Note di Pastorale Digitale

Vorrei proporre in questo breve articolo le caratteristiche salienti del corso di informatica che si è svolto quest’anno nel nostro istituto. Credo sia interessante porre in atto una riflessione sul ruolo che il mondo digitale possa ricoprire all’interno della pastorale della Chiesa, nell’ottica di un annuncio del Vangelo alla generazione contemporanea. Mi avvarrò per far questo di alcuni concetti che sono stati espressi dal prof. Fortunato Ammendolia (qui il suo sito web) in un incontro tenuto durante l’anno e di altri che con il prof. Riccardo Petricca abbiamo affrontati durante l’anno.

 

Digitale e reale

Ho parlato intenzionalmente di “mondo digitale” perché vorrei scongiurare il rischio di ridurre l’apporto pastorale del digitale al solo campo strumentale, il digitale non è solo un mezzo, se lo considerassimo così forse abbiamo un’idea che ancora separa il virtuale dal reale, una scissione netta tra online e offline che come propone Luciano Floridi va ripensata; lui propone di parlare invece di onlife [1], un digitale integrato nella vita analogica. Per approfondire il discorso del rapporto tra reale e virtuale ripropongo qui sotto un video di WeCa (la community italiana dei web master cattolici):

 

Non solo un mezzo

Questo ci permette di pensare al digitale allora non più solo come ad un mezzo per l’annuncio del Vangelo, ma ad un vero e proprio luogo. Del resto è nel senso comune l’accostamento dei siti internet e dei social network a moderne piazze! Il nostro annuncio deve aver luogo nella piazza digitale, come nella piazza reale. Credo che questo sia il primo importante concetto appreso nel corso: non basta più una pastorale che si serva del digitale, ma una pastorale pensata per incontrare l’altro nel digitale; non è sufficiente, per usare l’efficace immagine del prof. Ammendolia nel suo intervento a lezione, fare un PowerPoint al posto di un cartellone! Mi si perdoni il paragone insufficiente ma non possiamo pensare che si faccia pastorale giovanile mettendo giovani ad animare incontri, ma incontrando i giovani. L’aggettivo della nostra pastorale specifica non tanto lo strumento quanto il luogo dell’incontro e le persone che lo frequentano, così ad esempio la pastorale scolastica, la pastorale familiare, ecc.

La pastorale digitale è allora annuncio ad un mondo popolato da un altro cui ci facciamo incontro, e neanche questo dobbiamo dimenticare! Proprio nel momento in cui il mondo virtuale sembra voler sottolineare l’anonimato dell’altro, o lo vuole considerare nella superficialità di una condivisione di apparenza o comunque necessariamente mediata, la pastorale digitale dovrà valorizzare l’altro che incontra tramite la mediazione del virtuale. Per approfondire l’aspetto “teorico” della pastorale digitale credo sia importante leggere il Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa edito dalla CEI [2]: “Comunicazione e missione” (qui il file PDF), che a più riprese insiste sulla stretta relazione tra l’evento salvifico della Rivelazione del Verbo e l’annuncio al mondo contemporaneo.

 

Nel concreto…

Quali sono gli strumenti che ci possiamo proporre come operatori pastorali per una pastorale digitale efficace? Credo che ne possiamo individuare due principalmente:

  1. uno ad extra, che valorizza la missionarietà della pastorale digitale, che è il servirsi di internet per conoscere il mondo cui vado ad annunciare (“amate ciò che amano i giovani” diceva Don Bosco [3]), in questo per esempio aiutano i social network; per usare un’analogia il social network è la moderna piazza, da frequentare per conoscere i destinatari del mio annuncio; si tenga presente che il social network oltre ad essere luogo dove si apprende quanto vivono i giovani è anche il luogo ideale per comunicare loro il messaggio evangelico, con il loro linguaggio, con i loro tempi, è da preferire un video YouTube ad un lungo post su Facebook per esempio, un messaggio Whatsapp piuttosto che un volantino…

    Le icone di alcuni dei principali Social Network. Hanno una natura molto varia, alcuni di essi come YouTube sono piattaforme di condivisione video, altri audio come Spotify e Soundcloud, altri ancora di foto, di messaggistica, o di post.

     

  2. un’altro strumento invece ad intra, che serve a creare stabilità e identità, permette l’accoglienza, la presentazione organica, l’utilizzo di strumenti di cui avere una padronanza piena, sono i siti web. Una caratteristica necessaria nell’aprirsi a questi strumenti è la loro sostenibilità dal punto di vista della dedizione pratica: meglio uno strumento in meno per curare meglio quanto già ho in funzione, piuttosto che una moltiplicazione non curata che è solo frammentazione. In primo piano deve esserci la cura, che caratterizza ogni carità.

I due strumenti non si devono escludere l’un l’altro, ma è necessario integrarli. Nel corso delle lezioni abbiamo visto quanto sia facile creare e gestire siti web con l’ausilio di un CSM [4], come ad esempio WordPress, e molti plugin permettono un’integrazione immediata tra le due realtà.

 

Esperienza personale e breve riflessione

Riporto per concludere una breve riflessione a partire dalla mia esperienza. Mi è stato chiesto quest’anno, e quello precedente, di occuparmi del sito web del Pontificio Collegio Leoniano. Quando ho ricevuto l’incarico, in equipe con altri seminaristi del Servizio Pubblicazioni, il sito web presentava un aspetto abbastanza spartano pur avendo alle spalle l’ottimo WordPress (qui uno screenshot da Wayback Machine), abbiamo proposto una modifica alla grafica – prediligendo un tema chiaro – e all’impostazione generale del sito mettendo più in luce gli eventi recenti della comunità. Il risultato è il sito attualmente online, Nella nostra esperienza però ci siamo resi sempre più conto che al sito andava affiancato anche una presenza viva sui social che potesse raggiungere (ed ecco la pastorale “ad extra”) più utenti, in particolare i giovani.

Per questo abbiamo aumentato la nostra attenzione nella gestione di InstagramFacebookTwitterYouTube. Sappiamo però che possiamo fare ancora molto, in particolare penso ad alcuni contenuti che possano presentare ancora meglio la vita del Seminario, magari attraverso un video montato in maniera accattivante, o itnerviste. La chiave perché il nostro lavoro sia una pastorale digitale credo resti la medesima: riflettere su chi è il fruitore del sito; nel nostro caso ex alunni che vogliono “rivedere casa” o giovani incuriositi dalla nostra realtà.

Un’altra esperienza che ho piacere di riportare è un progetto diocesano messo in piedi quest’anno assieme ad altri due giovani della Diocesi: “Il Suo Disegno“, un portale di pastorale vocazionale “in digitale” e pubblicato in “Beta” pubblica il 12 maggio scorso. Qui, avendo qualche libertà in più, abbiamo pensato ad alcune funzioni utili per integrare onlineoffline:

  • pubblicando alcuni sussidi e materiali preparati da noi per i responsabili dei gruppi ministranti e vocazionali, e in questo il mondo digitale si riversa poi nel reale [qui il link alla sezione];
  • preparando una piattaforma che permetta di interagire come community nel quale ciascun utente ha la possibilità di gestire una propria pagina e “accumulare punti” partecipando ad eventi diocesani (tramite un QRCode riscatta dei “trofei” per la partecipazione), in questo modo il mondo reale si riversa nel digitale [qui il link].

Anche qui c’è un orizzonte ideale che è l’integrazione del digitale anche in altre aree pastorali oltre quella vocazionale, per esempio nella catechesi. Sarebbe bello se i ragazzi del catechismo possano da casa accedere a spiegazioni, video di approfondimento, quiz e giochi sul tema dell’incontro avuto in parrocchia, e poi tornando lì discuterne ancora. Ancora una volta penso che il nodo cruciale sia una visione integrale della pastorale digitale:

che sia un’azione di pastori incontro a persone (pastorale) e che sappia coniugare il mondo reale e quello virtuale (digitale) in una sinergia proficua in cui l’uno si potenzia nell’altro, e il secondo integri il primo, con l’obiettivo di tornare sempre alla persona per condurla a Cristo.

di Paolo F.

Nota sulle immagini (copyright): ho usato tutte immagini di pubblico dominio o prodotte da me a partire da immagini con licenze che me lo consentissero. Dell’immagine in copertina sono io l’autore, credo che renda bene l’idea della Pastorale Digitale come strumento per andare incontro all’Uomo per riportarlo a Dio.

Note, bibliografia e spiegazioni.
[1] L. FLORIDI, The Online Manifesto, SpringerOpen, Londra 2009.

[2] CEI, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione dela Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004.
[3] Citato per esempio da V. DEL CROCE, «I Ladri di Carrozzelle stravedono per la vita» in Bollettino Salesiano (n. di Ottobre 2017), Torino 2017.
[4]Content Management System per approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Content_management_system




Può essere il mondo digitale occasione per uno stare insieme in modo significante e significativo?

LUCI E OMBRE DEL MONDO DIGITALE

Nei giorni nostri siamo testimoni di un’evoluzione scientifica e tecnologica sempre più veloce. Non facciamo in tempo ad apprezzare un nuovo prodotto che, in tempi brevissimi, ne nasce un altro più evoluto. Viviamo nell’era della globalizzazione per cui, idee, tendenze e problematiche possono essere diffusi su scala mondiale, grazie a sempre nuovi mezzi di comunicazione. Fra questi, infatti, non possiamo non menzionare la rete, divenuta talmente pervasiva, da far coincidere reale e virtuale e rendere le relazioni a distanza, allo stesso tempo, in prossimità ( Andrea Tomasi, Reale e Virtuale. Un mutamento antropologico. Seminario di Cultura Digitale. 2018 ).

Prof. Andrea Tomasi.

La tecnologia digitale rappresenta una vera e propria rivoluzione industriale che ha cambiato il nostro modo di fare le cose. Trattasi di una fonte grandiosa di conoscenze, di un “macroscopio” che rende visibile l’estrema complessità delle relazioni sociali, evidenziando connessioni dove prima non si riusciva a vedere nulla. Se ciò ci aiuti a vivere meglio, come dice padre Paolo Benanti, dipende da come interpretiamo questa nuova conoscenza: scientifica, deterministica o predittiva.

Padre Paolo Benanti.

A oggi, con un siffatto ambiente mediale, termini come quello di amicizia, è da intendersi nel senso del virtuale e social, e la storia è fornita da un aggregato di dati. Ciò comporta, conseguenzialmente, un effetto sulla dimensione antropologica, in altre parole su come comprendiamo e diamo valore alle esperienze umane.

Se è vero, infatti, che internet, rappresenta un’importante possibilità di accesso al sapere, è altresì constatabile come sia anche un luogo eminentemente esposto alla disinformazione, e alla distorsione consapevole dei fatti, tanto da generare forme di discredito, a discapito del rispetto delle persone e dei loro diritti. Un esempio, in tal senso, c’è dato dal gravissimo fenomeno del cyberbullismo ( Papa Francesco, Messaggio per la 53ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 2019 ).

Per quanto quindi, il mondo digitale abbia un rilevante valore pratico, lo possiamo anche considerare come un oceano, dove si trova di tutto e diversi generi di persone. E’ per questo motivo che occorre fare il massimo possibile per combattere i limiti della rete, cercando di sviluppare gli aspetti positivi e tenere sotto controllo quelli degenerativi. A tal proposito, come suggerito dal prof. Tomasi, il legislatore, dovrebbe intervenire disponendo restrizioni sulla possibilità di registrarsi in rete in forma sostanzialmente anonima o in età sempre più bassa. Tant’è che attualmente, si ritiene che l’età di iscrizione nei social network si sia abbassata a 12 anni e mezzo, ben al di sotto di quanto sarebbe ufficialmente consentito ( https://www.weca.it/news/editoriali/web-amplifica-bullismo/https://www.weca.it/news/facebook-suoi-meccanismi-modelli-culturali-redditivita/).

Il mondo digitale esercita una forte attrazione per coloro che, sentendosi soli, cercano relazione, coesione, condivisione e solidarietà. L’istantaneità del web paventa la possibilità di un’immediata soluzione, ma il forte rischio è di ritrovarsi ancora soli, coinvolti in un invano navigare, causa, oltretutto, di un probabile individualismo e alienazione rispetto al mondo off-line. Trattasi, nel caso, di una vera e propria dipendenza che potrebbe diventare anche patologica.

Oltre a quanto sopra esposto, dobbiamo tenere presente che la rete è una struttura tecnologica creata dall’uomo e coloro che s’incontrano in essa, sono altrettanto esseri umani. I contenuti riscontrabili, quali frutto di tutto ciò che fanno le persone, sono comunicati e fruiti attraverso internet. Ragion per cui è inevitabile tanto la possibilità del limite del peccato, quanto della grandezza dovuta alla realizzazione dell’uomo stesso. Sarebbe quindi auspicabile, che il web fornisca alle persone uno spazio per determinarsi, ma ciò può avvenire solo all’interno di una dimensione, dove esistono comunità e verità, in altre parole, all’interno di autentiche comunità.

Può, dunque, l’universo digitale, essere occasione per uno stare insieme significante e significativo?

Per rispondere a tale domanda, occorre, innanzitutto, creare le condizioni per una rete libera, aperta e sicura.

Riguardo la libertà afferente le relazioni digitali, circolazione dei contenuti e fruizione degli stessi, è un concetto oggetto di un confronto culturale, tutt’ora aperto fra due posizioni: una è quella occidentale ed anglosassone, che si fà sostenitrice della libertà di espressione e del valore di verità da considerare come paritetico a quello degli altri. L’altra posizione invece, è quella europea che sostiene, con forza, l’esigenza di un incisivo controllo della libertà digitale, onde evitare la circolazione di contenuti dagli effetti distruttivi e degenerativi, come nella fattispecie del cyberbullismo.

Siamo quindi in un mare aperto, ove si avverte la necessità e urgenza di introdurre delle scialuppe di salvataggio, rappresentate da quelle vere community, in grado di portare in salvo gli eventuali naufraghi. Trattasi di compagini in grado di far fronte ai pericoli della rete e dare aiuto anche per il superamento del problema legato alla solitudine. Il tutto può avvenire attraverso la diffusione di significati veri e non di mere opinioni e scontri verbali. Le autentiche comunità devono agire in opposizione alla generazione di aggregati d’individui sostenuti da argomenti contraddistinti da deboli legami, proponendosi come creatrici di coesione, ascolto, solidarietà e comunicazione d’amore, nel riconoscimento della reciproca identità fondata sulla comunione e alterità.

In tal senso è innegabile l’importanza della “pastorale”, volta a favorire l’incontro tra l’uomo e Cristo, attraverso gli ambiti intrecciati della celebrazione, catechesi e carità. La pastorale, azione che, come sostenuto dal dott. Fortunato Ammendolia – studioso di pastorale digitale del Centro di Orientamento Pastorale – necessita di “storicizzazione” da parte della Chiesa, in un confronto (attenzione e discernimento) con i linguaggi e cultura del tempo – oggi, modellata dalla tecnologia -. E ciò, secondo il principio della “incarnazione”. Per tale scopo diviene oltremodo importante, il passaggio da una pastorale di sola conservazione a una pastorale missionaria, cioè di “uscita” da schemi consolidati e ripetitivi, per essere Chiesa che sa farsi prossimo dell’uomo. In particolare, con riferimento al mondo mediale, si può parlare di pastorale digitale attenta alle “periferie digitali”, espressione coniata agli inizi degli anni novanta da Fortunato Di Noto, di recente approfondita dal dott. Ammendolia in un suo studio pubblicato sulla rivista ” Orientamenti pastorali” ( 10/2017 EDB).

Don Fortunato Di Noto

dott. Fortunato Ammendolia, studioso di pastorale digitale, sentiment analysis, intelligenza artificiale ed etica

A dimostrazione di una pastorale digitale “missionaria”, il Vaticano ha anche istituito un Osservatorio internazionale sul cyberbullismo. Testimonianza questa di come la Chiesa, si predisponga ad aiutare l’uomo nell’affrontare problematiche di rilevante confronto e sofferenza, che, coinvolgono chi è impegnato nelle comunicazioni sociali piuttosto che genitori o familiari, in altre parole tutte le persone.

Perché dunque, si possa parlare di uno stare insieme significante e significativo nella rete, è necessario riuscire a dare un’anima ai contenuti digitali. Per far ciò, occorre tener presente che, nel segno della comunione eucaristica, la community, non deve fondarsi sui like, quale espressione di un’emozione momentanea, bensì sulla verità dell’”amen” ( Papa Francesco, Messaggio per la 53ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 2019 ).

Come ci ricorda Romano Guardini, l’”amen” è l’affermazione di una volontà che, nella libertà, aderisce a Cristo, accogliendo l’altro, nella dimensione di un progetto più alto e spirituale. Essendo l’uomo fatto anche di spirito, immettere l’anima nella rete, è possibile solo mediante una forte testimonianza di comunione e verità.

Romano Guardini

Detto ciò non possiamo eludere l’esigenza di adulti capaci di educare i giovani alla scoperta del continente digitale, costruendo così un’alfabetizzazione mediale capace di preservare una valenza etica.

Continuando su tale scia di positive opportunità, padre Paolo Benanti, sostiene come il web possa essere considerato anche un validissimo alleato, ad esempio, per la tutela dei minori, per la ricerca e persecuzione dei loro eventuali abusatori.

La Microsoft, infatti, ha ideato un sistema che, consentendo l’individuazione dell’identità degli abusati, permette agli organi inquirenti, di intervenire con maggiore tempestività ed efficacia. E’ stato inoltre anche stilato, in collaborazione con la Chiesa, un impegno globale per la tutela dei minori in rete.

Ciò dimostra quindi, come all’evoluzione tecnologica, la Chiesa e la società, riescano a rispondere in modo sempre più attento, celere e dinamico.

 

Antonino Biondi

 




CHIESA 3.0 dell’era del Web

CHIESA 3.0 dell’era del WEB

 

«Nel progetto di Dio, la comunicazione è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello»
Papa Francesco

La Chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione alla comunicazione dell’annuncio del Vangelo a tutte le genti di tutti tempi e di tutti luoghi della terra. Questo ha comportato nel tempo l’utilizzo dei più svariati mezzi di comunicazione pur nella consapevolezza che questi erano usati anche per diffondere valori negativi per la società. Dalla prima Bibbia passando per la televisione, che in Italia era originariamente fortemente impregnata dalle direttive vaticane, fino ad essere la prima istituzione religiosa ad abbracciare Internet, la Chiesa è sempre stata lungimirante nel comprendere la portata rivoluzionaria delle innovazioni tecnologiche.

Chiesa ed Internet
Il Concilio Vaticano II ha ritenuto che i mezzi di comunicazione sociale sono “meravigliose invenzioni tecniche” per mezzo dei quali l’umanità ha la possibilità di avanzare “sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato”. In questo modo la Chiesa si è sempre prodigata di coniugare tecnologia e pastorale al fine di fare cultura che oggi ha assunto una caratterizzazione particolare tanto da indicare la nostra contemporaneità come “l’era del web”.
Nuovi linguaggi e strutture
Bisogna differenziare innanzitutto Internet dal web: mentre la rete Internet è l’infrastruttura tecnologica su cui viaggiano i dati, il Web o World Wide Web ( WWW ), è uno dei servizi, forse quello più usato, per il trasferimento e visualizzazione dei dati sotto la forma di un ipertesto: ad esempio una cosa è visualizzare una pagina web sul browser, un’altra cosa è scaricare la posta elettronica sul proprio computer. Questo sistema di comunicazione è basato sul protocollo di comunicazione HTTP ( Hyper Text Transfer Protocol ) e sul linguaggio HTML che consente agli utenti di leggere il linguaggio informatico.
Cenni storici
La rete internet nacque all’inizio degli anni ’70 per mettere in comunicazione gli elaboratori elettronici degli enti governativi e militari e successivamente anche per le istituzioni accademiche.
Il primo sito Web della storia fu realizzato da Tim Berners- Lee al CERN per comunicare un insieme di documenti statici. Una decina d’anni dopo il CERN decise di mettere a disposizione del pubblico il WWW rinunciando ai suoi diritti d’autore. Nel 1993 nasce Mosaic, il primo browser (l’applicazione per il recupero, la presentazione e la navigazione di risorse sul Web) e nello stesso anno in Sardegna fu creato il primo sito Web italiano (il secondo in Europa). L’iniziale comunicazione di documenti statici fu arricchito in seguito dalla possibilità di partecipazione degli utenti, l’apertura e l’effetto rete con la creazione di forum e gruppi per sfruttare le informazioni ed interagire. Link.  CRS4

Un nuovo universo esistenziale
La rete digitale non può essere considerata solo come uno strumento della comunicazione, ma un nuovo contesto esistenziale perché stimola alla relazione e alla comunicazione, opera un cambiamento nella progettualità, provoca sentimenti empatici e spinge all’azione. Questo ha comportato per esempio la gestione del gruppo da parte di un moderatore a cui viene data la possibilità di intervenire per far rispettare le regole. Ogni gruppo ha il suo regolamento il cui contenuto viene riportato nelle Frequently Asked Questions o FAQ che vanno prima lette attentamente dai nuovi partecipanti per osservare le regole e quanto scrivono gli altri iscritti. Nel messaggio o post è conveniente non assumere posizioni provocatorie in quanto è molto facile generare discussioni (flame) non costruttive. L’evoluzione del Web ha però anche raggiunto grande estensione di collegamenti virtuali e documentali da poter essere definito come un mezzo comune di informazioni per tutti gli uomini.

Mezzi e strumenti a disposizione
Il Web fornisce l’opportunità di aumentare la propria visibilità, trovare il pubblico giusto, investire il proprio budget in maniera efficiente riducendo gli sprechi e controllando in tempo reale i risultati che sono pertanto, misurabili.
Il blog è la piattaforma che permette di avere un software proprietario con un prodotto unico senza vincolo sui requisiti come avviene invece per una piattaforma di mercato che ha un budget economico più basso.
I Content Management Systems sono prodotti di mercato che permettono modifiche e creazioni di contenuti, tra questi il Word Press è quello più utilizzato nel mondo per la peculiare facilità di installazione e gestione con una grande community che permette supporto e aggiornamenti, una grande disponibilità di Template e Plugin (programmi che aggiungono nuove funzionalità come quella di ottimizzare il sito web come quello gratuito del SEO o a pagamento del SEM per ottenere maggior visibilità , blocco degli indirizzi il indesiderati, statistiche), gratis oppure professional. WordPress dà la possibilità di modificare ogni aspetto del sito: la grafica, la posizione dei menu, la larghezza del layout, i colori.
Per effettuare un’adeguata comunicazione ed interazione nella rete digitale occorre effettuare un piano strategico che deve prevedere il possesso di idonee competenze per sviluppare un pensiero critico verso i media, conoscere le pratiche che rendono la comunicazione rispettosa di altre culture, la raccolta dati della realtà, la relativa analisi (sfide, debolezze, nodi, individuare vision, finalità, obiettivi, attività, tempi, risorse, indici, programmare gli spazi social, prevedere ed effettuare l’implementazione del sito e dare la valutazione periodica).
L’attività di creazione e di gestione di un sito Web all’ interno dell’azione pastorale ecclesiale deve essere sostenuta con la preghiera e la fiducia nello Spirito Santo, vero responsabile della missione della “Chiesa 3.0 dell’era del Web”.

 




Corso Web: abitare al meglio il mondo digitale

[…] In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio […]

Prendendo spunto dalle parole di Papa Francesco nel suo messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ho partecipato ad un Corso laboratorio teorico pratico “Come si fa un Sito Web” nella Pontificia Università Urbaniana, promosso dalla UISG (Unione Internazionale Superiore Generali) e guidato dal professore Ing. Riccardo Petricca.

Mi sono sentita attratta dai temi da sviluppare durante il semestre e ho accolto subito l’invito ricevuto sulla Newsletter della UISG, per acquistare una maggior conoscenza di base su come fare un sito web, per comprendere e soprattutto come utilizzare questa ricchezza del mondo digitale per evangelizzare, far conoscere il nostro carisma e missione come Figlie di San Camillo.

Durante il semestre, ad ogni incontro, ho approfittato con grande curiosità ed entusiasmo le lezioni dando un nome tecnico a certe azioni che fin d’ora facevo automaticamente quando pubblico sul blog; ho provato molta gioia scoprire che già nel 1957, con la Enciclica Miranda Prorsus Papa Pio XII ponderava le potenzialità dei mezzi di comunicazione elettronica per l’evangelizzazione; ho imparato ad istallare e creare un sito su WordPress; avere con chiarezza il messaggio che si vuol fare passare; le modalità da scegliere sono fondamentali, per poter comunicare con efficacia; della necessita di fare un PIANO DI COMUNICAZIONE dell’Istituto; di lavorare in equipe; di una buona formazione specifica di base per le persone incaricate della comunicazione; di provvedere delle risorse tecniche in considerazione del budget economico della Congregazione; di prendere consapevolezza che la comunicazione oggi è una missione in sé ed è, allo stesso tempo, un impegno trasversale della missione della Congregazione.

Tra l’altro togliere la paura di utilizzare questi mezzi durante la formazione delle giovani coinvolgendo alle formatrici e suore più grandi per saper discernere l’uso corretto del social network.

[…] La differenza generazionale nell’uso dei media la viviamo anche nelle comunità religiose. La formatrice spesso si trova impreparata ad abitare con sapienza questo nuovo mondo e a farlo diventare parte del processo formativo. La sfida è formare ai media e formare attraverso i media digitali.

È giusto lasciare che le formande usino cellulari e tablet personali? Non esiste una risposta valida per tutte le situazioni. Ciò che è importante è avviare un dialogo e un discernimento condiviso per comprendere le diverse posizioni e, soprattutto, i diversi mondi interpretativi. Noi, non più giovani, abbiamo appreso ad abitare il digitale dopo anni di mondo analogico (lineare) e quindi è facile percepire una separazione tra offline e online; anche se questa frattura si sta attenuando sempre più.

A mio modesto parere ‘vietare’ non è un atteggiamento fruttuoso e che porta a una maturazione delle capacità di discernimento e decisione della persona. Questo vale anche per le nuove generazioni. Dobbiamo stimolare un senso di responsabilità nell’abitare il digitale, e formare cittadine e cittadini digitali consapevoli […]

Comunicare per costruire una comunità globale

Patrizia Morgante, Educatrice, counsellor, facilitatrice, attualmente Responsabile della comunicazione della UISG.

 

Mi sembra opportuno, per spiegare il nostro carisma camilliano in relazione alla comunicazione sul web, condividere una parte del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni 2014.

Per raccontare la vita di San Camillo de Lellis e il suo carisma trasmesso a noi dai nostri Beati Fondatori padre Luigi Tezza (camilliano) e madre Giuseppina Vannini, spesso mi rivolgo al passo evangelico del Buon Samaritano, lì si trova il modo di agire e operare con il nostro prossimo. In questo messaggio il Santo Padre applica la parabola del Buon Samaritano al nuovo ambiente digitale nel modo di comunicare:

[…] come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.

Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza.

Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Video – sintesi del carisma della Figlia di San Camillo

Sr. Fernanda Bongianino fsc




UMANITA’, UN TESORO DA CONDIVIDERE

Come se gli mancasse l’aria per respirare. Chiedere ad un ragazzo di 13 anni di consegnarti il cellulare per un’ora è come chiedergli di rimanere in apnea. Ti resta a guardare con occhi sbarrati per un po’, perché subito non ci crede, non riesce a credere che tu glielo stia chiedendo davvero. Forse non riesce neanche a credere che sia possibile, che si possa sopravvivere senza smartphone. Ormai da qualche anno faccio l’animatrice in un gruppo di dopocresima parrocchiale ed ogni anno è sempre più forte la sensazione che gli adolescenti mi rimandano: “senza connessione ci sentiamo persi”. Forse la loro necessità è solo una: non sentirsi soli. Così dice il testo di una delle canzoni più ascoltate dai giovani di qualche tempo fa: “If this night is not forever at least we are together, I know I’m not alone” (dalla canzone Alone di Alan Walker uscita nel 2016) cosa vuol dire per noi adulti, per noi educatori, questa paura della solitudine? Basta condannare l’uso smodato dei social media o i rischi della iperconnessione?Cosa può fare la nostra pastorale giovanile per andare incontro ai giovani lì dove si trovano e quindi anche in rete?Cosa posso fare io insieme alla mia famiglia religiosa delle suore fancescane missionarie di Gesù Bambino?Mi ha molto colpito che l’intenzione di preghiera del Papa di questo giugno 2018 riguardi proprio le reti sociali.

Internet è un dono di Dio ed è una grande responsabilità…Approfittiamo delle possibilità di incontro e solidarietà che ci offrono le reti sociali e che la rete sociale non si un luogo di alienazione, sia un luogo concreto, un luogo ricco di umanità…”. (Papa Francesco, giugno 2018)

Ecco il video da cui ho estratto queste parole:

Il Papa prega per le reti sociali considerandole prima di tutto dono, una possibilità di cui diventare responsabili. Allora come declinare la nostra responsabilità nella pastorale digitale? Penso che la strada potremmo trovarla nella definizione che Papa Francesco ha dato delle reti sociali: “un luogo ricco di umanità”. Nel suo messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2014 Papa Francesco definì i nuovi media ‘strade digitali’, dove la gente vive, strade ‘affollate di umanità spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza’. Per questo motivo la nostra presenza in rete ha senso solo se, incontrando la gente là dove essa veramente è, si riveste dei colori dell’umano: volto, parola, gesto. La pastorale della chiesa nel mondo digitale, a mio parere, non ha ricette o formule vincenti ma solo queste tre coordinate su cui poter camminare.

VOLTO

Vuol dire “metterci la faccia”. Ovvero non stare sul web per fare prediche ma per raccontare storie, per essere testimoni di vita, di incontri, di rinascite. Vuol dire essere incontrabili dentro quegli spazi dove tutti giorni la gente vive, fra cui i social ed esserci per raccontare come il vangelo sia concreto, vero e cambi la vita. Foto, post, video, tweet, qualsiasi sia il canale esso deve restituire un volto, esprimere prossimità, calore umano, occhi e vite dalle quali scorgere che il vangelo è credibile, il vangelo è affidabile.

Così afferma Papa Francesco nella sua esortazione apostolica del 2018 sulla santità nel mondo contemporaneo:

 Possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 42)

Più che insegnamenti o dottrine i giovani oggi hanno bisogno di un vangelo incarnato e sperimentare che il Signore non rifiuta niente di ciò che abita le nostre vite, fosse anche un luogo digitale.

Suore francescane missionarie di Gesù Bambino durante una missione giovani.

PAROLA

E’ vero che siamo nell’epoca dell’immagine ma è altrettanto vero che i giovani hanno fame di significati. Anche se spesso le loro domande le rivolgono a Google e dilagano programmi televisivi o serie tv dai contenuti frivoli, i ‘nativi digitali’ –come oggi vengono definiti – sono capaci di immersioni oltre la superficie e chiedono il senso delle cose ovunque…anche ad una canzone! Per questo non possiamo permetterci di perdere una occasione ma esserci e offrire una parola semplice, immediata, che dia senso all’esistenza, che si rivolga alle domande profonde del cuore. A tal proposito Papa Francesco parla di ‘stordimento’.

Anche il consumo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli. In mezzo a questa voragine attuale, il Vangelo risuona nuovamente per offrirci una vita diversa, più sana e più felice. (Papa Francesco, Gaudete et exultate108)

La Parola di Dio può essere offerta ai giovani in un modo fresco, immediato che offra una alternativa, una parola di gioia, di felicità. Il vangelo può trovarsi ‘a proprio agio’ anche in un post di Facebook purchè non sia manipolato, ‘annacquato’ ma proposto con la franchezza di chi sa che in nessun’altra parola c’è salvezza. Una parola che non si piega al lamento o al vittimismo ma propone una meta alta: la gioia dei santi.

Pastorale digitale: essere lì dove si cerca Dio.

GESTO

Nel web tutto rischia di rimanere ‘possibile’ ma non concreto. Idee, immagini, suoni, identità…possono rimanere inconsistenti o addirittura ingannevoli. Il pericolo della disinformazione, delle fake news è stato il tema del messaggio messaggio del santo padre Francesco per la 52° giornata mondiale delle comunicazioni sociali. La logica dell’interazione  e della condivisione sembra innescare processi irreversibili e nocivi che finiscono per alimentare il diffondersi e radicarsi di pregiudizi, odio ed emarginazione. Cosa possiamo fare di fronte al propagarsi incontrastato del conflitto nella rete? Forse come comunicatori del vangelo possiamo rispondere solo con il contagio dei ‘piccoli gesti’. Gesti di bontà, di attenzione, di sollecitudine. Gesti nascosti, gesti verso il vicino di casa. Gesti, non propaganda. Gesti, non pubblicità. La rete può diventare il luogo dove divulgare quelle azioni, quelle pratiche, quelle scelte che possono cambiare il mondo. Essere come evangelizzatori nel web non è solo per affermare una presenza, per presentarsi come ‘la vetrina del vangelo’….bella ma statica! Siamo ‘online’ per annunciare che a tutti gli uomini è affidata una missione: rendere il mondo più bello, più umano, con la nostra vita. Far circolare gesti di bene, di amore, di solidarietà, di cura per essere testimoni di Cristo che è venuto perché “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”(Gv 10,10).

Insieme ai giovani per…condividere!

Perciò, ad un ragazzo di 13 anni non servirà a nulla spegnere il cellulare per un’ora, per la durata dell’incontro in parrocchia, se non sarà accompagnato a ricercare e scoprire sempre la bellezza che c’è nel mondo, nelle persone, in se stesso. La loro fuga dalla solitudine ci spinge a raggiungerli lì, dove sono, chini sui loro smartphone per consegnare loro il tesoro più bello che abbiamo: siamo amati e siamo fatti per una vita eterna. E questo tesoro del vangelo è consegnato a noi per custodirlo, difenderlo ma anche diffonderlo, condividerlo o, come si direbbe oggi…to share!

 




LA FEDE CRISTIANA NEL TEMPO DELLA CULTURA DIGITALE

VIVERE LA FEDE CRISTIANA NEL TEMPO DELLA CULTURA DIGITALE

«Raccogliendo anch’io la ricca eredità del Concilio Ecumenico, del Sinodo dei Vescovi e del mio venerato predecessore Paolo VI, l’1 e il 2 giugno 1980 ho proclamato a Parigi, prima all’Istituto Cattolico, e poi davanti all’eccezionale assemblea dell’UNESCO, il legame organico e costitutivo che esiste tra il cristianesimo e la cultura, con l’uomo, quindi, nella sua stessa umanità. Questo legame del Vangelo con l’uomo, dicevo nel mio discorso davanti a quell’areopago di uomini e di donne di cultura e di scienza del mondo intero, «è, in effetti, creatore della cultura nel suo fondamento stesso». E, se la cultura è ciò per cui l’uomo, in quanto uomo, diviene maggiormente uomo, è in gioco, in essa, lo stesso destino dell’uomo. Di qui l’importanza per la Chiesa, che ne è responsabile, di un’azione pastorale attenta e lungimirante, riguardo alla cultura, in particolare a quella che viene chiamata cultura viva, cioè l’insieme dei principi e dei valori che costituiscono l’ethos di un popolo: “La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera di fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura, che evidenziano il profondo legame tra cristianesimo e cultura e conseguentemente la responsabilità della Chiesa nel predisporre un’azione pastorale da effettuare con adeguati mezzi di comunicazione sociale tra cui i social network.
Nell’era contemporanea la rivoluzione tecnologica in atto ha permesso all’uomo di avere una diversa percezione di sé, del mondo e degli altri: la conoscenza della dimensione digitale e della virtualizzazione della realtà ha permesso di eliminare le distanze e i confini, abolire la separazione tra privato e pubblico, tra giorno e notte, tra feriale e festivo permettendo la comunicazione e l’interazione attraverso la condivisione (sharing) degli utenti portando a ritenere di poter collocare la tecnologia in un piano più nobile del semplice strumento per la comunicazione per essere elevata al rango di esperienza, parte della vita quotidiana che riguarda, pertanto, l’agire dell’uomo (ANTONIO SPADARO, L’evangelizzazione e la rete. Opportunità ed illusioni).
La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes al n. 5 aveva già anticipato la capacità della scienza e della tecnica di modellare il modo di pensare dell’uomo.
Afferma Benedetto XVI nel Messaggio per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali incentrato sul tema “Reti Sociali: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» e pertanto i social network, in quanto nati «da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo» e «quando sono valorizzati bene e con equilibrio», «possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana» (BENEDETTO XVI nel Messaggio per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali incentrato sul tema “Reti Sociali).
Anche Papa Francesco ha scritto nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2014: «La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone umane»: in questo caso è sbagliato poter identificare l’esperienza di internet con la sua infrastruttura come sbagliato è confondere il focolare domestico con l’edificio abitativo della famiglia.
In sintesi le tecnologie della comunicazione, usate originariamente come strumenti, hanno nel tempo contribuito a creare un nuovo ambiente per l’esperienza umana, quello digitale, dove l’uomo impara ad informarsi, a conoscere il mondo, a relazionarsi, ad apportare modifiche nell’abitare il mondo e nella sua organizzazione, anche orientando i comportamenti individuali, familiari e sociali. A questo punto deve essere chiaro che mentre la Chiesa non è un prodotto della comunicazione dove il “corpo mistico” di Cristo si diluisce in una piattaforma di connessioni e dove il battesimo corrisponde ad una sorta di procedura d’accesso (login), ma è frutto di un principio esterno, di un dono dello Spirito Santo che crea la comunità dei fratelli in Cristo, la società tecnologica è, invece sempre più tecnoliquida e vive nella crisi delle relazioni interpersonali proprio nel tempo delle connessioni. Nello sciame della rete si vive un’esasperante solitudine, un solitario narcisismo che fa essere separati anche rimanendo insieme nell’identico luogo. Infatti, la rete digitale permette la creazione di identità ambigue dalla caratteristica tipicamente pirandelliana di essere “uno, nessuno e centomila”, o semplicemente l’avatar di sé stesso rendendo difficile all’uomo del terzo millennio poter maturare un’identità definitiva con la formazione adeguata del carattere, la stabilità di relazioni, la presenza di una progettualità di vita e il fondamentale criterio orientativo dell’esistenza (VITO SERRITELLA, L’efficacia dell’omelia nell’era digitale e nell’oggi della salvezza in Urbaniana University Journal, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, agosto 2016, p. 200).
Tuttavia l’uomo della rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza condivisa: solamente chi dà testimonianza diretta della verità e mette a parte – condivide- la propria etica frutto delle proprio esperienze può essere ritenuto “condivisibile”. Inoltre, l’uomo di oggi, abituato all’interattività, accoglie quelle esperienze che sono il prodotto di una relazione viva e non passiva. Ciò significa che ogni azione comunicativa non deve solamente tener presente il pur importante contenuto, ma deve essere un’autopresentazione capace di esprimere pubblicamente il proprio Sé per rivelare qualcosa di sé stessi, deve essere un messaggio di relazione che vada non solo alla “testa” del destinatario, ma direttamente al “cuore” e ed infine deve essere un appello che richiede il raggiungimento di qualcosa che vale la pena di essere ottenuto, deve cioè saper pro-vocare (VITO SERRITELLA, L’efficacia dell’omelia nell’era digitale e nell’oggi della salvezza in Urbaniana University Journal, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, agosto 2016, p. 200).
Quindi se è auspicabile da una parte incoraggiare l’opera di siti, reti e applicazioni che possano fornire all’uomo autentici momenti di riflessione, occasioni di introspezione, ma anche di preghiera e condivisione della Parola di Dio, dall’altra è necessario avere la consapevolezza che il vero successo di un sito che si caratterizza come cattolico risiede nell’agevolare il navigatore a spegnere il computer per incontrare la comunità dei fratelli che vivono la fede in Cristo (Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLVI Giornata delle Comunicazioni sociali: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”, Città del Vaticano, 22 gennaio 2012).

Incontro del Santo Padre Francesco con la Diocesi di Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, 14 maggio 2018.




Chiesa e mezzi di comunicazione

La Chiesa è sempre stata attenta alla comunicazione e allo sviluppo dei mezzi per realizzarla, sollecitando un impegno serio e doveroso da parte di tutti noi cristiani, clero e laici, nell’apostolato.
Internet si è evoluto, trasformandosi in un social network, una piattaforma relazionale. Non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere; al suo interno non mancano le risorse di tipo educativo e religioso diventando un’occasione di crescita e di partecipazione.
La rete e le app possono aiutare a relazionarsi, ma possono anche ostacolarle, diventando un mondo in cui rifugiarsi e fuggire dalla realtà.
Inoltre ci sono rischi come il DEEP WEB e il DARK WEB, che sono la base di un iceberg nascosta.
Il Deep Web è una parte di Web “sommersa” in cui vengono svolte tantissime attività, da quelle più discutibili e illegali (come la vendita di documenti falsi) ad altre molto più “tranquille”. Trattasi so-stanzialmente di siti “nascosti” che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google e che possono essere visitati solo sfruttando la rete di anonimizzazione TOR (acronimo di The Onion Router), è un sistema di anonimizzazione gratuito che permette di nascondere il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete “rimbalzando” la connessione fra vari computer sparsi in tutto il mondo. A dispetto di quello che si può pensare, è molto facile da usare ed oggi te lo dimostrerò spiegandoti come entrare nel Deep Web sfruttando le sue potenzialità.
Il dark web (in italiano: web oscuro o rete oscura) è la terminologia che si usa per definire i contenuti del World Wide Web nelle darknet (reti oscure) che si raggiungono via internet ma attraverso specifici software, configurazioni e accessi autorizzativi. Il dark web è una piccola parte del deep web, la parte di web che non è indicizzata da motori di ricerca, sebbene talvolta il termine deep web venga usato erroneamente per riferirsi al solo dark web.

Le darknet che costituiscono il dark web includono piccole reti, friend to friend peer-to-peer, come reti grandi e famose come Tor, Freenet, e I2P, in cui operano organizzazioni pubbliche e singoli individui. Gli utenti del dark web fanno riferimento al web normale come web in chiaro in quanto non criptato. Alla darknet Tor si fa riferimento come onionland (terra della cipolla, in riferimento alla sua tecnica di anonimizzazione “onion routing” e al suo suffisso di dominio .onion).

 

13 maggio 2018 – 52° Giornata delle Comunicazioni Sociali.

“LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI” (Gv 8, 32)

Notizie false e giornalismo di pace.

È il tema scelto dal Papa, coscienti che solo “la verità ci farà liberi”, la Chiesa vuole offrire il suo contributo all’attuale dibattito sul fenomeno distorto dell’informazione (fake news) proponendo una riflessione sulle cause, sulle logiche e sulle conseguenze della disinformazione nei media e aiutando alla promozione di un giornalismo professionale che cerca sempre la verità, e perciò un giornalismo di pace che promuova la comprensione tra le persone.

Si riporta il messaggio completo:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 52ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

« La verità vi farà liberi (Gv 8,32).
Fake news e giornalismo di pace»

 

Cari fratelli e sorelle,

nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: Le comunicazioni sociali al servizio della verità). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei mediatradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici.

L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni.

La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

2. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech emedia company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali.

Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile : «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

3. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

4. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace.

Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalationdel clamore e della violenza verbale.

Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona:

Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi.
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Amen.

 

Francesco

Risultati immagini per messaggio 52 giornata comunicazioni sociali

Al seguente link è possibile trovare documenti della Chiesa sulle Comunicazioni Sociali :

http://www.chiesaecomunicazione.com/docs-table