascito spirituale per la nostra civiltà in agonia. Parole giuste di un grande intellettuale su cui vale la pena aprire una riflessione. Quando la morale entra in crisi una società non è più in grado di generare intelligenza e diventa sempre più difficile trovare una via d’uscita diversa dalla decadenza. L’intelligenza è un bene raro nella nostra epoca. Non se ne trova in nessun luogo. È proprio così. Se mi guardo intorno non vedo nessuno che si legge dentro. Ci affatichiamo per costruire la società dell’apparenza. Il culto dell’immagine a ogni costo è quello che conta. Tutto quello che deve emergere è quello che non siamo1.

 

Nei social è presente la cultura dell’apparire e in nome di questo possono verificarsi suicidi

«Educare i ragazzi sull’utilizzo dei social e aprire sportelli d’ascolto nelle scuole. Ma subito, per prevenire altre tragedie. Quanto accaduto a Milano è il segno di un malessere che tocca gli adolescenti di tutto il Paese. I fragili che non hanno adulti di riferimento nel mondo “reale” sono a rischio, soprattutto in questo periodo di pandemia che dura da un anno e mezzo e non è ancora finito»2. Queste sono le parole di Romano Pesavento, insegnante di Diritto ed Economia, ora docente in una scuola media di Crotone. Egli è il presidente del Coordinamento nazionale docenti della disciplina «diritti umani», che raccoglie insegnanti da più città. Il movimento si è espresso sui suicidi di giovanissimi3.

Cosa poter indicare? Cosa suggerire? Come essere quegli adulti responsabili che educano le giovani generazioni a una cultura dell’essere? Ma prima ancora di offrire qualche possibile soluzione, risulta necessario risalire alla causa. Cosa può provocare il suicidio a seguito di un post, o di una delusione?

Come visto dall’articolo su riportato, come anche dai tanti altri presente in rete inerente questa piaga, si evidenzia una fragilità del giovane e del giovanissimo circa la fiducia in sé stesso. Difatti, il dover postare continuamente il proprio stato, i propri successi, solo le cose belle e sovente filtrate, modificate ad hoc perché risultino perfette, quasi irraggiungibili. Questa è palesemente una cultura dell’apparire. Un far vedere ciò che in realtà ha parvenza di vero, il resto è tutto artificioso.

Dobbiamo riconoscere sinceramente a noi stessi cosa desideriamo e prima ancora quali valori sono alla base della nostra esistenza. Difatti, «la fede cristiana non è innanzitutto fuga da questo presente, e dalle nostre responsabilità, ma è un voler entrare più nel cuore della realtà, un voler raggiungere più il centro stesso della realtà che viviamo, è dunque convincere innanzitutto noi stessi, farne esperienza,
toccare in prima persona, che nel “qui” del nostro presente si gioca tutta l’eternità». 4 «In effetti, il desiderio ci dà di solito un’indicazione generica. È il motore che ci spinge, ma molte volte rischiamo di rimanere con il motore acceso senza partire mai. […] Da cosa dipende, allora, la scelta? È davanti a questa domanda che scopriamo l’importanza dei valori» 5.

Ritornando ai social e alla possibilità di poter – come riportato dalle cronache – suicidarsi, è vitale riappropriarsi del proprio «io». Un io vero, autentico che niente ha a che vedere con l’apparenza. Qui, accompagnandosi nel tempo passato, si ritrova il proprio valore: facendone memoria, ricordandosi chi sono a me stesso. Invero, «la memoria è lo spazio interiore in cui avviene la rielaborazione dei ricordi […] uno spazio interiore, che può essere percorso dalla mens alla ricerca dell’oggetto del suo desiderio […] la luce interiore che illumina in modo altrettanti presente»6.

Può aiutare il rivedere i post, le immagini, i video, i commenti pubblicati in passato e metterli in paragone con gli ultimi. Cosa è cambiato? Cosa contava allora e cosa invece si vuol condividere di sé adesso? Qual era la propria immagine? Come ora sto comunicando?

È una ricerca forse lunga, forse dolorosa, ma sicuramente non vana. E prendere atto, alla fine, che:

Il non protagonismo ci salva. […] La pietra scartata dai costruttori può diventare testata d’angolo, in quanto Dio sceglie sempre uno scarto come punto d’appoggio fondamentale per la sua costruzione. […] Il mondo promette sempre delle cose, come ricchezza, gloria, potere… mentre Gesù non possiede alcuna moneta degli uomini, non ha nient’altro da offrire se non sé stesso. Egli non ci riempie di cose,
ma ci riempie di lui. […]. Il suo scopo è quello di cambiarci la vita, perciò ci dona l’unica cosa che può stravolgere e salvare la nostra esistenza: la sua persona7.

 

La Chiesa fa uso dei social al fine di promuovere un discernimento per una cultura dell’essere

La nostra unicità passa non primariamente attraverso i nostri talenti, le nostre foto di Facebook, ma attraverso quello che non si vede. Perché finalmente c’è qualcuno che mi permette finalmente di essere quel che sono, con i miei limiti. E siccome, invece, c’è tutta una cultura che ci dice che dobbiamo essere perfetti e non meno di perfetti, siamo massacrati. […] La vita non ce l’ha Photoshop. Infatti, noi la prima cosa che raccontiamo alla persona che finalmente può accogliere quell’unicità è quello di cui ci vergogniamo. Che bello poter essere sé stessi e andare bene così come siamo8!

«Cristo è colui che ci introduce nella perenne novità della vita»9. Cosa cercare di più? Non si è giunti alla fine della ricerca. In un certo qual senso sì. Quel che però si scopre è il fine, il senso. La Chiesa in ogni tempo e in ogni modo cerca di comunicarlo al mondo. Quando si richiama alla cultura dell’essere è proprio ed è anche questo: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose […], queste parole sono certe e vere» (Ap 21, 5).

Nella ricerca di sé, dei propri valori, del proprio desiderio ci è comunicata la buona notizia: Basta affannarti, la strada ti è presente, ti è data. Ti è donato Gesù Cristo che ti rende nuovo. La tua identità, la tua vita è illuminata dalla vita di Gesù. E chi è Gesù? È Amore.

Quanto è vero, l’amore non solo vince l’odio ma dà la forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo. Dobbiamo ricordare una cosa fondamentale nella vita cristiana: non è prioritario il cosa, ma il come. La cosa più incisiva è con che cuore facciamo le cose. […] Le nostre opere possono essere anche piccole, ma nascere dal Padre e dalla libertà dal nostro ego. Allora salvano il mondo. Perché gli danno sapore. […] La misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama. E la nostra povertà, una volta amata, diventa misericordia10.

Va da sé che in sé i social non sono uno strumento malvagio. Proprio per questo la Chiesa ne fa uso. E il suo uso è per trasmettere anche lì questa notizia grandiosa che ha il sapore di sempre novità, sempre grazia, sempre salvezza. Questo non toglie che ci debba essere un discernimento, un dirsi sinceramente a sé stessi perché ci si mette online. Dirselo, interrogarsi, fare discernimento sui valori, sul proprio desiderio, sulla propria identità farà sì che la scelta di abitare questa «rete» sia consapevole e coraggiosa.

Quel che posso io comunicare, come seminarista in cammino è che possiamo e abbiamo la grazia di comunicare questa Bellezza. È Cristo Gesù. Allora nel nostro esserci online: «nutriamoci regolarmente di cose belle, di atti belli e il brutto non avrà niente di interessante. Mettiamoci appresso alle persone sagge, a quelle umili, a quelle che sanno amare. Per restare nella bellezza»11.

 

 

Bibliografia

EPICOCO, Luigi Maria, La pietra scartata. Quando i dimenticati si salvano, San Paolo, Milano 2021.
__________________, La vita come la fine del mondo. Meditazioni sull’Apocalisse, EDB, Bologna 2021.
__________________, Quello che sei per me. Parole sull’intimità, San Paolo, Milano 2017.
PICCOLO, Gaetano, Il gioco dei frammenti. Raccontare l’enigma dell’identità, San Paolo, Milano 2020.
__________________, Pensiero incompleto. Breve introduzione alle grandi domande della vita, Paoline, Milano 2019.
ROSINI, Fabio, L’arte di ricominciare. I sei giorni della creazione e l’inizio del discernimento, San Paolo, Milano 2018.
__________________, Solo l’amore crea. Le opere di misericordia spirituale, San Paolo, Milano 2016.

Sitografia

D’AVENIA, Alessandro, «Vai bene così», in Youtube, <https://www.youtube.com/watch?v=NyhFBerAFTM> [ultima consultazione: 04.01.2022].
VACCA, Nicola,  «La cultura dell’apparenza, la nostra decadenza»,
<https://www.contiamoci.com/p/833:via-la-maschera-stop-alla-cultura-dellapparenza> [ultima consultazione: 04.01.2022].
VAZZANA, Marianna, «Suicidi fra i giovanissimi, l’esperto: “I social creano ansia e depressione”», in Il giorno, <https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/social-depressione-1.6809870> [ultima consultazione: 04.01.2022].

 

 




I santi della porta accanto…..

L’Esortazione Apostolica Gaudete et Esultate del Papa Francesco sulla Chiamata alla Santità nel mondo contemporaneo e i pensieri del Beato Luigi Tezza, fondatore delle Figlie di San Camillo sulla santità

Papa Francesco ci parla della importanza della chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi (cf. n°10), «ognuno per la sua via» (n° 11) e proprio ci esorta che: […] Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova […] (n° 14)

I santi già questo lo pensavano prima del Concilio, in particolare riporto una frase del nostro padre Fondatore che diceva:

L’idea di santità ci spaventa. Chi salirà il monte del Signore? Eppure o santi o reprobi. Due sole categorie: gli eletti della città di Dio, i dannati della città di Satana. Non ad alcuni soli, ma a tutti Iddio disse: siate santi!
La santità deve essere a tutti accessibile. In che consiste? nel far molto? no. Nel far grandi cose? neppure: non sarebbe di tutti né di ogni momento. Dunque: nel fare il bene e questo bene, ben fatto, nella condizione, nello stato in cui ci ha posti Iddio. Nulla di più nulla al di fuori di ciò.

Lettera autografo, AFSC, 1 A0130

Essere santi è più di un lavoro, è una vocazione totale di risposta alla chiamata di Dio; una missione nel quotidiano della vita di ogni persona. “Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5).” (n° 13)

Sr. Fernanda fsc

Per sapere di più:  http://concuoredimadre.blogspot.it/