La conversione di Antonio

La conversione: che cos’è?

Invito il lettore a scoprire il significato di conversione attraverso il seguente racconto di fantasia. Una storia non banale, da me pensata, per evidenziare i tratti salienti di quello che è un processo, che coinvolge Dio, l’uomo, lo spazio, il tempo, e persone.

 

Il punto iniziale della conversione di Antonio

O quam tristis et afflícta

Fuit illa benedícta

Mater Unigéniti![1]

 

Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!

Sono le parole di un canto mariano che attirarono l’attenzione di Antonio, più di due mesi fa, mentre passava davanti a una chiesa. Parole che lo avrebbero indirizzato verso la sua professione di fede in Cristo. Era sera e il sole tramontava. Vide un raduno di persone. «Che cosa c’è!!!?», si domandò Antonio.  «Mi avvicinai per vedere cosa accadeva. Ero colpito dai gesti accompagnati da un canto bello che non avevo mai sentito, il cui significato non potevo capire perché in una lingua mai conosciuta. Si leggevano una decina di frasi, pronunciate con molto rispetto, lì su un grande schermo di quasi tre metri di lunghezza e due di altezza. Vidi – dice Antonio – in quello schermo, un uomo vestito di bianco. Di fronte a quello schermo, ad una trentina di metri, c’erano uomini e donne in fila. La persona a capo di questa fila portava con sé un “patibolo” a forma quasi di lettera T».

Antonio non sapeva che aveva imboccato la strada della sua conversione. Era molto immerso in questo evento; provava commozione. Diceva in sé: «Al momento ancora non capisco questa scena che mi appare sullo schermo. Perché? Perché vedo un poliziotto, una donna vestita da infermiera e altri personaggi che non riesco ad identificare?».

Chi è Antonio? Dalla “lontananza” alla conversione

Antonio è un giovane, di 32 anni. Nato nel 1988 in un villaggio molto lontano dalla città capitale del suo paese, il Monzambico, una delle cosiddette terre di missione. Aveva ricevuto educazione elementare e secondaria nello stesso villaggio di nome Kasumva; si era infine laureato in medicina. Battezzato nella Chiesa cattolica pochi giorni dopo la sua nascita, non fu praticante per tanti anni, per il fatto che i suoi genitori erano morti mentre era ancora un infante.

Antonio, quindi, non aveva avuto nessuno che lo guidasse nel cammino di fede. Ora Antonio si trovava di fronte ad un evento che non aveva mai sperimentato nella sua vita. Quelle sonorità, quelle parole, lo attraevano. Attivavano conversione, ed invitavano a confessare le parole «Non posso più vivere senza fede in Gesù Cristo». Quel gruppo di persone che Antonio vedeva erano fedeli cattolici che pregavano la via crucis con il Santo Padre Francesco telematicamente. Cantavano lo stesso canto intonato nel video.

 

La forza della parola di Dio nella conversione

Il silenzio di quel popolo radunato, non era un silenzio vuoto, ma un silenzio che portava all’incontro con Dio. Un silenzio orante. Il silenzio che invita Dio a dimorare nel cuore del suo popolo.[2] «Questa gente radunata – pensava Antonio – fa gesti che non capisco. Le mani giunte e poi si prostrano e si alzano. Hanno lo sguardo fisso verso lo schermo, e la testa un po’ piegata».

Un istante dopo udii queste parole: Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi[3]

 

L’interrogarsi di Antonio come punto di partenza

Dopo una pausa silenziosa, seguì un’altra lettura. Anche quella toccò il cuore di Antonio. Si chiedeva: «Chi è questo uomo che si è caricato delle nostre sofferenze? Perché? Quali sono le nostre colpe per cui egli è stato trafitto?… ». Un fiume di domande tutte nuove. La metanoia ha le sue strade per ciascuno.

 

Il ruolo della comunità credente nella conversione

In quel gruppo di persone intorno allo schermo c’era una persona che portava il microfono. Poiché la via crucis con il Papa si svolgeva in italiano, un uomo, buon conoscitore della lingua italiana, traduceva ogni frase: nel Mozambico dove si parla il Portoghese, come seconda lingua, sarebbe stato impossibile capire ciò che era detto in lingua italiana.[4] Ecco, l’espressione nella lingua del posto è fondamentale per la conversione di Antonio.

Alla fine dell’evento, Antonio si avvicinò a quella persona che traduceva. «Sono Antonio»; e stese la mano destra verso di lui. «Sono Carlo, piacere».

Un dialogo breve, in cui Antonio chiese un appuntamento per il giorno dopo; un appuntamento in cui esternare domande. Carlo, infatti, è uomo di fede, colto, ben formato nella dottrina della fede cattolica, catechista che insegna le materie di fede cattolica nella parrocchia. Il catechista Carlo è noto in tutta la sua diocesi per la competenza accademica in materia di fede e la sua affascinante pedagogia; è apprezzato da molta gente. Queste sue competenze saranno messe a disposizione nel processo di conversione di Antonio.

Antonio chiese: «Chi é quell’uomo di cui ho sentito parlare nel vostro raduno che si è caricato delle nostre sofferenze?».  «Si chiama Gesù», risponde Carlo. «Sì, Gesù Cristo nostro Salvatore», aggiunse Carlo. «Ma chi è Gesù, questo Gesù Cristo di cui mi parli?». Nel discorrere Carlo, si rese conto di avere di fronte una persona in ricerca.

 

La pedagogia catechistica nella conversione

Carlo spiegava; istruiva Antonio, che era commosso e molto interessato nel dialogo. Alla fine di quella catechesi, dalla bocca di Antonio, uscì spontanea la frase: «Non posso più vivere senza la fede in Cristo». Era una confessione di fede forte, fatta dopo tanti anni di vita vissuta senza pensare a Dio, pur essendo battezzato. È il punto di non ritorno della sua conversione. Il dialogo tra Carlo e Antonio, evoca quel cammino di Filippo e l’eunuco funzionario di Candace negli Atti degli Apostoli, che alla fine portò al battessimo di quest’ultimo.[5]

È impressionante che ora, già da più di due mesi dopo la sua conversione, Antonio frequenta la chiesa della sua parrocchia. Adesso ha il tempo per lodare Dio e per sé stesso, senza trascurare il lavoro. Antonio ha fatto l’esperienza personale di Gesù che ha cambiato radicalmente la sua vita. Gli è bastato un solo brano della parola di Dio per cambiare la sua vita.

È una situazione che lo ha coinvolto specificamente nella sua persona, una situazione concreta, esterna e interna e lo conduce alla conversione.[6] Davvero, «nell’esperienza il soggetto non può distaccarsi da ciò che vive, nel senso che, fare esperienza di… significa fare esperienza di sé stesso».[7] Non si può copiare l’esperienza dell’altro.È così che la via crucis del Venerdì Santo con il Santo Padre ha potuto scrivere una nuova pagina nella vita di Antonio. Inoltre, Antonio si è iscritto per seguire la catechesi che lo porta a ricevere la santa comunione e il sacramento della cresima.

 

Verso la conclusione

Malgrado questa nuova vita che vive Antonio, non ha smesso il suo mestiere, anzi per la sua conversione è divenuto più efficiente di prima, capace di ascolto degli altri e collabora bene con i suoi compagni. «Non dimentico mai di pregare a casa», è solito dire, quando racconta la sua storia. Questo è ciò che Papa Francesco nella Gaudete et exsultate chiama «l’attività che santifica».

Conversione
La conversione di Antonio è un evento che coinvolge tutta la Chiesa partendo dal suo fondatore Gesù cristo

 

Per il fatto che Antonio ha fatto la metanoia continuando con il suo lavoro, sottolinea che egli non abbia relegato la dedizione alla vita spirituale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, «come se fossero [gli impegni suoi] distrazioni nel cammino della santificazione e della pace interiore.»[8] Ecco, la Parola di Dio non nega il mondo opera alla sua santificazione. La metanoia di un fedele inoltre, è una strada che coinvolge tutta la Chiesa.

La testimonianza di vita data dal Catechista Carlo, contribuendo così a la trasformazione di vita di Antonio, senza dubbio sottolinea per sé bene quel passo del Concilio Vaticano II in Ad gentes, il quale insiste che, la Chiesa non si può considerare realmente fondata senza l’apostolato del laicato autentico. «non può infatti il Vangelo penetrare ben addentro nella mentalità, nel costume, nell’attività di un popolo, se manca la presenza dinamica dei laici…»[9]

 

Conclusione

In realtà, ogni Venerdì Santo il Santo Padre celebra la via crucis al Colosseo. Luogo dove nei primi secoli della religione cristiana sono stati martirizzati tanti Santi dai Romani. La celebrazione della passione di Gesù in forma di via crucis al Colosseo è una tradizione che sale al settecento voluta da papa Benedetto XIV.[10] Ecco, questo influisce il cambiamento di vita alla fede in Cristo.

Quest’anno, a causa dell’emergenza COVID-19, non si è potuto mantenere tale tradizione. Tuttavia, la celebrazione è stata svolta sulla piazza San Pietro, avendo come partecipanti, la presenza solo del Santo Padre Francesco, i cerimonieri pontefici e altre poche persone per la lettura delle stazioni. Il popolo di Dio nel mondo, secondo le possibilità, ha potuto seguire la diretta TV.

Infatti, i pensieri di Dio non sono mai stati quelli dell’uomo (Is 55, 8-9) e, questo evento, ha facilitato la conversione di Antonio. La discrezione in un piccolo filmato può essere riferito a https://youtu.be/Coe6i4DiPbo.

 

 


 

LIBERATORIA

Le foto e video utilizzati in questo articolo

i. la foto in evidenza l’ho presa dallo schermo che proiettava la via crucis su Youtube di Vaticano TV dal vivo, per l’uso esclusivamente di questo articolo.

ii.  La foto nell’articolo è realizzato da me graficamente, unendo insieme varie foto, per l’uso esclusivamente di questo articolo.

iii. Il primo video nell’articolo l’ho preso dal Youtube, è esposto al pubblico.

iv. Il secondo video alla fine dell’articolo l’ho realizzato personalmente per l’uso esclusivamente di questo articolo.


BIBLIOGRAFIA

 

BIBBIA

Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della CEI, Elledici, Herenveen 2010.

 

MAGISTERO

Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium, (21 novembre 1964), in Flanery Austin (ed.), Rekha Printers, New Delhi 2010, 715-758.

PAPA FRANCESCO, Esortazione apostolica Gaudete et exultate, Libreria editrice Vaticana, 2018.

 

STUDI

«Colosseo», in Claudio Rendina (a cura di), Enciclopedia di Roma, I, Newtown & Compton editori, Roma 2005, pp.324-325.

Liturgia delle ore secondo il rito Romano. La preghiera del mattino e della sera, Libreria editrice vaticana, Roma 2005.

Brandys, «Via crucis» in Pio Paschi et alii (a cura di), Enciclopedia cattolica, XII, Casa editrice G. S. Sansoni, Firenze 1954, coll.1348-1349.

Sarah Robert, La forza del silenzio contro la dittatura del rumore, Edizioni Cantagalli, Siena 2017.

Zuccaro Cataldo, Teologia morale fondamentale, Queriniana, Brescia, 2013.

[1] Liturgia delle ore secondo il rito Romano. La preghiera del mattino e della sera, Libreria editrice vaticana, Roma 2005. P. 1836.

[2] Cfr. R. Sarah, La forza del silenzio contro la dittatura del rumore, Edizioni Cantagalli, Siena 2017, pp. 27-28.

[3] Is 53,4-6.

[4] Il termine via crucis sta per indicare «il viaggio che Gesù, carico della Croce, fece dal pretorio di Pilato al Monte Calvario, dove fu crocifisso e morì». Mentre non si sa esattamente l’origine di questa pietà popolare diffusa in tutto il mondo, attribuendola solo tra i secoli XII-XVIII molto probabilmente dai Frati Minori, la via crucis è riconosciuta la sua diffusione da san Leonardo da Porto Maurizio nel corso delle sue missioni per l’Italia (1731-1751).

Per approfondimento si lega M. Brandys, «Via crucis» in Pio Paschi et alii (a cura di), Enciclopedia cattolica, XII, Casa editrice G. S. Sansoni, Firenze 1954, coll.1348-1349

[5] At 8,26-40.

[6] Per l’esperienza dell’incontro con Gesù si legga C. Zuccaro, Teologia morale fondamentale, Queriniana, Brescia, 2013, p.152.

[7] Ibidem.

[8] PAPA FRANCESCO, Esortazione apostolica Gaudete et exultate, Libreria editrice Vaticana, 2018, n.27.

[9] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium, (21 novembre 1964), in Flanery Austin (ed.),Rekha Printers, New Delhi 2010, n.21.

[10] Cfr. «Colosseo», in Claudio Rendina (a cura di), Enciclopedia di Roma, I, Newtown & Compton editori, Roma 2005, pp.324-325.

 




La Tecnologia al servizio della Parola

 

La rivoluzione comunicativa della Chiesa.

La Chiesa ha da sempre un approccio positivo con i media, fin dalla lettera enciclica di Papa Pio XII del 1957 «Miranda Prorsus». L’istruzione pastorale sui mezzi di comunicazione sociale, poneva già allora l’accento su: “La chiesa vede questi media come doni di Dio …”[1]. Anche dal Concilio Vaticano II “Meravigliose invenzioni tecniche”. L’interesse della Chiesa per Internet si è manifestato, asserendo che lo stesso è un’espressione particolare del suo interesse di lunga data nei confronti dei media e della comunicazione sociale, questi mezzi di comunicazione tecnologici sono un risultato del processo scientifico storico attraverso il quale il genere umano avanza sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori contenuti nell’intera creazione.

Il cinema, la radio e la televisione hanno imposto un profondo cambiamento dei tradizionali metodi dell’apostolato cattolico, come d’altra parte hanno richiesto le radicali trasformazioni che hanno attraversato la società dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Il rapporto tra Chiesa e immagini audiovisive per capire il prima e il dopo è infatti rappresentato dall’enciclica Vigilanti cura di Pio XI del 29 giugno 1936, il primo documento ufficiale di un papa interamente dedicato al cinema.

Il 13 marzo 1896 è la data ufficiale in cui anche in Italia arrivò il Cinématographe Lumière. Solo pochi mesi dopo, Vittorio Calcina, che ottenne un apparecchio dai fratelli francesi diventando l’agente generale per l’Italia, chiese a Papa Leone XIII di poterlo filmare con la macchina da presa, realizzando così la pellicola Sua Santità Papa Leone XIII. L’incontro cinepresa pontefice si ripete due anni più tardi, nel dicembre del 1898, perché, su richiesta lungimirante dei vescovi statunitensi, William Kennedy Laurie Dickson, un collaboratore di Edison, concorrente dei fratelli Lumière, entrò nei giardini vaticani e impresse su pellicola la figura del pontefice immerso nella sua regale quotidianità. Fino ad allora, l’unica possibilità per i fedeli di vedere il papa era stata attraverso l’iconografia ufficiale, le immagini fotografiche che cominciavano allora a circolare o le immagini devozionali. Pochi erano quelli che potevano affrontare un viaggio lungo e costoso a Roma. Entra quindi in scena un nuovo veicolo di propagazione della fede.

Fu però verso la fine degli anni Venti che l’impiego del mezzo radiofonico cominciò a imboccare una più sistematica e precisa ‘via cattolica’ il 19 maggio 1928 venne fondato a Colonia il Bureau International de la Radiophonie Catholique con lo scopo di raggruppare i responsabili dei programmi religiosi di tutti i paesi e facilitarne gli scambi, dal 1945 prese il più famoso nome latino di Unda, mentre nel giugno del 1929 si celebrò il primo congresso cattolico internazionale della radio a Monaco di Baviera.

Come per la radio pubblica, anche la Chiesa dovette aspettare il fascismo, e soprattutto la stipula dei Patti Lateranensi, con il quale lo Stato italiano riconobbe ufficialmente alla Città del Vaticano anzi il diritto di istituire con altri Stati servizi telegrafici, telefonici, radiotelegrafici e radiotelefonici, provvedendo ad allacciare la Santa Sede alla rete nazionale di cavi.

Dopo questa fase l’impegno non fece che crescere anno dopo anno, per la Pentecoste del 28 maggio 1950 le telecamere poterono varcare per la prima volta la soglia di San Pietro e il 24 giugno trasmettere la canonizzazione di Maria Goretti, con la ripresa della benedizione urbi et orbi, fino alla diretta, questa volta della Rai della canonizzazione di Pio X in piazza San Pietro nel maggio del 1954.[2]

Il 12 febbraio 1931, il giorno dopo l’anniversario dei Patti Lateranensi, Pio XI inaugura la “Statio            Radiophonica Vaticana”. Il gioiello tecnologico costruito da Guglielmo Marconi spalanca i confini del mondo al magistero dei Papi.

La Chiesa entra man mano in una fase di maggiore maturità nel suo rapporto con i media, tanto che nel 1983 venne fondato il Centro Televisivo vaticano  uno dei simboli del rapporto particolarissimo che intercorse tra Karol Wojtyla e i mass media  con il compito proprio di documentare in modo integrale le attività della Santa Sede; angelus, cerimonie liturgiche, viaggi pastorali e delle conferenze episcopali.

La Chiesa concentra l’attenzione sull’importanza della comunicazione digitale, scoprendo così nuove possibilità per svolgere il ministero a favore del Popolo di Dio, un vero e proprio impegno con la società. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II hanno mostrato quanto la Chiesa fosse ormai entrata nell’agenda dei media e con quale forza lo stesso pontefice ne avesse di fatto beneficiato, tanto da potersi parlare di una vera e propria «rivoluzione comunicativa».[3]

                                                                     Papa Giovanni Paolo II

Il dovere di annunciare Gesù Cristo, la Parola di Dio incarnata, la comunicazione della sua grazia salvifica nei sacramenti, resta sempre la prima missione di un sacerdote e di un uomo di fede, ma ecco che il cambiamento culturale di oggi, invita in  particolare i giovani ad utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione.

Il mondo della comunicazione con la sua illimitata capacità espressiva, porta l’uomo alle parole di San Paolo, “guai a me se non predicassi il Vangelo” 1cor 9:16. Pertanto, cristiani, sacerdoti, religiosi ecc. sono sfidati a proclamare il Vangelo usando l’ultima generazione di risorse audiovisive; immagini, video, figure animate, blog e siti web, accanto ai mezzi tradizionali del dialogo, per l’evangelizzazione e la catechesi.


La maggiore disponibilità di nuove tecnologie richiede maggiore responsabilità da parte di chi è chiamato a proclamare la Parola, poiché le nuove tecnologie creano forme più profonde di relazioni su distanze maggiori, per essere presenti  come “fedeli testimoni del Vangelo”.

Per raggiungere al meglio questi obiettivi, è necessario imparare come utilizzare queste tecnologie in modo competente e appropriato e chi le adopera sia modellato da una solida teologia, una forte intuizione spirituale fondata sul costante dialogo con il Signore.

La Parola di Dio ieri, oggi e domani sarà sempre la stessa e con lo stesso valore, non una storia del passato da ricordare e narrare come una fiaba o una teoria, uno stile di vita ideologico, non perché l’uomo si è evoluto, che la Parola debba  procedere con lo stesso cambiamento. I mezzi per proclamarla possono cambiare ed evolvere, ma il suo vero valore e il messaggio che Cristo ha dato rimangono come sono.

Attraverso l’uso competente delle tecnologie digitali, siamo dunque in grado di rendere la Parola di Dio presente nel mondo di oggi e ovunque. La saggezza religiosa del passato è oggi un tesoro che può ispirare i nostri sforzi per vivere nel presente con dignità, costruendo un domani migliore.

La storia ci ha mostrato tante volte quanto sia fragile l’uomo e quanto abbia bisogno di quella vera guida verso Dio. Sfortunati eventi che hanno avuto luogo nel corso dei secoli come la rivoluzione industriale, il clericalismo, il laicismo, la rivoluzione francese e la rivoluzione tecnologica dimostrano che gli errori commessi in così tanti modi, l’uomo non è stato in grado di bilanciarli in così tante ideologie,  tutto ciò ha portato quindi a guerre e tante indifferenze, dolore, sofferenza e il non equilibrio di comportamenti etici e morali all’interno dell’uomo stesso. La Parola di Dio rimane sempre uguale, ma le sue interpretazioni ermeneutiche devono essere riorganizzate per adattarsi al mondo e al modo di vita di oggi e ai problemi che non applicano le vecchie regole e regolamenti. La saggezza del passato nel mondo di oggi richiede quella speciale attenzione e responsabilità perché si apre a nuove forme d’incontro, evangelizzazione e mantenimento della qualità dell’interazione umana, mostrando preoccupazione per gli individui, nell’equilibrio tra corpo e anima, spirito, volontà e bisogni spirituali.

Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, la Parola può navigare attraverso il cyberspazio offrendo alle anime il messaggio della salvezza, in ogni città, strada, porta del nostro cuore.

Cristo, ieri, camminando per le strade di Gerusalemme, in Giudea, in Samaria, predicando e chiamando le anime alla conversione, ha sempre dimostrato il rispetto per le altre culture e la loro dignità. Oggi, abbiamo una maggiore responsabilità perché più che mai la dignità dell’uomo è stata ridotta a nulla.

Anche se il lavoro delle comunicazioni sociali, molte volte, sembra in guerra con il messaggio cristiano, non solo offre un’opportunità per proclamare la verità, ma anche una ragione per approfondire e integrare quelle parole nell’odierna realtà, la nuova cultura creata dalle moderne comunicazioni.

Un esempio militante di uso dei media, nel periodo storico influenzato dal modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, fu Massimiliano M. Kolbe che non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.

Padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”. A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nello stesso tempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’. In seguito dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi.

Anche in Giappone  poté fondare la “Città di Maria”, a Nagasaki il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.

L’obiettivo era dare continuità anche sul fronte esistenziale e pastorale, diffondendone nel mondo la devozione mariana anche attraverso i mezzi offerti dalle tecnologie del tempo, quali la stampa e, successivamente, la radio.

Kolbe era infatti consapevole di doversi impegnare in un periodo storico difficile, caratterizzato dall’emergere di ideologie totalitarie e dalle sfide sociali poste dall’industrializzazione, dal materialismo e, appunto, dallo sviluppo dei mass-media. Studiò quindi tutto, per vedere gli aspetti positivi di ogni realtà e costruire poi qualcosa di buono su queste basi. Con i suoi venti monaci all’inizio raggiunse i 772 abitanti, compresi gli studenti del seminario nel 1939. Il parco macchine da stampa aumentò tanto che poco prima della seconda guerra mondiale c’erano 3 macchine rotanti, 7 inter tipi e linotipici, alcune presse a platina.

La casa editrice utilizzava circa 1600 tonnellate di carta all’anno per circa sessanta milioni di copie di giornali.[4]

 

 

 

È tuttavia con la riforma radiotelevisiva del 1975 e con la sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale che si assistette a un vero e proprio rinascimento dell’iniziativa cattolica nel campo dei media, più libera e privata, meno istituzionalizzata rispetto al passato, le libertà di antenna.

Quando si parla di «media cattolici» occorre infatti distinguere quelli ufficiali della Santa Sede, Radio Vaticana, «L’Osservatore romano», Ctv, da quelli che fanno riferimento alle conferenze episcopali nazionali e da quelli che invece possono essere emanazione di congregazioni religiose, movimenti, associazioni, o espressione di realtà diocesane, parrocchiali o interparrocchiali. Appartengono al secondo gruppo, per esempio, l’«Avvenire», Sat2000: Tv2000 dal 2009 e BluSat2000 al terzo, tra i più importanti, il CO.RA.L.LO, Radio Maria, TelePadre Pio, che ha lanciato anche un’applicazione per iPhone, TelePace e Nova TV. L’arcipelago delle emittenti locali, quasi tutte passate dai primi anni del 2000 sul satellite o sul web, costituisce però una realtà non sotto valutabile, sia dal punto di vista economico e degli investimenti, sia dal punto di vista della «nuova evangelizzazione» proposta da Wojtyla e portata avanti dalla Cei. La rete delle emittenti associate, circa 230 radio e 66 televisioni, rendono un servizio ai fedeli e alle comunità trasmettono la messa, la recita del rosario e offrono un filo diretto con gli ascoltatori.[5]

Possiamo concludere che dunque è proprio nella natura di questi mezzi di comunicazione unire gli uomini, come un disegno provvidenziale necessario per aiutare l’umanità a cooperare con il piano salvifico di Dio per la loro redenzione. I moderni mezzi di comunicazione sociale sono fattori culturali che giocano un vero e proprio ruolo nella storia dell’ uomo, un fattore che contribuisce al migliore ordinamento della società umana, contribuendo notevolmente all’ampliamento e all’arricchimento della mente umana e alla propagazione del regno di Dio.

 

Angel Adishi

 

[1] Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Miranda Prorsus» Libreria Editrice Vaticano, 1957.

[2] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

[3] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

[4] A. RICCARDI, Beato Massimiliano Maria Kolbe, Edizione Agiografiche, Roma 1971, 1.

[5] Enciclopedia Treccani, Voci e immagini della fede: radio e tv, a cura di Federico Ruozzi – Cristiani d’Italia 2011. http://www.treccani.it/enciclopedia.

 

Bibliografia.

Lettera Enciclica di Papa Pio XII, «Miranda Prorsus» Libreria Editrice Vaticano, 1957.

A. RICCARDI, Beato Massimiliano Maria Kolbe, Edizione Agiografiche, Roma 1971.