Corso Web: abitare al meglio il mondo digitale

[…] In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio […]

Prendendo spunto dalle parole di Papa Francesco nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ho partecipato ad un Corso laboratorio teorico pratico “Come si fa un Sito Web” nella Pontificia Università Urbaniana, promosso dalla UISG (Unione Internazionale Superiore Generali) e guidato dal professore Ing. Riccardo Petricca.

Mi sono sentita attratta dai temi da sviluppare durante il semestre e ho accolto subito l’invito ricevuto sulla Newsletter della UISG, per acquistare una maggior conoscenza di base su come fare un sito web, per comprendere e soprattutto come utilizzare questa ricchezza del mondo digitale per evangelizzare, far conoscere il nostro carisma e missione come Figlie di San Camillo.

Durante il semestre, ad ogni incontro, ho approfittato con grande curiosità ed entusiasmo le lezioni dando un nome tecnico a certe azioni che fin d’ora facevo automaticamente quando pubblico sul blog; ho provato molta gioia scoprire che già nel 1957, con la Enciclica Miranda Prorsus Papa Pio XII ponderava le potenzialità dei mezzi di comunicazione elettronica per l’evangelizzazione; ho imparato ad istallare e creare un sito su WordPress; avere con chiarezza il messaggio che si vuol fare passare; le modalità da scegliere sono fondamentali, per poter comunicare con efficacia; della necessita di fare un PIANO DI COMUNICAZIONE dell’Istituto; di lavorare in equipe; di una buona formazione specifica di base per le persone incaricate della comunicazione; di provvedere delle risorse tecniche in considerazione del budget economico della Congregazione; di prendere consapevolezza che la comunicazione oggi è una missione in sé ed è, allo stesso tempo, un impegno trasversale della missione della Congregazione.

Tra l’altro togliere la paura di utilizzare questi mezzi durante la formazione delle giovani coinvolgendo alle formatrici e suore più grandi per saper discernere l’uso corretto del social network.

[…] La differenza generazionale nell’uso dei media la viviamo anche nelle comunità religiose. La formatrice spesso si trova impreparata ad abitare con sapienza questo nuovo mondo e a farlo diventare parte del processo formativo. La sfida è formare ai media e formare attraverso i media digitali.

È giusto lasciare che le formande usino cellulari e tablet personali? Non esiste una risposta valida per tutte le situazioni. Ciò che è importante è avviare un dialogo e un discernimento condiviso per comprendere le diverse posizioni e, soprattutto, i diversi mondi interpretativi. Noi, non più giovani, abbiamo appreso ad abitare il digitale dopo anni di mondo analogico (lineare) e quindi è facile percepire una separazione tra offline e online; anche se questa frattura si sta attenuando sempre più.

A mio modesto parere ‘vietare’ non è un atteggiamento fruttuoso e che porta a una maturazione delle capacità di discernimento e decisione della persona. Questo vale anche per le nuove generazioni. Dobbiamo stimolare un senso di responsabilità nell’abitare il digitale, e formare cittadine e cittadini digitali consapevoli […]

Comunicare per costruire una comunità globale

Patrizia Morgante, Educatrice, counsellor, facilitatrice, attualmente Responsabile della comunicazione della UISG.

 

Mi sembra opportuno, per spiegare il nostro carisma camilliano in relazione alla comunicazione sul web, condividere una parte del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni 2014.

Per raccontare la vita di San Camillo de Lellis e il suo carisma trasmesso a noi dai nostri Beati Fondatori padre Luigi Tezza (camilliano) e madre Giuseppina Vannini, spesso mi rivolgo al passo evangelico del Buon Samaritano, lì si trova il modo di agire e operare con il nostro prossimo. In questo messaggio il Santo Padre applica la parabola del Buon Samaritano al nuovo ambiente digitale nel modo di comunicare:

[…] come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.

Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza.

Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Video – sintesi del carisma della Figlia di San Camillo

Sr. Fernanda Bongianino fsc




UMANITA’, UN TESORO DA CONDIVIDERE

Come se gli mancasse l’aria per respirare. Chiedere ad un ragazzo di 13 anni di consegnarti il cellulare per un’ora è come chiedergli di rimanere in apnea. Ti resta a guardare con occhi sbarrati per un po’, perché subito non ci crede, non riesce a credere che tu glielo stia chiedendo davvero. Forse non riesce neanche a credere che sia possibile, che si possa sopravvivere senza smartphone. Ormai da qualche anno faccio l’animatrice in un gruppo di dopocresima parrocchiale ed ogni anno è sempre più forte la sensazione che gli adolescenti mi rimandano: “senza connessione ci sentiamo persi”. Forse la loro necessità è solo una: non sentirsi soli. Così dice il testo di una delle canzoni più ascoltate dai giovani di qualche tempo fa: “If this night is not forever at least we are together, I know I’m not alone” (dalla canzone Alone di Alan Walker uscita nel 2016) cosa vuol dire per noi adulti, per noi educatori, questa paura della solitudine? Basta condannare l’uso smodato dei social media o i rischi della iperconnessione?Cosa può fare la nostra pastorale giovanile per andare incontro ai giovani lì dove si trovano e quindi anche in rete?Cosa posso fare io insieme alla mia famiglia religiosa delle suore fancescane missionarie di Gesù Bambino?Mi ha molto colpito che l’intenzione di preghiera del Papa di questo giugno 2018 riguardi proprio le reti sociali.

Internet è un dono di Dio ed è una grande responsabilità…Approfittiamo delle possibilità di incontro e solidarietà che ci offrono le reti sociali e che la rete sociale non si un luogo di alienazione, sia un luogo concreto, un luogo ricco di umanità…”. (Papa Francesco, giugno 2018)

Ecco il video da cui ho estratto queste parole:

Il Papa prega per le reti sociali considerandole prima di tutto dono, una possibilità di cui diventare responsabili. Allora come declinare la nostra responsabilità nella pastorale digitale? Penso che la strada potremmo trovarla nella definizione che Papa Francesco ha dato delle reti sociali: “un luogo ricco di umanità”. Nel suo messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2014 Papa Francesco definì i nuovi media ‘strade digitali’, dove la gente vive, strade ‘affollate di umanità spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza’. Per questo motivo la nostra presenza in rete ha senso solo se, incontrando la gente là dove essa veramente è, si riveste dei colori dell’umano: volto, parola, gesto. La pastorale della chiesa nel mondo digitale, a mio parere, non ha ricette o formule vincenti ma solo queste tre coordinate su cui poter camminare.

VOLTO

Vuol dire “metterci la faccia”. Ovvero non stare sul web per fare prediche ma per raccontare storie, per essere testimoni di vita, di incontri, di rinascite. Vuol dire essere incontrabili dentro quegli spazi dove tutti giorni la gente vive, fra cui i social ed esserci per raccontare come il vangelo sia concreto, vero e cambi la vita. Foto, post, video, tweet, qualsiasi sia il canale esso deve restituire un volto, esprimere prossimità, calore umano, occhi e vite dalle quali scorgere che il vangelo è credibile, il vangelo è affidabile.

Così afferma Papa Francesco nella sua esortazione apostolica del 2018 sulla santità nel mondo contemporaneo:

 Possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 42)

Più che insegnamenti o dottrine i giovani oggi hanno bisogno di un vangelo incarnato e sperimentare che il Signore non rifiuta niente di ciò che abita le nostre vite, fosse anche un luogo digitale.

Suore francescane missionarie di Gesù Bambino durante una missione giovani.

PAROLA

E’ vero che siamo nell’epoca dell’immagine ma è altrettanto vero che i giovani hanno fame di significati. Anche se spesso le loro domande le rivolgono a Google e dilagano programmi televisivi o serie tv dai contenuti frivoli, i ‘nativi digitali’ –come oggi vengono definiti – sono capaci di immersioni oltre la superficie e chiedono il senso delle cose ovunque…anche ad una canzone! Per questo non possiamo permetterci di perdere una occasione ma esserci e offrire una parola semplice, immediata, che dia senso all’esistenza, che si rivolga alle domande profonde del cuore. A tal proposito Papa Francesco parla di ‘stordimento’.

Anche il consumo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli. In mezzo a questa voragine attuale, il Vangelo risuona nuovamente per offrirci una vita diversa, più sana e più felice. (Papa Francesco, Gaudete et exultate108)

La Parola di Dio può essere offerta ai giovani in un modo fresco, immediato che offra una alternativa, una parola di gioia, di felicità. Il vangelo può trovarsi ‘a proprio agio’ anche in un post di Facebook purchè non sia manipolato, ‘annacquato’ ma proposto con la franchezza di chi sa che in nessun’altra parola c’è salvezza. Una parola che non si piega al lamento o al vittimismo ma propone una meta alta: la gioia dei santi.

Pastorale digitale: essere lì dove si cerca Dio.

GESTO

Nel web tutto rischia di rimanere ‘possibile’ ma non concreto. Idee, immagini, suoni, identità…possono rimanere inconsistenti o addirittura ingannevoli. Il pericolo della disinformazione, delle fake news è stato il tema del messaggio messaggio del santo padre Francesco per la 52° giornata mondiale delle comunicazioni sociali. La logica dell’interazione  e della condivisione sembra innescare processi irreversibili e nocivi che finiscono per alimentare il diffondersi e radicarsi di pregiudizi, odio ed emarginazione. Cosa possiamo fare di fronte al propagarsi incontrastato del conflitto nella rete? Forse come comunicatori del vangelo possiamo rispondere solo con il contagio dei ‘piccoli gesti’. Gesti di bontà, di attenzione, di sollecitudine. Gesti nascosti, gesti verso il vicino di casa. Gesti, non propaganda. Gesti, non pubblicità. La rete può diventare il luogo dove divulgare quelle azioni, quelle pratiche, quelle scelte che possono cambiare il mondo. Essere come evangelizzatori nel web non è solo per affermare una presenza, per presentarsi come ‘la vetrina del vangelo’….bella ma statica! Siamo ‘online’ per annunciare che a tutti gli uomini è affidata una missione: rendere il mondo più bello, più umano, con la nostra vita. Far circolare gesti di bene, di amore, di solidarietà, di cura per essere testimoni di Cristo che è venuto perché “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”(Gv 10,10).

Insieme ai giovani per…condividere!

Perciò, ad un ragazzo di 13 anni non servirà a nulla spegnere il cellulare per un’ora, per la durata dell’incontro in parrocchia, se non sarà accompagnato a ricercare e scoprire sempre la bellezza che c’è nel mondo, nelle persone, in se stesso. La loro fuga dalla solitudine ci spinge a raggiungerli lì, dove sono, chini sui loro smartphone per consegnare loro il tesoro più bello che abbiamo: siamo amati e siamo fatti per una vita eterna. E questo tesoro del vangelo è consegnato a noi per custodirlo, difenderlo ma anche diffonderlo, condividerlo o, come si direbbe oggi…to share!

 




LA FEDE CRISTIANA NEL TEMPO DELLA CULTURA DIGITALE

VIVERE LA FEDE CRISTIANA NEL TEMPO DELLA CULTURA DIGITALE

«Raccogliendo anch’io la ricca eredità del Concilio Ecumenico, del Sinodo dei Vescovi e del mio venerato predecessore Paolo VI, l’1 e il 2 giugno 1980 ho proclamato a Parigi, prima all’Istituto Cattolico, e poi davanti all’eccezionale assemblea dell’UNESCO, il legame organico e costitutivo che esiste tra il cristianesimo e la cultura, con l’uomo, quindi, nella sua stessa umanità. Questo legame del Vangelo con l’uomo, dicevo nel mio discorso davanti a quell’areopago di uomini e di donne di cultura e di scienza del mondo intero, «è, in effetti, creatore della cultura nel suo fondamento stesso». E, se la cultura è ciò per cui l’uomo, in quanto uomo, diviene maggiormente uomo, è in gioco, in essa, lo stesso destino dell’uomo. Di qui l’importanza per la Chiesa, che ne è responsabile, di un’azione pastorale attenta e lungimirante, riguardo alla cultura, in particolare a quella che viene chiamata cultura viva, cioè l’insieme dei principi e dei valori che costituiscono l’ethos di un popolo: “La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera di fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura, che evidenziano il profondo legame tra cristianesimo e cultura e conseguentemente la responsabilità della Chiesa nel predisporre un’azione pastorale da effettuare con adeguati mezzi di comunicazione sociale tra cui i social network.
Nell’era contemporanea la rivoluzione tecnologica in atto ha permesso all’uomo di avere una diversa percezione di sé, del mondo e degli altri: la conoscenza della dimensione digitale e della virtualizzazione della realtà ha permesso di eliminare le distanze e i confini, abolire la separazione tra privato e pubblico, tra giorno e notte, tra feriale e festivo permettendo la comunicazione e l’interazione attraverso la condivisione (sharing) degli utenti portando a ritenere di poter collocare la tecnologia in un piano più nobile del semplice strumento per la comunicazione per essere elevata al rango di esperienza, parte della vita quotidiana che riguarda, pertanto, l’agire dell’uomo (ANTONIO SPADARO, L’evangelizzazione e la rete. Opportunità ed illusioni).
La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes al n. 5 aveva già anticipato la capacità della scienza e della tecnica di modellare il modo di pensare dell’uomo.
Afferma Benedetto XVI nel Messaggio per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali incentrato sul tema “Reti Sociali: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» e pertanto i social network, in quanto nati «da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo» e «quando sono valorizzati bene e con equilibrio», «possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana» (BENEDETTO XVI nel Messaggio per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali incentrato sul tema “Reti Sociali).
Anche Papa Francesco ha scritto nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2014: «La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone umane»: in questo caso è sbagliato poter identificare l’esperienza di internet con la sua infrastruttura come sbagliato è confondere il focolare domestico con l’edificio abitativo della famiglia.
In sintesi le tecnologie della comunicazione, usate originariamente come strumenti, hanno nel tempo contribuito a creare un nuovo ambiente per l’esperienza umana, quello digitale, dove l’uomo impara ad informarsi, a conoscere il mondo, a relazionarsi, ad apportare modifiche nell’abitare il mondo e nella sua organizzazione, anche orientando i comportamenti individuali, familiari e sociali. A questo punto deve essere chiaro che mentre la Chiesa non è un prodotto della comunicazione dove il “corpo mistico” di Cristo si diluisce in una piattaforma di connessioni e dove il battesimo corrisponde ad una sorta di procedura d’accesso (login), ma è frutto di un principio esterno, di un dono dello Spirito Santo che crea la comunità dei fratelli in Cristo, la società tecnologica è, invece sempre più tecnoliquida e vive nella crisi delle relazioni interpersonali proprio nel tempo delle connessioni. Nello sciame della rete si vive un’esasperante solitudine, un solitario narcisismo che fa essere separati anche rimanendo insieme nell’identico luogo. Infatti, la rete digitale permette la creazione di identità ambigue dalla caratteristica tipicamente pirandelliana di essere “uno, nessuno e centomila”, o semplicemente l’avatar di sé stesso rendendo difficile all’uomo del terzo millennio poter maturare un’identità definitiva con la formazione adeguata del carattere, la stabilità di relazioni, la presenza di una progettualità di vita e il fondamentale criterio orientativo dell’esistenza (VITO SERRITELLA, L’efficacia dell’omelia nell’era digitale e nell’oggi della salvezza in Urbaniana University Journal, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, agosto 2016, p. 200).
Tuttavia l’uomo della rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza condivisa: solamente chi dà testimonianza diretta della verità e mette a parte – condivide- la propria etica frutto delle proprio esperienze può essere ritenuto “condivisibile”. Inoltre, l’uomo di oggi, abituato all’interattività, accoglie quelle esperienze che sono il prodotto di una relazione viva e non passiva. Ciò significa che ogni azione comunicativa non deve solamente tener presente il pur importante contenuto, ma deve essere un’autopresentazione capace di esprimere pubblicamente il proprio Sé per rivelare qualcosa di sé stessi, deve essere un messaggio di relazione che vada non solo alla “testa” del destinatario, ma direttamente al “cuore” e ed infine deve essere un appello che richiede il raggiungimento di qualcosa che vale la pena di essere ottenuto, deve cioè saper pro-vocare (VITO SERRITELLA, L’efficacia dell’omelia nell’era digitale e nell’oggi della salvezza in Urbaniana University Journal, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, agosto 2016, p. 200).
Quindi se è auspicabile da una parte incoraggiare l’opera di siti, reti e applicazioni che possano fornire all’uomo autentici momenti di riflessione, occasioni di introspezione, ma anche di preghiera e condivisione della Parola di Dio, dall’altra è necessario avere la consapevolezza che il vero successo di un sito che si caratterizza come cattolico risiede nell’agevolare il navigatore a spegnere il computer per incontrare la comunità dei fratelli che vivono la fede in Cristo (Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLVI Giornata delle Comunicazioni sociali: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”, Città del Vaticano, 22 gennaio 2012).

Incontro del Santo Padre Francesco con la Diocesi di Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, 14 maggio 2018.




Una vita religiosa sempre più digitale*

Anche se non siamo ‘native digitali’, è possibile oggi vivere fuori dal mondo digitale? E se non è possibile farlo, come abitiamo questo mondo come Religiose? Cosa, il digitale, ci chiede di imparare come Leaders di un Istituto che è inserito nel XXI secolo?

Oggi esiste un grande spazio ecclesiale che è il mondo digitale: come siamo presenti come congregazione? Abbiamo un’identità digitale chiara? Cosa dice di noi il nostro sito? Cosa ‘postiamo’ sui social media per dire agli abitanti del digitale la bellezza che ancora può sgorgare dal nostro carisma? Siamo presenti con consapevolezza nel web 2.0?

C’è una sete di bellezza e di verità nel mondo digitale: chi meglio di una religiosa può incontrare questa sete e lasciarsi toccare e rispondere. Forse dobbiamo solo imparare a farlo in modo diverso. La rete non risponde alla logica verticistica e gerarchica tipica del mondo religioso. Dobbiamo imparare a essere uno tra tanti, ma senza rinunciare mai alla nostra parola evangelica; non essere invadenti, moralistici, giudicanti. La rete ci taglia fuori se vogliamo imporre; semplicemente non ci segue. La credibilità non è scontata, ce la dobbiamo guadagnare. Se vogliamo stare dentro dobbiamo accettare e stimolare il confronto autentico.

[…] Se non costruiamo una buona relazione con la stampa, sia cattolica che secolare, non cambieremo mai l’immagine che essa ha delle Religiose: se non siamo noi a raccontare chi siamo, lo faranno loro senza conoscerci. Se lasciamo spazi bianchi, la stampa li occuperà contribuendo a quel flusso pericoloso di notizie false (fake news), verso le quali Papa Francesco ci mette in guardia.

Quello che prima facevamo solo in parrocchia e nella piazza, oggi dobbiamo viverlo anche nel mondo digitale.

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20180124_messaggio-comunicazioni-sociali.html

*Patrizia Morgante. Corso Web

Sr. Fernanda fsc



I santi della porta accanto…..

L’Esortazione Apostolica Gaudete et Esultate del Papa Francesco sulla Chiamata alla Santità nel mondo contemporaneo e i pensieri del Beato Luigi Tezza, fondatore delle Figlie di San Camillo sulla santità

Papa Francesco ci parla della importanza della chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi (cf. n°10), «ognuno per la sua via» (n° 11) e proprio ci esorta che: […] Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova […] (n° 14)

I santi già questo lo pensavano prima del Concilio, in particolare riporto una frase del nostro padre Fondatore che diceva:

L’idea di santità ci spaventa. Chi salirà il monte del Signore? Eppure o santi o reprobi. Due sole categorie: gli eletti della città di Dio, i dannati della città di Satana. Non ad alcuni soli, ma a tutti Iddio disse: siate santi!
La santità deve essere a tutti accessibile. In che consiste? nel far molto? no. Nel far grandi cose? neppure: non sarebbe di tutti né di ogni momento. Dunque: nel fare il bene e questo bene, ben fatto, nella condizione, nello stato in cui ci ha posti Iddio. Nulla di più nulla al di fuori di ciò.

Lettera autografo, AFSC, 1 A0130

Essere santi è più di un lavoro, è una vocazione totale di risposta alla chiamata di Dio; una missione nel quotidiano della vita di ogni persona. “Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5).” (n° 13)

Sr. Fernanda fsc

Per sapere di più:  http://concuoredimadre.blogspot.it/




Alfie Evans mette in evidenza la deriva antropologica-culturale in corso

 

 

Quello che è successo per Charlie Gard a luglio dello scorso anno, si ripete in questi giorni: si sentenzia sul valore della vita, tanto che dei giudici si esprimono dichiarando la vita di una persona “futile” (Giudice Hayden: «But I came to the conclusion at the end of that hearing that Alfie’s brain had been so corrupted by mitochondrial disease that his life was futile»); i genitori vengono privati del diritto di decidere sulla vita di loro figlio, mentre in caso di aborto la loro decisione sarebbe indiscutibile ed irreversibile… e lo chiamano progresso.

Nuovamente i tribunali inglesi sentenziano morte in nome del “migliore interesse” del paziente. Presso la Grande Corte Inglese si è tenuta l’ultima udienza che vede come protagonista Alfie Evans, bambino di Liverpool con appena due anni di vita.  L’udienza era stata fissata per decidere il giorno, l’ora e il luogo del distacco dalla ventilazione artificiale che permette al piccolo Alfie di poter respirare. 

Papa Francesco rimane vicino ai familiari del piccolo Alfie Evans di Liverpool che si oppongono alla decisione dell’ospedale che lo assiste di staccare la spina … il punto è: Una vita umana può mai dirsi futile? Il silenzio degli innocenti ha un valore ed un senso oggi? La sofferenza di un genitore ha un suo valore e avvalora il diritto alla vita del proprio figlio? 

https://youtu.be/9F3SW66z2Uo