Ormai siamo immersi nel mondo dei social media, siamo invitati ad utilizzare questi mezzi per evangelizzare, non possiamo fare finta di questa realtà e dobbiamo trarre il meglio di questa tecnologia per comunicare la gioia del Vangelo e accettare il mandato di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Questo Vangelo è un incontro personale con Cristo come lo ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangeli Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. (Evangeli Gaudium 3).
Il vaticano II, con il decreto su gli strumenti di comunicazione sociale, invitava il popolo di Dio al retto uso dei mezzi di comunicazione: “La Chiesa Cattolica giudica suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale, nonché indirizzare gli uomini al retto uso degli stessi”(I.M 3). Gli ultimi successori di Pietro: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in modo speciale papa Francesco ci danno l’esempio di non avere paura davanti a questa era digitale.
Il messaggio ha sempre passato con gli strumenti del suo contesto
Fin dai primi tempi i cristiani, hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione nel loro contesto per annunciare il messaggio evangelico. La chiesa ha sempre tenuto a cuore il mandato di Gesù e è andata al di là delle barriere della geografia, portando la Buona Notizia con gli strumenti a sua disposizione, la storia ci ha lacciato traccia.
Viaggi missionari per la predicazione
Lettere alle comunità
Libri
Teatro
immagini
Tutti questi modi hanno contribuito all’impegno dei cristiani nell’annuncio del Vangelo fino ad arrivare all’epoca moderna, dove ci confrontiamo ai nuovi strumenti di comunicazione che si presentano come un’opportunità per continuare ad annunciare la gioia del Vangelo. Come ci lo ricorda il Concilio Vaticano II, “Questi mezzi utilizzati correttamente, potranno essere di grande aiuto per continuare la nostra missione di discepoli missionari di Cristo”.
L’uso d’internet ha qualcosa a vedere con noi
La Lumen Gentium ci ricorda che “Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di seminare per quanto gli compete la fede”. (L.G 17). Questo dovere possiamo compierlo nella semplicità della nostra vita. oggi tutti noi, almeno abbiamo uno smartphone, vediamo come ogni sorta d’informazione circola nei social media, perché non potere anche nella nostra quotidianità comunicare la nostra fede?
Come leggiamo nell’ Evangeli Gaudium: “È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: «Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”
A questo proposito è molto interessante vedere alcuni laici, sacerdoti, religiose che piano piano si hanno lasciato sedurre dell’invito di papa quando ci parla di “USCIRE” nell’ esortazione: “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. (Evangeli Gaudium 24).
Quando farlo?
Il momento è adesso, la missione è perenne, il messaggio è costante, non bisogna aspettare una chiamata. questo è il campo che ci sta davanti, e questo ci richiama alla necessità di essere evangelizzatori. Ogni cristiano è portatore di questa gioia ed invitato a testimoniare una vita che irradia amore.
Papa Francesco invita i giovani nell’esortazione post sinodale “Christus vivit” «L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico… Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami, e «sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web e social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali».
L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere
Ecco le parole che direbbe Gesù in quest’oggi a noi cristiani davanti alla sfida dei social media: Andate dunque, non avete paura. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Bibliografia
CONC. ECUM. VAT. II, Dec. Inter merifica, 3.
CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Dogm. Sulla Chiesa Lumen Gentium“, 17.
Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 24.
Esort. Ap. Christus vivit (25 marzo 2019), 86.
Raul Herrera Franco
Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù: Missione in Madagascar
La via della missione: avere fiducia e ispirare fiducia: andare e condurre tutti per la via dell’Amore, dell’Amore forte, generoso, sacrificato, ma che sempre, sempre, in tutte le manifestazioni, in tutte le vicissitudini èAmore. La missione delle Piccole Figlieè vasta quanto i confini del Cuore di Gesù e si fonda su una lettura attenta dei segni dei tempi per rispondere alle reali esigenze della Chiesa e del mondo. L’attività apostolica, animata da un’intensa e profonda vita di preghiera è strumento indispensabile per “andare condurre tutti per la via dell’amore” attraverso uno stile semplice che ispira fiducia e si esprime e nella benevolenza del cuore. Ogni vocazione è “terra sacra” alla quale bisogna avvicinarci senza calzari per potersi mettere in ascolto del mistero di Dio chi lì si vuole rivelare. Questo vuole essere il nostro atteggiamento di Piccole Figlie di fronte ad ogni persona che si mette alla ricerca della volontà di Dio per la propria vita. E quindi la missione. Ogni vocazione è una risposta d’amore all’amore una risposta libera, gratuita e generosa che attraente con Cristo. [1]. Essere Piccole Figlie del Sacro Cuore: essere missionarie “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
Amilcare Agostino Boccionacque a Sale (AL) nel 12 marzo 1891, primogenito di una famiglia di modeste condizioni. Il 5 luglio 1914 fu stato ordinato come sacerdote nella diocesi di Tortona d’Italia. Il 25 marzo 1924, fu fondato la Congregazione delle Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù con la collaborazione di una giovane salese,Guglielmina Remotti,divenuta poi la prima Madre della stessa congregazione delle suore.
Amilcare Boccio (1891-1960) Fondatore della Congregazione di Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù
Guglielmina Remoti (1881-1966) Cofondatrice della Congregazione di Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù
Piccole: siamo chiamate a seguire Cristo nella piccolezza evangelica, che è fiducia illimitata, abbandono incondizionato all’amore del Padre, conformazione continua a Gesù mite e umile di cuore, nella certezza che Gesù può renderci capolavori della sua misericordia, testimoni della sua bontà. Dalla piccolezza sgorga la gioia: siamo rivestite della grazia sovrabbondante di Cristo che si rivela nell’accoglienza e apertura verso tutti i fratelli che incontriamo e in quella carità fraterna che deve caratterizzare le nostre comunità. Figlie: siamo chiamate a vivere intensamente, con grande consapevolezza, la nostra figliolanza divina, che è esperienza dell’amore paterno di Dio, manifestato e offerto a noi in Cristo Gesù. È proprio il rimanere piccole che ci rende capaci di essere vere figlie. Del Sacro Cuore di Gesù: è questa la nostra dimora e il rimanere nell’Amore, significato dal Sacro Cuore, è invito a vivere tutte le nostre giornate per, con, nel Suo Amore. [2].
Essere Piccole Figlie: chiamato ad essere Vittima d’Amore
Io sono Esther, sono consacrata a Dio nell’istituto delle Piccole Figlie del Sacro Cuore. Sono consacrata dei voti di povertà, castità e obbedienza. Io principalmente ho scelto questo istituto perché quando ho incontrato Cristo intimamente nella mia vita ho capito che la povertà più grande di una persona è non conoscere Cristo, non conoscere il vangelo. Ho scelto questo istituto perché particolarmente dedito all’evangelizzazione cioè a diffondere il vangelo in particolare diffondere il vangelo attraverso questo: “dall’animazione parrocchiale fino alla scuola, dalla cura dei malati, alle diverse attività missionarie le Piccole Figlie vivono con entusiasmo e slancio…” La mia vocazione è strettamente legata nel mio rapporto alla mia relazione con Gesù eucaristica. Nel giorno della prima comunione mi disse: ecco il mio cuore pieno d’amore che attinge da questo tesoro un fuoco ardente. “Sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Quindi mi sono incontrata con l’istituto. Ho sentito nella virtù caratteristica dell’istituto che mi apparteneva sentivo questa è casa mia quindi sono entrata e ho fatto tutto il cammino.
Casa Madre delle Piccole Figlie Sale (AL)
Diventare Piccole Figlie significa fare dell’Amore, la propria vocazione, offrire con generosità nelle piccole cose di ogni giorno la propria vita perché il Cuore di Gesù venga conosciuto e amato dall’umanità. Diventare Piccole Figlie significa vivere innanzitutto una vita contemplativa in cui la preghiera e l’unione con Dio non possono che essere sorgente di slancio apostolico. Solo così infatti possiamo andare verso i fratelli impegnando tutti possiamo andare verso i fratelli impegnando tutte noi stesse in una missione che ha i confini vasti come quelli del cuore di Cristo. “Consacrata totalmente al cuore di Cristo, siamo ovunque in missione per dilatare il suo regno di amore e di pace. […]. Aperte all’azione dello Spirito Santo e accompagnate da Maria, Stella della nuova evangelizzazione”. Testimoniamo che Dio ama personalmente l’uomo e vuole essere a sua volta amato da lui (Art. 73).[3].
“Non sono venuto per essere servito ma per servire”. (Mc 10,45). La vita comunitaria, la preghiera e il lavoro durante gli anni di formazione sono stati ricchi e belli anche c’erano i momenti più difficili, mi hanno insegnato le cose fondamentali dal punto di vista umano, cristiano, culturale e religioso di essere Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Seguo il mio percorso, è stato realizzato il mio sogno di prendere cura i malati, di servire i poveri come infermiera. Mi sono accorta che questa ammalati, i poveri avevano bisogno di una vera madre e allora lì ho deciso di condividere questo amore che salva. “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).
L’8 settembre 2019 in cui Sr Esther prese i voti perpetui nella parrocchia San Giovanni Sale (AL) “Imparate da me che sono mite e umile di Cuore” (Mt. 11,29).
Vissuto dieci anni di vita religiosa nella mia Congregazione. Mi trovo la bellezza di essere piccola. Dare il significato nella mia vita vuol dire che mi ha fatto capire che Dio mi sta facendo, mi sta preparando come faccio condividere la mia propria vita per gli altri. Stare con Lui, vivere la Sua Parola ci aiuta a capire che senza di Lui non posso vivere. Lui mi accompagna sempre nella mia vita.
La missione “ad gentes”: La passione del Fondatore Lo Spirito Santo rinnova continuamente la sua Chiesa attraverso il dono di carismi affinché risplenda la bellezza del Vangelo lungo la storia dell’umanità.
“In molto di voi c’è la passione missionaria ci sia in tutte, anche se non partirete mai. L’amore delle anime vi consumi e non vi dia pace se non quando le vedrete tutte in Gesù” (M. Guglielmina R.). La passione missionariaha vibrato da sempre tra le piccole figlie. Don Amilcare Boccio infatti da giovane seminarista desiderò partire missionari per evangelizzare terre lontane ma il Signore aveva agli progetti, per lui. Tuttavia questo “segno nel cassetto” non è rimasto senza realizzazione. Dopo il concilio Vaticano II anche la Congregazione ha dato concretezza alla missione “Ad gentes”:
chiamate ad “evangelizzare con i sacerdoti i poveri del mondo”, le piccole figlie comunicano
l’amore gratuitamente ricevuto annunciano la buona novella della vita in Cristo e invitano ad aderire a Lui con piena fiducia.[4].
Il nostro desiderio di essere missionarie ci fa andare là dove la Chiesa ci chiama, per condividere la vita dei più poveri ed essere per ciascuno segno della presenza di Cristo e del suo regno di giustizia di verità di amore e di pace. Quando ero da ragazza, ero ancora in prima media, sentivo parlare dalle suore missionarie salesiane che facevano catechesi. Quando loro si parlavano, si trasmettevano tutta quella gioia di essere andate al tutto paese. Allora dentro di me forse questo desiderio più che diventare suora ma di essere una missionaria. Poi ho letto il libro: “Storia di un’anima” Santa Teresa di Gesù Bambino che è il mio desiderio. Voglio essere missionaria anch’io. La congregazione che mi appartengo propria missionaria e vivere la spiritualità di Santa Teresa di Gesù Bambino.
Missione in Madagascar L’8 ottobre 1970 le prime due Piccole Figlie sono arrivate in Madagascar dando così inizio alla “missione ad gentes” anche nella nostra Congregazione.[5].
Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Ed è l’unica forza che possiamo avere per predicare il Vangelo, per confessare la fede nel Signore. La fede è testimoniare la gioia che ci dona il Signore. Una gioia così, uno non se la può dare da solo. È una gioia traboccante che si può sperimentare solo come frutto e dono dello Spirito Santo (cfr 5,22).[6]
I luoghi in cui presente le Piccole figlie nell’isola in Madagascar
1) Anosibe An’Ala Nel 1° ottobre 1971, veniva aperta ufficialmente la prima comunità in terra malgascia nel villaggio di Anosibe An’Ala. La nostra casa è collocata su una collina dalla quale si può ammirare lo splendido paesaggio della foresta. Qui sorgono tre strutture: a) La casa delle Suore: la comunità delle Piccole Figlie vuole essere segno concreto dell’amore misericordioso del Cuore di Gesù in mezzo ai più poveri tra i poveri. Con gioia e semplicità le suore cercano di vivere l’amore fraterno che diventa segno eloquente della loro consacrazione a Cristo. Preghiera e lavoro apostolico scandiscono le giornate.
Comunità delle Suore Anosibe An’Ala
Le suore in foresta Anosibe an’Ala
b) La scuola materna ed elementare frequentata da più di quattrocento bambini, molti dei quali provenienti da villaggi a parecchi chilometri di distanza da Anosibe. Per questo molti genitori cercano un alloggio vicino alla scuola e lasciano i propri figli alla cura dei più grandi per tutto il periodo scolastico, facendogli visita periodicamente. Si tratta di un fenomeno in forte aumento che, se da un lato testimonia una forte sensibilità circa la necessità dello studio, dall’altro interpella noi missionarie a rispondere a questa emergenza di assistenza per i più piccoli che sono sostanzialmente lasciati a sé stessi. Ai più poveri tra loro viene offerto gratuitamente un pasto quotidiano: un piatto di riso con verdura e carne. Le Suore, coadiuvate da insegnanti laici, cercano di rendere lo studio una vera e propria opportunità per costruire un futuro migliore per il Madagascar: solo persone istruite, capaci di leggere in modo critico la realtà, educate ai valori umani autentici, infatti, possono a poco a poco portare sviluppo e creare condizioni di vita migliori per tutti.
I bambini nella scuola delle suore Anosibe An’Ala
c) Il dispensario: servizio necessario per molti ammalati che giungono ad Anosibe An’Ala per trovare una speranza di vita in più. Una Suora infermiera affianca un medico per offrire a chiunque bussa alla porta del dispensario cure e medicine nonché una vicinanza umana di solidarietà. Le suore anche vanno ai diversi paesi a offrire il servizio.
Diffondere il Vangelo attraverso la cura dei malati, Amare i poveri
2) Betsifasika Amborompotsy A nord di Antananarivo, attraverso una strada quasi impraticabile nella stagione delle piogge, in un brullo altipiano sorgono il villaggio di Amborompotsy. Ci troviamo in una zona particolarmente povera del Madagascar, dove sembra regnare la desolazione e gli spazi quasi desertici. La comunità delle suore è impegnata nella scuola materna ed elementare che conta circa 300 alunni. La maggior parte dei bambini proviene da villaggi molto lontani e percorre parecchi chilometri a piedi nudi per raggiungere la scuola. Ai più piccoli ogni giorno viene offerto latte e un pasto caldo che spesso è l’unico a disposizione durante la giornata di questi bambini.
La semplicità delle suore si trova dove gli spazi desertici, una zona povera. La gente non conoscono il vangelo.
Non solo un piatto del riso o una tazza del latte ma soprattutto quel calore umano e materno che permettere a tanti bambini di crescere con serenità seppur in mezzo a condizione di vita spesso non dignitose.
3) Antananarivo Nel 1986 è stata costruita la comunità delle Piccole Figlie del Sacro Cuore nella capitale del Madagascar, ad Antananarivo, già presenti nell’Isola rossa dal 1970. Nella stessa casa vengono accolte le postulanti, giovani che hanno chiesto di iniziare il percorso di formazione per prepararsi alla vita religiosa. Sotto la guida di una Sorella esse vivono la loro giornata condividendo la vita delle Suore presenti nella comunità, svolgendo le normali occupazioni casalinghe e prendendo parte alle attività parrocchiali in cui sono impegnate le Suore. La vita semplice e fraterna della comunità vuole essere testimonianza viva ed efficace dell’amore del Cuore di Gesù, primo modo per annunciare il Vangelo.
Comunità delle Piccole Figlie Antananarivo
I giovani in formazione gioiose. Andare, condurre tutti per la via dell’Amore
4) Moramanga Nel villaggio di Moramanga, a 120 chilometri dalla capitale del Madagascar, dove le Suore svolgono un servizio di alfabetizzazione per i bambini più bisognosi. Sono oltre cento i ragazzi che ogni giorno arrivano nella nostra comunità. Alcuni sono stati portati dai loro genitori, altri invece sono stati cercati dalle Suore nella foresta e nelle zone più povere di Moramanga. Ogni giorno è garantito loro un piatto di riso con carne e verdura, le cure mediche necessarie per la salute, tempi di gioco e divertimento per una sana crescita. Molti di questi ragazzi non possiedono il certificato di nascita e questo non permette loro di frequentare la scuola; perciò una nostra Sorella è completamente dedita a seguire tutte le pratiche necessarie per risolvere questa situazione di svantaggio sociale e poter così offrire un’opportunità di studio a tutti i bambini che bussano alla nostra porta. Alcune suore si dedicano alla Pastorale con la catechesi e la preparazione ai sacramenti. Due Suore della comunità infine sono a servizio del Vescovo di Moramanga: la loro presenza preziosa e discreta è espressione di quell’aiuto materiale e spirituale offerto ai sacerdoti secondo lo spirito della nostra Congregazione.
“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. (Mc. 16, 15). Dall’Italia verso Madagascar
La mamma trasmette la gioia ai suoi figli
5) Ambatondrazaka È una città popolosa a nord-est della capitale del Madagascar, sede del Vescovo della Diocesi. La comunità delle nostre suore si trova a fianco di una delle parrocchie della cittadina dove le Suore sono impegnate nell’attività pastorale e in particolare nella preparazione dei catechisti in collaborazione con il Parroco. Inoltre nella comunità è stato allestito uno spazio di accoglienza per i bambini più poveri che, non avendo l’opportunità di frequentare la scuola per l’impossibilità di pagare la retta, hanno bisogno di essere seguiti nello studio. Le Suore hanno così organizzato una scuola di alfabetizzazione in cui si può imparare a leggere e a scrivere. Le Suore di Piccole Figlie cercano così di testimoniare quella carità evangelica che spinge a riconoscere negli ultimi la presenza di Gesù da amare, sfamare, vestire e consolare.
Comunità Ambatondrazaka con i bambini poveri
Le suore col vescovo della diocesi di Ambatondrazaka
6) Ambondromamy Nel 2015, le nostre Suore sono state le prime ad arrivare ad Ambondromamy con il compito di aprire e organizzare il dispensario dedito alla cura dei malati e in particolare al servizio delle donne incinte e dei neonati. Poco distante dal dispensario è sorta la scuola elementare, per garantire a tanti ragazzi poveri il diritto allo studio e un futuro più ricco di speranza per una vita dignitosa. Attraverso l’educazione e le cure mediche le Piccole Figlie desiderano essere segno di vicinanza per la popolazione locale, testimoniando il Vangelo con quel tratto di amore misericordioso che affascina i cuori e vince tutto, secondo il carisma della nostra Famiglia Religiosa: quell’amore che supera anche le distinzioni religiose e diventa linguaggio universale comprensibile per il cuore di ogni uomo e donna.
La missione è un essenziale della fede cristiana in quanto crede il messaggio di Cristo di importanza universale e considera tutte le generazioni della terra come oggetto della volontà salvifica e del disegno di salvezza di Dio, in termini neotestamentari considera il “regno di Dio” che è venuto in Gesù Cristo come destinato a tutta l’umanità. [7].
Un cuore missionario: “riconosce la condizione reale in cui si trovano le persone reali, con i loro limiti, i peccati, le fragilità, e si fa debole con i deboli. (Papa Francesco)
Il nostro desiderio di essere missionarie ci fa andare là dove la Chiesa ci chiama, per condividere la vita dei più poveri ed essere per ciascuno segno della presenza di Cristo e del suo regno di giustizia, di verità, di amore e di pace. La presenza delle Suore nell’ambito educativo è di fondamentale importanza per poter aprire davanti alle giovani generazioni del Madagascar una prospettiva di cambiamento fondato sull’istruzione e sulle capacità di ciascuno.
La missione rimane una dimensione imprescindibile della fede cristiana, il cui scopo più profondo è quello di trasformare la realtà che ci circonda. In questa prospettiva, la missione è quella dimensione della nostra fede che si rifiuta di accettare la realtà così com’è e mira a cambiarla. [8]. Con semplicità e gioia, voglio essere compagna di viaggio che fanno conoscere e fanno amare Gesù. Amore misericordioso del Padre, sorgente traboccante dell’amore autentica, bello, infinito che rende la vita di ciascuno ricca di senso e splendente di luce. Con umile e grato stupore accolgono ogni talento e con amore cercano di coinvolgere i giovani nell’edificazione di una società più giusta e fraterna (Art. 77). [9].
“Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).
BIBBIA La Bibbia di Gerusalemme, Edizione italiana e adattamenti a cura di un gruppo di biblisti italiani, sotto la direzione di F. VATTIONI, testi biblici: E.P.I. spa, ‹‹editio princeps›› 1971, note e commenti: Editions du Cerf, Paris, Ottava Edizione, 2002. Legoprin, Trento 2002.
BIBLIOGRAFIA [1]: Amilcare B., G. Remotti, Scrivo a voi, il messaggio dei Fondatori delle Congregazione Piccole figlie del Sacro Cuore di Gesù, vol. I- II- III, Sale (Al) 1924-1945.
[2]: GUGLIELMINA R., dal commento alle costituzioni dell’istituto Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gsesù, 06 novembre 1946.
[3]: Congregazione Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Regola di vita Art.73
[4]: GIOVANNI PAOLO II, Redemtoris missio, 1990, n.34
[8]: DAVID BOSCH, La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiologia, Brescia 2008.
[9]: Congregazione Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Regola di vita Art.77
[6]: PAPA FRANCESCO “Partite con slancio”. Messaggio del Santo Padre Francesco alle pontificie essere missionarie, www.chiesacattolica.it/il papa-ai-missionari-partite.com, santa sede 21 maggio 2020.
[7]: Missione ad gentes, in it.cathopedia.org/wiki/ad-gentes, 5 dicembre 2015
LIBERATORIE Le foto e il video sono delle nostre Congregazione e quindi libera dal diritto di autore
Formazione per essere ad gentes, come nel cuore di Dio
Ogni persona, uomo o donna che sia, ha una sua vocazione; ovvero, un suo particolare “posto” nel progetto di Dio a servizio dell’umanità in cammino verso il Regno. Diventare prete, quindi, è rispondere ad una particolare chiamata: consacrarsi totalmente a Dio per portare il Vangelo nella propria terra d’origine ma anche nel mondo intero. Una chiamata particolare, la cui risposta matura in un processo di formazione continua.
Chiamato ad essere presbitero “ad gentes”, chiamato alla formazione
Mi chiamo Augusto Faustino. Sono un giovane proveniente dal distretto di Mecanhelas, nel Nord del Mozambico. Ho deciso di diventare prete perché affascinato dal lavoro svolto dai “Missionari della Consolata” nella mia parrocchia d’appartenenza. Infatti, mentre frequentavo la scuola superiore, partecipavo attivamente a vari gruppi parrocchiali da essi animati. L’instancabile opera di quei missionari, che erano giunti tra noi da terre lontane e che quotidianamente diffondevano il Vangelo, fece risuonare in me un appello: “Seguimi!”. Non si trattava solo della chiamata a diventare sacerdote, ma di esserlo allo stile di quei missionari, come lo aveva intuito nel 1901 il fondatore del loro Istituto, il Beato Giuseppe Allamano[1]: portare il Vangelo a tutti coloro che non lo conoscevano o non avevano ancora avuto la possibilità di essere evangelizzati. Missione ad gentes, quindi.
«Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15): è questo il mandato che ha toccato profondamente la mia vita fino ad arrivare al punto di farmi decidere.
Questo processo di invio di sacerdoti nelle rispettive missioni necessità di una preparazione specifica, perché nella missione non si proclama soltanto il Vangelo, ma ci sono anche altre sfide come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e tutte quelle per garantire una vita degna ad ogni persona. Per questo il fondatore dell’Istituto Missioni Consolata ha sempre insistito sulla formazione intellettuale di tutti i missionari che partivano per le missioni. Diceva: «Il sacerdote ignorante è poi un vero idolo di tristezza e di amarezza anche per l’Istituto, che lo allevò e gli fornì con tanti sacrifici i mezzi di istruirsi e rendersi idoneo all’apostolato»[2]. La visione formativa del Beato Allamano era molto chiara e su questo argomento aggiungeva: «Un prete ignorante è una tristezza nella chiesa. È come una luce fioca. Un prete ignorante diventa più dannoso di un prete malvagio».[3]
Quindi, per me, rispondere a quella chiamata, è stato anzitutto accettare un cammino di formazione; “forma” che Dio avrebbe dato giorno dopo giorno alla mia vita.
Formazione: per passare dall’indecisione alla decisione
Con il Concilio di Trento, la Chiesa Cattolica stabilisce che per favorire una preparazione accurata degli aspiranti al sacerdozio la formazione avvenga in un ambiente di seminario[4]. Questo diventa allora il luogo propizio per i giovani che si avviano alla formazione sacerdotale. Vivendo in comunità, sono aiutati a comprendere il vero senso del processo della loro formazione. Per questo, sia le congregazioni che le diocesi hanno sempre cercato di formare i loro membri nei seminari.
Durante gli studi secondari mi veniva sempre fatta la domanda: “Cosa vorresti fare da grande? Qual è il tuo progetto di vita per il futuro?”. Entrare in seminario era qualcosa a cui non pensavo, perché l’unica idea chiara che avevo allora era quella di continuare gli studi all’università, formare una bella famiglia, ecc. Circa la formazione del prete pensavo che fosse ridotta solo alla conoscenza della Sacra Scrittura. Ovviamente, la mia idea nasceva da una visione limitata della vita sacerdotale. Per questo, non pensavo che la formazione considerasse altre materie e la vita nella sua totalità. Ho cominciato a purificare le mie idee dopo l’ingresso in seminario. Certamente le mie risposte sono cambiate nel corso degli anni.
Evidentemente, come tutti sanno, oggi non è facile scegliere il cammino della missionead gentes. In modo particolare non lo è per i giovani, a causa dell’incertezza in cui vivono: la maggior parte di essi, infatti, non sempre affianca agli studi, cammini di serio discernimento sul futuro a partire dai propri desideri. Nella mia esperienza personale, invece, c’erano stati quei missionari.
Se ogni sacerdote raccontasse l’esperienza che lo ha portato ad abbracciare il ministero sacerdotale, vedremmo che le motivazioni sono varie. La testimonianza del Cardinale Tarcisio Bertone, che si racconta nell’età del ginnasio, ce lo evidenzia:
La formazione, per una missione “ad gentes” senza paure
Oggi, unitamente a portare il Vangelo a chi non lo conosce, è sempre più necessario portarlo anche a coloro che l’hanno già conosciuto, ma che lo stanno dimenticando. Per cui la formazione di coloro che sono chiamati al sacerdozio, dovrà essere fatta in modo tale che essi siano resi capaci di capire il vero senso della missione e come essere missionari del Vangelo, oggi.
La formazione è un cammino nel quale si inizia a mettere un fondamento saldo per poter superare la paura e avere il coraggio di affrontare le varie sfide che possono sorgere lungo la vita. Il nome “Consolata”, che mi fa figlio di questa congregazione, certamente mi sarà di accompagnamento quando possibili insidie genereranno paura e faranno vacillare la mia fede.
Prima di intraprendere il cammino formativo per la missione ad gentes avevo delle paure. Innanzitutto, quella di non riuscire a raggiungere la meta pensando ai lunghi anni della formazione. Tante volte, infatti, parenti e amici mi hanno ripetuto che non sarei stato in grado di raggiungere la meta del mio percorso formativo sacerdotale perché era considerata difficile; la cultura del mio paese, poi, svaluta il sacerdozio. Ad incoraggiarmi sono state le parole di Gesù: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18, 27); mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato durante il percorso della formazione per la missione ad gentes.
La formazione del missionario della Consolata
Seminario della Consolata
La preparazione dei futuri Missionari della Consolata avviene in un ambiente di seminario. Per questo i giovani, dopo un periodo di accompagnamento e, presa una decisione, entrano in seminario. Primo grande tempo di formazione è il momento che segue ed è articolato in alcune tappe: anno propedeutico, filosofia, noviziato e teologia. Il momento fondamentale di questo percorso è la tappa del noviziato che ha come obiettivo principale quello di: «formare il giovane alla consacrazione per la missione ad gentes, per tutta la vita, nella comunione fraterna, nella professione dei consigli evangelici e avendo Maria modello e guida»[6]. Il giovane in formazione, al termine del noviziato, «deve giungere alla decisione libera e matura, alla luce della fede, di essere missionario della Consolata»[7].
Tutta la formazione sacerdotale mira a preparare i giovani missionari in tutti i campi possibili: teologico, spirituale, pastorale, accademica, interculturale, ecc.
Ogni istituto missionario ha quelle particolarità che lo identificano e, nello stesso tempo, differenziano dagli altri. Per cui anche la famiglia dei Missionari della Consolata possiede una fisionomia e caratteristiche proprie. È da queste che mi sono lasciato guidare fondando la mia vita in particolare sull’Eucaristia e lasciandomi ispirare da tutti quelli che sono i principi del fondatore:
L’amore all’Eucaristia che è la fonte e il vertice dell’evangelizzazione ed è al centro della vita di ogni missionario e di ogni comunità.
La devozione mariana esaltando Maria con il titolo di “Consolata” e per portare la consolazione a tutti coloro che ne hanno bisogno.
La partecipazione all’evangelizzazione nella Chiesa.
L’amore alla Sacra Liturgia quale preziosa eredità lasciataci dal fondatore.
Lo spirito di famiglia in cui tutti i membri si sentono e si accolgono come fratelli.
La stima e l’amore per il lavoro, anche manuale, per il buon funzionamento della comunità. [8]
Nel mio percorso di formazione sacerdotale ho sempre cercato di identificarmi con queste caratteristiche. La formazione in seminario termina nel momento in cui il missionario acquisisce queste caratteristiche. È evidente però che la formazione dura tutta la vita ed esige molto “apertura”.
La missione “ad gentes” e le sfide: quale formazione per l’oggi?
La missione ad gentes oggi porta con sé delle sfide anche per chi si prepara. In particolare, la formazione non può sottovalutare il mondo digitale; questo però, richiede molta preparazione per sapere “camminare” bene in questo ambito. Pertanto, la missionead gentes deve necessariamente ampliare l’orizzonte di riflessione e anche i temi che deve approfondire; c’è una missione nel web, nei social, nel dark web, non sconnessa dalla vita reale.
La mia formazione mi ha permesso di cambiare. Se all’inizio per me era difficile interagire facilmente con gli altri, a poco a poco, il cammino formativo mi ha permesso di cambiare il mio modo di relazionarmi con loro cambiando il mio modo di essere e di stare con gli altri o con persone diverse.
La mia formazione durante questi anni non si è limitata semplicemente all’area accademica o spirituale, ma è stata una formazione integrale che tiene presente tutti gli aspetti della dimensione della mia persona. Di conseguenza, è stato anche il momento per imparare ad affrontare le paure che possono apparire nel corso della vita e nella missione.
La formazione sacerdotale che ho ricevuto ha sempre guardato a tutti gli aspetti affinché fossi preparato ad affrontare le possibili sfide che possono presentarsi nella vita. È stato quindi il momento propizio per lasciarsi formare, non solo allo scopo di diventare sacerdote, ma anche una persona più matura integralmente. Il grande impegno personale è sempre stato quello di lasciarmi modellare per essere una persona che sa vivere con gli altri.
Non vorrei essere una lampada spenta che viene vinta dall’oscurità della notte. Cerco, quindi, una formazione che non sia mediocre e di impegnarmi per poter aiutare anche gli altri a scoprire nella vita la propria vera vocazione: sia chi è chiamato a formare una famiglia sia chi è chiamato a rispondere al Signore mettendosi al servizio totale degli altri.
In conclusione, bisogna prendere sempre sul serio “il sogno” che Dio ha su ognuno di noi, per la nostra felicità.
Per quanto riguarda la mia formazione, di certo, una domanda alla luce del brano di Mc 4,35-41 emerge: Saprò, nella barca di Pietro, avere serenità, come vorrebbe Gesù, nel momento in cui c’è la tempesta? Come gli apostoli, dirò a Gesù di svegliarsi perché sto affondando? Oppure, avrò il coraggio di affrontare il mare in tempesta, confidando in Dio? E tu che leggi, quale formazione segui per vivere al meglio la tua mission? Proviamo a parlare? Grazie per aver ascoltato la mia storia. A me piacerebbe, ascoltare la tua, per provare a camminare insieme, senza forzature.
ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003.
ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Ratio Formationis IMC, Roma 2006.
ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006.
SALES, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Ed. Missioni Consolata, Torino 1963.
[1] Cfr. https://www.giuseppeallamano.consolata.org/ Giuseppe Allamano è nato a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851 ed è morto a Torino il 16 febbraio 1926. Fu sacerdote della diocesi di Torino dove, successivamente, fu formatore in seminario e, per 46 anni rettore del Santuario della Consolata e del Convitto Ecclesiastico della diocesi. Fondò due Istituti uno di ramo maschile e l’altro di ramo femminine: Missionari della Consolata il 29 gennaio 1901 e poi le Suore Missionarie della Consolata nel 1910. Fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990 in Piazza San Pietro a Roma.
[2] Sales, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, ed. Missioni Consolata, Torino 1963, p 186.
[3] Originale in portoghese: “Um padre ignorante é uma tristeza na igreja. É como uma luz apagada. Um padre ignorante torna-se mais nocivo que um padre mau”. ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003, p 25.
[8] ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006, nn. 10-16
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Reti sociali e missioni evangelistiche dei consacrati
Negli ultimi anni si sono verificati alcuni cambiamenti radicali nel campo dei media e in generale della comunicazione: in particolare, la crescente globalizzazione e la digitalizzazione di quasi tutti i media tradizionali (libri e giornali, cinema, televisione, radio, supporti musicali). Queste svolte – ancora in corso – comportano conseguenze culturali, economiche, politiche e sociali rilevanti, che toccano ogni ambito della nostra vita quotidiana, sia nella dimensione privata, sia in quella pubblica.
Non è fuori dalla ruota di quel progresso sociale, coloro che vivono la vita consacrata [1] ha anche bisogno di conoscere e identificare correttamente il significato e il ruolo della comunicazione nel contesto dei vari reti sociali per vivere la loro vocazione in abbondanza. I compiti di oggi. Nell’ambito del corso «come si fa un sito web», fatto all’università urbaniana, portiamo insieme alcune riflessioni sulla comunicazione alla vita delle persone consacrate.
Perché noi non siamo i piccoli ponti che aiutano gli altri a raggiungere Dio attraverso social networking come Facebook, Youtube o Twitter…
Reti sociali e missione
Oggi il rete sociale è un grande “campo”, molto adatto per la proclamazione della Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II nel decreto Inter Mirifica ha riconosciuto che «la Chiesa cattolica, essendo stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini, ed essendo perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico, ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso di questi strumenti» [2]. La Chiesa ha bisogno di trovare rapidamente i modi per usarla. L’uso dei social media nel lavoro apostolico, a seconda delle esigenze di particolari situazioni e tempi [3]. Perché noi-persone consacrate- non siamo i piccoli ponti che aiutano gli altri a raggiungere Dio attraverso siti di social networking come Facebook, Youtube o Twister…? Mi chiedo ancora così. E forse questa è anche la ragione per cui una persona consacrata ha bisogno di capire il ruolo, l’utilità anche il lato negativo del social network.
Tutti i cristiani, compresi i consacrati, sono chiamati a vivere la loro vocazione e missione «lievito», «sale», «luce del mondo» (Mt 5,13-16; 13,33). Una lampada non è destinata ad essere collocata sul fondo della canna, ma come dice Dio: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14-16).
Se Gesù vivesse nel nostro tempo, probabilmente manderebbe i suoi discepoli ad evangelizzare con i mass media. La missione non è altro che l’introduzione di Cristo all’uomo oggi. Il missionario non consiste solo nel predicare una teoria della fede astratta, una dottrina della morale che è “fatta” e “proibita”, ma di proclamare un essere umano, uno che annuncia una gioia. il grande che non può trattenere il cuore che è costretto a riversarsi in modo molto naturale. Papa Benedetto dice nel messaggio per la giornata mondiale della comunicazione sociale 2010 che «più che la mano dell’operatore dei media, il presbitero nell’impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della “rete”. Anche nel mondo digitale deve emergere che l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all’umanità smarrita di oggi, che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda» [4].
Il Papa – Internet è un dono di Dio, Chiesa aperta al digitale
Reti sociali e missioni evangelistiche dei consacrati
Dalla nostra stessa esperienza, riconosciamo che il social networking è un coltello a doppio taglio. Ha indiscutibili benefici e anche pericoli e problemi, specialmente per le persone consacrate che vediamo molto chiaramente. Tuttavia, un atteggiamento che è allergico, sempre riservato o contrastato con veemenza dal coltivare il social networking è ancora una mentalità sbilanciata e infantile, come se lo shock elettrico dovesse essere proibito! Però, se sappiamo come usarlo, i social media come il colloquio comunicano la guarigione di buone relazioni. [5] Questa è una grande opportunità per la Chiesa di dimostrare il suo potenziale come è una comunione o amicizia [6].
Detto così per dire che bisogna riconoscere che l’evangelizzazione dei mezzi di media richiede che i consacrati devono avere una vera maturità ed equilibrio, solo per annunciare Cristo, non parlare di se stesso, ma parlare di Dio. Essere in grado di rimanere fedeli alla missione senza doversi inclinare avanti e indietro a causa dei pericoli dell’ambiente è ancora considerato «virtuale». Ciò richiede che la persona consacrata identifichi sempre e scelga in base al Vangelo se pubblicare, cosa dire o fare e cosa non dire o fare, perché ora altri hanno guardali non personalmente, ma guardali come persone di Dio, persone della Chiesa.
Gesù manda i suoi discepoli ad evangelizzare
In effetti, il social networking, utilizzato come mezzo di evangelizzazione, può diventare un fattore di sviluppo umano [7] . Le notizie attuali, gli eventi nella vita socio-politica ed economica sono anche considerati come «momenti», «segni dei tempi» (Mt 16,3) può anche essere un’opportunità conveniente per i consacrati di presentare il messaggio del Vangelo all’uomo oggi. Tuttavia, le persone consacrate dovrebbero anche fare attenzione a predicare il Vangelo e, se è necessario salvaguardare la dignità della persona umana, fare affidamento solo sugli standard del Vangelo, non sull’uso del Vangelo come strumento per combattere le ideologie o rompere la carità delle fazioni politiche o accusare gli altri, o per calunniare, umiliare, condannare, dividere, sostenere le divisioni [8]. Però, se queste ideologie e fazioni politiche contraddicono o antagonizzano il Vangelo,il parlare per la difesa della verità è necessario. Anche le immagini della vita e del modo di vivere, il comportamento e le interazioni delle persone consacrate con le persone sul social network sono anche un’opportunità per introdurre Dio in un modo molto vicino e pratico. Le persone non vedono Dio visibile, ma guarderanno la vita del predicatore di Dio per visualizzare Colui che predichiamo.
Le persone di oggi sembrano essere allergiche a quella che viene chiamata “verità”, a causa del suo aspetto serio e rigoroso, ma estremamente facile da identificare con ciò che è bello. Se la verità è presentata magnificamente come la bellezza, è tanto più efficace. Ha bisogno di essere acuti e utilizzare questa mentalità è appropriato per parlare di Dio ai giovani, non solo in chiesa, all’università, nei corsi di catechismo, ma anche sui loro smartphone, computer portatili, nel mezzo delle loro preoccupazioni quotidiane. Gesù chiamò Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni con la barca e la rete (Mt 4,18-22) e chiamò Matteo al banco delle imposte (cf. Mc 2,13-14), dove le preoccupazioni pratiche giorno per giorno, e chiama Zaccheo anche quando non ha intenzione di contattarlo (Lc 19,1-10), dove i suoi desideri profondi non gli vengono rivelati. Invece di condannare le cose cattive che rendono le persone allergiche oggi, perché non incoraggiare il bene nella vita prima di dire il contrario della società? E perché non migliore la cosa buona per ogni cristiano da dare il vangelo stesso, Cristo stesso agli altri? Per questo, i consacrati, usando i mezzi di media, hanno bisogno di diffondere molto efficaci nell’introdurre i valori del Vangelo di Gesù Cristo. Potrebbero essere i passaggi quotidiani della Parola di Dio, l’omelia, le brevi ma profonde meditazioni, le semplici piccole preghiere o anche i video clip molto significativi e di ispirazione, storie umane e umane piene di fede nella vita, buone e buone immagini, ecc. Dovrebbero essere inclusi messaggi e post di blog su argomenti relativi al cristianesimo cattolica.
Le porte connettono – 47ª Giornata mondiale comunicazioni sociali
Ci fa piacere citare le parole di Papa Francesco per concludere questo scritto: «grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare “fino ai confini della terra” (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore»[9].
Bibliografia
[1] La parola “persona consacrata” è indica del clero, della religiosa, dei religiosi e del seminarista.
[2] CONCILIO VATICANO II, Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale Inter Merifica, n. 3.
[3] Cf. Ibid., n.13.
[4] BENEDETTO XVI, «Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale:i nuovi media al servizio della Parola» in messaggio per la 44 giornata mondiale della comunicazioni sociali (16 maggio 2010).
[5] Cf. Docat, che cosa fare?, edizioni San Paolo, 2016, n. 37.
[6] Cf. Docat, che cosa fare?, edizioni San Paolo, 2016, n. 39.
[7] Cf. BENEDETTO XVI, «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» in messaggio per la 47 giornata mondiale della comunicazioni sociali (12 maggio 2013).
[8] Cf. Docat, che cosa fare?, edizioni San Paolo, 2016, n. 43.
[9] FRANCESCO, «comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro» in messaggio per la 48 giornata mondiale delle comunicazioni sociale (1 giugno 2014).