Evangelizzazione e media

Evangelizzazione e media.

I media, da quando sono entrati a far parte della cultura dell’uomo e della società, sono diventati anche  uno strumento essenziale per la cristianità. Il mandato centrale di Gesù Cristo è di andare per il mondo ad annunziare la gioia del Vangelo e di invitare ogni uomo a impegnarsi personalmente nella costruzione del regno dell’amore (Marco 16,18). I primi apostoli sentivano profondamente l’urgenza di annunziare la salvezza al maggior numero possibile di persone e quindi trasformarono rapidamente ogni forma di arte comunicativa in strumento di evangelizzazione.
Il mezzo privilegiato era caratterizzato dalla predicazione con la quale ci si poteva rivolgere alle grandi masse in maniera persuasiva e incisiva. Un importante aiuto veniva anche dal miglioramento delle vie di comunicazione stradale e dei trasporti a opera dei romani. Pertanto gli apostoli affidarono i contenuti essenziali dei Vangeli ai principali canali di comunicazione come i papiri, così da poterli moltiplicare senza errori e diffonderli in tutto il mondo. L’immaginario cristiano viene presto tradotto anche in immagini, poesie, drammi, graffiti e in qualsiasi altra forma di comunicazione conosciuta nel mondo greco-romano dei tempi di Cristo. La cristianità ha inoltre sviluppato un sistema di simboli comunicativi, riti sacramentali, devozione a santi e martiri, architettura, vestiario e infine un complesso ciclo di celebrazioni atto a trasmettere i contenuti della salvezza.

Il significato dell’evangelizzazione

Il compito essenziale dell’evangelizzazione è rendere gli uomini consapevoli dell’amore di Dio – rivelatosi attraverso Gesù Cristo – in modo che la sua azione possa trasformare l’umanità dall’interno. La Chiesa fa opera di evangelizzazione quando cerca di rinnovare e riunire “la coscienza personale e collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri”.[1] L’evangelizzazione richiede un cambiamento interiore, una decisione personale e un impegno a vivere i valori del Vangelo.[2]
La trasformazione di persone, culture e storia che sta alla base dell’evangelizzazione deriva direttamente dall’intervento gratuito e disinteressato di Dio.[3] Tuttavia noi sviluppiamo il nostro potenziale di esseri umani solo attraverso il potere comunicativo del linguaggio, dei simboli e della cultura. Pertanto la grazia di Dio, tesa a rinnovare l’umanità, agisce tramite la comunicazione, una comunicazione che coinvolge tutta la personalità umana e che rende gli uomini consapevoli dell’azione interiore di Dio così da creare una collaborazione cosciente e libera con la grazia.[4] Come dice san Paolo: “… non crederanno in lui finché non lo avranno ascoltato, e non lo ascolteranno finché non avranno un predicatore, e non avranno un predicatore finché non gli verrà mandato… La fede deriva da ciò che viene predicato, e ciò che viene predicato deriva dalla parola di Dio” (cfr. Romani 10,14-17).
L’evangelizzazione non prescinde dalle emozioni, dai simboli e dal linguaggio degli uomini. Papa Paolo VI ha sottolineato in EN che la proclamazione della Buona Novella non deve ignorare la cultura esistente, e men che meno distruggerla o sostituirla, ma deve piuttosto costruire un dialogo con essa. “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella”.[5]
Papa Giovanni Paolo II, in RM, è anche più esplicito nel descrivere l’evangelizzazione come un processo che opera a livello delle culture. “L’inculturazione significa l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture… Per l’inculturazione la Chiesa incarna il Vangelo nelle diverse culture e… trasmette a esse i propri valori, assumendo ciò che di buono c’è in esse e rinnovandole dall’interno”.[6] Anche Papa Francesco nel suo pontificato riflette molto sul concetto di inculturazione.

Il ruolo dei media e del digitale nell’evangelizzazione

Una cultura è costituita da un sistema di segni e simboli attraverso il quale due o più persone possano condividere lo stesso significato interpretativo relativo a oggetti ed eventi che le riguardano. La sfida dell’evangelizzazione consiste prima di tutto nel capire la logica comunicativa del Vangelo, quindi nel tradurre questa logica nei diversi linguaggi mediali di una cultura.
Di conseguenza in una cultura, come quella occidentale, caratterizzata dai mezzi di comunicazione, è importante che vanga abitata dal modo di evangelizzare in modo da poter trasmettere valori, ma soprattutto un etica. Esso non è solo uno strumento, ma un modo per fare comunità.[7] Essere efficaci comunicatori attraverso i media significa non soltanto essere capaci di trasferire un messaggio attraverso l’etere, ma anche saper usare bene i diversi ‘linguaggi’ massmediali. Come si sottolinea anche nella RM, “Non basta… usarli per… moltiplicare… e diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla cultura moderna… Questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici”.[8] Da questo punto di vista possiamo dire come il digitale oggi, assume realmente una forma di predicazione dove è possibile evangelizzare e raggiungere contemporaneamente tante persone.
a tal proposito ben si esprime il Pontificio Consiglio per i Laici.[9]

Responsabilità nel digitale per una sana comunicazione

Le culture trasmettono i valori da una generazione all’altra.
Gesù ha comunicato i valori del Regno attraverso le parabole. Quando Gesù vuole sconfiggere lo scetticismo e sfidare la fede della gente, evita sempre di ricorrere a lunghe argomentazioni razionalistiche, racconta piuttosto delle storie che si rivolgono all’immaginazione e ai desideri più profondi di chi lo ascolta. In questo modo è riuscito a realizzare una relazione educativa tra Lui e i suoi interlocutori. Questa relazione educativa oggi chiede di essere garantita nel digitale, applicando una serie di regole capaci di porre un sano confine che possa aiutare a sviluppare, soprattutto nei piccoli,  una sana formazione. Chi annuncia, in questo caso l’adulto, o la comunità ecclesiale, deve mettersi in gioco con la propria capacità di testimonianza di una vita autentica e coerente, fondata il più possibile sulla fiducia e che permette a chi sta di fronte di scoprire la verità capace di generare.
I media fanno opera di “evangelizzazione” quando presentano dei personaggi che incarnano i valori. del Vangelo in un particolare contesto culturale. Nella misura in cui essi ricorrono a storie, immagini e personalità tratte dalla cultura locale, offrono materiali adatti alla diffusione del Vangelo.

I media come spazio rituale dove esplorare il significato della vita

I media sono fortemente legati al tempo libero e per questo vengono definiti mezzi di “intrattenimento”. Ma tempo libero non significa senz’altro perdita di tempo, quanto piuttosto tempo personale, durante il quale gli individui possono sognare, un tempo da dedicare alla comunità e alla fede. Il tempo libero offre uno spazio nel quale definire la propria identità ed esplorare modi diversi di definire la storia della propria esistenza. A tal proposito, il delicato momento storico che stiamo vivendo ci scuote, ci interroga e invita ad ascoltare i bisogni che emergono, quasi come fosse una sfida. Il digitale è parte integrante e quotidiana per tutte le relazioni personali, sociali ed educative. Anche le relazioni nei social dovrebbero essere interpretate in una grammatica educativa.[10]

Nell’attuale contesto sociale è difficile immaginare relazioni che si configurino a prescindere dai media e soprattutto dai social, per questo motivo essa richiede un grosso esercizio della responsabilità. Un attuazione distorta del potere può risultare abusante, provocando una relazione distorta, oltre che non si contribuisce alla costruzione della personalità. Essa può essere distrutta, così come le stesse culture possono uscirne profondamente modificate.

Per questo motivo diventa necessario tenere sempre in atto il metodo della prevenzione, attraverso una prassi condivisa, in modo da garantire il rispetto della dignità di ogni individuo. Saper allora comunicare correttamente, diventa una sfida sempre più complessa e gli “animatori della comunicazione”, figura che oggi ricompre un importante ruolo anche nell’ambito della pastorale digitale, oggi più che mai, sono chiamati ad essere evangelizzatori capaci di arrivare al prossimo in modo autenticamente evangelico. Nell’ultima lettera pastorale di Mons. Domenico Cornacchia, “Vino nuovo in otri nuovi”, il Vescovo rivolgendosi alla comunità della nostra diocesi di Molfetta, invita tutti coloro che sono preposti a tale impegno a lasciarsi interrogare dalle sfide comunicative odierne per rispondere al bisogno primario dell’uomo di comunicare, facendolo alla luce della Parola di Dio. Imprescindibile, in tal risposta, dev’essere l’attenzione che si deve riservare allo stile comunicativo che troppo spesso rischia di confondersi con logiche mondane e di marketing finalizzate ad attirare l’attenzione più che a trasmettere un contenuto di vita.[11]

Il significato sacramentale dei media

I Sacramenti sono l’agire salvifico del Dio uno e trino che mediante la fede accolta raggiunge l’uomo e attraverso di essi il Signore comunica, fa passare la sua grazia. Dio agisce nella storia dell’uomo con l’ingresso di Cristo. La storia dell’uomo contemporaneo si concretizza anche nei media. Già il cardinal Martini, negli anni novanta, usando una metafora tratta dal Vangelo, ha definito, i mass media, e quindi anche i media oggi, “lembo del mantello”, qualcosa di apparentemente insignificante, attraverso il quale, però, può agire il potere salvifico di Gesù (Marco 5, 25.34; Luca 8, 42-48). In questo senso i media e quindi tutto il modo digitale, sono una forma sacramentale che favorisce l’azione della grazia divina. Essi sono il punto di contatto del Vangelo con una cultura, e in particolare con la cultura urbana contemporanea. Non è più il mondo dell’agricoltura a fornire i simboli che rivelano l’azione dello spirito creativo di Dio. Per la maggior parte degli individui, le storie e i simboli più importanti per la scoperta della vita e dell’azione di Dio provengono dai mass media. È attraverso i media che essi entrano in contatto con la comunità umana ed è attraverso i media che si possono trovare nuove incarnazioni del regno predicato nel Vangelo.[12].  Tenuto conto di questa realtà, i  media possono conservare un significato sacramentale, poiché può passare il messaggio del Vangelo attraverso persone che siano capaci di vivere in questo ambito la propria ministerialità, volta alla crescita e all’accompagnamento dell’individuo. La figura degli animatori della comunicazione che in questi ultimi anni comincia ad essere presente all’interno delle nostre realtà pastorali, sottolinea appunto l’importanza di questo ambito che non può essere affatto trascurato. Oggi la comunicazione è parte integrante della persona e del nostro essere Chiesa, per questo motivo così come pensiamo a formare operatori che operano nell’ambito ecclesiale in maniera fisica, dobbiamo avere la stessa cura di formare altri fratelli e sorelle che sappiano operare, vivendo la propria missione, nel virtuale che deve avere la forma del “lembo del mantello”. In questo momento dove sono cominciati i lavori del Sinodo, per incarnare il desiderio della nuova evangelizzazione, profeticamente annunciato in “Evangelii Gaudium”,  è importante esser attenti ad “Ascoltare con l’orecchio del cuore”, così come ci ha invitati a fare Papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la LVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali, per saper ben comunicare. In tal senso i media possono diventare quello “spazio sacro” dove è possibile “celebrare la comunicazione della salvezza”.

 

Silvio Bruno

BIBLIOGRAFIA

PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi . AAS 68 (1976), 75.

GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio, AAS 83 (1991), 280.

FRANCESCO, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit (25 marzo 2019).

DOMENICO CORNACCHIA, Lettera Pastorale, Vino nuovo in otri nuovi, COLLANA MAGISTERO DEL VESCOVO 24, (2021).

CARLO MARIA MARTINI, Il lembo del mantello. Per un incontro tra Chiesa e mass-media. ED.CENTRO AMBROSIANO DI DOCUM. (1991).

SITOGRAFIA

https://www.young4young.com/include/menuaree.php.

http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/pubblicazioni/italiano/Annunciare%20Cristo%20nell’era%20digitale%20ITA.pdf

NOTE

[1] PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), n.18.

[2] Ibidem, n.18.

[3] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 11.

[4] Ibidem, n. 8.

[5] PAOLO VI, Esortazione Apostolica, Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), n.20.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 52.

[7] https://www.young4young.com/include/menuaree.php.

[8] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica, Redemptoris Missio (7 dicembre 1990), n. 37.

[9] http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/pubblicazioni/italiano/Annunciare%20Cristo%20nell’era%20digitale%20ITA.pdf

[10] FRANCESCO, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit (25 marzo 2019), nn. 86-90

[11] Cfr DOMENICO CORNACCHIA, Lettera Pastorale, Vino nuovo in otri nuovi (8 settembre 2021), paragrafo 7.5.

[12] Cfr CARLO MARIA MARTINI, Il lembo del mantello. Per un incontro tra Chiesa e mass-media (1991), pp. 15-20.




l’urgenza dell’ora: uomini e donne “adulti” nella fede, anche in rete

Prima di parlare dell’evangelizzazione, occorre comprendere l’importanza dell’essere in relazione con gli altri. Abbiamo necessità di conoscere i sentimenti degli altri e anche la loro cultura (modo di pensare e agire). Come possiamo evangelizzare gli altri se non li ascoltiamo? L’evangelizzazione richiede prossimità e dialogo perché la missione va insieme con il dialogo è porta molti frutti nella chiesa ciò:

Di più, il dialogo fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Nel discorso ai membri della Plenaria del Consiglio per il dialogo interreligioso, del 1987, il Papa ha dichiarato in proposito: il dialogo interreligioso è un elemento della missione della Chiesa, e la proclamazione dell’opera salvifica di dio in Gesù cristo nostro Signore ne è un altro[1].

 

Farsi prossimo è prima di tutto “ascoltare l’altro”. Prima c’è l’ascolto, poi la proposta. Uno dei più grandi doni che possiamo fare a qualcuno è essere pienamente presenti nel momento della necessità. Dare a una persona tutta la nostra attenzione libera da distrazioni, comunica amore, rispetto, dignità e valore genuini. Gesù stesso è stato un grande “ascoltatore”. Molto probabilmente una serie di conversazioni nel tempo permetterà di condurre una persona verso una fede “adulta” in Gesù. Per condividere la verità di Gesù, ciò che è fondamentale è come il nostro ascoltatore prendono. Per questo, la missione della chiesa deve essere ben proclamata, perché è:

Diffusione della fede, conversione dei pagani, proclamazione della buona novella in tutto il mondo, istruzione nella fede degli ignoranti, conversione degli infedeli, proclamazione apostolica, offerta della salvezza ai popoli barbari, diffusione della religione cristiana, proclamazione del vangelo, orientamento alle salvezza, crescita della fede allargamento della Chiesa, impiantamento nel sangue, apostolato evangelico, diffusione dell’insegnamento del vangelo, annuncio (nuncius), erezione della Chiesa crescita della Chiesa campo del vangelo, diffusione del regno di Cristo[2].

 

La cultura è il “campo” per l’evangelizzazione. Sappiamo che la cultura influisce sulla percezione, e le percezioni guidano il comportamento.  La missione evangelizzatrice che è propria della Chiesa esige soltanto che il Vangelo sia predicato in fasce geografiche sempre più vaste e a moltitudini umane sempre più grandi, ma che siano anche permeati della virtù dello stesso Vangelo i loro modo di pensare, i criteri di giudizio, le norme d’azione. In una parola, è essenziale che tutta la cultura dell’uomo sia penetrata dal Vangelo (cf EN 19-20). Evangelizzare la cultura include il cambiamento sociale, economico, politico, e anche culturale. Si tratta di quel cambiamento che si esprime con la parola “conversione”. L’orientare lo sguardo dell’uomo e dell’umanità verso Cristo non è solo frutto di parole, ma anche di comportamento, di azioni: si ha più bisogno di gesti che di parole; si ha più bisogno di testimoni che di maestri. Tutto ciò richiede anzitutto un atteggiamento di coerenza nell’evangelizzatore.

Prossimità, dialogo e coerenza dell’evangelizzatore sono necessari nella missione, anche nel mondo digitale. Ciascun battezzato è corresponsabile nell’annuncio del Vangelo all’uomo, nei suoi ambienti di vita. La comunicazione più importante è la forza della nostra testimonianza della buona novella. La nostra testimonianza rende credibile e benvenuta nella vita degli altri la buona novella. Possiamo dire che i nostri atteggiamenti, l’approccio con gli altri, parlano ad alta voce, nel bene o nel male. I “social media” ci permettono di comprendere come gli altri ci vedono. Se siamo attenti ai commenti, alle critiche e alle osservazioni di quanti visitano i nostri siti e interagiscono con i nostri post, possiamo apprendere come siamo percepiti. Dobbiamo comprendere come il nostro messaggio, sia visto dall’altro, in rapporto alla sua vita. Ci siamo sempre e giustamente concentrati sul contenuto del nostro insegnamento. Ma è basilare ascoltare la gente alla quale ci rivolgiamo, e capire le loro preoccupazioni e domande, per offrire delle risposte. Dobbiamo conoscere gli ambienti in cui cerchiamo di proclamare in parole e opere il Vangelo. L’evangelizzazione deve essere presente nel continente digitale: la vera sfida, è stabilire una presenza che riconosca e risponda alla cultura distintiva di quest’ambiente. Proprio come in passato, quando i missionari dovevano comprendere la cultura, le lingue e i costumi dei paesi che hanno cercato di evangelizzare. Paolo, l’apostolo delle genti, scrive:

«Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge pur non essendo io sotto la Legge mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge pur non essendo io senza la Legge di Dio, anzi essendo nella Legge di Cristo mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io» (1Cor 9,19-23).

 

Dobbiamo sempre essere attenti al linguaggio del contesto che abitiamo. La comunicazione digitale richiede uno stile partecipativo, più interattivo: se il nostro messaggio non coinvolge le persone che iniziano a condividerlo, commentarlo e ad interrogaci a riguardo, esso rimarrà senza pubblico e rischiamo di parlare noi stessi. Se non prendiamo sul serio gli altri e non entriamo in conversazione con loro, non possiamo aspettarci che ci prestino molta attenzione fino ad attivare un dibattito su temi di fede. Dialogare significa credere che l’altro abbia qualcosa che vale la pena ascoltare. Ciò non vuol dire venire meno alla propria fede e scendere a compromesso. La presenza di cattolici nei social, nei blog, nei forum vuole avvicinare le persone a Cristo e alla Chiesa (questo è l’intento); ma talvolta si ottiene l’effetto contrario. Invece di creare comunione, si genera divisione. Il decreto conciliare Inter Mirifica offre molta saggezza riguardo all’evangelizzazione con “mezzi di comunicazione”. Se ben utilizzati costituiscono un grande servizio per l’umanità, perché contribuiscono notevolmente all’istruzione degli uomini, alla diffusione e al sostegno del Regno di Dio. La Chiesa riconosce che gli uomini possono impiegare questi media contrariamente al piano del Creatore: per un’autentica pastorale digitale occorre operare discernimento.

 

Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo loro stessi e la loro visione del mondo. Parole e testo sono ancora importanti, ma la nostra comunicazione sarà di più efficace se possiamo anche esprimerci con immagini, video, musica e gesti. Dobbiamo riscoprire la capacità dell’arte, della musica e della letteratura per esprimere la nostra fede e toccare menti e cuori. Siamo abituati da tempo a raccontare la nostra storia; ora possiamo aspirare a mostrare chi e cosa siamo. Dobbiamo imparare a mostrare come celebriamo la nostra fede, come cerchiamo di servire e come le nostre vite sono sempre onorate e benedette, belle.

Poniamoci, quindi, in ascolto dell’uomo moderno anche nel continente digitale, per scoprire le sue speranze e le sue aspirazioni, le sue sofferenze, le sue contrarietà anche verso la Chiesa, in modo che l’annuncio del Vangelo non avvenga in una maniera esteriore o decorativa a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità, fino alle radici. Perché La Chiesa esiste per il mondo, come annuncio e come servizio, ma già in sé stessa, dovrebbe offrire dei segni dell’esistenza libera e redenta che costituisce la sua vocazione e che prende la duplice forma dell’esistere per gli altri ed esistere con gli altri. Per conoscere i contenuti della missione, dobbiamo:

Per studiare il contenuto dei cristiani, non si può partire fondamente dalla semantica o dalla filosofia del linguaggio, né tanto meno dal confronto delle diverse imprese «apostoliche» delle religioni non cristiane. La missione e l’evangelizzazione cristiana è irripetibile, poiché ha la sua origine nel mistero della trinità(Dio padre che invia suo figlio per mezzo dello spirito) e del mistero della incarnazione (Gesù, il figlio di Dio fatto nostro fratello, è resuscitato)[3].

 

Abbiamo bisogno di uomini e donne “adulti” nella fede, anche in rete. Collaboratori dello Spirito Santo, che come il vento, soffia dove vuole (Gv 3,8). Lo spirito è la forza della missione intera che unisce la chiesa come comunione, dà la forza di parlare con coraggio guida tutti per le strade del mondo, la chiesa come missione l’evangelizzazione è opera dello spirito santo, ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori, anche riscalda, vivifica, illumina, è protagonista e la orza motrice della missione intera.

Quindi il messaggio evangelico nella cultura generale si pongono sempre a confronto: «La Chiesa a partire del Vaticano II ha affrontato in forma nuova lo studio del rapporto tra messaggio evangelico e culture»[4]. Questo trasformazione del popolo porta la conversione che riguarda alla persona.

Oggi dobbiamo essere attenti nel linguaggio che usiamo come impegneremo con valori che caratterizzano le reti.

 

Esquerda J., Teologia della evangelizzazione Spiritualità Missionaria, Pontificia Universitas Urbaniana, Rome 1992, 11-42.

Lopez J., Inculturazione, Pensiero attuale della Chiesa sull’inculturazione, Centrum Ignatianum spiritualitatis, Roma 1979, 46.

Paventi S., La Chiesa Missionaria, in Che cos’e missione, Manuale di Missiologia, Paoline, Roma 1949, 13.

Saraiva J. , La Missione Oggi, Aspetti Teologico-Pastorali, Pontificia Università Urbaniana, Roma 1991, 176.

 




L’unico mio respiro

Il 12 Maggio 2018 alle ore 21:00, all’Auditorium della Scuola Media G. Alessi di Assisi,  le Suore francescane Missionarie di Gesù Bambino presentano lo spettacolo di evangelizzazione: “L’unico mio respiro”. E’  realizzato da giovani per raccontare la storia di un Sì all’Amore…che diventa l’unico respiro della Vita!  E’ la storia di Barbara Micarelli, una ragazza dell’Aquila di fine ottocento, la madre fondatrice delle suore francescane missionarie di Gesù Bambino. Attraverso l’ascolto, il ballo, le immagini, saremo guidati a scoprire la bellezza di riconoscere che per ciascuno di noi c’è un disegno di Amore!  E questo disegno d’amore non è lontano da noi ma è tracciato già nella nostra umanità, come ci invita Papa Francesco nella esortazione apostolica Gaudete et Exsultate uscita ad inizio Aprile:

La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia e per non aver più paura di puntare più in alto, lasciarti amare e liberare da Dio

Papa Francesco

Ecco la locandina di invito:

 

E un breve video di lancio che sta girando nei social.

Se vuoi avere più notizie sullo spettacolo visita il sito delle Suore Francescane missionarie di Gesù Bambino.