Il metaverso e la fede: opportunità da cogliere e rischi da gestire

Il metaverso e la fedeOpportunità da cogliere e rischi da gestire

          [FRUTTI DELLA TECNOLOGIA]
Prima di provare a riflettere sulle opportunità che abbiamo, cerchiamo di comprendere bene di cosa parliamo.

“Metaverso” è un termine coniato da Neal Stephenson nel libro, appartenente alla cultura cyberpunk, “Snow Crash” nel 1992, descritto dall’autore come una sorta di realtà virtuale condivisa tramite Internet, dove si può essere rappresentati attraverso il proprio Avatar, permeando aspetti fondamentali della nostra realtà.

Le applicazioni del metaverso sono infinite, così come le attività che possono essere svolte al suo interno con risparmi in termini di costi ed efficienza.

E’ uno spazio virtuale in cui le differenze con la realtà si assottigliano, fino ad essere quasi impercettibili.

Il metaverso diventa, quindi, uno spazio libero e aperto che si contrappone a una vita reale claustrofobica e, in questo spazio, la differenza tra le classi sociali è rappresentata dalla risoluzione del proprio avatar e dalla possibilità di accesso a luoghi esclusivi.

La chiesa da sempre nei secoli si è confrontata con il progresso tecnologico, filosofico, antropologico in modi diversi: a volte con durezza e prendendo le distanze, a volte condannando, ma anche cercando il dialogo.

Oggi più che mai la Chiesa ha bisogno di conoscere le opportunità che la tecnologia ci offre, ha bisogno di conoscere i nuovi linguaggi, per mettersi in ascolto, dialogare, testimoniare e annunciare.

Il Vaticano, infatti, ha riferito che sta lavorando per portare una collezione di opere d’arte nel metaveso ed ha fondato Humanity 2.0, un’organizzazione senza scopo di lucro che esplora l’interazione della cultura e della vita con i media e la tecnologia.

Se si procede con delle ricerche in rete, diverse sono le riflessioni che troviamo sul rapporto tra metaverso e fede, con visioni completamente opposte, due fra le tante, mi hanno particolarmente colpito (ne condivido una parte per entrambe):

  • In un’intervista al sito dell’Instituto Humanitas Unisinos, Sbardelotto ha affermato: “Potremmo perfino dire che lo stesso rito religioso, ad esempio, è un metaverso ante litteram. Storicamente, i fedeli – indipendentemente dalla tradizione religiosa – si rivolgono a un luogo geologalizzato specifico, e attraverso gesti, oggetti e parole ritualizzati compiono l’esperienza di un universo trascendente, in una dimensione spazio-temporale sacra che dà nuovo signifciato al recinto fisico del tempio e alla durata cronologica del rito….”.

 (https://it.aleteia.org/2021/11/05/metaverso-e-i-suoi-possibili-impatti-sulla-pratica-della-fede/)

  • Come il metaverso creerà un inferno virtuale sulla terra. Un mondo isolato e disconnesso dalla realtà e dalla natura delle cose, può alimentare passioni sfrenate opposte ad ogni regola morale. Una tale realtà potrebbe passare rapidamente da Alice nel Paese delle Meraviglie a manicomio. Ne abbiamo già parlato qui. Qui l’indice degli articoli sulla realtà distopica e il transumanesimo.

( Http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2021/11/come-il-metaverso-creera-un-inferno.html ).

Le domande che possiamo porci sono molte e poche sono le risposte, viene da pensare che sta trovando sempre più riscontri nella realtà, la “società liquida” di Bauman,  infatti in molte, troppe realtà, si sono “liquefatti” i valori, i legami affettivi familiari, interpersonali, sociali e le istituzioni normative.

Emerge la “latitanza o la irrilevanza” del pensiero filosofico di matrice umanistica e illuministica. Come tutto questo incide sulle scelte morali dell’uomo? Una prospettiva interessante è quella proposta dal neuro scienziato Simon Baron-Cohen nel suo libro “La scienza del male”.

Il male è un “deficit” di empatia, fatto che rende alcuni soggetti incapaci di capire la propria mente in termini di emozioni e sentimenti, di percepire l’altro come umano e dunque di “sintonizzarsi” sugli stati soggettivi di altri.

Esperimenti di brain imaging hanno confermato questa teoria, documentando una “ipoattività marcata” dei meccanismi cerebrali dell’empatia.

La natura del male, sia male fisico (conseguenza dell’imperfezione umana), sia male morale (conseguenza del libero arbitrio), sia male metafisico (identificato con il non-essere), teorizzata fin dall’antichità, è da sempre per i filosofi un mistero.

Un enigma in verità che è “familiare” a ciascuno, poiché nel corso della nostra vita noi tutti ne facciamo triste esperienza.

Il metaverso dunque porterà una vera e propria rivoluzione nel concetto stesso di realtà circostante, in maniera simile alla rivoluzione copernicana di kant e ovviamente come sempre, le novità portano con sé curiosità, perplessità, pregiudizi, paure, dubbi.  Non staremo qui ad esprimere giudizi, ma tentiamo di capire cosa può offrirci.

Mi viene da pensare alla grande opportunità che potremmo avere nel diffondere con maggior facilità la “Buona Notizia”, sia nel poter raggiungere chi fisicamente non può partecipare ad incontri o celebrazioni, sia nel consentire di raggiungere luoghi lontani, inaccessibili per una serie di motivi culturali-sociali-economici.

Di contro il grande rischio è che tutto questo possa essere un’opportunità riservata a pochi, sia per una questione economica, ma anche sociale e culturale. Inoltre bisogna tener ben presente che il metaverso, per come viene inteso oggi, essendo un mondo o più mondi, realizzati da società private con ovvio desiderio di profitto, offre un’esistenza subordinata alla creazione di una sovrastruttura tecnologica immaginata da altri, quindi una realtà definita in virtù dell’esperienza e degli intenti di chi la crea.

Nascono spontanee alcune domande: “C’è il rischio che la nostra autocoscienza possa essere offuscata a favore di una omologazione culturale dell’individuo? E in tal caso avrebbe senso il libero arbitrio? L’appartenenza a questa realtà sarà una libera scelta, oppure un “obbligo” come l’iscrizione ai social media moderni? Si riuscirà in futuro a restare sufficientemente distaccati da questo mondo virtuale, riuscendo a distinguere realtà e immaginazione, cos’è bene e cos’è male?”

Giovanni Paolo II aveva compreso l’importanza del mondo digitale e nel  suo messaggio per 33ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 1999 dirà: “…La cultura “della sapienza”, propria della Chiesa può evitare che la cultura “dell’informazione” dei mezzi di comunicazione sociale divenga un accumularsi di fatti senza senso…la cultura ecclesiale “della gioia” può salvare la cultura “dello svago” dei mezzi di comunicazione sociale dal divenire fuga senz’anima dalla verità e dalla responsabilità; i mezzi di comunicazione sociale possono aiutare la Chiesa a comprendere meglio come comunicare con le persone in modo attraente e persino piacevole …”.

(https://www.chiesaecomunicazione.com/doc/messaggio-gmcs-1999_mass-media_presenza-amica-accanto-a-chi-e-alla-ricerca-del-padre_1999.php)

Benedetto XVI nel 2013 si esprimeva così: “Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizie, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre più, parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da ispirazioni radicate nel cuore dell’uomo” [1].

La Chiesa non resterà a guardare, salvaguardando le interazioni personali, l’identità comunitaria, la realtà fisica nella celebrazione dei Sacramenti, dovrà in un futuro non così lontano, inserirsi sempre più, in maniera incisiva, nel mondo virtuale del metaverso, come presenza forte e come porto sicuro. Dovrà farlo, a mio avviso, anche rivoluzionando la formazione del clero e dei fedeli stessi.

Ma un’ultima riflessione mi sorge spontanea: i contenuti delle fede troveranno certamente nel metaverso una opportunità grande di condivisione e visibilità, ma la fede come esperienza di vita vissuta, spesa, donata, troverà, in questa realtà virtuale, il modo di esprimersi, crescere, essere compresa e percepita veramente?

Il metaverso, in sintesi, porta con sé una serie di domande e riflessioni alle quali è necessario tentare di dare una risposta, in quanto dobbiamo prepararci a viverlo, a fronteggiarne le opportunità, i rischi e le incognite.

[1] Benedetto XVI, Messaggio per la 47ma giornata delle comunicazioni sociali “Reti sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”, Roma 12 maggio 2013.

Maria Beatrice Mariani




Pandemia e Pastorale oggi: Sfide in Opportunità.

 

Cosa ci dici tu..?

Nel tempo nostro abbiamo bisogno di buone notizie, siamo immersi oggi in un mondo molto inquietante. Si nota che prima che la Pandemia di Covid-19 ci lasci, ha scoppiato la guerra attuale tra Russia e Ucraina tra altre guerre nel mondo intero di cui si parla meno. Come tanti dicono, non è una guerra solo tra questi due paesi come sembra ma è una “guerra mondiale”. Siamo preoccupati così tanto perché non ci piace nessuno tipo di disagio, di fastidio come i tempi più difficili del Covid.

Siamo tutti Testimoni del tempo Covid-19 che è stato un bel fastidio a tanti e tutto il mondo. Tanto se n’è scritto, tutto il mondo ha vissuto questi momenti difficili, ogni persona ne ha esperienza, famigliare oppure comunitaria. Attesteremo piuttosto che le sfide vissute siano state anche momenti opportune nell’ambito pastorale.

Nessuno aveva previsto il Coronavirus: neanche coloro che, a cose fatte, hanno affermato di aver vaticinato la pandemia, di aver saggiamente previsto tutto, scrive il curatore del libro Contagiati: Pensieri, comportamenti, prospettive oltre il Coronavirus. Conferma ancora che:

La pandemia è arrivata, ha attraversato oceani e continenti seminando malattia e morte. Ha, al contempo, dato una scossa al sistema sanitario, ha generato una crisi economica di immense proporzioni; l’umanità si è trovata di fronte all’ennesima sfida globale (non subito percepita come tale), nella quale sono emerse risposte coraggiose e generose accanto a vecchi egoismi e a negazionismi dal sapore terrapiattista («è solo un’influenza», «no alle mascherine e alle restrizioni alla libertà individuale»). Lo shock generato dal virus ha richiesto di mettere in campo nuove risorse, di sviluppare azioni e reazioni – a volte dimostratesi efficaci, altre volte meno o per nulla – in campo medico e scientifico, politico, economico, sociale[1].

In riguardo delle epidemie nella storia umana, ne notiamo sette di grande gravità quanto scritto da Guiomar Huguet Pané sul sito di Storica National Geographic nel suo articolo intitolato «Le grandi epidemie della storia»: La peste di Giustiniano, la peste nera (tra il 1346 e il 1353), il vaiolo (1824-1829; 1837-1840;1870-1874), l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica 1957-1960, l’influenza di Hong Kong 1968, il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) dal 1981[2].

La Pandemia e Pastorale oggi: Sfide e Opportunità
La Pandemia e Pastorale oggi: Sfide e Opportunità

Cosa abbiamo fatto e vissuto durante il tempo della Pandemia con riferimento alla vita Pastorale

Papa Francesco nella sua omelia del Giovedì Santo, durante la Messa del Crisma 2013 chiese soprattutto ai sacerdoti riuniti a rinnovare la loro ordinazione ad essere pastori con “l’odore delle pecore” «questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello…»)[3]. Si potrebbe chiedere come i pastori durante la pandemia potessero aggiungere ai loro fedeli per amministrare il servizio a loro dato e richiamato dal Santo Padre.

Nel Messaggio Video per l’emergenza da Coronavirus, Acerra, 10 marzo 2020 del Monsignor Antonio DI DONNA vescovo di Acerra in Campania, il vescovo condivide incoraggiando e insegnando i suoi fedeli sulla situazione in questione quanto ha colpita sia la vita sociale che ecclesiale alcune riflessioni e sentimenti:

Abbiamo sentito or stati chiesto (delle parole) la responsabilità e solidarietà e di assumere con serietà i sacrifici necessari. Abbiamo accettato con spirito di lealtà e collaborazione quanto è richiesto dalle Autorità competenti per affrontare al meglio il virus e limitare il contagio. Nell’area pastorale della chiesa la celebrazione dell’eucaristia e la possibilità di pregare insieme, le attività di catechesi, e i momenti di incontri non si facevano.[4]

In un mondo dove tutto è veloce, siamo stati invitati a stare a casa. Ci ha aiutato, scrive il vescovo, a dare valore a quei legami che troppo spesso diamo per scontati. Nel contesto europeo gli abbracci a cui si astenia erano evitati, ma con i mariti e le mogli, i figli, i genitori, hanno ritrovato la bellezza dello stare a casa, dello stare insieme.

Professore Pietro Angelo MURONI dell’Università Pontificia Urbaniana osserva queste parole scrivendo sulla Liturgia e new media: “estensione” della partecipazione attiva? «siamo passati dalla DAD (didattica a distanza) alla LAD (liturgia a distanza)…»[5].

Nel suo articolo il Professore voleva dire che l’uso dei media durante l’emergenza sanitaria è stata una modalità legata a un periodo storico particolare di difficoltà che forse in qualche senso ne avevo bisogno però occorre vigilare che questa modalità non sostituisca automaticamente la normalità del vivere insieme in presenza comunitaria ovvero parrocchiale le celebrazioni sacramentali.

Ci siamo voluti vicini tra i social media, abbiamo ammirato la normalità che ci mancava durante i duri lockdown della pandemia, nondimeno, i media ci fanno prossimi, (Scrive Massimiliano PADULA ), che «la prossimità quindi riguarda i media perché essi sono vere e proprie “opportunità pastorali” che contribuiscono non solo a comunicare ma anche a esprimere il dato umano che fa la chiesa. Con la prossimità (e con tutte le sue dimensioni compresa quella comunicativa) si deve infatti confrontare ogni singolo credente nella sua vocazione e, di riflesso, anche nel suo spazio comunitario e relazionale di azione»[6].

La pandemia infine come anche afferma il Monsignore Antonio (già sopra citato) «non è stato un tempo vuoto», in riguardo soprattutto dei pastori della Santa Chiesa, fratelli sacerdoti e religiosi, ma è stato un’occasione per ricoprire i rapporti personali con i fedeli, di essere disponibili all’ascolto. Riguardando sempre il futuro con speranza abbiamo preso delle opportunità per quanto riguarda le trasformazioni pastorali pensate e vissute in questo tempo storico della famiglia umana nonostante le situazioni sfidanti.

Tumusime Yowasi
Studente, Missionario della Consolata
tumusiimejoas@gmail.com

Note

[1]  BORSA G. (a cura di ), «Contagiati: pensieri, comportamenti, prospettive oltre il Corona virus», Dialogo Editore, Milano 2020, 5

[2] Cf…Guiomar Huguet Pané «Le grandi epidemie della storia»: https://www.storicang.it/a/le-grandi-pandemie-della-storia_14759/2#slide-1

[3]  FRANCESCO, Omelia. Giovedì Santo; Messa del Crisma (28 marzo 2013) https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130328_messa-crismale.html  

[4] MONSIGNOR ANTONIO DI DONNA La fede nel tempo della pandemia OMELIE E CATECHESI AL POPOLO a cura dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali http://www.diocesiacerra.it/wp-content/uploads/sites/2/2020/06/omelie20luglio.pdf 

[5] MURONI Pietro Angelo, «Liturgia nel Post-Pandemia: quali prospettive per la celebrazione liturgica nel “post Vaccino”», in Urbaniana University Journal 74 (2021) 2, 165-190.

[6]  Massimiliano PADULA, Comunica il prossimo tuo: cultura digitale e prassi pastorale, Paoline, Milano 2020, 12




SCEGLIERE – Sulla utilità della PASTORALE DIGITALE

PROGETTAZIONE DI UN VIDEO A PARTIRE DALL’INTERPRETAZIONE

Abbiamo scelto queste due idee dalla presentazione del secondo gruppo sulla utilità della pastorale digitale.

  1. Pensare a superare il limite di pensare che sempre si può incontrare le persone solo fisicamente:

Ciò vuol dire che bisogna tenere sempre insieme le due dimensioni.

    1. Contatto fisico.
    2. Contatto digitale.

Spesso ci troviamo una difficoltà di mantenere una comunicazione sana tra questi due dimensioni a causa della mancanza della conoscenza del giusto concetto di comunicazione. La comunicazione non è semplicemente una trasmissione dei dati e le idee, ma è un ‘cum munus’ cioè mettere insieme in senso, mettere relazione, dono, alterità. Quindi la comunicazione che riguarda la pastorale digitale non è solamente un annuncio passivo alle persone, anzì è una comunicazione attiva nella quale tutti partecipano e condividono le loro idee. Qui sempre si intende di non sottovalutare l’aspetto fisico, ma dare un valore relativo all’aspetto digitale della comunicazione del mondo contemporaneo.

 

Il sinodo dei Giovani ha presentato bene, a partire dalle testimonianze dei giovani stessi come «non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà chetende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico. È ormai chiaro che “l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente digitale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani»

  1. Comunicare bene e efficacemente:

I punti di partenza per una buona comunicazione dovrebbero essere, senza dubbio, la formazione della coscienza e conoscenza della realtà del mondo contemporaneo la dove noi viviamo. E’ un esigenza del tempo di adattare alla pastorale digitale. In tale contento è importante capire come mi presento on line. Cosa vedono o sanno gli altri di me? Hai mai provato a farti un’idea di te stesso a partire da quello che posti o dalle foto che pubblichi? Uno degli aspetti più delicati del mondo digitale è che senza neppure accorgersene ci siamo trasformati in personaggi pubblici, esposti ai commenti, ai like o dislike, complimenti o offese di tutti. Informazioni personali sono visibili a molti, la rete sembra conoscerti meglio di te perché attraverso le tue scelte, i video che vedi, le canzoni che ascolti, la rete ti propone un mondo a tua immagine e somiglianza, una gabbia dorata e autocentrata in cui trovi quello che altri credono tu voglia trovare.

Quindi la chiesa esplicitamente incorraragia usare questi strumenti prudentemente per raggiungere alle periferie e includere tutti nella famiglia umana. Quindi noi come futuri annunciatori del Vangelo dobbiamo ben sapere gestire questi nuovi mezzi di comunicazione per poter rispondere efficacemente alle domande del nostro tempo.

 

 

 

Per facilitare e esprimere meglio la nostra idea di onlife abbiamo messo una canzone di Francesco Gabbani  che si descrive la vita quotidiana quanto depende su Social Media.

 

 

https://www.diocesilazio.it/visione-di-insieme-sulla-utilita-della-pastorale-digitale/

Diritti d’autore: L’immagine in evidenza è il risultato di una elaborazione grafica, su immagine diffusa gratuitamente in Rete. Utilizzo senza fini di lucro, con finalità didattiche. L’eventuale utilizzatore è tenuto a mettere in calce a ciascuna pagina in cui è pubblicata quanto segue: “Immagine diffusa gratuitamente in rete e pubblicata su:https://mobileministryforum.org/wp-content/uploads/2017/07/YPGG-Tiedeck; elaborata graficamente e resa disponibile gratuitamente su: http://romasociale.com/nasce-il-primo-servizio-italiano-di-apostolatdigitale/; un altro immagine preso da,https://i1.wp.com/romasociale.com/wp-content/uploads/2019/11/chiesadigitale.jpg?resize=621%2C794, https://wp.cruxnow.com/wp-content/uploads/2022/02/20220207T1115-SYNOD-PROCESS-REPORTS-1517028.JPG, video è preso dal youtube, una canzone di Francesco  Gabbani,https://youtu.be/y8cRTh15jIc.




RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

RENDERE RAGIONE DELLA SPERANZA NEL MONDO ATTRAVERSO IL MONDO WEB

 La missione della Chiesa, sia dal punto di vista di un’autentica capacità di comunione ecclesiale, sia dell’annuncio da rivolgere ai lontani, esige oggi che si considerino la comunicazione e la cultura non tanto fattori strumentali quanto piuttosto dimensioni essenziali dell’evangelizzazione e dell’azione pastorale.

I nostri giorni, come ricordava Giovanni Paolo II parlando dei mass media, «non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna»[1]. Si impone una necessaria rivisitazione del rapporto tra contenuto e forma di comunicazione in quanto la forma ormai è parte integrante del contenuto.

Siamo in un tempo che ci ha permesso di vedere la vita della Chiesa sembra reggersi solo sui pilastri della liturgia, della catechesi e della carità, mentre la comunicazione, quando viene presa in considerazione, è relegata a fattore strumentale, di cui qualcuno si fa carico più per passione personale che per una effettiva considerazione teologica e pastorale, lasciandoci vedere la maggiore difficoltà incontrata in questo percorso riguarda la reale capacità dei diversi soggetti ecclesiali ad assumere fino in fondo la sfida delle comunicazioni sociali.

I nuovi media, e l’interazione sempre più stretta tra questi e quelli tradizionali, offrono nuove opportunità per dare voce al Vangelo, su questo siamo solo agli inizi, diventa necessario che la Chiesa s’interroghi su che cosa il Signore le chiede per far arrivare la sua voce fino agli estremi confini degli sviluppi mediatici, perché questi rappresentano i veri confini della terra.

L’uomo infatti si legge nella Gaudium et Spes, «specialmente con l’aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su tutta intera quasi la natura e, con l’aiuto soprattutto degli accresciuti mezzi di molte forme di scambio tra le nazioni, la famiglia umana poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero»[2].

Dobbiamo riconoscere gli spazi virtuali si sovrappongono a quelli reali e le distanze si misurano in possibilità di accesso, non più in chilometri. Attraverso Internet si può entrare in comunicazione, in tempo reale, con ogni angolo della terra e potenzialmente con ogni uomo[3].

Ma che cosa sono questi media? Più che meri strumenti sono «riflessi dell’umano». Quando parliamo di media in un certo senso stiamo parlando di noi, quindi, più che definire il concetto di «media», occorre comprendere la natura del legame sociale «uomo-media», rendersi conto che «non sono i media a mutare l’uomo, ma è l’uomo a intervenire in essi, ad «adoperarli» come proprio riflesso per qualsiasi istanza e bisogno. Di conseguenza i media sono «proiezioni dell’umano», cioè progetti dell’uomo, nel senso che è l’uomo a proiettarsi in essi[4].

Pertanto, se è «l’umanità a proiettare se stessa nei media» Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. Ci si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali[5].

La Chiesa è chiamata ad agire anche nella Rete proprio perché il Web, oggi strutturato con social media – non è un mondo virtuale, parallelo a quello reale, ma «parte della realtà quotidiana di molte persone, frutto dell’interazione umana». Come ci ricorda il papa emerito Benedetto XVI Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani»[6]. L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

This picture released by Vatican newspaper L’Osservatore Romano shows Pope Benedict XVI tweets for fist time at the end of general audience in Paolo VI Hall, Vatican City, Vatican, 12 December 2012. ANSA /OSSERVATORE ROMANO – EDITORIAL USE ONLY

Infatti, ha scritto Benedetto XVI «Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali»[7]. è essenziale che sia riconosciuto tra i membri della chiesa che la fede non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche. come ci ricorda il documento Aparecida «I siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento»[8].

La vera sfida per la Chiesa consiste nell’aprirsi a questa «svolta mediale», abbandonare una modalità di presenza a vetrina per assumere la logica del contatto.

Per un’idea del genere ci viene in aiuto le parole del Papa Francesco «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» In questo senso «i canali digitali sono un campo fondamentale nella nuova «Uscità Missionaria»[9].

Per tali motivi dovremmo per primo compiere lo sforzo di imparare i linguaggi e le forme di comunicazione digitale per entrare in sintonia con le dinamiche dei social media ed evitare così il rischio di rendere l’evangelizzazione e l’immagine stessa della Chiesa irrilevanti agli occhi di una società dove sembra che, per esserci e agire, occorre possedere anche una chiara identità digitale, dove più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste[10]. poiché cadremmo nell’errore di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante.

Come secondo momento dobbiamo riconoscere la vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive[11]. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione, già che l’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento, già che è molto sensibile a queste esperienze.

Innanzitutto siamo di fronte a un’azione che richiede competenza, strategia e non improvvisazione; bisogna prima progettare il cosa, il come e il perché della comunicazione. affinché il nostro messaggio abbia un’immagine vera e non sia per andare al passo del momento delle diverse circostanze. La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti.

Come membri della chiesa dobbiamo essere chiari che Evangelizzare, non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo, per questo oggi i social offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente, proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni; alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming[12].

Per questo motivo è fondamentale tenere presenti i seguenti aspetti per affrontare le grandi sfide poste dalla cultura mediatica:

– Dotarsi un prezioso strumento per dare alla sua azione pastorale nel campo delle comunicazioni sociali una progettualità ampia e articolata. «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, è un dono di Dio»[13]

– Sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze. Andando dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

-Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone[14].

– Avere una maggiore consapevolezza tra i fedeli che la Chiesa esiste per la comunicazione della fede sia nei termini di un’accoglienza piena della comunicazione che viene da Dio attraverso la Rivelazione e la Tradizione sia nell’ottica del compito di annuncio sempre nuovo e attuale del Vangelo di Gesù Cristo che compete alla Chiesa nel mondo odierno.

– Riconoscere il potere dei «media» come «prossimità»[15].

-La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa, tenendo presente tra tutti i membri della chiesa che Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni.

– l’inserimento in tutta l’azione pastorale (catechesi, liturgia, carità) di un’attenzione sistematica alla dimensione comunicativa per intercettare i linguaggi dell’attuale cultura mediatica, senza perdere la specificità dei codici comunicativi religiosi.

Perché alla fine i veri comunicatori sono i cercatori di Dio che non si sentono mai arrivati e che mettono in gioco la propria ragione e il proprio cuore come ci ha ricordato magistralmente Benedetto XVI: «La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos presenza della Ragione eterna nella nostra carne. “Verbum caro factum est”[16]: proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole». Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio[17].

So che la rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto[18].

Facciamo proprie nella nostra vita sacerdotale le parole del papa Giovanni Paolo II «farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandoci a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli»[19].

  

  [1] Messaggio del santo padre Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missino, 37

[2] Cf Gaudium et spes n.33a.

[3] cf H. Haker – E. Borgman – St.van Erp [edd.] Cyber-spazio, cyber- etica, cyber-teologia, Con, XLI (2005/1) 1-147).

[4] Cf. l. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In< https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[5] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[6]Messaggio del santo padre Benedetto XVI dedica il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ai social network, 12 di maggio 2013. http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20130124_47th-world-communications-day.html, Libreria Editrice Vaticana, 12 maggio 2013.

[7] Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2013.

[8] Aparecida al n. 489.

[9] Evangelii Gaudium, 87.

[10] Cf. A. PALERMO, «La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. In <https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

[11] A. SPADARO, «Tecnologia e fede. Davvero l’uomo digitale è poco attento allo spirito »,[ultima consultazione il 5 de Dicembre 2018],in < https://www.avvenire.it/attualita/pagine/uomo-digitale-e-poco-attento-allo-spirito>

[12]A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[13] » Messaggio del Santo padre Francisco  per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[14]  Evangelii Gaudium, 155.

[15] Messaggio del Santo padre Francisco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014.

[16] Gv 1,14

[17] Messaggio del santo padre Benedetto XVI  nel discorso a Parigi, 12 settembre 2008.

[18] A. SPADARO, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale»,[ultima consultazione 03.20.2022],in < https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

[19] Giovanni Paolo II, ai partecipanti al Convegno Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, 9 novembre 2002

BIBLIOGRAFIA

BENEDETTO XVI, dedica il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ai social network, 12 di maggio 2013. [ultima consultazione 03.01.2022], In <http://w2.vatican.va/content/benedictxvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20130124_47th-world-communications-day.html, Libreria Editrice Vaticana, 12 maggio 2013>.

CONCILIO VATICANO II, DECRETO INTER MIRIFICA, 4 dicembre 1963 (AAS 56/1964) 145-157

______, COSTITUZIONE PASTORALE SULLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, EV 1 (1962-1965) 1319-1644.

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 18 giugno 2004, LEV, Città del Vaticano 2004.

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti della comunicazione sociale, 19 marzo 1986 (EV/10) nn. 75-195.

FRANCISCUS PP., «Exortazione Apostolica Evangelii Gaudium» il 24 de novembre del 2013.

GIOVANNI PAOLO II, «Lettera enciclica: Redemptoris missio», Roma, presso S. Pietro, 7 dicembre 1993.

_______, ai partecipanti al Convegno Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, 9 novembre 2002

GIULIODORI. C., «La verità nei mezzi di comunicazione sociale», in Communio, 165 (1999), 54-63.

______, G. LORIZIO – V. SOZZI, edd., Globalizzazione, comunicazione e tradizione, San Paolo, Milano 2004.

______, Globalizzazione e Comunicazione: aspetti antropologici e teologici, in Archivio Teologico Torinese, 12 (2/2006).

______, La comunicazione della Chiesa a livello nazionale e a livello locale, in A RASA D., – MILÀN J., (a cura di) Comunicazione della Chiesa e cultura della controversia, Edusc, Roma 2010.

______, «chiesa e media nell’era digitale:una sfida educativa» In < http://www.cgsbachelet.org/public/files/Relazione_Giuliodori.pdf>.

  1. HAKER – Espazio, cyber-etica, cyber-teologia, Concilium, XLI (1/2005) 1-147.

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PALLERMO. A., « La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale», Paoline, Milano 2017. [ultima consultazione 03.01.2022],  In <https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com/2017/02/27/la-chiesa-mediale-sfide-strutture-prassi-per-la-comunicazione-digitale/#more-1736>.

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI, La Chiesa e Internet, 22 febbraio 2002, LEV, Città del Vaticano 2002.

SPADARO. A., «Davvero l’uomo digitale è poco attento allo spirito», Tecnologia e fede il 5 de Dicembre 2018. [ultima consultazione 05.01.2022], In <https://www.avvenire.it/attualita/pagine/uomo-digitale-e-poco-attento-allo-spirito>.

_________, «Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale », [ultima consultazione  03.01.2022], <https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/le-6-grandi-sfide-della-comunicazione-digitale-alla-pastorale-32387>.

V CONFERENCIA GENERAL DEL EPISCOPADO LATINOAMERICANO Y DEL CARIBE, Aparecida, 13-31 di magio de 2007.

 

P.ELISARDO ALFONSO NAVARRO AMAYA M.E




Internet è un dono di Dio

Internet è un dono di Dio.

E’ un’ affermazione espressa per la prima volta nel 2009 dal Premio Nobel per la Pace cinese Xiaobo ed è stata ripresa più volte, anche da Papa Francesco nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali [1].

Ma perché internet si traduca davvero in un dono di Dio è necessario impegnarsi per un uso non superficiale e irresponsabile.

Utilizzare consapevolmente il web è necessario, sostiene Papa Francesco, recuperando la “lentezza”. Si chiede il Papa nel suddetto messaggio: “Che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta”[2].

In verità, l’interesse della Chiesa per Internet è da sempre, poiché essa riserva profonda attenzione ai mezzi di comunicazione sociale, che sono il risultato del processo storico scientifico per mezzo del quale l’umanità avanza nella scoperta del creato [3]. I Vescovi, inoltre, affermano che “La nuova evangelizzazione è dunque un’attitudine, uno stile audace. È la capacità da parte del cristianesimo di saper leggere e decifrare i nuovi scenari che in questi ultimi decenni sono venuti creandosi dentro la storia degli uomini, per abitarli e trasformarli in luoghi di testimonianza e di annuncio del Vangelo” [4].

Inoltre, la Chiesa è convinta del fatto che i mezzi di comunicazione sociale siano, come ha affermato il Concilio Vaticano II, “meravigliose invenzioni tecniche”, che pur facendo già molto per soddisfare le necessità umane, possono fare ancora di più [5].

Quindi l’approccio della Chiesa ai mezzi di comunicazione sociale è stato sostanzialmente positivo. In particolare, internet è considerato un fattore culturale che svolge un importante ruolo nella nostra storia, poiché contribuisce ad apportare cambiamenti rivoluzionari nel commercio, nell’educazione, nella politica, nel giornalismo, nel rapporto fra nazione e nazione e cultura e cultura, cambiamenti riguardanti non solo il modo in cui le persone comunicano, ma anche quello in cui interpretano la propria vita.

 

Opportunità e sfide.

Internet possiede caratteristiche eccezionali. È infatti caratterizzato da istantaneità e immediatezza, è presente in tutto il mondo, decentrato, interattivo, indefinitamente espandibile per quanto riguarda i contenuti, flessibile, molto adattabile. È egualitario, nel senso che chiunque, con gli strumenti necessari e una modesta abilità tecnica, può essere attivamente presente nel ciberspazio, trasmettere al mondo il proprio messaggio e richiedere ascolto. Permette l’anonimato, il gioco di ruoli e il perdersi in fantasticherie nell’ambito di una comunità. Secondo i gusti dei singoli utenti, si presta in egual misura a una partecipazione attiva e a un assorbimento passivo[6].

Poiché annunciare il Vangelo a persone immerse nella cultura dei mezzi di comunicazione sociale richiede l’attenta considerazione degli stessi strumenti, la Chiesa ha sempre avvertito il bisogno di comprendere Internet. Ciò per comunicare efficacemente con le persone immerse in questo mondo virtuale e per utilizzarlo al meglio.

Internet è importante per molte attività ecclesiali quali l’evangelizzazione, la ri-evangelizzazione, la nuova evangelizzazione e la tradizionale opera missionaria “ad gentes”, la catechesi e altri tipi di educazione, notizie e informazioni, l’apologetica, governo, amministrazione e alcune forme di direzione spirituale e pastorale.

Sebbene il mondo virtuale di internet non possa sostituire una relazione autentica tra persone o la vita sacramentale e della liturgia o l’annuncio diretto del Vangelo, può certamente integrarli e completarli, arricchendo la vita di fede degli utilizzatori.

E’ stata sperimentata (anche in questo tempo di pandemia) l’importanza per la Chiesa di poter comunicare con gruppi particolari come giovani, anziani e persone costrette a casa, persone che vivono in aree remote, e comunque con persone che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. Ormai tutte le Parrocchie, Diocesi, Congregazioni religiose e Istituzioni legate alla Chiesa, programmi e organizzazioni di tutti tipi utilizzano Internet per questi ed altri scopi.

La Chiesa utilizza Internet anche come strumento di comunicazione interna, perché ha presente la sua natura speciale di mezzo diretto, immediato, interattivo e partecipativo. “Un flusso bidirezionale di informazione e opinioni fra Pastori e fedeli, la libertà di espressione sensibile al benessere della comunità e al ruolo del Magistero nel promuoverlo, e un’opinione pubblica responsabile sono tutte espressioni importanti del diritto fondamentale al dialogo e all’informazione in seno alla Chiesa” [7]. Internet è un efficace strumento tecnologico per concretizzare questo concetto.

 

Criticità e alert.

Pur enfatizzando gli aspetti positivi di Internet, è importante essere chiari su quelli negativi. I mezzi di comunicazione possono essere realmente elemento di unità e di comprensione reciproca e, al contrario, possono farsi portatori di una visione deformata dell’esistenza, della famiglia, dei valori religiosi, sociali ed etici; di una visione non rispettosa della dignità della persona umana.

In particolare, esiste una reale preoccupazione circa: gli effetti più gravi della pornografia e della violenza sugli individui e sulla società a cui tutti, specie i più indifesi, possono accedere; le “fake news” che si possono ascoltare; le pubblicazioni fantasiose che si possono leggere.

E così accade che i valori morali di un individuo possano essere annullati da elementi esterni deplorevoli, dappertutto e troppo facilmente accessibili attraverso il web.[8]

Ecco perché è necessario che la Chiesa susciti e accompagni processi, pur senza imporre percorsi a persone che sono sempre uniche e libere. E’ comunque difficile offrire ricette precostituite, perché «si tratta di sottoporre gli stessi fattori positivi ad attento discernimento, perché non si isolino l’uno dall’altro e non vengano in contrasto tra loro, assolutizzandosi e combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei fattori negativi: non sono da respingere in blocco e senza distinzioni, perché in ciascuno di essi può nascondersi un qualche valore, che attende di essere liberato e ricondotto alla sua verità piena”.[9]

 

La comunicazione di Papa Francesco.

Papa Francesco è un Papa touch, che ama il contatto diretto, personale, non mediato. I gesti di Francesco parlano da soli e le sue parole sono programmatici di opere. Le parole e i gesti si incontrano e si completano vicendevolmente, e soprattutto hanno un comune denominatore: abitare con speranza il nostro tempo e  favorire la prossimità.

Ecco che “Incontro” è una delle parole più evocative e presenti nella Evangelii gaudium. A partire da questa dimensione necessaria, che caratterizza l’essere umano, Papa Francesco ci indica chiaramente alcune grandi vie per abitare ed interpretare i nostri giorni, un mondo in cui i mass media, soprattutto quelli digitali, sono così massicciamente presenti. Nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali il Papa ci spiega qual è l’immagine del cristiano comunicatore, una immagine da meditare e dalla quale lasciarsi guidare.

Prima di tutto, la comunicazione è una conquista più umana che tecnologica. Internet può facilitare od ostacolare, agevola la connessione, perché azzera le distanze, ma non facilita né la comunione né la prossimità. La rete non ci rende più socievoli, né più isolati. Non può essere dunque un alibi che ci libera da responsabilità che invece sono solo degli uomini.

Poi, bisogna comprendere la comunicazione in termini di prossimità, perché essa non è primariamente una trasmissione di contenuti, ma  è riduzione di distanze. Non sono tanto le strategie, a fare la comunicazione, che nasce dal superamento di ciò che divide, e dal fare crescere ciò che ci accomuna, facendosi reciprocamente dono di sé. Concepire  che la comunicazione sia portatrice di prossimità, e non sia mera trasmissione ha importanti conseguenze anche sull’ annuncio della fede in tutte le sue forme.

Quanto alla credibilità del cristiano che comunica, quando la parola e la vita sono in sintonia profonda e il cuore si ė lasciato toccare e trasformare dall’incontro con l’Altro, egli è certamente autorevole: la sua testimonianza e in grado di portare bellezza in tutti gli ambiti, anche quelli digitali. Infatti il messaggio non scaturisce da noi, che invece ne siamo stati ‘fecondati’; piuttosto è mosso da una bellezza e una gioia grandi che non possiamo tenere per noi: essere cristiani ė condividere. E in questa luce, il web non è un ostacolo, ma un aiuto.

Il fatto, poi, che in rete il corpo non ci sia, non è elemento necessariamente negativo, poiché potrebbe disincarnare le relazioni: Francesco ci assicura che se siamo capaci di accarezzare, siamo capaci anche di ‘carezze digitali’.

E’ un’immagine che viene valorizzata dalle parole di “Evangelii gaudium” : “Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!”. [10]

 

Christus vivit.

Nella Esortazione Apostolica post-sinodale del 2019 il Papa non nasconde la delicatezza del compito “L’immersione nel mondo virtuale ha favorito una sorta di “migrazione digitale”, vale a dire un distanziamento dalla famiglia, dai valori culturali e religiosi, che conduce molte persone verso un mondo di solitudine e di auto-invenzione, fino a sperimentare una mancanza di radici, benché rimangano fisicamente nello stesso luogo. La vita nuova e traboccante dei giovani, che preme e cerca di affermare la propria personalità, affronta oggi una nuova sfida: interagire con un mondo reale e virtuale in cui si addentrano da soli come in un continente sconosciuto. I giovani di oggi sono i primi a operare questa sintesi tra ciò che è personale, ciò che è specifico di una cultura e ciò che è globale. Questo però richiede che riescano a passare dal contatto virtuale a una comunicazione buona e sana”. [11]

 

Laudato Si’.

 

 

Anche nella lettera enciclica “Laudato si’ ” il Papa ribadisce che internet e le reti sociali “sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web e social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”[12].

 

Conclusione: Pastorale digitale 2.0.

Gli auspici di Papa Francesco si concretizzano ora nella esperienza pastorale delle Chiese particolari. Dall’ottobre 2014 è stato istituito per la diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo il Servizio di Pastorale digitale, un team di esperti e di volontari che mette competenze e passione a servizio dell’annuncio del Vangelo.

Nella postfazione al libro “Pastorale digitale 2.0” di Riccardo Petricca, che descrive proprio l’incipit e la ratio di quest’ultima esperienza, il Vescovo diocesano Mons. Gerardo Antonazzo conclude, spiegando accuratamente il senso di una Chiesa che accoglie davvero il dono e la risorsa della rete: “Come Chiesa non immettiamo informazioni in rete per dare semplice “notizia” delle attività della diocesi. Desideriamo, piuttosto tenacemente, “mettere in comunione” la vivacità poliedrica di una Chiesa che si riconosce nelle storie di vita di tutti i volti e i nomi di persone e di comunità che condividono la fede in Gesù Cristo, incarnata nel tessuto culturale e sociale del nostro territorio. Il cammino di ciascuno diventa la crescita di tutti! La Chiesa è comunione perché vive la storia di una grande famiglia. Con la pastorale digitale vogliamo che questa fraternità sia concretamente costruita e vissuta attraverso il “racconto”, diventi sinfonia di anime che si incontrano, volti che si incrociano nel segno della fraternità spirituale, membra attive che si abbracciano per la composizione di un corpo ben  articolato, pietre vive cementate dall’amore per  un grande e  stupendo edificio spirituale” [13].

Giuseppe Basile

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA 

[1] https://www.diocesisora.it/pdigitale/quando-internet-e-un-dono-di-dio/

[2] https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html

[3] CfConcilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spesCittà del Vaticano 1965, 34.

[4] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 6.

[5] Cf. Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, Città del Vaticano 1963, 1.

[6] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in Internet, Città del Vaticano 2002, 7.

[7] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle Comunicazioni sociali, Città del Vaticano 2000, 26.

[8] Cf. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e Violenza nei Mezzi di Comunicazione sociale, Città del Vaticano 1989,7.

[9] S. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale, Pastores dabo vobis , Città del Vaticano 1992, 10.

[10] Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, Città del Vaticano 2013, 87.

[11] Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit , Città del Vaticano 2019., 90.

[12] Francesco, Lettera enciclica Laudato si’ , Città del Vaticano 2015, 106.

[13] Petricca R., Pastorale digitale 2.0. Roma 2015, postfazione.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes,  Città del Vaticano 1965.

Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, Città del Vaticano 1963.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in Internet. Città del Vaticano 2002.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle Comunicazioni sociali,  Città del Vaticano 2000.

Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e Violenza nei Mezzi di Comunicazione sociale,  Città del Vaticano 1989.

Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011.

Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale, Pastores dabo vobis, Città del Vaticano 1992.

Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium,  Città del Vaticano 2013.

Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale, Christus vivit , Città del Vaticano 2019.

Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, Città del Vaticano 2015.

Riccardo Petricca, Pastorale digitale 2.0., Roma 2015.

 

SITOGRAFIA

 

Francesco<https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-

francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html>

Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo <https://www.diocesisora.it/pdigitale/quando-internet-e-un-dono-di-dio/>

 

DIRITTI D’AUTORE

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.

 

 




Le diocesi e le parrocchie…in rete!

Introduzione

In questo articolo si parlerà di un tema particolarmente importante dal punto di vista pastorale: l’uso degli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Per farlo mi piacerebbe farvi conoscere la mia esperienza. Sono diversi anni, che mi occupo della comunicazione digitale della mia diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nello specifico mi occupo della gestione dei profili social della diocesi e della pastorale giovanile diocesana, nonché del sito dedicato proprio alla pastorale giovanile della nostra diocesi, ovvero di tutti quegli spazi che oggi ricadono sotto la definizione di “ambiente digitale”. Prima, però, verrà presentato l’argomento con delle riflessioni legate  proprio agli ambienti digitali, ai vantaggi e ai benefici che la tecnologia e gli strumenti che essa ci fornisce e di come essi possano diventare un supporto utile e valido per permetterci di essere promotori e dispensatori della Parola di Dio e dei suoi insegnamenti.

  1. Un nuovo modo di comunicare, nuove vie per l’evangelizzazione

“Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami”[1]. Credo non ci sia frase migliore per iniziare un articolo sugli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Questo incipit è preso dalla Esortazione Apostolica post sinodale “Christus vivit” di Papa Francesco del 25 marzo 2019. Il Santo Padre, nel corso del suo pontificato dimostra di voler aprirsi alle novità, di non chiudere e confinare la Parola di Cristo all’interno dei soliti confini dati dai tempi antichi.

Va, altresì, specificato che l’interesse della Chiesa per Internet e l’apertura favorevole verso di esso non è una novità del pontificato di Francesco. Già il Concilio Vaticano II, parlando dei nascenti mezzi di comunicazione sociale, li definì «meravigliose invenzioni tecniche»[2]. Andando avanti, Giovanni Paolo II è stato, effettivamente, il primo papa a confrontarsi con il mondo del web. Egli ne ha ben presto intuito le potenzialità tanto da definirlo, in occasione della 34° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «un nuovo forum per proclamare il Vangelo»[3]. Lo stesso, dicasi per Benedetto XVI, il quale sempre all’interno della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la 43esima, dichiarò: «Se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana, la rete di Internet e le nuove tecnologie informatiche rappresentano un vero dono per l’umanità»[4].

Tutte queste autorevoli voci ci permettono di introdurre il discorso relativo agli ambienti digitali e come essi possano essere usati dalla pastorale. In queste poche righe a disposizioni, inoltre, ho scelto di descrivere una situazione reale, la mia, per far vedere da vicino cosa effettivamente una diocesi cerca di fare nell’ambito delle comunicazioni sociali e, perché no, di trovare in quanti leggeranno, dei consigli utili per migliorare.

1.1 Gli ambienti digitali. Un nuovo “spazio” per la pastorale

Prima di entrare nello specifico della mia esperienza all’interno di questo “mondo”, credo sia necessario approfondire il discorso relativo agli ambienti digitali. Cosa sono?

Tecnicamente si definisce un ambiente digitale quello «Spazio immateriale creato attraverso l’uso del linguaggio informatico e reso accessibile da dispositivi elettronici e digitali»[5]. Di fatto, ricadono in questa definizione tutti quegli “spazi” generati da un computer o, più in generale, attraverso linguaggi di programmazione che rendono altamente interattiva e di facile fruizione la vita online.

Questo perenne stato di iper-connessione ci viene, oggi, fornito proprio dai diversi ambienti digitali che frequentiamo, ormai quotidianamente. Siti web e Social Network su tutti, ma anche videogiochi, cinema di animazione, cinema digitale e 3D, il Vr e Ar, tutti luoghi dove è possibile creare contesti di interazione sociale, potenziare le proprie capacità di relazione e di interconnessione. In questi ambienti, infatti, non siamo solo semplici visitatori, non ci accontentiamo solo di ciò che ci viene fornito da quel determinato ambiente o da chi lo gestisce. L’uso delle tecniche di grafica, di app di editing rendono l’utente fruitore e al tempo stesso produttore di questi nuovi ambienti mediali.

Per molto tempo abbiamo inteso Internet come una cosa separata dalla nostra vita. A partire dalla prima rivoluzione digitale, e con la nascita dei primi siti web, sono comparsi i primi ambienti dove poter lasciare la propria impronta. I blog, My space, ecc. permettevano di costruirsi un mondo parallelo, dove metterci in contatto con altre persone. Al tempo stesso, però, la tecnologia, non ancora sviluppata come ai nostri giorni ci costringeva ad avere un tasto di “off”, facendoci tornare alla dimensione reale.

In seguito sono arrivati i Social Network e, ancora per un po’, anche questi hanno rappresentato una dimensione in cui si poteva fare on-off. La svolta epocale è arrivata, però, quando sono incominciati ad arrivare nelle nostre tasche gli smartphone. Con l’avvento di questa tecnologia rivoluzionaria la dimensione reale e quella virtuale hanno iniziato ad intrecciarsi senza soluzione di continuità nella nostra vita. Basti pensare a quante conversazioni iniziano in una dimensione (magari in una chat) e continuano nell’altra (ci incontriamo e si continua la stessa conversazione faccia a faccia) in maniera cosi naturale e sopratutto disinvolta.

In questo intreccio di dimensioni online e offline, emerge, dunque una nuova dimensione quella on-life, in cui la strada, il parco, il centro-commerciale, la parrocchia si sovrappongono e si accostano ad internet, i siti web, i social network, l’e-commerce come se fossero tutti luoghi a cui possiamo accedere. E’ a questo livello che incomincia ad aver senso parlare di “ambiente digitale”. Quando cioè togliamo ad internet quel significato che ha avuto per molto tempo, ovvero quello di essere uno strumento. In realtà, oggi, possiamo dargli un significato nuovo: essere luogo, essere un ambiente.

1.2 Una rete per connetterci

Da sempre impegnato nella vita attiva della mia parrocchia, nel 2016, al rientro dalla Giornata Mondiale dei Giovani, celebrata in quell’anno a Cracovia, mi continuavano a tornare alla mente le Parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’omelia nella Santa messa che concludeva quella GMG:

“Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince”

In quella esperienza ebbi la possibilità di approfondire la conoscenza con il responsabile della pastorale giovanile della mia diocesi, il quale, tra le altre cose, mi disse che era suo desiderio di formare una equipe diocesana che allargasse le possibilità in favore delle realtà giovanili della nostra terra, espandendo i mezzi di comunicazioni e le possibilità di interagire. Al rientro dalla GMG, mi tornava nella mente quella frase, quasi come un mantra: «Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri!» e, nello stesso tempo, mi domandavo: “Posso fare qualcosa anche io per contribuire alla costruzione di un ponte?”.

Terminate le vacanze estive, vidi un annuncio, sul gruppo della Pastorale giovanile diocesana: si cercavano volontari per formare una prima equipe della pastorale giovanile. L’idea, concepita in quel di Cracovia, stava nascendo. Capii subito che era la risposta alla mia domanda, che c’era il bisogno, quanto mai necessario, di creare, un ponte, o se vogliamo utilizzare un termine che si sposa bene che il mondo della tecnologia, una rete, che collegasse i giovani della nostra diocesi. Insomma di creare un ambiente digitale, facilmente fruibile, che permettesse di conoscersi e di frequentarsi. E’ iniziata cosi, quella che chiamo un avventura, con le inevitabili difficoltà chiaramente.

Un impegno del genere, richiede sacrifici, ore davanti ad uno schermo, nottate a scrivere, scadenze da rispettare, ma se è vero che le difficoltà ci sono e ci saranno, sull’altro piatto della bilancia dobbiamo, invece, inserire tutte le soddisfazioni che un compito del genere porta in dote. Il sapere di essere d’aiuto, il riuscire a collegare ragazzi delle diverse realtà e a confluire tutto in un unico spazio dove potersi rapportare, dove potersi confrontare, dove potersi informare e crescere, dove poter fare nuove conoscenze e nuove amicizie, dopotutto non è per questo che è nato il Web?

Chiaramente per arrivare a tutto questo, c’è bisogno di una buona preparazione, bisogna saper usare quelli che sono i potenti mezzi, messi a disposizione della tecnologia. Non è questo lo spazio giusto, ma sappiamo bene quali possono essere le insidie e i pericoli che Internet può generare se usato impropriamente. Un’altra cosa molto importante, è quella di tenere a mente che quando si carica in rete un qualsiasi contenuto, sia esso un testo, una foto o un video, una chat, quel contenuto diventa…online, in rete, di accesso pubblico. Attualmente si parla di una popolazione “data driven”, ovvero “guidata dai dati”, un fiume in piena che noi stessi produciamo. Ecco, quindi, che abbiamo dovuto studiare quelle che sono le norme in merito, penso, ad esempio, al “Testo Unico sulla Privacy” (Codice in materia di protezione dei dati personali, D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196).

     1.2.1 Le caratteristiche del nostro sito web

Tornando alla nostra esperienza, il sito, ad oggi, conta più di cento articoli e un discreto numero di visitatori quotidiani. Nello specifico il sito è stato realizzato con la piattaforma Joomla!, un content management system (CMS) per la realizzazione di siti web.

Esso è dotato di diverse sezioni classiche, come la “Homepage” o “Chi siamo”, che racchiude con una simpatica presentazioni l’intento del nostro sito, la sezione dedicata agli articoli, le risorse in possesso dei nostri visitatori, all’interno delle quali è possibile interagire attraverso la webmail o vedere video, realizzati dal nostro vescovo, come poter consultare documenti pontifici, una sezione dedicata alla fotogallery della pastorale giovanile diocesana, ed infine una sezione dedicate alle gmg. Oltre questo un collegamento con il sito web della pastorale giovanile italiana, permette ai nostri visitatori di restare aggiornati sulle iniziative proposte a livello nazionale.

Per scrivere un articolo, la piattaforma Joomla!, fornisce strumenti molto simili a wordpress.com.

  1. I canali social, strumento per restare al passo con i tempi

Oltre al sito, chiaramente, un altro ambiente digitale per stabilire questa rete di contatti è rappresentato dal mondo dei social network. Con i social network ci divertiamo, costruiamo legami ed amicizie, riceviamo notizie dal mondo e possiamo usarli addirittura per studiare e lavorare. E se questo, ormai, è vero per gran parte della popolazione mondiale, a maggior ragione vale per i giovani, che vedono questi social come una sorta di “piazza elettronica” dove potersi incontrare. Negli ultimi anni, il fenomeno social è cresciuto velocemente ed in maniera esponenziale che la generazione dei ragazzi di oggi è considerata la “Generazione social” o “Generazione 2.0”. Il loro maggior successo risiede, sicuramente:

  • nella velocità con cui si riescono a coprire elevate distanze in pochissime frazioni di secondo.
  • rappresenta un tipo di comunicazione globale, che permette di dialogare anche con persone che si trovano in continenti diversi dal nostro.
  • I social sono mezzi “comodi”, accessibili a chiunque ed in pochi click. Basta un indirizzo email ed una password e sei subito connesso con la realtà virtuale. Grazie ai social network puoi curare i tuoi rapporti interpersonali, non solo restando in contatto con chi già conosci ma anche facendo nuove amicizie e conoscenze.

Sono proprio questi tre fattori, o se vogliamo vantaggi (la comunicazione globale, facile accessibilità, e la velocità), che ci hanno spinto a non limitare il nostro impegno alla sola cura del sito della pastorale giovanile. Infatti, il limite del sito web è proprio la mancanza di interazione, il rapporto che non si instaura. Ad oggi abbiamo un canale sulle maggiori piattaforme social: Facebook, Instagram, Whatsapp e Youtube, Twitter. In questi canali è possibile ricevere notizie, appuntamenti e inviti agli eventi organizzati, si trovano video e foto degli eventi, in più c’è la possibilità di interagire, di confrontarsi, di conoscere, di stringere nuove amicizie. Attraverso essi è più facile avere un feedback in tempo reale. Mi viene in mente l’utilizzo dei qr code che aprono una sezione commenti dove poter rivolgere domande  e riflessioni personali, senza magari “l’ansia da microfono”.

Possiamo, dunque, concludere questo paragrafo, ribadendo che questi canali social, se usati nella maniera corretta, quella sostanzialmente per la quale sono stati creati, ci permettono di avvicinare quella fascia d’età, da sempre restia alla Chiesa, etichettata come vecchia, superata, fuori moda, costruendo un legame che nasce proprio da un ambiente che è il loro “habitat” preferito per poi proseguire nel mondo reale.

  1. La comunicazione digitale in tempo di Pandemia

Un ultimo paragrafo lo voglio dedicare alla situazione che, tuttora, stiamo vivendo. Infatti, specialmente nel primo lockdown, dovuto alla Pandemia da Coronavirus, l’unica possibilità di tenersi in contatto erano fornite proprio dai diversi ambienti digitali:

  • i sistemi di messaggistica (Whatsapp, Wechat, Telegram)
  • i canali social (Facebook, Instagram, Twitter)
  • piattaforme VoIP (Skype, Google Meet, Zoom)

Questi ambienti, poi sono diventati imprescindibili, anche per poter lavorare, a scuola, per gestire la pandemia. Allo stesso tempo le parrocchie e gli oratori, ma in generale la Chiesa si sono scoperti più social. La Pandemia, che aveva interdetto l’accesso alle celebrazioni eucaristiche come anche a qualsiasi altra attività parrocchiale o oratoriale, ha costretto la Chiesa ad approfondire o, in alcuni casi, a scoprire questi canali di comunicazione, di rapporto alternativi proprio per evitare che le pecore, senza la guida del pastore, e impaurite da ciò che passava sotto i loro occhi, potessero smarrirsi completamente. Ed ecco che abbiamo assistito alle Sante Messe da seguire in tv o in streaming, incontri di catechesi o di formazione online e tutto ciò che poteva essere utile per andare avanti insieme, seppur a distanza.

Come Unità Pastorale abbiamo cercato fin da subito di creare una rete con tutte le persone della nostra parrocchia lanciando un hastag (#ViciniPurSeLontani), e con la creazione, in soli due giorni, di un canale Youtube: Il Catechista 3.0, che vanta anche una pagina Facebook. Il canale, ad oggi, conta oltre i 100 video realizzati e si è rivelato essere un ottimo strumento per farci stare “vicini pur se lontani”. Il primo video realizzato fu una via crucis online, animate dai disegni dei bambini e dalla voce dei ragazzi.

Il video di questa Via Crucis è disponibili qui:

3.1 Le rubriche del Catechista 3.0

Da quel giorno, poi abbiamo avuto una scaletta fissa: Il sabato, il Rosario online con i disegni dei nostri bambini, la Domenica, la Santa Messa in diretta streaming, il lunedì e il mercoledì ci davano la buonanotte le preghiere dei bambini più piccoli. Nei restanti giorni, una rubrica dedicata a diverse tematiche: il martedì spazio all’arte sacra del nostro paese, con studi dedicati alla storia e alla struttura delle chiese cittadine, dei quadri e delle statue dal prezioso valore artistico; il giovedì era il turno della rubrica sulla Bibbia dal titolo “Divertiamoci con la Bibbia”, una maniera simpatica per approfondire i testi e i racconti presenti nel nostro Testo Sacro; il venerdì spazio alla creatività, con la nostra home artist che ogni settimana ci inviava video tutorial per realizzare oggetti carini con ciò che avevamo in casa, per chiudere con un’altra rubrica, di sabato, dedicata agli argomenti di catechismo.

Qui alcuni video:

Conclusione

La conclusione che emerge, basandoci anche su questa esperienza concreta, sta nel sottolineare come questi ambienti digitali, siano un elemento imprescindibile per la Chiesa per restare al passo con i tempi. La rete di comunicazioni, di interazioni, di socialità che essa crea deve essere considerata un sostegno fondamentale per quella prima rete voluta da Cristo. Il mondo social può e deve essere quel mattone che contribuisce alla realizzazione del famoso ponte che genera un mondo più social…e

Andrea Pesillici

Note:

[1] https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34

[2] Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2

[3] https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx

[4] https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/ambiente-digitale_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/#:~:text=%E2%80%93%20Spazio%20immateriale%20creato%20attraverso%20l,sul%20piano%20visivo%20e%20sonoro.

Sitografia:

  • Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica (22 feb. 2002), n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2;
  • Francesco, Esort, Ap. Christus vivit (25 mar. 2019) in https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34;
  • Marco Sanavio, “Wojtila, primo pontefice “digitale”” in https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx;
  • “Il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali: Internet è un dono per l’umanità, sia messo al servizio dei più bisognosi” in https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html




Trasmettere messaggi o comunicare?

Qualsiasi tipo di media, non solo digitali, hanno portato delle innovazioni all’interno della società. Pensiamo ad esempio alla scrittura, oppure alla stampa. A volte tutto questo ha minato anche l’autorità della Chiesa stessa.

I media nascono essenzialmente per risolvere un problema per l’uomo, ma nell’utilizzo cambiano il modo di vedere le cose, è come se ci si abituasse all’utilizzo di alcuni strumenti. Nessuno può sentirsi escluso da questi cambiamenti, nessuno può rimanerne fuori, in quanto tutta la nostra società oggi, è ormai digitale.

C’è una sostanziale differenza però, tra la trasmissione dei messaggi, e il comunicare con i media.

Noi vogliamo comunicare qualcosa che non è saltuario, ma è una linea di comunicazione ininterrotta, per questo possiamo parlare di una teologia della comunicazione, una comunicazione tra uomo e Dio.

È importante precisare ai nostri giorni, che il luogo dell’evento cristiano non è affatto identificato nella natura, ma è la storia. L’evento cristiano è la manifestazione di Cristo, l’evento storico di Cristo. Gesù ci trasmette in maniera completa il mistero di Dio. Il modello da capire è quello di Gesù che comunica Dio.

Solo di fronte ad un altro, io posso avere una relazione, una comunicazione, quando all’altro riconosco una dignità tale da poter comunicare con lui.

Gesù ci trasmette, con il linguaggio e la cultura del tempo, tutto ciò che ha visto e udito dal Padre, è il modello perfetto, per noi, di comunicatore.

Con il tempo dobbiamo aggiornare e modificare il modo di comunicare l’evento cristiano, in un continuo progresso. La teologia della comunicazione si fonda sull’evento cristiano e alla base c’è sempre una relazione. Il comunicare cristiano non è legato prettamente al digitale, solo perché siamo nella cultura digitale.

Per poter fare questo però, bisogna prima comprendere come i media modificano e trasformano le relazioni nel quotidiano di ogni persona.

La pastorale digitale non nasce con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la teologia della comunicazione è lo strumento per progettare una pastorale digitale. Sarà una pastorale “nel” digitale, in quanto il digitale è una cultura totalmente nuova.

I nostri apparecchi di per sé non sono in grado di fare nulla, ma hanno bisogno di un software. Parliamo di un software invisibile che governa il mondo e fa accadere eventi, come sembra volerci dire Papa Francesco nella Laudato si.

Spesso siamo esclusi dalle comunicazioni tra software, come ad esempio il telepass o la cassa al supermercato. Noi stiamo all’interno di una sfera costruita dal digitale, che fa da interfaccia tra noi e la natura stessa. Il digitale sta scrivendo una nuova natura, mediata dal digitale stesso, il nostro ambiente è mediato dal digitale. La nostra percezione del mondo, è ormai attraverso il digitale.

La preoccupazione è che la visione che ci dà della natura, è elaborata, è un qualcosa che non esiste al di fuori del digitale, un esempio concreto di tutto questo potrebbe essere l’ABS delle nostre auto, il quale ci avvisa con un tremore perché non avremmo altrimenti la percezione di ciò che sta accadendo.

Siamo passati da un periodo di storia nel quale noi descrivevamo il mondo intorno a noi, ad un periodo dove noi creiamo la natura intorno a noi. Cerchiamo di adattare il mondo intorno a noi, al digitale, troviamo il chiaro esempio nell’adattare gli ambienti domestici per agevolare il passaggio del robot incaricato delle pulizie.

Noi chiamiamo la Sacra Scrittura Parola, e questo denota un forte simbolismo, ma d’altra parte denota anche una forte contraddizione. Leggere la Bibbia è un’impresa faticosa, serve specializzazione e studio, è una Parola creatrice, ma dopo averla letta non siamo in grado di creare nulla. Tutti sono pronti a lamentarsi di Dio quando accade qualcosa. La scienza descrive la natura e poi cerca di ri-crearla. Come potremmo leggere la Bibbia e non capire nulla, così può accadere anche con i software e i programmi. Posso comprendere il software eseguendolo, cosi come posso capire Dio dagli eventi. Se leggo il software non eseguo, cosi che se leggo la Bibbia non vedo Dio. Capiamo che stiamo trasferendo apparati linguistici della teologia alla tecnologia.

In teodicea Dio era il responsabile del mondo, mentre oggi la scienza sposta la responsabilità del mondo all’uomo. Tale scienza ci fornisce gli strumenti di dominio per il mondo, lasciando da parte Dio. Con il digitale ci stiamo facendo aiutare a costruire il mondo, cosi da passare la responsabilità dall’uomo alle macchine.

 

La questione dei big data

 

Big data: sono una serie di tecnologie legate ad una grandissima quantità di dati. Parliamo di big data dall’unita dei terabyte a salire. Ci si pone oggi davanti a tale questione, in quanto abbiamo la possibilità di memorizzare così tanti dati in uno spazio piccolissimo.

Questi dati hanno anche un grande valore economico, in quanto essi nascono in ambito commerciale.  Tutti questi dati sono generati da noi, in quanto persone che utilizzano una rete, ad esempio i nostri smartphone, ne sono grandissimi produttori. Come detto in apertura, c’è un fenomeno evidente detto di convergenza, che cioè tale strumento vada a sostituire moltissimi oggetti di uso comune. Tale fenomeno favorisce di gran lunga la raccolta di questi dati in quanto le tecnologie ai nostri giorni, tendono a convergere.

Per dare qualche prospettiva, pensiamo che ogni essere umano nel 2020 ha creato 1,7 megabyte di dati al secondo, e il 90% dei dati che abbiamo a disposizione, sono stati generati solo negli ultimi due anni.

Altra sfida che ci porta il big data è la cancellazione del vero, dal verosimile. Più dati ho e meno ho la possibilità di sbagliare. Il problema di avere molti dati, è quello di elaborarli. Io debbo rinunciare ad indagare i dati per ottenere la verità delle cause delle cose, accontentandomi di una grande approssimazione e correlazione. Rinuncio cioè ad un problema che mi potrebbe impiegare diversi anni, per accontentarmi di una approssimazione di calcolo correlativo che mi dà il verosimile e non il vero.

Ci accontentiamo perché nella stragrande maggioranza dei casi funziona.

 

Pastorale della cultura digitale

 

In tutto questo è possibile una pastorale della cultura digitale? Dio non è nella natura, se la cultura digitale nasce dalla riscrittura della natura, allora non intacca Dio. Dio rimane una domanda inalienabile nella vita dell’uomo, la stessa domanda sull’esistenza di Dio è ancora oggi lecita e questa è la prima cosa che la pastorale digitale dovrebbe tener di conto.

Quando ci accontentiamo di spiegazioni semplici, da catechismo di prima comunione, la risposta scientifica ci mette in crisi perché non andiamo ad accettare la sfida che ci consentirebbe di spostare il discorso dalla natura per riportarlo a Dio. Non abbiamo mai accettato la sfida di domande sul senso.

Un Dio che non è affatto nella natura, ma nella storia, e la storia la fanno gli uomini, è lì che avviene l’incontro con Dio, e non c’è digitale che tenga. Dio è al di sopra delle capacità del digitale nel condizionare la nostra vita.

Il digitale per sua natura dà risposte e non pone domande, ma le domande che sono in noi non trovano affatto risposta nel digitale. Ci vuole il coraggio di porre domande scomode e non di abbracciare la via semplice di dare risposte pre-condizionate che possiamo ricavare da tutti i media.

C’è bisogno quindi di giuste domande, le quali vadano a toccare il cuore dell’uomo. Serve una pastorale progettata sul cuore e sulla comprensione dell’uomo, per trasmettere il messaggio cristiano.

La Bibbia parla del digitale! Il cardinale Carlo Maria Martini, per esempio, trattando il tema dell’emorroissa del Vangelo, dice che questo episodio ci parla del mondo tecnologico: <<E’ così che la mia immaginazione è stata attratta da questa pagina evangelica. Leggo infatti in essa tre realtà che caratterizzano la nostra civiltà, tanto condizionata dai mass media: la massa, la persona e la comunicazione>>. Egli paragona la massa, alla folla anonima che si accalca intorno a Gesù, la persona, all’emorroissa la quale emerge dalla massa e la comunicazione, alla forza risanatrice di Gesù verso la donna.

Altro esempio, è Papa Benedetto XVI, che già con il solo titolo del messaggio per la XLIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: ‹‹Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola››, ricorda che il compito primario del sacerdote – e di tutti i battezzati – non può che essere quello di annunciare il Vangelo: la Persona di Gesù Cristo. Si definisce che, nella Chiesa, l’azione comunicativa è un servizio alla Parola e della Parola.

Concludiamo la nostra breve riflessione, facendoci accompagnare dai numeri 31 e 32 del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Comunicazione e missione, della Conferenza Episcopale Italiana, lasciandoci deliziare e provocare da questa citazione: <<La storia della salvezza narra la comunicazione di Dio all’uomo. Dio crea e la sua attività creatrice si esprime come parola, comunicazione che plasma e dà vita. Sin dall’inizio Dio pone nell’universo e nell’uomo un desiderio, un’aspirazione, un dinamismo ascendente, che risponde al movimento discendente della sua apertura amorosa e misericordiosa. Ponendo il mondo e l’uomo come “altro da sé”, Dio istituisce la possibilità di un autentico dialogo tra il creatore e la creatura che ha il suo culmine nell’incarnazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dio realizza qui un salto di qualità comunicativa: nel suo Figlio, Gesù di Nazareth, non dialoga tramite il suo invisibile annunciarsi nella tenda del convegno o nel tempio dell’antica alleanza, ma con la presenza personale del suo Verbo eterno, il Figlio amato, che bisogna ascoltare e seguire (Mc 9,6-7). La comunicazione realizzata nel Verbo incarnato è immediata, unica e singolare, perfetta e assoluta. Cristo si rivela come autocomunicazione dell’amore di Dio per gli uomini, ricapitolando tutto in sé per il Padre, rompendo le catene dell’incomunicabilità umana e orientandola verso un futuro di piena comunione. L’uomo Gesù è la comunicazione per eccellenza di Dio ad ogni uomo, come Figlio del Padre egli è l’icona umana di Dio (Col 1,15), la sua Parola. Se Gesù parla agli uomini, è il Padre stesso a parlare. Poiché Gesù è il Figlio – e non uno dei tanti mediatori possibili tra il divino e l’umano – egli riceve tutto dal Padre e vive per il Padre di cui liberamente fa la volontà compiendo la sua opera: «Il Figlio da sé non può fare nulla  se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19). Affidato radicalmente al Padre, caratterizza la sua missione tra gli uomini come un invito a ritrovare il Padre, a riscoprirlo nella verità beatificante del suo volto, a bramarlo dal profondo del cuore>>.

 

Maurizio Baldi

 

SITOGRAFIA

 

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/index_it.htm

https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

https://www.intelligenzaartificiale.it/big-data/

https://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-maria-martini/

https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/c-m-martini/cm-lettere-pastorali/1991

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20100124_44th-world-communications-day.html

https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/comunicazione-e-missione-direttorio-sulle-comunicazioni-sociali-nella-missione-della-chiesa-pdf/

 




Il cristiano Cattolico presente nei social media

Chiamati ad essere presente in questa realtà

Ormai siamo immersi nel mondo dei social media, siamo invitati ad utilizzare questi mezzi per evangelizzare, non possiamo fare finta di questa realtà e dobbiamo trarre il meglio di questa tecnologia per comunicare la gioia del Vangelo e accettare il mandato di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).  Questo Vangelo è un incontro personale con Cristo come lo ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangeli Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. (Evangeli Gaudium 3).

Il vaticano II, con il decreto su gli strumenti di comunicazione sociale, invitava il popolo di Dio al retto uso dei mezzi di comunicazione: “La Chiesa Cattolica giudica suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale, nonché indirizzare gli uomini al retto uso degli stessi”(I.M 3). Gli ultimi successori di Pietro: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e in modo speciale papa Francesco ci danno l’esempio di non avere paura davanti a questa era digitale.

 

 

 

 

Il messaggio ha sempre passato con gli strumenti del suo contesto

Fin dai primi tempi i cristiani, hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione nel loro contesto per annunciare il messaggio evangelico. La chiesa ha sempre tenuto a cuore il mandato di Gesù e è andata al di là delle barriere della geografia, portando la Buona Notizia con gli strumenti a sua disposizione, la storia ci ha lacciato traccia.

Viaggi missionari per la predicazione

Lettere alle comunità 

Libri

 

Teatro

immagini

Tutti questi modi hanno contribuito all’impegno dei cristiani nell’annuncio del Vangelo fino ad arrivare  all’epoca moderna, dove ci confrontiamo  ai nuovi strumenti di comunicazione che si presentano come un’opportunità per continuare ad annunciare la gioia del Vangelo. Come ci lo ricorda il Concilio Vaticano II, “Questi mezzi utilizzati correttamente, potranno essere di grande aiuto per continuare la nostra missione di discepoli missionari di Cristo”.

 

L’uso d’internet ha qualcosa a vedere con noi

La Lumen Gentium ci ricorda che “Ad ogni discepolo di Cristo incombe  il dovere di seminare per quanto gli compete la fede”. (L.G 17).  Questo dovere possiamo compierlo  nella semplicità della nostra vita. oggi tutti noi, almeno abbiamo uno smartphone, vediamo come ogni sorta d’informazione circola nei social media, perché non potere anche nella nostra quotidianità comunicare la nostra fede?

Come leggiamo nell’ Evangeli Gaudium: “È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: «Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”

A questo proposito è molto interessante vedere alcuni laici, sacerdoti, religiose che piano piano si hanno lasciato sedurre dell’invito di papa quando ci parla di “USCIRE” nell’ esortazione:  “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. (Evangeli Gaudium 24).

 

 

Quando farlo?

Il momento è adesso, la missione è perenne, il messaggio è costante, non bisogna aspettare una chiamata. questo è il campo che ci sta davanti, e questo ci richiama alla necessità di essere evangelizzatori. Ogni cristiano è portatore di questa gioia ed invitato a testimoniare una vita che irradia amore.

Papa Francesco invita i giovani nell’esortazione  post sinodale  “Christus vivit” «L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di “usare” strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico… Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami, e «sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso, in particolare in alcune regioni del mondo. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza. Inoltre, quello digitale è un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva, e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. In molti Paesi web social network rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali».

 

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

Ecco le parole che direbbe Gesù in quest’oggi a noi cristiani davanti alla sfida dei social media: Andate dunque, non avete paura. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

 

 

Bibliografia

CONC. ECUM. VAT. II, Dec. Inter merifica, 3.

CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Dogm. Sulla Chiesa Lumen Gentium“, 17.

Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 24.

Esort. Ap. Christus vivit (25 marzo 2019), 86.

Raul Herrera Franco

 




PRETI IN CLERGYPHONE

Per relazioni digitali generative

 

INTRODUZIONE

 

Il digitale rappresenta senz’altro una straordinaria opportunità per l’uomo, e per il prete. Difatti, apre un ventaglio di possibilità che, però, occorre saper utilizzare bene nella pastorale. In quest’era di rivoluzione digitale, la tecnologia è divenuta un luogo da abitare, uno spazio in cui si intrecciano idee, volti, parole, opinioni, iniziative, emozioni, processi relazionali.

Il video del sacerdote youtuber don Alberto Ravagnani è uno dei tanti bei testimoni di «prete in clergyphone»[1].

 

https://youtu.be/NgU-XEJWYOg

 

Don Alberto Ravagnani – come tanti altri sacerdoti della sua generazione – usa i mass media, in particolare i social media, per raccontarsi, per dare la propria testimonianza. «La Chiesa è sempre stata presente laddove ci sono le persone. Gli spazi offerti dalla tv o dal web si aggiungono a quelli fisici. Gli uni non sostituiscono gli altri. Si è capito bene durante il recente lockdown quando i sacerdoti hanno aperto dei profili social perché dovevano tener chiuse, necessariamente, le chiese»[2].

 

Il prete influencer

 

Pastorale nell’onlife

Il presente articolo vuole offrire degli spunti per vivere relazioni digitali generative, che attuino una pastorale integrata nell’onlife. Il virtuale è molto più reale di quel che ci rendiamo conto. La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno[3].

Difatti, ci sono connessioni e scambio di informazioni tra persone online, ma questo ha effetti sul mondo reale. Per questo è stato coniato il termine dell’onlife. Addirittura relazioni tra oggetti come un televisore, un’auto, un sensore stradale, un satellite… Per la prima volta, anziché creare delle macchine che si interfacciano con il mondo, stiamo modificando il mondo in modo che si possa interfacciare con le macchine!

Questo a riprova che pur essendo l’onlife immateriale, esso ha una cogenza concreta nella strutturazione della realtà, una cogenza sempre più significativa.

 

Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale

https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/

 

Ricordiamoci, tuttavia, che l’impegno nella comunicazione consiste nella chiarezza missionaria con cui si annuncia Chi abbiamo incontrato e che lo facciamo con gioia. «La nuova evangelizzazione si propone in questi contesti non come un dovere, un peso ulteriore da portare, ma come quel farmaco capace di ridare gioia e vita»[4].

 

Responsabili delle relazioni

Il sacerdote più che mai deve rispondere a questo rapido mutamento del mondo ripensandosi per rispondere adeguatamente all’umanità. Questo non significa snaturarsi, al contrario è il rimanere fedele alla sua missione di annunciare Cristo lì dove è presente l’uomo e la donna, nel qui ed ora.

 

Da qui il suo situarsi e progettarsi nel mondo, e nel mondo dell’onlife, come prete in clergyphone, ovvero con l’abito che lo veste, il clergyman integrato con lo smartphone. Il neologismo è stato ripreso dal libro del sacerdote della Diocesi di Concordia-Pordenone, nel Friuli, Giacomo Ruggeri. Nel suo testo «Prete in clergyphone» egli intraprende un discernimento e una formazione sacerdotale nelle relazioni digitali per il seminarista, il prete, il vescovo, il religioso che ha in tasca lo smartphone, mezzo che utilizza per pensare e decidere, pregare e celebrare, relazionarsi e incontrarsi, vivere e morire. L’uso di questo strumento, diventato non solo utilissimo, ma perfino necessario, comporta una nuova capacità di discernere che varca la soglia dell’avere o no il profilo social network[5].

 

Annunciare Cristo nei social

 

DAI NATIVI DIGITALI AI DIGITALI DISCERNENTI

 

«È finito, perciò il tempo di riflettere sul futuro della Chiesa, è tempo di mettere mano alla Chiesa del futuro»[6]. La Chiesa tutta, e i pastori in primis, deve prendere atto di una conversione paradigmatica, ovvero passare da una Chiesa che, tramite i suoi riti e le sue promesse, dà luce alla vita degli adulti ad una Chiesa che dà alla luce gli adulti che oggi servono grazie all’incontro con Cristo[7].

 

La missione del prete in rete

Con questa provocazione ci addentriamo al compito, alla missione, al ministero del prete in clergyphone. Certamente è un nativo digitale, cioè «è abituato fin da giovane o giovanissimo a utilizzare le tecnologie digitali, essendo nato nell’era della rete e di internet»[8].

 

Il nativo digitale

 

Conosce questa realtà, ne è immerso. La maneggia quasi in modo spontaneo, come se fosse connaturato in essa. Ed è qui che si inserisce la nostra riflessione. L’atto meccanico deve poter essere discreto, frutto di discernimento. Altrimenti, ci si lascia trascinare dalla corrente della rete senza capire l’indirizzo, il dove essa ci ha condotto.

 

Paradossalmente, per creare uno strumento digitale di relazioni egli perde ogni connessione reale con i suoi soci, dimostrando che l’inclusione digitale non significa necessariamente avere relazioni autentiche: siamo connessi, ma non necessariamente nel senso originale della parola, ovvero amici.

Però anche quando le relazioni sono autentiche, quando i contatti di Facebook sono persone che effettivamente desiderano avere un rapporto di amicizia e relazioni consistenti, possono essere sufficienti al bisogno di cura che l’essere umano porta con sé?[9]

 

«Amici» di Facebook

 

L’agire ecclesiale

Proprio perché l’uomo e la donna di oggi si sentono profondamente a casa nella socialità digitalizzata, il prete può fare la differenza, può essere presenza dell’agire ecclesiale. Questo suo mettersi in rete è motivato dalla constatazione che «dove c’è la persona, lì vi è un’esistenza in relazione, in interazione, sempre e comunque»[10]. A questo soggiace la base teologica dell’incarnazione che non è stato solo l’evento mirabile di 2000 anni fa, ma è proprio lo stile dell’agire stesso di Dio[11].

 

Profilo «incarnato» di Gesù

 

Col cuore di Cristo

In questo il sacerdote, in quanto pastore col cuore di Cristo, può affiancarsi alle persone, aiutandoli e accompagnandoli nell’esercitare il discernimento nel digitale. Questo ministero è «il servizio della consapevolezza profonda, quell’invito ad aprire gli occhi nel flusso delle connessioni digitali su ciò che scrivo, nella foto che posto, nel commento che lascio, nel profilo che apro perché imparo a decifrare, riconoscere, distinguere, capire, riflettere, accettare, accogliere, scegliere, decidere e agire con digitale intelligenza»[12].

 

Chiamati all’amicizia

 

Il prete, proprio perché ha intenzione di promuovere un processo di relazione digitale generative, non fa le cose da solo; «dovrebbe accogliere con gratitudine e addirittura cercare e promuovere questa fraterna chiarezza dei collaboratori»[13].

 

Con quale stile, dunque, il prete è chiamato ad abitare il digitale? Con il ministero di servizio che è quello del cuore di Cristo. Difatti, l’identità del presbitero, come quella di ogni cristiano, deriva dalla relazione con Gesù. È un’identità donata da riattingere sempre nel rapporto con Chi l’ha concessa. È proprio perché il prete è il rappresentante di Gesù che da Lui apprende la modalità di essere, ed è sempre Gesù che porta senso e traccia la via di azione.

 

PUNTI DI DEONTOLOGIA DIGITALE SACERDOTALE

 

Prima di affrontare lo stile delineato precedentemente, si rende necessario ribadire che il sacerdote agisce nella persona della Chiesa ed è nella Chiesa che ritrova continuamente «una identità da rimodellare nell’incontro con Colui che ha fatto percepire originariamente di aver trovato grazia ai suoi occhi»[14].

 

Per esercitare come sacerdote lo stile di consapevolezza e di discernimento nelle relazioni social network.

 

1) Tutti i mezzi di comunicazione sono beni dati in dono e per questo ne implicano una conoscenza matura e responsabile.

 

2) Vi è una relazione reciproca tra l’essere umano e il mondo digitale, dunque una circolarità costante nella vita del sacerdote espressa nell’onlife.

 

3) Il sacerdote deve saper cercare e trovare Dio nei luoghi e nelle persone, dunque anche nelle dinamiche digitali.

 

4) Tre verbi indicano quella cura pastorale che regola la relazione nei social network: avvertire, sentire, nominare. La non cura – espressa in superficialità e in prudenza – può costargli caro.

 

5) La presenza del sacerdote nel digitale è già comunicazione della sua identità prima ancora che delle sue azioni, come commenti, inserimenti di foto o video, post.

 

Nello stare on-life si annuncia quanto ci è a cuore il Vangelo

 

6) L’apertura di profili social deve essere preceduta da motivazioni oneste da verificare e ridimensionare nel corso del tempo.

 

7) Essere consapevoli delle molte dipendenze inconsce che la rete digitale può ingenerare e dunque influire sul proprio mandato missionario.

 

8) L’essere sacerdote in rete implica una responsabilità e una esposizione maggiore. Occorre prudenza affinché le proprie azioni non si trasformino in tragedia.

 

9) Importante è l’amicizia e la confidenza col proprio presbiterio che non solo può ascoltare le problematiche sorte in rete, ancor più può aiutare a risolvere le questioni sorte nelle dinamiche digitali.

 

10) Il sacerdote può cogliere questo ambito digitale come grazia per coltivare l’appartenenza ecclesiale della sua esistenza a servizio del regno di Dio[15].

 

CONCLUSIONE

 

In conclusione, possiamo affermare che è positivo il fatto che la Chiesa, attraverso i pastori, sia presente nell’ambito dei social e nella rete internet in generale. Tuttavia, «ci si dimentica troppo spesso che in primo luogo la testimonianza non è relegata solamente nell’ambito del “fare”, ma soprattutto che essa, alla sua origine e a livello esteriore, si pone come un “dire”»[16].

 

Siamo veicoli che portano alla luce il potenziale nascosto

 

Per questo motivo occorre non solo una maggiore attenzione a ciò che si pubblica ma anche una sorta di professionalismo che permette un ministero della cura che genera realmente relazioni. In questo dinamismo è importante tra i presbiteri e al contempo con i laici comunicarsi le proprie esperienze, dialogare. In fondo,

per essere agenti di mutamento essi debbono essere contemplativi nel cuore, capaci di sentire la Parola di Dio in mezzo al pianto dei bambini, scorgendone il Volto oltre il velame sudicio della miseria. […]

In questa prospettiva il ministro diventa un catalizzatore cioè una persona in grado di portare alla luce il potenziale nascosto della comunità, avviandola ad una azione sociale creativa[17].

 

Ecco allora l’identità e la missione dei preti in clergyphone che abitano il digitale per relazioni generative volte ad essere fedeli al mandato di Cristo nella Chiesa.

 

Davide Lai

studente del II anno Filosofia,

Istituto Teologico Leoniano di Anagni

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

capp.               capitoli

Cf.                   Confronta

ed.                  editor (= a cura di)

Ibid.                Ibidem (=in quello stesso luogo)

vol.                  volume

WeCa              Web Cattolici

 

BIBLIOGRAFIA

 

Armando Matteo, Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020.

Giacomo Canobbio, Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020.

Giacomo Ruggeri, Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

Gianfranco Poli – Marco Cardinali, La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998.

Giorgio Agagliati, Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018.

Henri Jozef Machiel Nouwen, Ministero creativo, Brescia 2008.

Luca Peyron, Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011.

 

SITOGRAFIA

 

Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: < https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>.

Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>.

Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>.

WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>.

 

Diritti d’autore per immagini e video

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

 

[1] Cf. Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: <https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[2] Cf. Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[3] Cf. WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[4] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 99.

[5] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

[6] Matteo, A., Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020, 12.

[7] Ibid.

[8] Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[9] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

[10] Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 93.

[11] Cf. Ibid., 94.

[12] Ibid., 95.

[13] Agagliati, G., Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018, 149.

[14] Canobbio, G., Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020, 81.

[15] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 143-144.

[16] Poli, G. F. – Cardinali, M., La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998, 89.

[17] Nouwen, H. J. M., Ministero creativo, Brescia 2008, 95.




RICONOSCERE – ASCOLTARE

RICONOSCERE – ASCOLTARE

NEL CAMMINO SINODALE SULLA PASTORALE DIGITALE

 

Sotto il pontificato di Papa Francesco, c’è un nuovo impulso missionario della Chiesa con i nuovi mezzi di comunicazione. Infatti, riconoscere la pastorale con i social o ciò che chiamiamo pastorale digitale permette di assumere questa nuova dimensione missionaria della Chiesa nel suo modo di essere in mezzo al mondo soprattutto nello svolgimento della sinodalità ecclesiale.

Compito di Riconoscere-Ascoltare la Pastorale digitale ai studenti

Noi, studenti della Pontificia Università Urbaniana che seguiamo il corso “Alfabetizzazione per il mondo web Isotto la guida dei nostri docenti (Prof. Riccardo Petricca, e un esperto esterno di Pastorale digitale: Dott. Fortunato Ammendolia (COP) vogliamo riconoscere – ascoltare opinioni sull’utilità della pastorale digitale in questo contesto sinodale della Chiesa. 

Far conoscere e riconoscere la visione di insieme di un tale progetto della sinodalità ecclesiale fa parte delle nostre preoccupazioni. Quindi che sono le sfide da riconoscere di fronte alla pastorale digitale o la pastorale con i social? Possiamo riconoscere che la pastorale digitale sia utile oggi alla Chiesa in cammino sulle orme della sinodalità?

 

1. Riconoscere alla pastorale digitale alcune sfide

Esistono tante sfide che riguardano la pastorale digitale, ma noi ci fermeremo soltanto su alcune sfide, ritenute fondamentali.

riconoscere - ascoltare per coinvolgere la persona

1.1 Negazione o paura della pastorale con i social?

Questa visione un po’ rigida considera che non si può usare questi nuovi mezzi di comunicazione a causa della sacralità dei misteri della fede. Negazione pura o paura della novità sono da riconoscere in quest’atteggiamento. Ma la pastorale digitale non sarebbe come riconoscere piuttosto questa novità evangelizzatrice?

“La paura non ti fa usare bene i social network”,
Papa Francesco, Messaggio per la XXXIII Giornata mondiale della Gioventù

 

1.2 Dell’uso ignorante dei social

Alcune sfide della pastorale digitaleLa digitalizzazione di tutte le attività umane è una meraviglia per tutti oggi. Ma quando la si fa senza sapere come gestire bene questi mezzi, c’è anche il pericolo che i dati che si pubblica possano essere facilmente modificati da un hacker, e quindi non saranno più affidabili. Perché il contenuto della pastorale è molto sensibile, bisogna avere una certa preparazione e prestare molta attenzione ai dati pubblicati sui social.

 

2. Riconoscere la pastorale digitale come apertura della Chiesa sul mondo

La missione oggi richiede una capacità di comunicare, condividere e testimoniare la fede. Ma proprio nell’ambito della sinodalità, tutto va interpretato. Quindi è da riconoscere che la pastorale digitale è un mezzo imprescindibile per far ascoltare e vivere la Parola di Dio a tutti che dispongono di questi mezzi. Perché la pastorale digitale copre una vasta area e quindi molte persone, il messaggio non può essere limitato a un’area particolare di persone o di credenti, ma trasmesso a tutti. Con la pastorale digitale, c’è la possibilità di andare oltre le frontiere geografiche fino a raggiungere i non credenti.

I SOCIAL “SERVONO” LA CHIESA

 

3. Riconoscere la pastorale digitale con il Magistero

Già Pio XII notava che le invenzioni tecniche, «benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore». Inquadrando le applicazioni tecnologiche della comunicazione tra i doni che Dio elargisce per lo sviluppo della creazione, il Pontefice nel 1957 proseguiva:

«Alcune di queste invenzioni […] più da vicino toccano la vita dello spirito, servono o direttamente, o mediante artifici di immagini e di suono, a comunicare alle moltitudini, con estrema facilità, notizie, idee e insegnamenti, quali nutrimento della mente, anche nelle ore di svago e di riposo» (Miranda Prorsus, n. 1).

Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie si situa nella promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963. Esso esordisce così:

«Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo, l’ingegno umano è riuscito, con l’aiuto di Dio, a trarre dal creato, la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine quelle che più direttamente riguardano le facoltà spirituali dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti».

Anni dopo, Giovanni Paolo II citò nel 2005 il decreto conciliare in forma di appello:

«Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono “tra le cose meravigliose” — inter mirifica — che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno» (La Lettera apostolica Il rapido sviluppo, n. 14).

magistero e pastorale digitale

È interessante verificare l’attitudine della Chiesa a definire mirifica i prodotti della tecnologia. E la visione dei media come strumenti lascia il posto a quella di un vero e proprio ambiente di vita. È ovvio che non si può oltrepassare il mondo virtuale nella proclamazione del Vangelo. Perché non c’è, giustamente, un mondo digitale da una parte ed un mondo da evangelizzare dall’altra parte. al punto che alcuni parleranno oggi del Vaticano della comunicazione 2.0: “Quando la fede si fa social”

 

4. Che concludere sull’utilità della pastorale?

Riconosciamo che la Pastorale digitale è un campo di evangelizzazione oggiLa Pontificia Università Urbaniana di Propaganda Fide, nel proporre questa lezione, non fa che mettere in pratica la raccomandazione del Concilio ecumenico Vaticano II in questi termini:

Per provvedere alle urgenti iniziative ora indicate, si formino senza indugio sacerdoti, religiosi e laici, capaci di usare e guidare questi strumenti a scopi apostolici con la dovuta competenza” (Inter mirifica n°15).

Perciò, noi vogliamo accogliere questa opportunità per prepararci adeguatamente a conoscere meglio il mondo digitale. Abbiamo riconosciuto sull’utilità della pastorale digitale tre idee: la sua efficace e sicura capacità di diffondere il messaggio, la facilità nella comprensione e il fondamento partendo del magistero. Non mancano oggi dei sacerdoti che hanno deciso di evangelizzare sui social network: si tratta dei “preti influencer“. Ciò significa che la Chiesa ha preso coscienza del suo ruolo sui social con un’etica adeguata (cf. Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, LA CHIESA E INTERNET, 22 febbraio 2002).

Diritti d’autore: L’immagine in evidenza è il risultato di una elaborazione grafica, su immagine diffusa gratuitamente in Rete. Utilizzo senza fini di lucro, con finalità didattiche. L’eventuale utilizzatore è tenuto a mettere in calce a ciascuna pagina in cui è pubblicata quanto segue: “Immagine diffusa gratuitamente in rete e pubblicata su: https://www.officeautomation.soiel.it/nasce-la-community-digitale-di-sps-italia; elaborata graficamente e resa disponibile gratuitamente su: https://www.diocesilazio.it/visione-di-insieme-sulla-utilita-della-pastorale-digitale.




INTERPRETARE – Sulla utilità della PASTORALE DIGITALE

                          Sulla utilità della PASTORALE DIGITALE

             INTERPRETARE

              La Pastorale Digitale, in quanto dimensione della vita onlife e nonostante le sfide sia quelle che abbiamo indicate ossia quelle non indicate, rimane importante per potere affrontare il mondo di oggi ma anche quello di domani. Lo si capisce quando si esperimenta l’utilità dell’uso di questi mezzi di comunicazione che tecnologicamente troviamo nella vita quotidiana e che cambiano di giorno in giorno le nostre relazioni. La vita cristiana che si vive in Chiesa ci propone sempre una testimonianza di fede per attirare le persone a Cristo. Ora, questa dimensione fisica non basta solo, occorre fare un altro passo promuovendo l’incontro per la pastorale digitale e approfondire la nostra maniera di comunicare. In questo processo, interpretiamo i vari ascolti del primo gruppo in due tappe che riteniamo come rilevante.

Innanzitutto, occorre pensare a superare il limite di pensare che sempre si può incontrare le persone solo fisicamente. Ciò vuol dire che c’è il bisogno di tenere sempre insieme le due dimensioni: il contatto fisico che comporta la testimonianza di vita ma anche il contatto digitale per arrivare o raggiungere le persone dappertutto siano e in quanto sia possibile. La Parola di Dio che sorregge questa idea è ciò che Gesù ha detto: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.” (Mc 16,15) Gesù ci ha comandato di proclamare il Vangelo ma non ci ha imposto il come farlo. Si può capire che nel proclamare, si intende anche il diffondere con i mezzi che si ha. Così diventa facile includere anche la Pastorale Digitale.

Inoltre, Gesù si avvicinò e disse ai suoi apostoli: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Questo comando del Signore non può tralasciare nessuno o dimenticare quelle regioni lontane che, per una ragione o un’altra, si può raggiungere collegandosi in rete. Di conseguenza, il rapporto tra il fisico e il digitale diventa chiaro, cioè la pastorale digitale potrebbe diventare in alcuni casi il primo annuncio che provoca il primo contatto che conduce alla conversione delle persone.

Nonostante ciò, bisogna bene sapere gestire questi nuovi mezzi per potere rispondere efficacemente alle domande di chi è toccato dal messaggio in vista di aiutarlo a procedere con la sua conversione al messaggio evangelico. Infatti Gesù chiede ai suoi discepoli di stare prudenti come i serpenti e semplici come le colombe nella predicazione (Mt 10,16). Da questo, si capisce che con questa pastorale digitale è sempre raccomandata la prudenza e la semplicità. Ciò per portare la luce alla grande sfida del rischio di immergersi nell’uso ignorante di questi nuovi mezzi di comunicazione.

In secondo luogo, bisogna un altro passo cioè potere comunicare bene e efficacemente: ogni epoca ha la sua maniera di comunicare e si cerca sempre a fare pervenire la buona notizia a tutti in modo adattato. L’esempio di san Paolo ad Atena ci illumina molto. Quando egli annunciava la Parola di Dio lo faceva in modo adattato a ogni gruppo sia nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio, sia sulla piazza principale con quelli che incontrava e, in modo ancora specifico, con i filosofi epicurei e stoici all’Areopago. (At 17,16-34) Si capisce che san Paolo si rivolgeva alle persone fisiche ma lo sappiamo bene che scriveva anche per altre persone lontane, così la sua attività evangelizzatrice non veniva meno.

Nell’epoca che è la nostra, si può rimanere fisicamente con i parrocchiani e rivolgersi alle persone lontane con la pastorale digitale. Come già lo intendeva il santo Papa Giovanni Paulo II nel suo messaggio sulla comunicazione sociale nel 1996. Diceva infatti, “I mass media (stampa, cinema, radio, televisione, industria musicale, reti informatiche), rappresentano il moderno areopago dove le informazioni si ricevono e si trasmettono rapidamente ad un “audience” universale, dove vengono scambiate idee, dove si forgiano comportamenti e dove di fatto va delineandosi una nuova cultura. Essi sono quindi destinati ad esercitare una potente influenza nel far si che la società riconosca ed apprezzi non solo i diritti ma anche le specifiche qualità delle donne”[1].

 

IL VANGELO DAPPERTUTTO

Nella stessa linea, troviamo l’incoraggiamento del Pontefice emerito il santo Padre Benedetto XVI, quando si esprimeva nel 2013: “Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre di più, parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo”[2].

 

In conclusione, impegnandoci su questa via, possiamo fare nostro il cammino tracciato da Papa Francesco di continuare a sfruttare la dimensione dei tre verbi cioè andare, vedere[3] ciò che si vive nella pastorale digitale e potere ascoltare con il cuore[4] le persone bisognose, proiettando anche il nostro impegno quotidiano sull’utilità della Pastorale digitale in modo partecipativo e sinodale. Così, in fine dei conti, ritroviamo la chiamata di Gesù di proclamare a tutti il Vangelo per proporgli di aver la vita e la vita piena.

 

[1] Giovanni-Paolo ii, Messaggio per la 30ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali “I media: moderno areopago per la promozione della donna nella società”, il 19 maggio 1996.

[2] Benedetto xvi, Messaggio per la 47ma giornata delle comunicazioni sociali “Reti sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”, Rome il 12 maggio 2013.

[3] Cf. Francesco, Messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Vieni et vedi” (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, Roma, il 23 gennaio 2021.

[4] Cf. Francesco, Messaggio per la 56ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Ascoltare con l’orecchio del cuore”, Roma, il 24 gennaio 2022.

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Benvenuti nel nuovo mondo

Introduzione

Se guardiamo al passato del mondo della comunicazione prendiamo atto di tre grandi e decisive rivoluzioni: quella “chirografica” in seguito all’invenzione della scrittura nel quarto millennio a.C., quella “gutemberghiana” con l’invenzione della stampa nel XV secolo e quella “elettrica ed elettronica” con le invenzioni del telegrafo, della radio e della TV nel XX sec.
Queste rivoluzioni hanno prodotto a loro volta culture che si sono succedute negli ultimi sei millenni:

  • la cultura “orale” (primato della parola e della relazione);
  • la cultura “manoscritta” (la scrittura come tecnica per trasmettere la parola);
  • la cultura “tipografica” (il libro come trasmissione del sapere)
  • la cultura dei “media elettronici” (informazioni rapide, infinite, globali).

Il primo libro stampato da Gutemberg, la Bibbia 1456

Fino agli anni sessanta del secolo scorso i media si sono moltiplicati ed è cambiato il modo di trasmettere le notizie.
Tutti i media, cioè giornali, radio e televisioni rappresentavano gli strumenti ideali per la comunicazione di massa, erano gestiti da industrie diverse ed avevano utenti variegati.
Ma l’incredibile evoluzione tecnologica successiva, ed in particolare lo sviluppo della microelettronica, ha avvicinato prima e poi fagocitato questi mondi trovando nel “computer” lo strumento unificatore ideale.
La “rete” ha spalancato porte praticamente infinite ed ha dato altresì la possibilità di raggiungere un pubblico a livello globale.
Il digitale e la sua cultura ha creato quindi un nuovo ambiente che, di fatto, media tra noi ed il mondo.

Questa sfera invisibile dentro cui fluttuiamo è utilizzata così abbondantemente da noi (con l’uso dei social, visitando siti, usando la posta elettronica o il cellulare ecc. ogni individuo crea almeno 1,7 MB al secondo) o da programmi e da macchine (smart TV, GPS, telecamere, smartphone ecc.) che si è in grado di raccogliere ed immagazzinare una quantità enorme di informazioni (BIG DATA) con hard disk piccolissimi (si pensi alle pennette disponibili ormai universalmente).
Si tratta di volumi enormi di dati trattati per essere utilizzati nel dettaglio (per analisi sociologiche, per gestire pandemie come oggi quella da COVID, per prevedere mercato e trend globali, per regolare il traffico e, se non bastasse, sono strumenti eccezionali della ricerca scientifica e dell’accellerazione tecnologica. Proprio per questo creano e rappresentano un enorme valore economico.

I BIG DATA sono volatili e perciò vanno memorizzati velocemente e visualizzati, soprattutto grazie all’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA). Essa è uno strumento formidabile, un insieme di tecnologie in cui agiscono programmi che permettono alle macchine di comprendere ed agire con livelli simili agli umani. Oggi si utilizzano largamente quelle di tipo debole, cioè sistemi potenti in un campo di azione limitato (si pensi alla tecnologia del cellulare in grado di organizzare le immagini per soggetto). Quelle di tipo forte, cioè macchine sapienti in grado di pensare e relazionarsi per la gestione di compiti complessi, appartengono solo alla fantascienza perché i computers non sono ancora abbastanza potenti. Il cammino è ancora lungo, ma è già cominciato.

Gli aspetti problematici

Tale processo coincide però con profondi cambiamenti non solo culturali ma soprattutto antropologici. Parliamo, per usare la riflessione del Prof. Luigi Alici, della decomposizione del paradigma della modernità, nato da una “torsione orizzontale della trascendenza” condivisa dalla scienza, dalla politica e dalla filosofia, che esalta il soggetto umano, autorizzato dalla “ragione forte”, ad esercitare un potere indiscusso sul mondo e sulla natura. Tutto questo è arrivato ai nostri giorni con esiti paradossali: da una parte la tecnologia è diventata l’unica erede della ragione illuministica in grado di potenziare la logica di dominio; dall’altra la volontà di potenza di nietzschiana memoria ha prodotto un nichilismo radicale, farcito di consumismo compulsivo e cinico disincanto che ha innalzato la libertà umana al di sopra di ogni ordine e soggetto esterno, fino al punto che la morte di Dio ha trascinato con sé la morte dell’umano.

La scienza e la tecnologia insomma corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. È facile in un contesto digitalizzato e globalizzato fare di esse i pilastri di una “nuova religione”. Ci troviamo di fronte al sorgere di rinnovate forme di gnosi, che assumono la tecnica come parametro di saggezza, in vista di una organizzazione magica della vita che funzioni come sapere e come senso. Assistiamo insomma all’affermarsi di “nuovi culti” come ci ricordavano i Vescovi già nel 2012. nell’ Instrumentum laboris del Sinodo[¹].

Se questa è la cornice in cui collocare i BIG DATA e l’IA dobbiamo subito indicare i grossi rischi che la Chiesa si trova di fronte.

Sul versante delle tecnologie che trattano i volumi enormi dei dati, non si dovranno sottovalutare i rischi a livello più propriamente etico denunciati da Sabatino Maiorano, come il livellamento e la massificazione attraverso l’imposizione di un unico modello, la riduzione di tutto (anche della sofferenza) a spettacolo spegnendo i contenuti e l’imperatività etica che porta dentro di sé, la produzione artificiale di consenso mediante la sottolineatura degli elementi emotivi e la messa in parentesi di quelli riflessivi, fattori problematici che vengono accentuati dal prevalere delle logiche di profitto/consumo su quelle più genuinamente politiche e culturali.

Sulle ricadute sociali e politiche inoltre si dovranno considerare:

  • La vera e propria esplosione dell’IA che ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti.
  • I creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori.
  • L’IA sta rimodellando per intero, silenziosamente ma rapidamente, l’economia e la società.
  • L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale.
  • L’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione.
  • Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente li accompagnano in qualsiasi attività. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori.
  • La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.
  • Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili[³].

Esattamente in questa scia si inserisce la seconda questione, quella della ROBOTICA.

La Pontificia Accademia per la Vita dal 25 al 27 febbraio 2019 ha dedicato la sua assemblea generale al tema “Roboetica: persone, macchine e salute”. La questione comincia ad essere delicata.

Le partite da giocare sono molte e delicatissime.

Sul piano storico ereditiamo la rivoluzione cartesiana che ha separato la RES COGITANS dalla RES EXTENSA, per cui la natura è diventata il terminale dell’azione del soggetto, puro oggetto su cui agire ed il corpo, conseguentemente, solo plasmazione dell’individuo (tatuaggi, chirurgia plastica, protesi). Sul piano culturale la filosofia “transumana” ritiene perciò che la genetica, le neuroscienze e le nuove tecnologie possano trasformare l’uomo fin dalla radice, per affrancarlo dai suoi limiti naturali ma con il rischio che diventi nient’altro che un mezzo, uno strumento in mano ad èlite illuminate.

La vecchia teoria evoluzionistica invece insiste nel ritenere la mente e l’anima solo un ammasso di neuroni, mentre una nuova tentazione gnostica considera la carne come un peso da cui affrancarsi e non come la casa dell’anima e dello spirito, anzi “tempio dello Spirito Santo”, come la descriveva San Paolo (1Cor 3,16-17;).

Infine bisogna fare i conti con lo stesso pensiero scientista che, credendo che l’uomo si esaurisca in ciò che è misurabile, finisce per ammettere implicitamente che una volta creati artifici tecnologici migliori dell’uomo, di lui non ce ne sarà più bisogno[₄].

In tal senso paiono illuminanti le parole del Teologo Emmanuel Agius:

“I robot stanno sempre più sfumando la distinzione tra umano e non, tra l’intelligenza della macchina e quella dell’uomo. Ma non potremo mai considerare i robot come soggetti con una loro dignità umana propria” […] “Il transumanesimo cambia la natura umana. Il paradigma tecnocratico che valuta tutto da un punto di vista tecnologico sta cambiando la razionalità umana ed il concetto stesso di umano ed oggi, mi sembra, stiamo definitivamente superando il limite”[₅].

Nell’affrontare tali sfide la Pastorale deve tenere ferma la consapevolezza che l’uomo è molto più che un ammasso di cellule. L’unico antidoto è riconoscere il suo valore ontologico, perché creato a immagine e somiglianza del Creatore. Perciò è necessario che ci si chieda, nel sonno dell’Occidente, cosa veramente caratterizza l’uomo, ben al di là di quanto propinato dalle ideologie materialiste degli ultimi secoli. Prima che stavolta siano le intelligenze artificiali a darci una risposta.

Dentro questa confusa cornice assistiamo già all’emergere di due tendenze: c’è chi realizza i robot come se fossero avversari (o comunque competitori) evoluzionistici dell’essere umano e chi vede la macchina come un assistente dell’umano. Si tratta, quindi, di modelli di sviluppo e di società, di una nuova sfida antropologica.

“Se fino ad ora la tecnica era al servizio dell’umano, oggi il rischio è che la tecnica prenda il sopravvento e si sostituisca in qualche modo all’umano. In questo senso, abbiamo sentito l’urgenza di riflettere su questo cambiamento che in realtà è davvero un cambiamento epocale, perché tocca il senso stesso della vita umana. Ed in effetti, se fino ad ora abbiamo assistito, purtroppo impotenti di fatto, alla devastazione della creazione, con l’inquinamento climatico, l’inquinamento dei mari, la distruzione dell’ambiente, ora il rischio è che tutto ciò avvenga in quello che – possiamo chiamare – l’umano, fin quasi ad annullarlo, fin quasi a passare dall’essere protagonisti ad essere protesi.”

Così Mons. Vincenzo Paglia, Presidente dell’Accademia presentava in una intervista i lavori del Convegno, cogliendo esattamente nella difesa dell’umano la nuova frontiera per la Chiesa per la costruzione del bene comune.

Le implicazioni etiche sono enormi: da una parte dobbiamo registrare gli innegabili vantaggi della robotica, come per esempio gli esoscheletri, cioè macchine in grado di aiutare chi ha grossi handicap a stare in piedi a camminare o ai robot impiegati in chirurgia che sbagliano meno degli uomini, meno dei chirurghi.

Dall’altro pensiamo alle conseguenze sul mondo del lavoro o alla invasione delle macchine nella vita quotidiana a tutti i livelli.
Si prospetta un mondo (ed una antropologia) già immaginata da Isaac Asimov [6] costretto addirittura a formulare le tre leggi della robotica, poste alla base del relativo manuale a premessa del romanzo:

1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la prima e con la seconda legge.

Anche Asimov aveva intuito che ci sono in ballo il “bene comune” e l’umanità da tutelare.

Di fronte a queste sfide della post modernità non ci resta che auspicare l’incontro delle due ragioni, quella atea e quella credente (e quindi, aggiungo, anche tra le Religioni) fondato:

  • sull’accordo tra vera scienza e vera fede (usando come manifesto il messaggio letto da J. Maritain nella seduta conclusiva del Concilio Vaticano II);  “Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano.
    Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare il giusto?” (n°5) 

  • nella convergenza su “sviluppo umano” ed apertura alla vita:

    “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore” 

    (Evangelium Vitae 3)

L’apertura e la difesa della vita come paradigma dello sviluppo e del bene comune dunque. Ma non basta. La robotica ci interpella non solo sulla vita ma soprattutto sull’umano. E allora mi chiedo: quale è l’umano che dobbiamo difendere? Cosa è specificatamente umano? Ciò che ci rende “immagine di Dio”? La Pontificia Commissione Biblica in “Bibbia e morale” al n°11, commentando Gn 1-3 lo individua in sei caratteristiche:

  • la razionalità capace di indagare il creato;
  • la libertà e la capacità di discernimento;
  • la superiorità rispetto alle altre creature che si declina in responsabilità;
  • la possibilità di continuare la creazione anche grazie alla scienza;
  • la dignità che deriva dal rapporto con Dio;
  • la santità possibile della sua vita ad imitazione di Colui che solo è santo (Lv 19,1-2:);

Ma c’è una dimensione tra tutte che ci appartiene ontologicamente, ed è quella della RELAZIONE (che ci consente di chiudere il cerchio con l’introduzione a questo articolo).

Qualche tempo fa è diventato virale sul web un filmato girato con il cellulare in un ospedale degli Stati Uniti (California). Una ragazza assisteva il nonno 78enne, a cui era molto legata, afflitto da una malattia inguaribile (cancro al polmone) ed arrivato ormai all’estremo delle forze e tuttavia lucido mentalmente, cosciente.

Improvvisamente entrambi vedono entrare nella stanza il robot con cui il suo dottore lo visitava e lo teneva aggiornato regolarmente a distanza; ma stavolta dallo schermo gli è stato comunicato che alla luce delle ultime tac non era più curabile. L’uomo è deceduto il giorno dopo, al “Kaiser Medical Center” di San Francisco.

Si è scatenata una bufera e non solo mediatica. I familiari si sono indignati per la totale mancanza di delicatezza, aggravata dal fatto che le parole del medico erano udibili a fatica dal paziente al punto che la nipote 33enne, presente nella stanza, ha dovuto ripetergli il messaggio.

“Se devi fare una comunicazione di routine il robot è ok”, ha commentato la figlia, “ma se vieni a dirci che il polmone non c’è più e che verrai messo sotto morfina finché non muori, questo dovrebbe farlo un uomo e non una macchina”.

Ecco, questo è l’umano.

Agostino Orilia

NOTE

  1. “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” N°58 Cf: https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20120619_instrumentum
  2. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa
  3. https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html
  4. https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/
  5. ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018. La storia futura scritta da Isaac Asimov parte circa dalla nostra epoca, raccontando come l’automazione e la robotica cambieranno il mondo, spingendo successivamente l’umanità sulla strada delle stelle fino ad un futuro che si colloca a circa 400-500 secoli da noi.

BIBLIOGRAFIA

ALICI, Carlo, Natura e persona, in Abiterai la terra, Commento all’enciclica Laudato sì, AVE, Roma 2020

ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018

BALDINI, Massimo, Storia della comunicazione, Tascabili Economici Newton, Roma 1995

CAMPANINI, Giorgio, Bene comune, EDB, Bologna 2014

MAIORANO, Sabatino, Morale sociale, appunti e materiale, 55-63, Anagni 2014

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, documento,11 maggio 2008

SITOGRAFIA

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/levangelizzazione-dei-robot-una-nuova-sfida-per-la-chiesa

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-01/pontificia-accademia-vita-lettera-papa-assemblea-roboetica.html

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-05/intelligenza-artificiale-chiesa-scienza.html

https://formiche.net/2019/02/teologia-roboetica-occhio-non-minacciare-la-dignita-umana-parla-teologo-agius/

www.isaacasimov.it




Limiti e Possibilità dei Social Media

I Social Media sono una serie di applicativi Internet-based che seguono ideologicamente e tecnologicamente i concetti fondamentali del Web 2.01 allo scopo di generare User Generated Content (o UGC, ovvero contenuto generato dagli utenti finali). Possiamo suddividere i Social Media in diverse categorie: Progetti collaborativi (Wikipedia), Social Networking (Facebook), Comunità per la condivisone dei contenuti (Youtube), Videogame con mondi virtuali online (World of Warcraft), reti sociali virtuali (Club Penguin), Piattaforme di messaggistica (Whatsapp), microblogging (Twitter) o ibridi (ad esempio Tik Tok che è in parte comunità di condivisione dei contenuti ed in parte piattaforma di Social Networking).
Ogni Social Media si basa su sette pilastri2:

  • Identità. È il personaggio che l’individuo crea nel mondo virtuale. Coincide con la persona reale nella misura in cui l’utente decide di condividere le sue informazioni personali. Persona reale e identità virtuale non collimano necessariamente.
  • Presenza. È la partecipazione attiva dell’utente e l’aspettativa di questo di raggiungere altri individui.
  • Relazione. È il rapporto sociale virtuale che si intesse tra gli utenti.
  • Reputazione. È la percezione del rango sociale degli utenti.
  • Gruppi. È l’aggregazione di diversi utenti finali con il fine di creare comunità.
  • Conversazione. È la comunicazione tra i diversi utenti.
  • Condivisione. È la ricezione, invio, scambio e distribuzione dell’UGC.

Potremmo dunque definire i Social come degli ambienti nei quali sono contenute e scambiate costantemente informazioni. Un paragone potrebbe essere quello di un banchetto nel quale ogni partecipante può prendere o aggiungere una portata sulla tavola. I piatti sono le informazioni costantemente permutate tra di loro.

Le piattaforme sociali sono diventate degli strumenti essenziali per la nostra vita sociale e professionale. Difatti, queste permettono di poter scambiare informazioni molto rapidamente e di raggiungere moltissime persone. Per questo motivo politici, agenzie pubblicitarie e movimenti ideologici fanno costante utilizzo di questi mezzi.

I Social Media sono le nuove agorà del XXI secolo ed hanno un grandissimo potenziale di bene, possono essere infatti veicoli di Verità per permettere lo sviluppo umano, morale, sociale e spirituale della persona. Purtroppo però, essendo mezzi, possono essere utilizzati anche per scopi nocivi, per indottrinare, accecare, dividere, soggiogare le masse e sveltire il degrado dei costumi. Afferma infatti il Concilio nel Decreto sui Mezzi di Comunicazione Sociale Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio. Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità»3.

In questo articolo, cercheremo di valutare le potenzialità e le criticità dei Social Media al fine di poterli meglio sfruttare per una pastorale e didattica efficace.

I Limiti dei Social Media

I principali problemi dei Social Media sono: la disinformazione, la pornografia e la dipendenza da quest’ultimi.

Lᴀ Dɪsɪɴғᴏʀᴍᴀᴢɪᴏɴᴇ

La disinformazione è la diffusione di notizie false. Data la loro efficacia comunicativa, i Social Media sono terreno fertile per il propagarsi di menzogne che si trovano incoraggiate da un lato da un cieco algoritmo che ha come unico scopo l’intrattenere il più possibile l’utente sul sito, di modo che gli possa venir propinata più pubblicità possibile, e dall’altro dal contesto culturale in cui viviamo dove domina un forte individualismo4 che considera il prossimo non come un fratello ma come un nemico dal quale guardarsi.
Gli algoritmi sono delle particolari funzioni logico-matematiche che, sulla base di alcuni dati forniti dall’utente5, regolano la visualizzazione degli UGC al fine di poter inserire tra questi pubblicità rilevante e mirata.6 L’algoritmo controlla l’utente e cerca di prevedere le sue scelte tentando di intuire i suoi sentimenti. Il problema però, oltre che per la privacy, è che l’algoritmo non discrimina tra il vero ed il falso e dunque rischia di proporre notizie false7. «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.»8 La disinformazione genera confusione e alimenta la diffidenza tra le persone. Il pericolo più grande che ne deriva è la facilità della manipolazione dell’opinione pubblica e delle masse, che sfocia in deliri collettivi. Come diceva Hanna Arendt «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.»9. L’effetto più grave della disinformazione è l’esplosione delle folle in isterie collettive che si esplicano tramite il fenomeno della Herd Mentality, ovvero la tendenza dell’individuo a seguire un particolare trend o un particolare comportamento, soprattutto negativo, e che in altri contesti la persona non avrebbe mai fatto perché “Lo fanno anche gli altri”10. Diventa pericoloso quando a muovere le masse c’è un’ideologia che, nutrita da odio e paura per mezzo della disinformazione, spinge le persone a commettere atti violenti11.

Lᴀ Pᴏʀɴᴏɢʀᴀғɪᴀ

Altra piaga dei Social Media è la pornografia che è la più vile reiterazione del mestiere più antico del mondo, una maledizione di schiavitù per chi la produce e per chi la consuma ed una delle più grandi mancanze di rispetto della dignità umana.
La pornografia è al contempo frutto e catalizzatore di un particolare fenomeno detto Ipersessualizzazione che è la «smodata esibizione dei caratteri e dei messaggi sessuali»12. Si è intrufolata nella nostra società dopo la rivoluzione del sessantotto per mezzo della televisione, delle riviste ed infine grazie ad Internet. Nei Social Media, assume connotazioni particolari ed estremamente preoccupanti perché annichilisce l’essere umano riducendo ad un mero pezzo di carne 13, sfruttando le sue debolezze per fini di guadagno14.
Difatti, basta aprire la homepage di un qualsiasi Social Network per essere sommersi da immagini suggestive. In effetti, questo tipo di contenuti risulta essere maggiormente presente perché genera parecchio traffico e viene favoreggiato dall’algoritmo. Il problema però sta nel fatto che questo tipo di contenuto sconvenevole finisce inevitabilmente per essere visionato da bambini i quali sviluppano una concezione distorta della sessualità e del loro corpo 15 e scambiano l’impudicizia per virtù e modello da imitare. Questo porta alla creazione di un circolo vizioso: coloro che vedono materiale osceno ed il successo chequesto ottiene desiderano imitarlo, finendo per generare altro materiale osceno. È per questo motivo che addirittura ragazzine finiscono per condividere loro foto e video in pose eccessivamente provocanti, svendendo il proprio corpo per qualche Like ed esponendosi a molestie. Non trascurabile è inoltre la schiavitù che causa la pornografia per la quale, tramite la stimolazione della parte bassa del cervello, scatena una fortissima reazione chimica che costringe colui che la consuma a visionare contenuti sempre più osceni e perversi16.

Lᴀ ᴅɪᴘᴇɴᴅᴇɴᴢᴀ ᴅᴀɪ Sᴏᴄɪᴀʟ Mᴇᴅɪᴀ

È da considerare infine il dilagante problema della dipendenza patologica dagli stessi Social Media. Due sono i fattori che rendono assuefacenti i Social: da una parte la struttura stessa di queste piattaforme è disegnata per creare dipendenza, per mezzo della manipolazione anzitutto emotiva e poi psicologica della persona17 e dall’altro lato bisogna tenere conto di alcuni fattori psichici che predispongono gli utenti all’assuefazione, quali ad esempio una bassa autostima18.
Tra le scelte di design pensate appositamente per creare dipendenza, oltre all’effetto sempre presente dell’onnisciente algoritmo che monitora l’utente intuendo le sue reazioni e manipolando le sue emozioni mostrandogli contenuti che possono interessarlo, vi sono19:

  • Endless scrolling/Streaming. Questa è la tattica che utilizzano i Social Media focalizzati sulla condivisione e visione degli UGC. Consiste nel riproporre materiale senza interruzione.
  • Endowment effect/mere-exposure effect. Consiste nel legare l’utente alla piattaforma tramite l’impegno e le risorse spese in essa. È legato con l’effetto della semplice esposizione che consiste nel fatto che maggiore è il tempo che si passa ad osservare qualcosa di neutro, maggiore sarà l’attrazione per quell’oggetto.
  • Social pressure. È l’imporre una coercizione sociale che costringe l’utente ad usare la piattaforma.20
  • Social comparison and social reward. Invita gli utenti a paragonarsi tra di loro e ad apparire per ricevere un’ appagante ricompensa21.

Queste strategie attecchiscono particolarmente su persone che soffrono di bassa stima le quali ricercano approvazione dagli altri, creando un alter ego simulato che finisce per assorbire le attenzioni della persona che trascura il suo vero io per nutrire ed accrescere quello virtuale. Il distacco dal reale per immergersi nel virtuale rischia di causare forme di depressione o ansia22.

Le possibilità del Social Media

Fortunatamente, però, I Social Media non hanno solo lati negativi. In effetti, essendo mezzi possono essere veicoli di Bene e di Verità. Difatti, le piattaforme sociali sono in grado di interrompere l’isolamento sociale sia dei singoli che di popolazioni intere e possono permettere lo sviluppo e la crescita personale, intellettuale e spirituale della persona. Afferma infatti il Concilio nell’Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio.» 23.

Difatti, un utilizzo sano di questi mezzi può aiutare e guidare alla formazione ed al consolidamento della propria identità 24, per mezzo del confronto con gli altri, sia in positivo, tramite l’inserimento in gruppi di persone che condividono i medesimi interessi, il medesimo stato di vita ed il medesimo modo di pensare, che in negativo, instaurando un dibatto con persone che hanno interessi, situazioni e visioni diverse.

Inoltre, i Social Media possono assistere studenti e docenti nel loro compito di apprendimento e insegnamento, per mezzo di materiali audiovisivi e testuali, consentendo l’accesso a materiali e studi ai quali non si sarebbe potuto accedere per limitazioni fisiche o addirittura temporali25.

Infine, bisogna considerare l’enorme potenziale pastorale che queste piattaforme posseggono. Infatti, costituendo esse la nuova agorà, sono dei luoghi per mezzo dei quali si possono avvicinare molti cuori i quali, induriti dai tempi bui nei quali viviamo, cercano una Speranza. È necessario perciò istruire ed educare al retto utilizzo di queste piattaforme26 per impedire che diventino nocive. Inoltre, è essenziale che si valorizzi anzitutto il mondo reale, nel quale si gioca la vita vera, consentendo ai Social Media di raggiungere il loro fine, ovvero quello di essere mezzi per la costruzione di una società migliore.

Conclusione

In conclusione, i Social Media rappresentano una grandissima sfida, per la Chiesa in particolare e per l’umanità in generale. Per limitare i problemi ad esso correlati e sviluppare appieno il loro potenziale pastorale, didattico e di perfezionamento personale è necessario che anzitutto si attribuisca alla vita reale la sua dignità e che quest’ultima non venga sostituita da quella virtuale dei Social Media ai quali deve essere attribuito il loro valore effettivo, ovvero quelli di essere mezzi per favorire la relazione interpersonale per costruire una realtà reale e degli ambienti virtuali migliori.

Emanuele Maria Castella
Si ringrazia la Prof.ssa Eleonora Sparano per la cortese collaborazione

 

Bibliografia

a) Fonti edite

I. Libri

Aʀᴇɴᴅᴛ, Hanna, Le origini del totalitarismo, trad. A. Guadagnin, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009.

Bᴀᴜᴍᴀɴɴ, Zygmunt, Le sfide dell’etica, trad. G. Bettini, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1996.

Fʀᴀᴅᴅ, Matt, The Porn Myth: Exposing the Truth Behind the Fantasy of Pornography, Ignatius Press, San Francisco 2017.

II. Studi

Kɪᴇᴛᴢᴍᴀɴɴ, Jan K, – Hᴇʀᴍᴋᴇɴs, Kristopher – MᴄCᴀʀᴛʜʏ, Ian P. – Sɪʟᴠᴇsᴛʀᴇ, Bruno S, «Social media? Get serious! Understanding the functional building blocks of social media» in Business Horizons, 54 (2011)

Sitografia

a) Fonti edite

I. Articoli di cronaca

Fᴀɴᴅᴏs, Nicholas – Cᴏᴄʜʀᴀɴᴇ, Emily, «After Pro-Trump Mob Storms Capitol, Congress Confirms Biden’s Win», in The New York Times, 6 gen. 2021. https://www.nytimes.com/2021/01/06/us/politics/congress-gop-subvert-election.html?searchResultPosition=3 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

II. Articoli Informativi

DIGITAL MARKETING INSTITUTE, «How Do Social Media Algorithms Work?» in Social Media Marketing, 2019. https://digitalmarketinginstitute.com/blog/how-do-social-media-algorithms-work [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

GNU OPERATING SYSTEM, «Proprietary Addictions» in Malware. https://www.gnu.org/proprietary/proprietary-addictions.html [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

III. Documentari

Oʀʟᴏᴡsᴋɪ, Jeff, The Social Dilemma, https://www.netflix.com/it/title/81254224 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021]

IV. Documenti Magisteriali

Cᴏɴᴄɪʟɪᴏ Eᴄᴜᴍᴇɴɪᴄᴏ Vᴀᴛɪᴄᴀɴᴏ II, dec. Sugli strumenti di Comunicazione Sociale Inter Mirifica, 4 dic. 1963. http://www.vatican.va/archive/ist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19631204_intermirifica_it.Html. [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

IV. Studi

Bᴜʀᴀɴ Kᴏ̈sᴇ, Özge – Dᴏɢ̆ᴀɴ, Aze, «The relationship between social media addiction and self-esteem among Turkish university students» in Addicta: The Turkish Journal on Addictions, 6 (2018), pp. 175−190. http://dx.doi.org/10.15805/addicta.2019.6.1.0036 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Gᴀɢɴᴇ́, Louis, «Hypersexualisation» in Perspective infirmière: revue officielle de l’Ordre des infirmières et infirmiers du Québec, 11/2, 2014, pp. 23-25. https://www.oiiq.org/sites/default/files/uploads/periodiques/Perspective/vol11no2/08-societe.pdf  [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴏᴀɴɢ Mɪɴɢ, Hanh – Fʀᴀɴɢᴏᴜ, Satu-Maarit, The Online Identity Construction of a Teenage Vietnamese Girl, Unversity of Lapland, [2018?], p. 9 https://www.academia.edu/12940758/The_Online_Identity_Construction_Case_Study [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴜɢʜᴇs, Sean, The Effects of Social Media on Depression Anxiety and Stress, Dublin Business School, Dublin 2018. https://esource.dbs.ie/bitstream/handle/10788/3481/ba_hughes_s_2018.pdf?sequence=1&isAllowed=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Kᴜʀᴅɪ, Abdurhman The Effects of Herd Mentality on Behavior, Houston Baptist University, 2021 https://www.proquest.com/openview/8ac4c5b5e05f4180347a1a684691a9d2/1?pq-origsite=gscholar&cbl=18750&diss=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Mᴏɴᴛᴀɢ, Christian – Lᴀᴄʜᴍᴀɴɴ, Bernd – Hᴇʀʀʟɪᴄʜ, Marc – Zᴡᴇɪɢ, Katharina «Addictive Features of Social Media/Messenger Platforms and Freemium Games against the Background of Psychological and Economic Theories» in Int. J. Environ. Res. Public Health, 16 (2019), 2612. https://doi.org/10.3390/ijerph16142612 [ultima consultaizone: 2 dicembre 2021].

Sᴀɴɢᴇᴀᴅᴏ, Sarah R. «Impact of Pornography Use in Adolescent Boys: Boys’ Self-Reports on Their Use of Pornography» in Senior Honors Projects, 2016, Paper 477, https://digitalcommons.uri.edu/srhonorsprog/477 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

NOTE




Testimoniare la verità con responsabilità nel digitale

Testimoniare la verità con responsabilità nel digitale non è facile. Il mondo del digitale è talmente grande che bisogna imparare a saper discernere con responsabilità come abitarlo. È un ambiente vasto dove come in tutti gli ambienti vanno abitati in modo sapiente per testimoniare la verità con responsabilità anche perché oggi siamo sempre connessi 24 ore su 24. Noi cristiani abitiamo questo ambiente, ma come? Papa Francesco nel suo messaggio per la 55esima giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, scrive: «Tutti siamo «chiamati a essere testimoni della verità: ad andare, vedere e condividere». Provare a raggiungere le persone li dove sono»[1]. Il messaggio è ben sintetizzato nel seguente video:

 

Responsabilità nel testimoniare nel web

Per testimoniare con responsabilità dobbiamo saper discernere quello che si deve o non si deve dire, ciò che si deve o non deve condividere, perché il virtuale è reale, tutto quello che condividiamo parla di noi e tutto quello che scriviamo ci rappresenta. È interessante il seguente video, è per bambini, ma è molto utile anche per noi adulti che condividiamo notizie senza avere un criterio. Il papa richiama proprio a questa attenzione, infatti nell’enciclica Fratelli Tutti scrive: I valori della libertà, del rispetto reciproco e della solidarietà possono essere trasmessi fin dalla più tenera età. […] Anche gli operatori culturali e dei mezzi di comunicazione sociale hanno responsabilità nel campo dell’educazione e della formazione, specialmente nelle società contemporanee, in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso»[2].

Viviamo il digitale

In questo tempo dove ci ha visti ancora più connessi per via dello lockdown, a causa del covid-19, ci siamo resi conto che si ha bisogno di imparare, di educarci ad abitare questo nuovo continente. Noi cristiani dobbiamo chiederci come testimoniare la nostra fede, come annunciare la buona notizia nel web, come catturare l’attenzione delle migliaia di folle che scorrono il loro tempo sui social?
Nel web, il nostro testimoniare la verità con responsabilità, sicuramente deve essere un messaggio che deve essere forte, semplice. Deve far porre delle domande e spingere l’interlocutore ad entrare in dialogo con colui che ha postato un’immagine, un video sui social.

Testimoniare la verità con responsabilità
Testimoniare la bellezza che solo il Creatore può regalare

Testimoniare la verità

In questo tempo la Chiesa si è aperta al digitale abbiamo avuto diverse dirette con preghiere, “celebrazioni eucaristiche” e altri momenti per cercare di essere presenti in questo tempo. Sicuramente è stato un supporto ma c’è ancora molto da fare perché si parli di Pastorale digitale. Pastorale deriva dal termine Pastore e il pastore va incontro al suo gregge e lo raduna. A questo siamo chiamate a essere portavoce testimoni di un messaggio di speranza e amore anche in questo tempo difficile. Si può cominciare a parlare di pastorale digitale nel momento in cui crediamo che i mezzi di comunicazione fanno in modo di continuare la nostra vita in modo naturale, alcuni esempi li vogliamo raccontare.

L’importanza dei mezzi di comunicazione

Riportiamo due video testimonianza sull’importanza dei mezzi di comunicazione, e di quanto se n’è capita l’importanza in questo tempo di pandemia. Questo ci spinge a comprendere che per restare vicine a tutte le persone amiche e famigliari che per qualsiasi motivo sono lontani l’uno dall’altro, questi mezzi ci aiutano a sentirci più vicini.

I mezzi inoltre aiutano ad approfondire la propria fede, a cercare delle risposte anche qui abbiamo una piccola testimonianza

Imparare a raccontarsi: per testimoniare la verità con responsabilità

Tenendo presente il video provocazione fatto per bambini, ci fa comprendere che sentiamo il bisogno di raccontarci e di cercare storie. Questo mondo affascinante ci fa comprendere quanto sia importante essere veri e comunicare il bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. [3] Così leggiamo nell’articolo dell’Avvenire del 24 gennaio 2020.

A tal proposito ci si è mossi in tante direzioni: vediamo la testimonianza dei genitori di suor Joaquina che parlano di come hanno vissuto la vocazione della loro figlia.

Potremmo dire che si può parlare di pastorale famigliare digitale dove si comincia a raccontarsi attraverso le proprie famiglie per allargare piano piano anche ad altre realtà.

Testimoniare questo è far comprendere come abitare questo mondo per non restare solo delle vetrine ma che diventi luogo per attestare che si può comunicare in modo positivo anche in questo luogo. Questa esperienza ci fa comprendere come questi mezzi non sono solo mezzi che fanno diventare delle isole solitari ma che aiutano nella vicinanza…

Testimoniamo con delle risposte

Il secondo video che abbiamo inserito nel nostro articolo era provocatorio e abbiamo chiesto come viviamo nel digitale. Come testimoniare la verità con responsabilità nel digitale ci sono giunte queste risposte che inseriamo di seguito:

Testimoniare la verità con responsabilità - Testimonianza

Testimoniare la verità con responsabilità - TestimonianzaTestimoniare la verità con responsabilità - Testimonianza

Cos’è la verità

La verità cos’è? Lo chiedeva Pilato a Gesù!!! Il Signore è stato molto esplicito la verità è lui stesso che la testimonia, ma oggi cosa si intende per verità? Quale concetto abbiamo? A chi ci rivolgiamo per capire che cos’è la verità? Oggi siamo chiamati a testimoniare la verità con responsabilità nella vita quotidiana dove incontriamo la gente più disparata la quale è in cerca di verità. C’è un cantante di fama internazionale che ha scritto una canzone che secondo noi è molto provocatoria dove parla di verità e lancia diverse identità che oggi diamo alla verità. Ascolta e lascia un commento su quello che secondo te è la verità.

Joaquina Heredia Molina
Palma Mandorino

Diritti di autore

I video sono di nostra proprietà – realizzati a fini pastorali -; non possono essere utilizzati in altri lavori senza una richiesta esplicita all’autore.
Joaquina Heredia Molina

L’immagine è di proprietà – realizzati a fini pastorali -; non può essere utilizzata in altri lavori senza una richiesta esplicita all’autore.
Palma Mandorino

Questo articolo è stato sviluppato nel laboratorio di pastorale digitale del corso Come si fa un Sito Web II  (CS1011) svolto presso il Pontificio Università Urbaniana con professori Petricca ed Ammendolia, è a stretto utilizzo pastorale e laboratoriale.


Bibliografia e sitografia

[1] Francesco, messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato 24.01.2021).
[2] Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Editrice Àncora, Milano 2020, n. 114.
[3] https://www.avvenire.it/papa/pagine/giornata-delle-comunicazioni-sociali-2020

Per video e immagini ho utilizzato i seguenti link, partendo dall’immagine in evidenza:
https://pixabay.com/it/illustrations/social-media-sociale-marketing-5187243/
https://www.youtube.com/watch?v=xQfsGof-3us
https://www.youtube.com/watch?v=Xap5H36DXsw&t=611s
https://www.youtube.com/watch?v=oo67Yp5hbmM

Successivamente l’immagine sulla bellezza, le varie testimonianze e i video testimonianza sono state realizzati da noi o da collaboratori.




Annunciare in Digitale: l’esperienza del Terzo Spazio

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). È la richiesta di Gesù, l’ultima prima di salire in cielo: proclamare il Vangelo ad ogni creatura, in tutto il mondo. Certo è una richiesta impegnativa che gli apostoli duemila anni fa hanno accolto con coraggio, ma che ancora oggi, come allora, dovrebbe risuonare nel cuore di ognuno di noi. Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa, ma di ogni singolo fedele che si professa cristiano e che giorno dopo giorno mette in gioco la propria vita in un progetto che va aldilà di ogni umana credenza. In primo luogo, dovremmo fare il possibile perché la parola del Signore contenuta nelle Scritture si faccia evento, risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti. Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui disponiamo noi cristiani, ma a volte ce ne dimentichiamo e tendiamo a metterlo in un angoletto per dare spazio a idee e pensieri che non sono gli stessi che il Signore ci ha lasciato e invitato ad annunciare. Un messaggio che è pieno di speranza e che va condiviso con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita [1].

Ma come annunciare Dio oggi, in piena pandemia? Come annunciare agli uomini e alle donne di oggi che Dio è gioia e speranza? È la domanda che più di ogni altra ha scosso la vita delle comunità parrocchiali quando il virus del Covid19 ha sconvolto tutti i progetti e si è impossessato, senza permesso, della nostra esistenza. Ma poiché il Signore riesce a parlare in molti modi e in molte lingue, di certo non sarebbe rimasto in silenzio in questo tempo, un tempo altamente digitale e social e che si è rivelato finalmente capace di abbattere barriere e di fare comunione.
Negli ultimi anni, infatti, molto si è studiato e molto si è discusso sulla importanza di un cambiamento nella pastorale, sull’importanza fondamentale della cultura del digitale [2]. E allora, riprendendo le parole di Papa Francesco in Evangelii Gaudium: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità [3]», tutti noi, indistintamente dal ruolo ricoperto (sacerdoti, catechisti, gruppi famiglia o semplici fedeli) abbiamo dovuto mettere mano alla nostra fantasia e dare inizio a un nuovo modo di comunicare, di raggiungere l’altro, di farsi prossimo, di proclamare il Vangelo ad ogni creatura.

 

Dalla paura di non poter fare al coraggio di andare oltre
Dopo le prime settimane in cui la paura di non sapere ciò che stava succedendo, le notizie dei contagi e dei morti che aumentavano giorno dopo giorno, l’insicurezza di non capire come e cosa fare per arginare l’avanzamento del Virus, abbiamo di certo sentito la necessità di cominciare a spargere semi di speranza. Di fronte a questi momenti così difficili e complicati, davanti alla paura di non riuscire a dare un senso a tutto quello che stava succedendo, abbiamo dovuto imparare a fare memoria di Dio, cioè ricordare giorno dopo giorno che Dio mai si dimentica del suo popolo, nonostante tutto. E per fare questo il mondo digitale è diventato il nostro mondo, ovvero il luogo dove poter fare esperienza di Dio, non da soli nelle nostre case, ma insieme agli altri: insieme ai nostri bambini del catechismo e alle loro famiglie, insieme ai ragazzi dei nostri gruppi giovani, insieme a quei gruppi con i quali fino a qualche momento prima condividevamo il bello di essere Chiesa. Sono ancora ben impresse nei nostri occhi e nei nostri cuori le foto di tutti quegli arcobaleni che hanno invaso le televisioni per lanciare a tutti un messaggio di speranza, un invito alla fiducia che come un tam-tam ha raggiunto tutto, giovani e meno giovani, attraverso le tante pagine social con l’hashtag

Allora pur di mantenere vivi i rapporti con i ragazzi e le loro famiglie e continuare il percorso iniziato, ci siamo avventurati nel mondo del digitale per comunicare e incontrarci, a distanza, dietro uno schermo, ma insieme! Certo ci siamo resi conto di essere già da tempo immersi nel mondo del web, di utilizzare diversi strumenti di comunicazione e d’incontro, senza però avere spesso un minimo di competenza a riguardo. Abbiamo dovuto riprogrammare tutti i percorsi in atto con la scuola, con il catechismo, con le riunioni e abbiamo rinnovato le modalità di comunicazione, sollecitati da un nuovo modo di incontrarsi e aiutati da piattaforme e strumenti che ci hanno permesso così di interagire. Si è spalancato davanti a noi un nuovo mondo, che forse prima avevamo paura di conoscere e di usare, abituati a quel “si è sempre fatto così” che tanto caratterizza ancora, per certi versi, il nostro modo di essere Chiesa. Un “mondo”, cioè, che di fatto abitiamo già da molto tempo e che sta trasformando profondamente il nostro modo di essere: «Il digitale non solo fa parte delle culture esistenti, ma si sta imponendo come una nuova cultura, modificando innanzitutto il linguaggio, plasmando la mentalità e rielaborando le gerarchie di valori [4]». Questa comunione che abbiamo iniziato a creare tra Annuncio e cultura digitale deve essere un’occasione per immaginare qualcosa di nuovo, che sicuramente dovrà andare anche al di là della situazione di emergenza che stiamo vivendo nel momento presente.
È fondamentale quindi fare tesoro di tutto quello che viene da questo tempo di pandemia, riflettere sulle modalità di comunicazione dei giovani, ma non solo e quindi aggiornare il linguaggio con cui si vuole comunicare il Vangelo a tutti. Ovviamente, la vera questione non sarà come utilizzare le nuove tecnologie ma piuttosto come diventare presenza evangelizzatrice nel continente digitale [5].

 

Il terzo spazio per vivere in digitale un Annuncio di fede
In questi mesi abbiamo imparato a conoscere ed abitare un nuovo tipo di spazio, una dimensione altra rispetto alla casa e al lavoro/scuola, il cosiddetto “Terzo Spazio”: uno spazio in cui le persone possono interloquire tra di loro anche stando lontane. È ciò che avviene nei Social Network (Facebook, Twitter, Instagram), aperti tutto l’anno che diventano sempre più quei luoghi capaci di connettere tempo, spazio e interessi di centinaia di persone o di singoli gruppi che hanno bisogno di comunicare e condividere tra di loro determinate notizie.
Il concetto di “Terzo spazio” è difatti al centro della riflessione di John Potter e Julian McDougall, studiosi del College of Education della University of London. Inteso come un concetto ibrido, come luogo di costruzione e negoziazione dei significati – ha, come suggeriscono Potter e McDougall, un significato letterale e un significato metaforico. In senso letterale indica uno spazio extrascolastico, un museo, un momento di aggregazione libera finalizzato alla produzione di significati o artefatti. In un senso più largo è un terzo spazio anche un modo di costruire l’apprendimento in forma attiva tra insegnanti e studenti in un contesto formale. Di questo senso più largo sono parte le culture partecipative (Jenkins), gli spazi di affinità (Gee), il social network e i nuovi luoghi di aggregazione nel Web [6].
Nell’ultimo anno siamo stati chiamati ad affrontare sfide e situazioni che mai avremmo immaginato, sia a livello personale che a livello comunitario: questo momento di crisi ci ha obbligato di fatto a rimettere in discussione le nostre convinzioni, il nostro modo di fare e i nostri schemi di azione per attivare nuove strategie. In particolar modo il rapporto con le nuove generazioni, già di per sé molto difficile, ha rischiato e rischia di subire un crollo, un vuoto difficile da colmare…allora perché non sfruttare i mezzi dei giovani per comunicare e annunciare Gesù? Ma per poterli ingaggiare (e tentare di mostrare loro il Vangelo, prima che insegnarlo) c’è bisogno di accettare la sfida di andare a prenderli sul loro terreno, imparando a conoscere e riconoscere i loro mondi e luoghi di vita. E partendo da questo, dare vita ad una serie di connessioni e legami che possano diramarsi dai giovani e fare dei giovani il centro ma anche il mezzo per poter raggiungere tutti, indistintamente.

«In questo tempo non si tratta di mettere pezze, né di riaccendere i motori. Il corpo sociale non è una macchina da riparare ma un organismo, che oggi ha bisogno di rigenerarsi[7]» si tratta allora di costruire dei ponti, di comprendere che se la rete è usata come prolungamento di un incontro, di un annuncio, non tradisce sé stessa ma rimane risorsa per la comunione [8].

Legami onlife FOCR

Ovviamente il “terzo spazio” che offre la comunicazione digitale deve fondersi con il “terzo spazio” che è l’aggregazione…dobbiamo quindi tornare ad incontrarci, poiché nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona: non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti, proprio in quanto “INTERNET” tende ad annullare le  distanze  fisiche e mentali, liberando l’individuo dalle coercizioni dipendenti dalle componenti  prossemiche più’ proprie delle comunicazione vis a vis [9].

Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto, internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù. La parola è efficace solo se si vede, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale [10].

 

La mia esperienza di Terzo Spazio
Aprire gli occhi per riscoprire la speranza che poteva e doveva nascere da tutta questa situazione è stato anche il motto che ha un po’ segnato la mia esperienza come catechista e responsabile dell’oratorio della mia parrocchia. In particolare, l’icona dei discepoli di Emmaus, che dopo la disperazione di aver perso il loro Maestro e di sentirsi abbandonati, con Lui camminano e ne fanno esperienza fino a quando nella condivisione del pane “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 13-35), è stata fonte di ispirazione per la creazione e la realizzazione del nostro “terzo spazio” in parrocchia.
I bambini e i ragazzi che frequentano il nostro oratorio erano “abituati” a vivere e a fare esperienza di Gesù attraverso il gioco e i laboratori creativi: ma come proporre tutto questo anche a distanza? La nostra scelta è poi ricaduta sulla dashboard del Padlet, la cui definizione più simpatica è “muro virtuale”, ovvero una sorta di bacheca online dove condividere messaggi, foto, progetti, video, etc etc. Prendendo spunto da quello che è stato il logo per l’anno oratoriano 2020-2021 della Pastorale Giovanile (FOM) della Chiesa di Milano, ovvero “A occhi aperti”, abbiamo realizzato il nostro Muro Parrocchiale e lo abbiamo reso quel “terzo spazio” di condivisione e comunione con i nostri bambini e i nostri ragazzi.

Nonostante la diffidenza inziale di alcuni genitori, che dovevano fare i conti con un’altra novità nella loro vita già messa a dura prova dalla DAD e dai numerosi cambiamenti nell’utilizzo delle piattaforme per la scuola, abbiamo poi riscontrato un discreto successo nel suo utilizzo ed è diventato un punto fermo che settimana dopo settimana ci dava modo di incontrarci pur stando lontani.
Questo mondo digitale, allora, non è proprio così malvagio come alcuni lo descrivono! Certo ha i suoi rischi, i suoi buchi neri come, ad esempio, il cyberbullismo che oggi tanto cerchiamo di combattere…ma come per tutte le cose va studiato e compreso, ne fatta esperienza per poi ricavarne solo il buono e il bello. «Internet e le reti sociali creano una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone […] rappresentano ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere anche in iniziative e attività pastorali [11]».

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La Pastorale Digitale: luogo di incontro per l’Annuncio di Fede
In questo tempo, allora, segnato dalla ripresa delle attività in tutte le sue forme e in tutte le sue realtà, dobbiamo riuscire a cogliere tutto quello che di buono ci ha lasciato la pandemia e da queste ripartire per riuscire a proclamare il Vangelo in tutto il mondo e ad ogni creatura. «Oggi l’azione pastorale richiede che si sappiano utilizzare le possibilità e gli strumenti più recenti. Non sarà quindi obbediente al comando di Cristo chi non sfrutta convenientemente le possibilità offerte da questi strumenti per estendere al maggior numero di uomini il raggio di diffusione del Vangelo [12]».
La Pastorale Digitale assume così un ruolo fondamentale, deve generare comunione ed educare alla fede, deve aiutarci a progredire verso il mistero luminoso di Cristo, deve avere a che fare realmente con le intenzioni e i desideri degli uomini: non si hanno più tante scuse da accampare per non fare. La pastorale digitale oggi più che mai non deve ridursi a condividere risorse digitali, ma piuttosto essere strumento per attivare storie di relazione autentica e quindi uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare la Chiesa[13].
Comincia ad essere evidente il fatto che la Buona Notizia deve essere fatta conoscere anche nell’ambiente digitale e diventare mezzo per fare esperienza di Cristo per tutti coloro che i quali questo spazio esistenziale è sempre più importante. L’ambiente digitale ormai fa parte della realtà quotidiana di molte persone, non solo giovani e giovanissimi. Sono molte le persone che giorno dopo giorno scoprono nei Social Network quel mezzo che può aiutarli ad abbattere le distanze per restare in comunicazione con i propri figli o i propri nipoti. Diventano quindi il frutto dell’interazione umana e danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.
La Pastorale Digitale non deve ridursi ad una sorta di messaggistica religiosa solo per comunicare date e orari di un evento ma deve assumere uno stile ben preciso per una comunicazione del Vangelo capace veramente di toccare i cuori, i desideri di assoluto e di verità di quanti non credono. Il web, in questo senso, diventa un’opportunità perché è diventato lo spazio del nostro tempo, dove anche coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto possono diventare i destinatari della buona notizia…e la Pastorale Digitale deve esserne il mezzo.


Facciamo nostre le parole di Papa Francesco, quindi, e impariamo a fare della Pastorale Digitale un luogo di ascolto e partecipazione con l’altro che non vediamo ma è reale, per raggiungere tutti e a tutti annunciare con gioia la Buona Notizia di Gesù che è sempre con noi!

Lucia Scafi, Istituto Leoniano di Anagni, A.A. 2020/2021

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

[1] GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Redemptoris Missio (7 dic. 1990) in AAS 83 (1991) 267-268.

[2]«L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche». Francesco, papa, Evangelii Gaudium, Esort. Ap. (24 nov. 2013), in vatican.va, n. 86-90

[3] Ibidem, n.33

[4] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 359.

[5] Ibidem, 371.

[6] Convegno del Sirem, Media, educazione e terzi spazi, 7/8 luglio 2020, in sirem.org

[7] C. Giaccardi – M. Magatti, Nella fine è l’inizio, il Mulino 2020, ˂https://www.avvenire.it/agora/pagine/costruire-un-ponte-oltre-il-covid˃

[8] https://www.focr.it/wp/wp-content/uploads/2020/12/PASTA-S-NPG-4-2020-legami-onlife.pdf

[9] https://www.edscuola.it/archivio/lre/prossemica.htm

[10] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Milano 2020, n. 360

[11] Francesco, papa, messaggio per la 55° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, 23 gen. 2021, in Vatican.va

[12] Istruzione Pastorale sugli strumenti della Comunicazione Sociale pubblicata per disposizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Communio et Progresso, 29 maggio 1971, n. 126 in vatican.va.

[13] F. Ammendolia, Introduzione a riflessioni ed esperienze di pastorale digitale, in Orientamenti Pastorali 5(2016), EDB.




T’incontro nella comunione

Educarci alla comunicazione

 

Iperconnessi è lo stato in cui attualmente ci troviamo e ne ha parlato molto bene anche il cantautore Vasco Brondi. Siamo nell’era digitale e ci domandiamo come abitare questo mondo? Ecco, allora, T’incontro nella comunione, una proposta nata dalla programmazione del Progetto Policoro Regionale del Lazio «sollecitati dalla pubblicazione della Fratelli tutti[1] e dalla preparazione della 49a edizione delle settimane sociali dal tema Il pianeta che speriamo»[2]. Questa offerta formativa

ha come obiettivo la formazione e l’avvio di un percorso di conoscenza delle realtà giovanili sul territorio regionale, al fine di progettare una nuova esperienza di formazione regionale. […]

[La mission è quella di] una pastorale che risponda ai bisogni di singoli territori e che accolga anche il respiro di prospettive più ampie, che tenda a unire le risorse, coinvolga in un pensiero che doni senso di realtà e al tempo stesso non trascuri di essere vicino al cammino di ciascuno. […] [È una] opportunità per migliorare il servizio nelle diocesi e nei territori.

La pastorale è infatti organica, richiede più sguardi e diversificazione di funzioni per essere: la voce di una sola Parola e le mani di molti modi di farsi carità[3].

 

Mi sono lasciato ispirare dal primo modulo della serie di webinar formativi inerente alla comunicazione, tema emergente nel mondo educativo giovanile e che la situazione pandemica ha reso ancora più urgente. Fruttuosa è stata la collaborazione al progetto di molti uffici regionali. Oltre al coordinamento regionale del Progetto Policoro Lazio hanno interagito gli uffici regionali di Pastorale Giovanile, di Pastorale Sociale e del Lavoro, delle Comunicazioni Sociali e di Pastorale Vocazionale.

 

 

Proposta

 

La proposta di un possibile percorso per educarci alla comunicazione in quest’era di iperconnessione si compone di due parti: nella prima desidero parlarvi dell’oggetto, il cosa, il contenuto, ossia «comunicare, volto di una comunità in comunione»; poi cercherò di tratteggiare lo stile, il come, l’attività ovvero «educaci alla comunicazione, la comunione all’opera».

 

Mio intento sarà quello di incontrarci nella comunione, quella di Dio, per sentirci ed essere Chiesa, comunità che cammina rivolta verso l’Uno e Trino e che si incontra educandosi alla comunicazione. Comunicare oggi nell’era digitale richiede un linguaggio che sia digitale.

Mai l’uomo sarebbe riuscito a scoprire l’intimità di Dio se questo non si fosse manifestato o rivelato. […] Il Dio della fede cristiana si è rivelato come un Dio trinitario, nel quale coincidono l’unità e la pluralità, un solo Dio e tre persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. […] Solo a partire dalla comunione intratrinitaria si può comprendere il progetto di comunione e comunicazione che definisce la vocazione dell’umanità secondo la fede cristiana; solo a partire dalla comunione intratrinitaria si può comprendere il valore e il significato della comunione umana[4].

 

Occorre stabilirsi e non fuggire questo «continente digitale»[5] e «pensare come possiamo sfruttare le potenzialità dei media di comunicazione che dovrebbero diventare un luogo da abitare: esserci dentro per capire contenuti e dinamiche e accompagnarlo, per far sì che diventi uno strumento della Grazia»[6].

Per fare questo non possiamo stare da soli, ma sentirci parte di questo continente digitale e riscoprire la dimensione della prossimità e della missionarietà che è precipua della fede cristiana. Incontrarci anche con l’uso dei social e dei mezzi che la comunicazione di massa mette a disposizione ci renderà compagni di viaggio. «Ciò che mette in relazione le persone è la comunicazione. Mi piace sottolineare come in italiano esistono due parole che si avvicinano molto tra di loro e ci fanno comprendere questo significato: la parola “comunicazione” e la parola “comunione”»[7].

 

In comunione, possiamo sentirci «comunità digitale» reale tanto quanto una comunità territoriale, dunque capace di comunicare e annunciare il Vangelo, sebbene con modalità precise e linguaggi precipui, così come sarà più avanti meglio specificato.

 

COMUNICARE, VOLTO DI UNA COMUNITÀ IN COMUNIONE

 

La parola “comunicare” viene dal latino cum-munus e vuol dire portare insieme un munus, ovvero un dono che è al contempo un impegno

 

È doveroso definire, mettere una linea di contorno circa il termine «comunicare» per intendere univocamente il suo significato e non generare equivoci. «La parola “comunicare” viene dal latino cummunus e vuol dire portare insieme un munus, ovvero un dono che è al contempo un impegno. Munus ha, infatti, entrambi i significati: dono e impegno, regalo e onere. La comunicazione è quindi sempre un evento dialogico, avviene tra almeno due persone: non sono io che comunico, ma siamo noi che comunichiamo»[8].

 

Non ho alcuna pretesa di esaurire il tema della comunicazione e in particolare quella digitale. Non mi vorrei lasciare assorbire dall’assillo quotidiano dell’essere al corrente di tutto e nel minor tempo possibile[9]. Lo spirito che mi anima è quello di metterci in cammino, in comunione, nel continente digitale; offrire il mio contributo condividendo e mettendomi dunque in dialogo con altri compagni. Lo stile è proprio quello di Dio che chiama ogni uomo alla comunione con Lui al di là dei propri talenti, capacità, abilità, ecc. «Fuori dalla relazione non c’è comunicazione, non c’è comunione, non c’è vita»[10].

 

L’impegno della chiarezza e del dono gratuito

La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno

 

Circoscritto il verbo comunicare, occorre fare una precisazione che è premessa importante nell’atto della comunicazione. Ci muoviamo nel mondo digitale non per conquistarlo, per avere primariamente uno spazio, ma per rispondere al dono gratuito dell’incontro con una Persona, Cristo Gesù, che — come ha ricordato papa Benedetto XVI — «dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva»[11].

È l’Amore che muove tutto, che crea, che ci mette in movimento. «Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?»[12]. Ecco cosa comunicare: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8). Il dono che Dio vuole fare a tutti gli uomini è se stesso, il «Dio con noi» (Mt 1, 23), la sua compagnia per le strade della vita, la sua luce. Sono doni senza prezzo, che superano ogni nostra capacità di restituzione e ricompensa.

 

Che bello scoprire che non siamo soli né i soli ad aver incontrato Cristo, ma c’è tutta una comunità in comunione col medesimo Padre che lo comunica con gioia. È la gioia del Vangelo da comunicare e da tramettere anche nel mondo digitale. Una gioia che non si codifica, ma che traspare dal modo con cui lo si comunica. Occorre dunque fermarci per formarci alla comunione divina e ricordarci che il virtuale è reale[13].

 

 

Per rendere comprensibile questo passaggio si utilizza nel linguaggio digitale il termine on-life[14]Il virtuale è molto più reale di quel che ci rendiamo conto. La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno.

Ricordiamoci che l’impegno nella comunicazione consiste nella chiarezza missionaria con cui si annuncia Chi abbiamo incontrato e che lo facciamo con gioia. «La nuova evangelizzazione si propone in questi contesti non come un dovere, un peso ulteriore da portare, ma come quel farmaco capace di ridare gioia e vita»[15].

 

La disponibilità ad accogliere e far maturare

Nel continente digitale c’è tutto un mondo pieno di occasioni per manifestare il volto di una comunità in comunione, quella cristiana

 

Dopo la premessa maggiore che «la Chiesa conosce un solo criterio per rinnovare ogni giorno la speranza: [ovvero] essa sa che “fedele è Dio”, dal quale siamo stati “chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1Cor 1,9)»[16], ci disponiamo ad un rinnovato slancio missionario nell’ambiente digitale che «richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche»[17].

 

Nel continente digitale c’è tutto un mondo pieno di occasioni per manifestare il volto di una comunità in comunione, quella cristiana. È un «luogo di vita [che] offre tante opportunità inedite, soprattutto per quanto riguarda l’accesso all’informazione e la costruzione di legami a distanza, ma presenta anche rischi»[18]. Comunicare, allora, non è solo uno spostamento e scambio di ordine materiale, quantificato in termini di bit — dall’inglese binary digit, numero binario — ma spazio di amicizia. Il rischio di massificazione o di generazione di «nuove individualità solitarie capaci di comunicare con tutti, ma senza intimità personale con nessuno»[19] è dentro la rete, e proprio per questo non si può restare fermi.

 

La disponibilità ad accogliere l’impegno di abitare, interagire, formarsi nel continente digitale non vuole rispondere subito a un’urgenza, come ad esempio quella dell’attuale situazione pandemica che ha richiesto un lockdown e la riduzione del movimento fisico — che ha permesso di ampliare in maniera esponenziale l’attività in rete — ma per essere fedeli alla missione di Cristo. «Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro: Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole» (Rm 10, 17-18). La maturazione personale e comunitaria di questo mandato ci farà trasmettere quel volto di una comunità in comunione che sa riflettere l’ardore e la passione per Gesù e comunicare on-life questa Buona Notizia.

 

EDUCARCI ALLA COMUNICAZIONE, LA COMUNIONE ALL’OPERA

 

I discepoli di Cristo comunicano l’amore di Dio per l’umanità esprimendolo con la propria vita e in tutti gli ambiti della vita, anche quello digitale

 

Come esprimere la comunione che noi cristiani viviamo? «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). I discepoli di Cristo comunicano l’amore di Dio per l’umanità esprimendolo con la propria vita e in tutti gli ambiti della vita, anche quello digitale. Occorre educarci alla comunicazione e questo non lo si fa elaborando teorie, ma facendo comunione, vivendo la comunione di Gesù Cristo col Padre, nello Spirito Santo. È una vocazione impegnativa, anzi è una chiamata alla responsabilità e la rinuncia comporterebbe il non desiderare un futuro buono, una vita piena.

 

Non tratterò di modalità esecutive, di tecniche per comunicare in modo efficace ed efficiente, ma mio intento è quello di «suscitare una consapevolezza culturale e spirituale che possa riversarsi in un’azione soprattutto educativa rispetto agli aspetti critici legati all’infosfera. […] L’infosfera non è uno strumento, ma è l’ambiente popolato dalle informazioni, in cui vivono le informazioni e in cui anche noi viviamo»[20].

 

«È finito, perciò il tempo di riflettere sul futuro della Chiesa, è tempo di mettere mano alla Chiesa del futuro»[21]. Questo senza dimenticare la propria tradizione e anche gli esempi di educazione alla comunicazione di persone che con la propria vita hanno reso testimonianza al Vangelo e donato vie percorribili per vedere come la comunione è all’opera. Sono esistenze generose che hanno annunciato quanto prima hanno ricevuto e che nella trasmissione di questo dono anche noi oggi godiamo dei frutti vivi e operanti nella vita della Chiesa[22].

 

Gesù Cristo, modello di educatore comunicativo

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere

 

Il modello esemplare cui ispirarsi per rispondere alla necessità di educare l’uomo per una vita responsabile nell’era della comunicazione di massa anche digitale è Gesù Cristo.

Quando il Concilio di Firenze sintetizza il mistero della comunione trinitaria non fa altro che presentare, pur in maniera inconsapevole, un modello perfetto di comunicazione: “Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio è tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito è tutto nel Padre, tutto nel Figlio” (DS 1331). […]

Dio assume l’iniziativa di comunicarsi, ma la realizza in una maniera particolare che è quella di farsi carne, tempo, divenire, come l’uomo con il quale vuole entrare in contatto. Sembra che valgano anche per Dio, dunque, due degli assiomi fondamentali del processo comunicativo: è impossibile non comunicare ed è impossibile comunicare senza definire correttamente la relazione[23].

 

L’evangelizzazione digitale deve partire, se vuole essere comunicativa, dal legame Dio-uomo, da un Dio che discende per farsi comprendere, si apre verso l’esterno per poterlo conoscere. Così il linguaggio digitale deve essere concepito: un dare l’occasione propizia in rete di essere comprensibili, di trasmettere in questo canale la Grazia ricevuta e comunicarlo gratuitamente, senza aspettarsi un tornaconto, una resa.

 

Educarci

 

È proprio nello spirito dell’educare il tirare fuori ciò che di bello ciascuno ha dentro di sé; al tempo stesso non si retrocede, perché si è disposti a essere in comunione, a dialogare, a farsi accompagnare, a lasciarsi educare. È un cammino da fare insieme, in sinodalità.

«Il mio volto camminerà con voi» (Es 33,14). Cercare un volto è quello che tutti noi abbiamo fatto sin dal principio della nostra esistenza. Saremo volto di una comunità in comunione se saremo disposti a farci compagni di viaggio, in una relazione aperta dove possono intrecciarsi vite con l’occasione del virtuale che è reale.

 

Questa comunione all’opera ci fa testimoni credibili e appassionati oltre che umani e avvicinabili. Così i cristiani possono comunicare la propria esperienza di fede. La dimensione relazionale, lo scambio reciproco risulta essere vitale. Da solo il linguaggio digitale, gli elaborati elettronici, il tweet, la story di Instagram, ecc. «potranno anche fornire un numero sempre più copioso e certo di informazioni, ma non saranno mai in grado di produrre una testimonianza. L’aspetto singolare della testimonianza, rispetto all’esperienza, è la sua estroversione, cioè il suo indirizzarsi all’altro. […] La testimonianza si rivolge all’altro, è all’altro che il testimone vuole comunicarsi»[24].

 

Relazionarci

 

Non basta essere sempre connessi, ma è evidente che è necessario essere realmente in relazione. Dio, infatti, «si rivelò, in parole e in atti, al popolo che si era acquistato come l’unico Dio vivo e vero, in modo tale che Israele sperimentasse quale fosse il piano di Dio con gli uomini e, parlando Dio stesso per bocca dei profeti, lo comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e lo facesse conoscere con maggiore ampiezza alle genti» (DV 14). Non ci si può limitare, perciò, a postare un messaggio, a condividere una immagine bella, a reindirizzare verso meditazioni profonde, ecc. Bisogna abitare il continente digitale, entrare nelle storie umane e discorrere. Comunicarsi indicherà così sia comunione, lo stare uniti, in relazione, sia comunicare, trasmettere la Parola con la propria vita condivisa.

 

Gesù in questo è maestro e pedagogo, è la chiave ermeneutica. «Non si tratta tanto di inventare cose nuove, quanto di cominciare a dare nuovo vigore a ciò che in molti casi già esiste»[25]. Gesù Cristo è il modello per eccellenza di educatore comunicativo. A Lui ci rivolgiamo e preghiamo e possiamo anche ispirarci a degli esempi di persone — che saranno presentate di seguito — che hanno donato la loro vita per annunciare il Vangelo, servendosi dei mezzi che il loro tempo offriva.

 

Esempi di educazione alla comunicazione

 

Interagire con un mondo reale e virtuale[26] non è cosa da poco, ma un’indicazione principe può fare chiarezza su questa realtà: «la social-pastorale non esiste, evangelizzazione e pastorale presuppongono l’incontro, la comunità reale e non la virtual community. L’uso dei social, quindi, deve ispirarsi a questo criterio guida: non c’è comunicazione, non ci sono relazioni che vivono solo online. Il virtuale è utile strumento di collegamento […] ma sempre funzionale all’incontro personale»[27].

 

Beato Giacomo Alberione

Un grande esempio di comunicatore del Vangelo che ha saputo per primo evangelizzare con i mezzi di comunicazione sociale: il beato Giacomo Alberione

 

A tal proposito non si può non riportare un grande esempio di comunicatore del Vangelo che ha saputo per primo evangelizzare con i mezzi di comunicazione sociale: il beato Giacomo Alberione. Possiamo da lui riprendere il metodo utilizzato e attuarlo in chiave paradigmatica per la comunicazione digitale. Occorre una formazione, una certa professionalità perché

i contenuti del messaggio di salvezza, per essere trasmessi attraverso i mezzi di comunicazione, si devono tradurre secondo i canoni propri di tali mezzi, i quali hanno un loro linguaggio e metodo e leggi propri. Perciò, da chi opera in essi, si richiede alta capacità professionale e vera statura apostolica. La prima garantisce il rispetto della dinamica propria degli strumenti; la seconda, l’autenticità del messaggio[28].

Il lavoro è molto, ma non è impossibile se si ha una visione cristocentrica che guarda a — come spesso soleva ripetere don Alberione — Gesù Cristo Via, Verità e Vita. La relazione personale con Lui è trasformante.

 

Il beato Alberione soleva dire: «Il Signore accende le lampadine in avanti, man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre a “tempore opportuno”»[29].

San Paolo VI — che conosceva a fondo lo spirito e l’attività della sua Famiglia Paolina e ammirava profondamente il suo fondatore — ne ha tracciato un profilo sintetico e stupendo:

Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula tradizionale: “ora et labora”), sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni[30].

 

Beato Carlo Acutis

Il beato Acutis utilizzava i moderni mezzi di comunicazione informatici di cui era uno straordinario conoscitore. Aveva una così tanta passione e intelligenza riguardo ai computer e alla programmazione da essere nominato un «genio dell’informatica in cielo»

 

Altro beato è il giovane Carlo Acutis: «Eucaristia e computer, adorazione e libri di scuola, rosario e Facebook mi spingono a immaginare patrono del web e protettore di tutti i cybernauti questo ragazzo di 15 anni, “patito” di internet come i suoi coetanei, per di più convinto che debba diventare “veicolo di evangelizzazione e di catechesi”»[31].

Il beato Acutis utilizzava i moderni mezzi di comunicazione informatici di cui era uno straordinario conoscitore. Aveva una così tanta passione e intelligenza riguardo ai computer e alla programmazione da essere nominato un «genio dell’informatica in cielo»[32]. Nella sua parrocchia ha predisposto anche il sito internet.

 

Oltre all’affidabilità informatica, rendeva una testimonianza appassionata per l’Eucaristia, la sua “autostrada” per il Cielo. Carlo ha saputo dominare le tecnologie e le ha usate per diffondere il grande amore che aveva per l’Eucarestia. Ognuno di noi ha un dono, è dono che può mettere a disposizione e al servizio del bene.

 

Comunichiamo personalmente

 

Questi soli due esempi rimandano, oltre a ciò che hanno operato nella pastorale delle comunicazioni, anche e soprattutto allo sguardo da rivolgere a Cristo. In Lui hanno attinto la forza e Lui hanno cercato di imitare nel dare la vita, spendere tutta la loro esistenza. Sono stati meditatori, «mezzi di comunicazione», in riferimento alla mediazione di Cristo nei confronti del Padre. È in questa comunione con Dio che hanno potuto comunicare, operare. Lo sguardo verso Dio ci educa e tira fuori di noi come e cosa fare.

 

Una modalità di comunicazione che può funzionare davvero nel digitale, come certamente nel reale, è

da singolo a singolo. […] [Così si coglierà] che il destinatario sono proprio io, non un io qualunque e indifferente, o peggio indifferenziato. Devo percepire che è per me: devo sentire quello sguardo di Gesù per il discepolo amato, quello per lui e per lui solo. […] Quello che si deve cercare di generare non è tanto e non solo un messaggio che sia intellegibile e personalizzato, ma creare una conversazione su quel messaggio. […] Non è l’annuncio di Cristo che prima di tutto dobbiamo dare, ma l’annuncio che Cristo ha un messaggio, un messaggio per te[33].

 

Il Signore ci chiama per nome e con noi si intrattiene, discorre. «Venite e vedrete» (Gv 1, 39) risponde Gesù a chi Lo cerca, a chi desidera conoscere dove dimora il Maestro.

Anche noi possiamo far suscitare nel continente digitale la ricerca di Cristo quando chiamiamo per nome, quando conversiamo per queste vie social, quando accendiamo il desiderio di dialogare personalmente e rendiamo testimonianza della comunione all’opera. Ed essendo così, Dio ci educherà alla comunicazione, ci tirerà fuori il «che devo dire» (cf. Gv 12, 27) e fare.

 

 

In comunione

 

Mi avvio alla conclusione comunicandovi che ho cercato di illustrare le condizioni che renderanno possibile l’incontrarsi nella comunione di Dio, dando alcuni spunti scritturistici, teologici, cristocentrici, con esempi di vita spesa per la pastorale delle comunicazioni, per la missione d’incontrare l’altro. Non è un cammino, un operato in solitaria, ma in comunione della Chiesa tutta. In questo «sguardo fisso al futuro, già [si] scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette la già iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale [e digitale]»[34].

Questa immensa fiducia riposta nella fedeltà di Dio ci fa guardare il mondo con occhi nuovi. La pastorale digitale così vissuta sarà impregnata dall’amore comunionale di Dio che si dona tutto per tutti e che attrae tutti a Sé. Perciò, mettiamoci in rete, nel continente digitale, in cerca di altri, educandoci alla comunicazione, quella imparata da un Altro e che per nome dell’Altro fa conoscere questo tesoro grandioso: l’incontro nella comunione.

 

Allora non si tratta di fare cose nuove, ma di fare nuove tutte le cose. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5). «Non dovete però pensare a quello che già fate, perché se no fate degli aggiustamenti. Mettete per un attimo tra parentesi quello che state facendo, e provate a raccontarvi tra di voi (la nostra è una fede narrativa) come sarebbe più bello, come sarebbe più importante, cosa è più importante, cosa può essere più attraente, più essenziale per le persone che incontriamo»[35].

 

Incontrando Gesù Cristo nella sua comunione diventeremo noi per primi quello a cui siamo chiamati, ossia essere santi. E con la testimonianza di vita — anche nel digitale — comunicheremo quel che viviamo e potremo così dire in modo credibile: «T’incontro nella comunione».

 

Paolo Larin

studente del II anno Filosofia,

Istituto Teologico Leoniano di Anagni

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

1Cor               1 Corinzi

Ap                   Apocalisse

Cf.                  Confronta

cur.                 curavit (=a cura di)

dir.                  direxit (=diretto da)

DS                  H. Denzinger – A. Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum

                       et declarationum de rebus fidei et morum.

DV                  Dei Verbum

ecc.                eccetera

Es                   Esodo

Gv                   Giovanni

Ibid.                 Ibidem (=in quello stesso luogo)

LG                   Lumen Gentium

Mt                    Matteo

op.                   ordo predicatorum (=ordine dei predicatori, domenicani)

Rm                  Romani

ssp.                 Società San Paolo

tr.                     traduttore

 

BIBLIOGRAFIA

 

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SITOGRAFIA

 

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                            , Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit del santo padre Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio (24 marzo 2019), 86-90, [ultima consultazione: 28.05.2021].

                             , Lettera enciclica Fratelli tutti del santo padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), [ultima consultazione: 28.05.2021].

Paolo VI, papa, Discorso di Paolo VI ai partecipanti al capitolo generale della pia società san Paolo (28 giugno 1969), [ultima consultazione: 28.05.2021].

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

 

[1] Cf. Francesco, papa, Lettera enciclica Fratelli tutti del santo padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[2] Scigliuzzo, A., Un corso rivolto a tutte le realtà del territorio, Lazio Sette. Supplemento di Avvenire, 14 febbraio 2021, 1.

[3]                       , Comunicazione e accompagnamento. 12 webinar in due moduli per una formazione integrale, Millestrade. Mensile d’informazione della Diocesi Suburbicaria di Albano, anno 14 n. 129, febbraio 2021, 5.

[4] Martínez Díez, F., op., «Teologia della comunicazione», in Benito, A. [dir.], Dizionario di scienze e tecniche della comunicazione, Milano 1999, 1257.

[5] Cf. Benedetto XVI, papa, Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. Messaggio del santo padre Benedetto XVI per la XLIII giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio 2009), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[6] Rocco, M., «Social ed evangelizzazione», in Leonianum (2019-2020), 7.

[7] Epicoco, L. M., Marta, Maria e Lazzaro. Tre meditazioni sui legami e l’amicizia, Perugia 2019, 33.

[8] Piccolo, G., Pensiero incompleto. Breve introduzione alle grandi domande della vita, Milano 2019, 79.

[9] Cf. Cantalamessa, R., Povertà, Milano 1996, 145-147.

[10] Manes, R. – Rogante, M., Giona e lo scandalo della tenerezza di Dio, Assisi 2017, 121.

[11] Benedetto XVI, papa, Lettera enciclica Deus caritas est del sommo pontefice Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sull’amore cristiano (25 dicembre 2005), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[12] Francesco, papa, Esortazione apostolica Evangelii gaudium del santo padre Francesco ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’ annuncio del vangelo nel mondo attuale (24 novembre 2013), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[13] Cf. <https://www.youtube.com/watch?v=dC2JNEuYc0s>, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[14] Cf. <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[15] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 99.

[16] Assemblea Generale dei Vescovi italiani, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila, Milano 2001, 93.

[17] Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, Città del Vaticano 2018, 145-146.

[18] Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, Torino 2017, 63.

[19] Savagnone, G., Comunicazione. Oltre il mito e l’utopia. Per una cultura conviviale, Milano 1997, 95.

[20] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 9.17.

[21] Matteo, A., Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020, 12.

[22] Cf. LG 17: «A ogni discepoli di Cristo incombe il dovere di diffondere, per parte sua, la fede».

[23] Lambiasi, F. – Tangorra, G., Gesù Cristo comunicatore. Cristologia e comunicazione, Milano 1997, 72.

[24] Ibid., 124.

[25] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, Città del Vaticano 2004, 79.

[26] Cf. Francesco, papa, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit del santo padre Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio (24 marzo 2019), 86-90, [ultima consultazione: 28.05.2021].

[27] Agagliati, G., Poche chiacchiere! Come Comunicare in parrocchia, Torino 2018, 72.

[28] Spoletini, D., Don Alberione. Comunicatore del Vangelo, Roma 2003, 37-38.

[29] Esposito, R. F., ssp [cur.], Carissimi in san Paolo. Lettere, articoli, opuscoli, scritti inediti tratti dal bollettino interno «San Paolo» e dall’archivio generalizio (1933-1969), Milano 1971, 192.

[30] Paolo VI, papa, Discorso di Paolo VI ai partecipanti al capitolo generale della pia società san Paolo (28 giugno 1969), [ultima consultazione: 28.05.2021].

[31] Viganò, D. Edoardo, «Prefazione», in Gori, N., Un genio dell’informatica in cielo. Biografia del Servo di Dio Carlo Acutis, Città del Vaticano 2016, 5-6.

[32] Cf. Gori, N. [cur.], Eucaristia. La mia autostrada per il Cielo. Biografia di Carlo Acutis, Milano 2007, 57-61.

[33] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, 125-126.

[34] Baragli, E. [tr.], L’istruzione pastorale “Communio et progressio”, Roma 1971, 127.

[35] Carletti, F., «Creatività pastorale, frutto del discernimento», in Diocesi Suburbicaria di Albano, Creativi per fare. Il discernimento all’opera, Albano Laziale 2019, 73.

 

Diritti d’autore per immagini e video

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.




ALLA SCOPERTA DEL CONTINENTE “DIGITALE”

Un nuovo “continente”

Nel “Direttorio per la Catechesi” pubblicato il 25 giugno del 2020, al numero 371 si legge: «Nel processo dell’annuncio del Vangelo, la vera domanda non è come utilizzare le nuove tecnologie per evangelizzare, ma come diventare una presenza evangelizzatrice nel continente digitale» [1].
In pochi anni è cambiato il modo di guardare il digitale – nella pastorale –: in precedenza, infatti, si pensava ai new media come “mezzi”, strumenti da utilizzare per la catechesi, e in altri ambiti. Non si considerava quindi che sarebbero diventati veri e propri luoghi d’incontro dove le distanze non contano.

Presenza evangelizzatrice

Parto dalla parola evangelizzare, che significa «predicare il Vangelo» [2]; il primo essere umano a farlo è stato Gesù Cristo, ed è da lui che dobbiamo imparare.
Non si tratta di imporre la propria cultura, il proprio modo di pensare, ma di farsi proposta, essere presenza anche in questo nuovo continente. Come? Bella domanda! Imparare da colui che non ha mai imposto nulla, anzi si è reso prossimo, si è messo in ascolto dei vicini e dei lontani, dei dotti e degli ignoranti, non ha fatto distinzione di culture, età, colore di pelle. Ha annunciato “il Regno dei Cieli”, chinandosi su coloro che erano infermi, prendendo per mano tutti coloro che imploravano il suo aiuto, sanando coloro che gridavano e chiedevano la guarigione, aprendo alla fede. Insegnava la prossimità attraverso le parabole come quella del buon samaritano.

Papa Francesco ha utilizzato la parabola nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti: con essa vuole aiutarci a comprendere come vivere da fratelli, attraverso una presenza più vera ed efficace. Scrive:

Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo [3].

Ciò che mi stupisce di papa Francesco è la coerenza nei suoi discorsi, quest’affermazione della “Fratelli tutti” mi è subito tornata in mente il “messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali”:

media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti [4].

Dall’intreccio di queste ultime due citazioni del pontefice si deduce che occorre farsi prossimo sia nella concretezza della vita, sia nel digitale, ovvero “onlife”.

 

Prossimità

Incontrare l’altro, nel nuovo continente

L’incontro nel nuovo continente è una vera e propria sfida, tra la veloce diffusione dei contenuti oltre ogni spazio a noi noto, e la memorizzazione permanente di essi. Francesco nell’ultimo messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali ci aiuta a comprendere dei fondamenti:

La rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze. La tecnologia digitale ci dà la possibilità di una informazione di prima mano e tempestiva, a volte molto utile: pensiamo a certe emergenze in occasione delle quali le prime notizie e anche le prime comunicazioni di servizio alle popolazioni viaggiano proprio sul web. È uno strumento formidabile, che ci responsabilizza tutti come utenti e come fruitori. Potenzialmente tutti possiamo diventare testimoni di eventi che altrimenti sarebbero trascurati dai media tradizionali, dare un nostro contributo civile, far emergere più storie, anche positive [5].

Essere responsabili di testimoniare con poche parole e molti fatti, attraverso la concretezza di una Parola che s’incarna e tocca, che parla da sé. È proprio il messaggio del vangelo che ci porta ad andare contro corrente: non basta passare lungo la riva del digitale ma prendere il largo, imparare a tracciare la rotta in questo mare immenso e tanto “profondo” da nascondere anche dei lati oscuri. Il Signore ci insegna a “non avere paura” anzi ci invita ad osare; a sedare la tempesta ci penserà Lui, e sempre Lui ci prenderà per mano nel momento del bisogno. Noi non dobbiamo stancarci di essere presenza viva, testimoni di un amore che va oltre uno schermo, un click, un video, o un’immagine. Siamo chiamati a testimoniare che è bello incontrarsi anche nella mediazione di uno schermo, a raccontarci con una frase, a mettere un like a una storia o a un post, consapevoli che tutto questo – che è già realtà di un incontro – necessità di ricadute nella vita concreta: impariamo, cioè, a sporcarci le mani “onlife”.

Abitare il nuovo continente

L’abitare il continente digitale da parte del credente, va ben oltre il costruirsi “vetrine” o lanciare messaggi: significa coinvolgersi, non rimanere distaccati. Francesco scrive:

«Occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali» [6].

Nella cura per l’umanità ricade pure l’attenzione alle periferie digitali:

manifestazione più o meno evidente, in svariati casi “occultata”, di una periferia esistenziale nel continente    digitale […] verso cui uscire per un’azione liberante [7].

Ed ancora, poiché molti cercano nel web quello che non riescono a trovare nel mondo quotidiano – nel bene o nel male – sta a chi “lavora” nella rete aiutare a discernere, con amore. Il credente è chiamato ad essere voce di quella Parola – Gesù – che è Via, verità e vita. Sempre papa Francesco scrive:

La buona novella del Vangelo si è diffusa nel mondo grazie a incontri da persona a persona, da cuore a cuore. Uomini e donne che hanno accettato lo stesso invito: “Vieni e vedi”, e sono rimaste colpite da un “di più” di umanità che traspariva nello sguardo, nella parola e nei gesti di persone che testimoniavano Gesù Cristo. Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale [8].

Social media

Comunicare nel nuovo continente

Sappiamo che in questo continente c’è una realtà complessa che supera la nostra immaginazione ed è fatta di culture diverse, di modi di pensare diversi, lingue diverse: tutto questo non ci deve spaventare, anzi dobbiamo considerarlo come una grande opportunità. Significa imparare a conoscersi e a rispettarsi per quello che siamo senza paura. Papa Francesco ci aiuta a comprendere come comunicare:

abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui [9].

Per imparare a comunicare dobbiamo avere un cuore sempre aperto che faccia spazio ad ogni persona in questa realtà dove c’è tanto bisogno di “colori”. Costruiamo un ponte-arcobaleno che ci porti ad avere uno sguardo nuovo su ogni luogo, dove portare la buona notizia significa testimoniare e annunciare che Dio esiste ed è amore.
Madre Maria Oliva Bonaldo la fondatrice delle Figlie della Chiesa – Congregazione religiosa a cui appartengo – se vivesse ancora ci spingerebbe ad abitare questo continente per poter gridare, testimoniare, e far conoscere la Chiesa nata dal costato di Cristo, senza inventarsi chissà che cosa ma con la semplice testimonianza di vita.

Il nostro Istituto, fedele al carisma ricevuto, non può avere altra missione che quella della Chiesa nostra Madre: l’evangelizzazione, la promozione della vita cristiana nei fratelli, per l’edificazione del Corpo di Cristo e la salvezza del mondo. […] Presentiamo al mondo il messaggio della salvezza anche per mezzo di una catechesi viva, aggiornata e qualificata. Nelle parrocchie, nelle scuole, dove è possibile. […] Infatti, afferma la Fondatrice, «il vero ossigeno di cui oggi ha bisogno il Corpo mistico della Chiesa è la nostra gioia di esserle Figlie e di dimostrarlo a viso aperto, in modo che i fratelli, vedendoci, dicano: Dio esiste, ed è Amore» [10].

Guardando all’esperienza in rete delle Figlie della Chiesa, questa riflessione diviene campo di verifica ed auspicio ad aprire al “coraggio” dell’ascolto. Non è facile aprirsi alle differenze; non è facile neanche aprire i post all’opinione, che spesso è piena di pregiudizio e volgarità. Occorre tuttavia aprirsi all’ascolto della rete, educare all’opinione pazientemente. Ciò per passare dall’informazione alla comunicazione che fa comunione, onlife [11].
Ho creato un mini gruppo su WhatsApp con alcuni ragazzi che attraversano la mia vita di Palagiano, Fondi (Latina), Santo Stefano Briga (Messina) e di Salerno, ai quali ho lasciato alla loro visione un video di una religiosa e gli ho chiesto: «un’impressione e cosa suscita in loro». Questo è stato un piccolo risultato.

Un video può interpellare, ma occorre accoglierne le reazioni per comprendere il pensiero del nostro interlocutore, e di là cominciare un cammino insieme. Il Vangelo è ancora vivo e Dio t’incontra dove sei. Vi lascio un video…

…provocatorio.

Palma Mandorino

 


Bibliografia e sitografia

 [1] Pontificio Consiglio Per La Promozione Della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo Milano 2020, n. 371. 

[2] Treccani, Dizionario evangelizzare, in https://www.treccani.it/vocabolario/evangelizzare/ (Consultato il 04.01.2021).

[3] Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Editrice Àncora, Milano 2020, n. 63.

[4] Francesco, messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato il 04.01.2021).

[5] Francesco, messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato 24.01.2021). 

[6] Francesco, messaggio per la 48ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20140124_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato il 24.01.2021).

[7] Fortunato AMMENDOLIA, Nelle periferie, cooperatori della “Bellezza”, in Orientamenti Pastorali 10/2017, Atti della 67a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, EDB. 

[8] Francesco, messaggio per la 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/communications/documents/papa-francesco_20210123_messaggio-comunicazioni-sociali.html (Consultato 25.01.2021).

[9] Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Editrice Àncora, Milano 2020, n. 134.

[10] Figlie della Chiesa, Costituzioni, Figlie della Chiesa, Roma 19951, 79.1; 81. 

[11] Cfr. Fortunato AMMENDOLIA, Ascoltare la rete: il primo passo per una pastorale “onlife”, in Orientamenti Pastorali 3/2019, EDB.

Per video e immagini ho utilizzato i seguenti link, partendo dall’immagine in evidenza:
https://pixabay.com/it/illustrations/binario-uno-cyborg-cibernetica-2302728/
https://youtu.be/aYeV48eyPI
http://www.proclamarelaparola.it/parbuonsamaritanolc102537.mp3
https://pixabay.com/it/illustrations/smartphone-mano-fotomontaggio-volti-1445489/
https://pixabay.com/it/illustrations/binario-codice-donna-faccia-vista-1327492/
https://pixabay.com/it/photos/umano-google-polaroid-pinterest-3175027/
https://www.youtube.com/watch?v=b6_4_FNmfyQ




Fede “onlife”

L’impatto dei social sulla vita degli uomini e donne è oggetto di discussione che ha interessato gli esperti e continua ancora oggi a interessare anche la gente comune. La vita dell’essere umano ha una dimensione molto importante che è quella della fede. Ci occuperemo appunto di analizzare l’impatto dei “social” nella la dimensione spirituale dell’uomo al punto che oggi ci fa pensare alla possibilità di una fede onlife, ovvero tra fisicità e digitale.

 

Dove incontriamo il Signore?

Ci capita a volte di voler ridurre la dimensione spirituale al silenzio. Ma la “voce” di Dio trova sempre modo di farsi sentire, in quanto dimensione costitutiva dell’uomo, come sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica: “l’uomo è un essere religioso” [1]. Ciò è palese durante i tempi di grandi prove. Ad esempio, guardando al tempo del Covid19 che stiamo ancora vivendo, si può affermare che l’uomo si è scoperto in maniera drammatica come un essere indigente, bisognoso di un Essere Trascendente che lo possa salvare. Ciò si è concretizzato per un bisogno di relazioni e di solidarietà, soddisfatto attraverso le diverse modalità di comunicazione che i social media ci offrono. Attraverso questi strumenti si sono sviluppate delle catene di preghiera online, di dibattito sull’avvenire dell’umanità, di incontri per sostenersi a vicenda.

 

La compatibilità con la vita

Nel lockdown abbiamo fatto esperienza di una fede che è mantenuta viva attraverso i social, per ogni età e condizione di vita.  Ne abbiamo beneficiato tutti, in modo particolare coloro che vivono fragilità. Proprio come sottolinea Papa Francesco: «nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza»[2]. La proposta vita è per tutti. Anche quando il contatto corporeo è impossibile, il mondo digitale ci aiuta a farci prossimo dell’altro.

 

I social come luogo di incontro con il Signore

A volte ci capita di commettere l’errore di pensare che il Signore si trova solo nei luoghi di culto. Di conseguenza, per incontrarlo bisogna andarvi e quando ve ne usciamo, lo lasciamo lì finché ritorniamo a trovarlo. Ciò fa pensare che siamo noi a fare il movimento. Spesso dimentichiamo che il primo movimento viene sempre da Lui. Il Signore ci raggiunge con vie diverse, anche mediante i social!

Questo incontro con il Signore non ha un luogo fisso o predeterminato, perché Lui ci raggiunge ovunque vuole. Per riconoscere la presenza del Signore, bisogna essere attenti e saper leggere i segni che Egli ci manda. Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli Tutti” sottolinea: “la proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della mia cerchia di appartenenza”[3]. Ciò vuol dire che il Signore ci raggiunge in modo sempre inedito nel prossimo ferito, che grida aiuto.

 

Il Signore ci raggiunge attraverso il fratello/la sorella

Occorre imparare a rivisitare con la luce della fede i nostri rapporti con gli altri. Possono essere in presenza o distanza: ciò che conta è il nostro comportamento davanti all’altro, specie se sconosciuto. È una minaccia per me, o è un fratello, una sorella che devo accogliere come tale? Allo stesso modo risulta anche importante considerare il nostro rapporto con gli anziani. Il Signore ci raggiunge anche attraverso loro, e viceversa, attraverso di noi, loro dovrebbero vedere e sperimentare l’amore, la vicinanza del Signore. È legittimo, anzi doveroso, porsi queste domande: siamo sempre stati queste persone che portano loro il lume della gioia? Che rafforzano la loro speranza? Che li aiutano a vivere i giorni difficili e tesi alla luce della risurrezione? Il ruolo dei social nell’accompagnamento degli anziani, va incoraggiato, sostenuto, esplorato. Le persone anziane, infatti, con l’impossibilità di muoversi hanno trovato modo di nutrire la loro fede mediante il contributo dei media e delle reti sociali; soprattutto attraverso la radio e la televisione.

 

Idea della Chiesa a proposito dei social

Considerando importante l’incontro con il Signore anche attraverso i media e le reti, ci sembra doveroso fare un salto nella storia. Era l’8 settembre 1957 quando il Papa Pio XII  nella sua enciclica Miranda prorsus  si espresse sui mezzi di comunicazione sociali che si stavano sviluppando in quel periodo. La gente di quel tempo poteva ascoltare la Radio, vedere il cinema e seguire la televisione. Il Sommo pontefice affermò che quei mezzi erano e sono ancora oggi doni di Dio nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona. Egli sottolineò soprattutto l’importanza della vigilanza nel loro uso dicendo:

«Infatti, questi mezzi tecnici che sono, si può dire, a portata di mano di ciascuno, esercitano sull’uomo uno straordinario potere e possono condurlo così nel regno della luce, del nobile e del bello, come nei domini delle tenebre e della depravazione, alla mercé di istinti sfrenati, secondo che gli spettacoli presentano ai sensi oggetti onesti o disonesti». [4]

 

Parole da considerare  profetiche

La svolta con Internet

Qualche anno dopo, si aggiunse Internet. Anche con questo strumento la Chiesa, attraverso il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, rimandò all’idea del Papa Pio XII. Precisò che la Chiesa riconosceva in quegli strumenti, dei doni di Dio. Essi sono infatti destinati a unire gli uomini in vincoli fraterni per renderli collaboratori dei sui disegni di salvezza.

Si è infatti notato che lo spazio digitale è un luogo di incontro e di condivisione. Ciò suscita occasioni di testimonianza, per condividere anche la gioia del vangelo, dell’incontro con Cristo, le esperienze di vita vissuta e confortare quelli che sono nella solitudine.

 

Condividere il nostro migliore

Un sacerdote durante l’omelia diceva ai fedeli: “siamo pochi ma non dobbiamo essere timidi”. Guardando la Rete, si può affermare che in tanti sono già scesi su questo campo. Molte sono le testimonianze cristiane, i momenti d’incontro, le preghiere, la celebrazione eucaristica a distanza – che va “presa” nei suoi limiti –, le prediche, che tanti bravi cristiani hanno pubblicato sui social. Questi hanno rigenerato fede, hanno cambiato vite di persone e soprattutto, il loro modo di vedere e di pensare alcune realtà che riguardano la fede. A conferma che anche attraverso questi metodi il Signore raggiunge ogni uomo nella sua quotidianità.

Tuttavia, nessuno può ignorare che questi mezzi possono avvicinare i lontani ma rischiano anche di allontanare i vicini, in quel mix di contenuti, che dicono la verità, ma anche il suo opposto. Nessuno, infatti, deve ignorare che la rivoluzione digitale può cambiare anche il modo di pensare le cose, visto il numero di quelli che sono nello stato di “dipendenza” a causa di alcuni contenuti dannosi che passano sul web. La domanda non è superflua: tutto ciò, non potrebbe anche riguardare il modo di pensare e di vivere la fede?

 

Dalla teoria a buone prassi: testimonianze

I social come luogo per testimoniare la fede

Molti cristiani hanno acquisito che i social sono un dono di Dio. Li riconoscono perciò come un mezzo di trasmissione della fede attraverso testimonianze condivise sulla loro vita cristiana, sulla loro vocazione, su temi teologici.

Vorrei sottolinearne alcuni

Un fatto importantissimo che rimarrà più che mai stampato nella memoria dell’intera umanità è la notte del 27 Marzo 2020. Il Santo Padre, solo e in mezzo alla grande piazza San Pietro, parla ad un popolo che fisicamente non c’è, ma ben presente attraverso i media. La sua parola di conforto ha potuto raggiungere ogni uomo nella sua situazione e nella sua realtà in qualsiasi continente. Il Papa in questo giorno, ha benedetto il popolo di Dio concedendo l’indulgenza plenaria a distanza. Con questo esempio possiamo affermare che l’opera del Signore Gesù ha diversi modi di manifestarsi nei cuori degli uomini.

Una persona (di una certa età) mi confidava questa testimonianza: “non ho mai sperimentato una vicinanza così forte con il Signore come l’ho provata attraverso la persona del Papa in questo giorno. Questo gesto mi ha fortificato nella mia fede. Mi ha dato il coraggio di lottare per custodire la fede e mi ha messo in comunione con ogni persona che soffre.

Insomma, egli ha portato un cambiamento nella mia vita”. Un esempio per dirci che il Signore, grazie ai social, raggiunge ogni uomo nella sua situazione. Questo esempio ci mostra con chiarezza un possibile contributo dei social per vivere la fede onlife.

 

Suscitare un desiderio di conversione

Cinque anni fa, una giovane ragazza decise di abbracciare la vita consacrata. Ella mise la sua testimonianza online sul canale youtube:  “Testimonianza di Marilena Civetta”,  dove ognuno che abbia interesse per la vita consacrata la può trovare.

Tantissime persone hanno visualizzato questa testimonianza. Pur non sapendo l’idea che hanno avuto dopo, l’importante è che la sua testimonianza mi ha portato a riscoprire la bellezza della mia vocazione. Quella ragazza non nasconde il suo passato non esemplare per ciò che riguarda la fede. Ella ci ricorda le parole del Signore: “Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc2,13-17). Con questa parola, dice la giovane ragazza: «Noi siamo pieni di miseria, siamo fatti così e io li vivo con tanta dolcezza, perciò Dio ci ha amati per come siamo, per sollevarci, perciò la persona va presa da dove è, va amata come è» [5]. Quando ho consigliato questa testimonianza ad alcuni dei miei amici religiosi, le reazioni sono state tante e uno mi disse che si sentì liberato dalla paura di condividere con altri l’esperienza della sua vita passata perché la riteneva vergognosa. Quindi, la testimonianza di questa giovane ragazza ha rigenerato qualcuno.  Pur senza conoscersi o senza essere vicino: la sua testimonianza ha raggiunto, e raggiungerà, tante persone lì dove sono.

 

I social, scuola di preghiera

che  ha sviluppato tantissimi temi che hanno aiutato tanta gente i soprattutto i giovani cristiani. durante la prima fase del corona virus che anche adesso, nel suo video pubblicato sul canale youtube intitolato :A che cosa serve la preghiera? La sua idea sull’efficacia della preghiera ha aiutato tanti, compreso io stesso. Infatti, tanti non sanno bene a che cosa serve la preghiera, quindi non è venuto male il ricordarci la citazione di sant’ Ignazio di Loyola :“ prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te”.

Il come e il perché pregare soprattutto durante i momenti difficile è un tema molto importante per tutti i credenti. sappiamo che nei momenti di calma ognuno può sentirsi autosufficiente. però durante le prove ognuno sente il bisogno degli altri e il loro sostegno. perciò ci promettiamo di pregare l’uno per l’altro.

Chi sta soffrendo molto chiede agli altri di pregare per lui. L’efficacia della preghiera però, non è toglierci il dolore o liberarci dal pericolo che stiamo affrontando. Come ce lo dice Don Alberto, la preghiera cambia noi stessi.  ci fa entrare nel cuore di Dio e ci fa cambiare la visione, dando senso alla realtà che si sta vivendo, persino delle cose assurde o terribili.

 

Un consiglio di Giovanni Paolo II (santo)

Tutti questi sono i nostri fratelli e sorelle. Dovremmo sapere veramente di che cose hanno bisogno.  Normalmente hanno bisogno di Gesù, come lo dice San Giovanni Paolo II ai giovani  nel suo testamento: « È Gesù che cercate quando sognate di felicità, è lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, è lui la bellezza che tante vi attrae, è lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita, è lui che vi legge nel cuore le decisione più vere che gli altri vorrebbero soffocare »[6]. Quindi, dopo avere incontrato i nostri fratelli  e sorelle che soffrono, un cristiano anche on life è chiamato ad essere il buon samaritano.

 

Jean Paul Ngendakumana

Anna Tine, pm

 

Note

[1] Catechismo della Chiesa cattolica no 28

[2] Discorso di Papa Francesco……

[3]Papa FRANCESCO, lettera enciclica sulla fratellanza umana, Fratelli tutti(3 ottobre 2020) nn 81.

[4] Pio XII, Lettera enciclica Radio, cinema, Televisione,  Miranda Prorsus(8 settembre 1957),nn6.

[5] Il respiro di Dio, storie di vita consacrata, la testimonianza di Marilena Civetta in https://youtu.be/FQEqmWHyj7w,21.gennaio 2021

[6] Dodici porte, il Testamento di Giovanni Paolo II ai Giovani in https://youtu.be/cQOTYe_o7Pw, 21 gennaio 2021

 

Bibliografia

Catechismo della Chiesa Cattolica no28

Papa Francesco, Lettera enciclica sulla Fratellanza e l’amicizia sociale Fratelli Tutti, Paoline, Roma 2020

Pio xii, Lettera enciclica Cinema, Radio e Televisione Miranda Prorsus, Roma 1957

 

Sitografia

Testimonianza di Marilena Civetta in: https://youtu.be/FQEqmWHyj7w

Testamento di Giovani Paolo II ai Giovani in: https://youtu.be/cQOTYe_o7Pw

RAVAGNI Alberto, che cosa serve la preghiera? In: https://youtu.be/InP0CkEnmi4

https://m.famigliacristiana.it/articolo/papa-francesco-nessun-essere-umano-e-incompatibile-con-la-vita

Urbi et orbi del 27 marzo 2020 in: https://www.youtube.com/watch?v=N5pLQ2G8GK0

 

Diritti di autore

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Formazione per essere ad gentes, come nel cuore di Dio

Ogni persona, uomo o donna che sia, ha una sua vocazione; ovvero, un suo particolare “posto” nel progetto di Dio a servizio dell’umanità in cammino verso il Regno. Diventare prete, quindi, è rispondere ad una particolare chiamata: consacrarsi totalmente a Dio per portare il Vangelo nella propria terra d’origine ma anche nel mondo intero. Una chiamata particolare, la cui risposta matura in un processo di formazione continua.

 

Chiamato ad essere presbitero “ad gentes”, chiamato alla formazione

Mi chiamo Augusto Faustino. Sono un giovane proveniente dal distretto di Mecanhelas, nel Nord del Mozambico. Ho deciso di diventare prete perché affascinato dal lavoro svolto dai “Missionari della Consolata” nella mia parrocchia d’appartenenza. Infatti, mentre frequentavo la scuola superiore, partecipavo attivamente a vari gruppi parrocchiali da essi animati. L’instancabile opera di quei missionari, che erano giunti tra noi da terre lontane e che quotidianamente diffondevano il Vangelo, fece risuonare in me un appello: “Seguimi!”. Non si trattava solo della chiamata a diventare sacerdote, ma di esserlo allo stile di quei missionari, come lo aveva intuito nel 1901 il fondatore del loro Istituto, il Beato Giuseppe Allamano[1]: portare il Vangelo a tutti coloro che non lo conoscevano o non avevano ancora avuto la possibilità di essere evangelizzati.  Missione ad gentes, quindi.

«Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15): è questo il mandato che ha toccato profondamente la mia vita fino ad arrivare al punto di farmi decidere.

Questo processo di invio di sacerdoti nelle rispettive missioni necessità di una preparazione specifica, perché nella missione non si proclama soltanto il Vangelo, ma ci sono anche altre sfide come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e tutte quelle per garantire una vita degna ad ogni persona. Per questo il fondatore dell’Istituto Missioni Consolata ha sempre insistito sulla formazione intellettuale di tutti i missionari che partivano per le missioni. Diceva: «Il sacerdote ignorante è poi un vero idolo di tristezza e di amarezza anche per l’Istituto, che lo allevò e gli fornì con tanti sacrifici i mezzi di istruirsi e rendersi idoneo all’apostolato»[2]. La visione formativa del Beato Allamano era molto chiara e su questo argomento aggiungeva: «Un prete ignorante è una tristezza nella chiesa. È come una luce fioca. Un prete ignorante diventa più dannoso di un prete malvagio».[3]

Quindi, per me, rispondere a quella chiamata, è stato anzitutto accettare un cammino di formazione; “forma” che Dio avrebbe dato giorno dopo giorno alla mia vita.

 

Formazione: per passare dall’indecisione alla decisione

Con il Concilio di Trento, la Chiesa Cattolica stabilisce che per favorire una preparazione accurata degli aspiranti al sacerdozio la formazione avvenga in un ambiente di seminario[4]. Questo diventa allora il luogo propizio per i giovani che si avviano alla formazione sacerdotale. Vivendo in comunità, sono aiutati a comprendere il vero senso del processo della loro formazione. Per questo, sia le congregazioni che le diocesi hanno sempre cercato di formare i loro membri nei seminari.

Durante gli studi secondari mi veniva sempre fatta la domanda: “Cosa vorresti fare da grande? Qual è il tuo progetto di vita per il futuro?”. Entrare in seminario era qualcosa a cui non pensavo, perché l’unica idea chiara che avevo allora era quella di continuare gli studi all’università, formare una bella famiglia, ecc. Circa la formazione del prete pensavo che fosse ridotta solo alla conoscenza della Sacra Scrittura. Ovviamente, la mia idea nasceva da una visione limitata della vita sacerdotale. Per questo, non pensavo che la formazione considerasse altre materie e la vita nella sua totalità. Ho cominciato a purificare le mie idee dopo l’ingresso in seminario. Certamente le mie risposte sono cambiate nel corso degli anni.

Evidentemente, come tutti sanno, oggi non è facile scegliere il cammino della missione ad gentes. In modo particolare non lo è per i giovani, a causa dell’incertezza in cui vivono: la maggior parte di essi, infatti, non sempre affianca agli studi, cammini di serio discernimento sul futuro a partire dai propri desideri. Nella mia esperienza personale, invece, c’erano stati quei missionari.

Se ogni sacerdote raccontasse l’esperienza che lo ha portato ad abbracciare il ministero sacerdotale, vedremmo che le motivazioni sono varie. La testimonianza del Cardinale Tarcisio Bertone, che si racconta nell’età del ginnasio, ce lo evidenzia:

[5]

 

La formazione, per una missione “ad gentes” senza paure

Oggi, unitamente a portare il Vangelo a chi non lo conosce, è sempre più necessario portarlo anche a coloro che l’hanno già conosciuto, ma che lo stanno dimenticando. Per cui la formazione di coloro che sono chiamati al sacerdozio, dovrà essere fatta in modo tale che essi siano resi capaci di capire il vero senso della missione e come essere missionari del Vangelo, oggi.

La formazione è un cammino nel quale si inizia a mettere un fondamento saldo per poter superare la paura e avere il coraggio di affrontare le varie sfide che possono sorgere lungo la vita. Il nome “Consolata”, che mi fa figlio di questa congregazione, certamente mi sarà di accompagnamento quando possibili insidie genereranno paura e faranno vacillare la mia fede.

Prima di intraprendere il cammino formativo per la missione ad gentes avevo delle paure. Innanzitutto, quella di non riuscire a raggiungere la meta pensando ai lunghi anni della formazione. Tante volte, infatti, parenti e amici mi hanno ripetuto che non sarei stato in grado di raggiungere la meta del mio percorso formativo sacerdotale perché era considerata difficile; la cultura del mio paese, poi, svaluta il sacerdozio.  Ad incoraggiarmi sono state le parole di Gesù: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18, 27); mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato durante il percorso della formazione per la missione ad gentes.

 

La formazione del missionario della Consolata

Formazione per essere ad gentes, come nel cuore di Dio
Seminario della Consolata

La preparazione dei futuri Missionari della Consolata avviene in un ambiente di seminario. Per questo i giovani, dopo un periodo di accompagnamento e, presa una decisione, entrano in seminario. Primo grande tempo di formazione è il momento che segue ed è articolato in alcune tappe: anno propedeutico, filosofia, noviziato e teologia. Il momento fondamentale di questo percorso è la tappa del noviziato che ha come obiettivo principale quello di: «formare il giovane alla consacrazione per la missione ad gentes, per tutta la vita, nella comunione fraterna, nella professione dei consigli evangelici e avendo Maria modello e guida»[6]. Il giovane in formazione, al termine del noviziato, «deve giungere alla decisione libera e matura, alla luce della fede, di essere missionario della Consolata»[7].

Tutta la formazione sacerdotale mira a preparare i giovani missionari in tutti i campi possibili: teologico, spirituale, pastorale, accademica, interculturale, ecc.

Ogni istituto missionario ha quelle particolarità che lo identificano e, nello stesso tempo, differenziano dagli altri. Per cui anche la famiglia dei Missionari della Consolata possiede una fisionomia e caratteristiche proprie. È da queste che mi sono lasciato guidare fondando la mia vita in particolare sull’Eucaristia e lasciandomi ispirare da tutti quelli che sono i principi del fondatore:

  • L’amore all’Eucaristia che è la fonte e il vertice dell’evangelizzazione ed è al centro della vita di ogni missionario e di ogni comunità.
  • La devozione mariana esaltando Maria con il titolo di “Consolata” e per portare la consolazione a tutti coloro che ne hanno bisogno.
  • La partecipazione all’evangelizzazione nella Chiesa.
  • L’amore alla Sacra Liturgia quale preziosa eredità lasciataci dal fondatore.
  • Lo spirito di famiglia in cui tutti i membri si sentono e si accolgono come fratelli.
  • La stima e l’amore per il lavoro, anche manuale, per il buon funzionamento della comunità. [8]

Nel mio percorso di formazione sacerdotale ho sempre cercato di identificarmi con queste caratteristiche.  La formazione in seminario termina nel momento in cui il missionario acquisisce queste caratteristiche. È evidente però che la formazione dura tutta la vita ed esige molto “apertura”.

 

La missione “ad gentes” e le sfide: quale formazione per l’oggi?

La missione ad gentes oggi porta con sé delle sfide anche per chi si prepara. In particolare, la formazione non può sottovalutare il mondo digitale; questo però, richiede molta preparazione per sapere “camminare” bene in questo ambito. Pertanto, la missione ad gentes deve necessariamente ampliare l’orizzonte di riflessione e anche i temi che deve approfondire; c’è una missione nel web, nei social, nel dark web, non sconnessa dalla vita reale.

La mia formazione mi ha permesso di cambiare. Se all’inizio per me era difficile interagire facilmente con gli altri, a poco a poco, il cammino formativo mi ha permesso di cambiare il mio modo di relazionarmi con loro cambiando il mio modo di essere e di stare con gli altri o con persone diverse.

La mia formazione durante questi anni non si è limitata semplicemente all’area accademica o spirituale, ma è stata una formazione integrale che tiene presente tutti gli aspetti della dimensione della mia persona. Di conseguenza, è stato anche il momento per imparare ad affrontare le paure che possono apparire nel corso della vita e nella missione.

La formazione sacerdotale che ho ricevuto ha sempre guardato a tutti gli aspetti affinché fossi preparato ad affrontare le possibili sfide che possono presentarsi nella vita. È stato quindi il momento propizio per lasciarsi formare, non solo allo scopo di diventare sacerdote, ma anche una persona più matura integralmente. Il grande impegno personale è sempre stato quello di lasciarmi modellare per essere una persona che sa vivere con gli altri.

Non vorrei essere una lampada spenta che viene vinta dall’oscurità della notte. Cerco, quindi, una formazione che non sia mediocre e di impegnarmi per poter aiutare anche gli altri a scoprire nella vita la propria vera vocazione: sia chi è chiamato a formare una famiglia sia chi è chiamato a rispondere al Signore mettendosi al servizio totale degli altri.

In conclusione, bisogna prendere sempre sul serio “il sogno” che Dio ha su ognuno di noi, per la nostra felicità.

Per quanto riguarda la mia formazione, di certo, una domanda alla luce del brano di Mc 4,35-41 emerge: Saprò, nella barca di Pietro, avere serenità, come vorrebbe Gesù, nel momento in cui c’è la tempesta?  Come gli apostoli, dirò a Gesù di svegliarsi perché sto affondando? Oppure, avrò il coraggio di affrontare il mare in tempesta, confidando in Dio? E tu che leggi, quale formazione segui per vivere al meglio la tua mission? Proviamo a parlare? Grazie per aver ascoltato la mia storia. A me piacerebbe, ascoltare la tua, per provare a camminare insieme, senza forzature.

 


SITOGRAFIA

Pagina web di Giuseppe Allamano

https://it.zenit.org/articles/il-concilio-di-trento-e-l-istituzione-dei-seminari-prima-parte/

http://www.youtube.com/watch?v=pqz1Fp7Bl70

 

BIBLIOGRAFIA

ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003.

ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Ratio Formationis IMC, Roma 2006.

ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006.

SALES, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Ed. Missioni Consolata, Torino 1963.


[1] Cfr. https://www.giuseppeallamano.consolata.org/ Giuseppe Allamano è nato a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851 ed è morto a Torino il 16 febbraio 1926. Fu sacerdote della diocesi di Torino dove, successivamente, fu formatore in seminario e, per 46 anni rettore del Santuario della Consolata e del Convitto Ecclesiastico della diocesi. Fondò due Istituti uno di ramo maschile e l’altro di ramo femminine: Missionari della Consolata il 29 gennaio 1901 e poi le Suore Missionarie della Consolata nel 1910. Fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990 in Piazza San Pietro a Roma.

[2] Sales, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, ed. Missioni Consolata, Torino 1963, p 186.

[3] Originale in portoghese: “Um padre ignorante é uma tristeza na igreja. É como uma luz apagada. Um padre ignorante torna-se mais nocivo que um padre mau”.  ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003, p 25.

[6] ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Ratio Formationis IMC, Roma 2006, n. 87.

[7] Ibidem n. 87.

[8] ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006, nn. 10-16


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