Padre Giovanni Cerri; Inizio del Ministero-Parroco a San Giulio Roma
Il giorno 02 Ottobre 2022 Padre Giovanni Cerri ha iniziato il suo ministero Pastorale come nuovo parroco della Parrocchia di San Giulio a Roma. Padre Giovanni fa Parte dei Missionari di Maria.
La celebrazione Eucaristica presieduta da SE Mons. Baldassare Reina (Vescovo Ausiliare di Roma Ovest), ha avuto inizio con una processione solenne preceduta dalla seguente Monizione introduttiva.
Monizione introduttiva
Oggi con questa solenne celebrazione la nostra comunità parrocchiale di San Giulio, riunita nel giorno del Signore, vive un momento di particolare gioia e solennità, per l’insediamento del suo nuovo parroco.
Accogliamo Sua Eccellenza Mons. Baldassare Reina, ausiliare del nostro settore, attraverso il quale il nostro Vescovo il Papa Francesco affida a questa comunità di fedeli padre Giovanni, che con fede e servizio viene a pascolare questo gregge.
La nostra parrocchia, figlia dell’unica Chiesa, vuole porgere a entrambi il benvenuto attraverso tutti i suoi membri. Questa celebrazione è un grande inno di lode e ringraziamento al Signore per il dono di un pastore, in cui Cristo vive ed opera ancora in mezzo a noi.
Dopo di che Padre Raffaele ha letto il decreto della nomina di Padre Giovanni come nuovo Parroco. Si nota che il nuovo parroco è stato nominato a questo servizio dal Giugno di questo anno 2022.
Nella Sua Omelia, la Sua Eccellenza Mons. Baldassare Reina ha accennato che il grande e principale compito del Parroco è quello di far crescere la fede dei fedeli. Che non è tanto compito di organizzare eventi di varie circostanze.
La Parrocchia di San Giulio di cui Papa Francesco visitò il 7 Aprile 2019 passa dal servizio dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione ai Missionari di Maria. I parroci precedenti Padre Dario e Padre Riccardo facevano parte di questo Istituto religioso. C’è stato il Padre Superiore generale dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione Padre Rinaldo Guarisco.
Prima che il Vescovo congedasse la gente, Padre Giovanni ha espresso il suo umile ringraziamento ai fedeli riuniti per la celebrazione e l’intera comunità cristiana di San Giulio.
Benedizione con Acqua Santa
Consacrazione dell’Eucaristia
Padre Giovanni e Mons Baldassare Reina
Mons. Baldassare Reina
Padre Raffaele (che ha fatto il Cerimoniale) ha commentato brevemente che la celebrazione Eucaristica e la liturgia in generale è stata bella e molto coinvolgente. Cosi ha detto:
“è stato bello vedere persone diverse molto contenti, ho visto bambini, i giovanissimi, i genitori e anziani tutti uniti in questa celebrazione e tutti attivi. C’erano anche suore da diversi istituti religiosi e missionari laici di varie nazioni e Il coro ha fatto questa celebrazione liturgica vivacissima.”
Padre Raffaele ci ha ricordato che; è sempre bello che l’accoglienza di nuovo Parroco sia un momento di gioia perché la figura del Parroco rappresenta il Servizio di Cristo in una definita famiglia cristiana in comunione con il vescovo ordinario.
Padre Raffaele e Padre Giovanni Dopo La Messa
Dopo La Santa Messa
Finalmente, essendo stato il cerimoniale, gli è piaciuto il servizio ad altare dei Seminaristi dei Missionari Della Consolata nei nomi di Tumusiime Yowasi e John Kioko. Allo stesso momento il servizio dei chierichetti Matteo e Francesco.
Tumusime Yowasi Studente, Missionario della Consolata tumusiimejoas@gmail.com
Benvenuti nel nuovo mondo
Introduzione
Se guardiamo al passato del mondo della comunicazione prendiamo atto di tre grandi e decisive rivoluzioni: quella “chirografica” in seguito all’invenzione della scrittura nel quarto millennio a.C., quella “gutemberghiana” con l’invenzione della stampa nel XV secolo e quella “elettrica ed elettronica” con le invenzioni del telegrafo, della radio e della TV nel XX sec.
Queste rivoluzioni hanno prodotto a loro volta culture che si sono succedute negli ultimi sei millenni:
la cultura “orale” (primato della parola e della relazione);
la cultura “manoscritta” (la scrittura come tecnica per trasmettere la parola);
la cultura “tipografica” (il libro come trasmissione del sapere)
la cultura dei “media elettronici” (informazioni rapide, infinite, globali).
Il primo libro stampato da Gutemberg, la Bibbia 1456
Fino agli anni sessanta del secolo scorso i media si sono moltiplicati ed è cambiato il modo di trasmettere le notizie.
Tutti i media, cioè giornali, radio e televisioni rappresentavano gli strumenti ideali per la comunicazione di massa, erano gestiti da industrie diverse ed avevano utenti variegati.
Ma l’incredibile evoluzione tecnologica successiva, ed in particolare lo sviluppo della microelettronica, ha avvicinato prima e poi fagocitato questi mondi trovando nel “computer” lo strumento unificatore ideale.
La “rete” ha spalancato porte praticamente infinite ed ha dato altresì la possibilità di raggiungere un pubblico a livello globale.
Il digitale e la sua cultura ha creato quindi un nuovo ambiente che, di fatto, media tra noi ed il mondo.
Questa sfera invisibile dentro cui fluttuiamo è utilizzata così abbondantemente da noi (con l’uso dei social, visitando siti, usando la posta elettronica o il cellulare ecc. ogni individuo crea almeno 1,7 MB al secondo) o da programmi e da macchine (smart TV, GPS, telecamere, smartphone ecc.) che si è in grado di raccogliere ed immagazzinare una quantità enorme di informazioni (BIG DATA) con hard disk piccolissimi (si pensi alle pennette disponibili ormai universalmente).
Si tratta di volumi enormi di dati trattati per essere utilizzati nel dettaglio (per analisi sociologiche, per gestire pandemie come oggi quella da COVID, per prevedere mercato e trend globali, per regolare il traffico e, se non bastasse, sono strumenti eccezionali della ricerca scientifica e dell’accellerazione tecnologica. Proprio per questo creano e rappresentano un enorme valore economico.
I BIG DATA sono volatili e perciò vanno memorizzati velocemente e visualizzati, soprattutto grazie all’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA). Essa è uno strumento formidabile, un insieme di tecnologie in cui agiscono programmi che permettono alle macchine di comprendere ed agire con livelli simili agli umani. Oggi si utilizzano largamente quelle di tipo debole, cioè sistemi potenti in un campo di azione limitato (si pensi alla tecnologia del cellulare in grado di organizzare le immagini per soggetto). Quelle di tipo forte, cioè macchine sapienti in grado di pensare e relazionarsi per la gestione di compiti complessi, appartengono solo alla fantascienza perché i computers non sono ancora abbastanza potenti. Il cammino è ancora lungo, ma è già cominciato.
Gli aspetti problematici
Tale processo coincide però con profondi cambiamenti non solo culturali ma soprattutto antropologici. Parliamo, per usare la riflessione del Prof. Luigi Alici, della decomposizione del paradigma della modernità, nato da una “torsione orizzontale della trascendenza” condivisa dalla scienza, dalla politica e dalla filosofia, che esalta il soggetto umano, autorizzato dalla “ragione forte”, ad esercitare un potere indiscusso sul mondo e sulla natura. Tutto questo è arrivato ai nostri giorni con esiti paradossali: da una parte la tecnologia è diventata l’unica erede della ragione illuministica in grado di potenziare la logica di dominio; dall’altra la volontà di potenza di nietzschiana memoria ha prodotto un nichilismo radicale, farcito di consumismo compulsivo e cinico disincanto che ha innalzato la libertà umana al di sopra di ogni ordine e soggetto esterno, fino al punto che la morte di Dio ha trascinato con sé la morte dell’umano.
La scienza e la tecnologia insomma corrono il rischio di diventare i nuovi idoli del presente. È facile in un contesto digitalizzato e globalizzato fare di esse i pilastri di una “nuova religione”. Ci troviamo di fronte al sorgere di rinnovate forme di gnosi, che assumono la tecnica come parametro di saggezza, in vista di una organizzazione magica della vita che funzioni come sapere e come senso. Assistiamo insomma all’affermarsi di “nuovi culti” come ci ricordavano i Vescovi già nel 2012. nell’ Instrumentum laboris del Sinodo[¹].
Se questa è la cornice in cui collocare i BIG DATA e l’IA dobbiamo subito indicare i grossi rischi che la Chiesa si trova di fronte.
Sul versante delle tecnologie che trattano i volumi enormi dei dati, non si dovranno sottovalutare i rischi a livello più propriamente etico denunciati da Sabatino Maiorano, come il livellamento e la massificazione attraverso l’imposizione di un unico modello, la riduzione di tutto (anche della sofferenza) a spettacolo spegnendo i contenuti e l’imperatività etica che porta dentro di sé, la produzione artificiale di consenso mediante la sottolineatura degli elementi emotivi e la messa in parentesi di quelli riflessivi, fattori problematici che vengono accentuati dal prevalere delle logiche di profitto/consumo su quelle più genuinamente politiche e culturali.
Sulle ricadute sociali e politiche inoltre si dovranno considerare:
La vera e propria esplosione dell’IA che ha un forte impatto sui nostri diritti nel presente e sulle nostre opportunità future, determinando processi decisionali che, in una società moderna, riguardano tutti.
I creatori di sistemi di IA sono sempre più gli arbitri della verità per i consumatori.
L’IA sta rimodellando per intero, silenziosamente ma rapidamente, l’economia e la società.
L’IA può senz’altro apportare benefìci alla società, ma d’altra parte pone anche questioni importanti di giustizia sociale.
L’impatto dell’IA e della robotica sull’occupazione.
Il codice di programmazione viene scritto da esseri umani. La sua complessità può quindi accentuare i difetti che inevitabilmente li accompagnano in qualsiasi attività. I preconcetti e le parzialità nella scrittura degli algoritmi sono inevitabili. E possono avere effetti molto negativi sui diritti individuali, sulle scelte, sulla collocazione dei lavoratori e sulla protezione dei consumatori.
La crescente dipendenza della socio-economia dall’IA conferisce un enorme potere a coloro che ne programmano gli algoritmi.
Un’analisi dell’impatto dei big data e dell’IA a livello sociale dimostra che la loro tendenza a prendere decisioni sulla base di una profilazione insufficiente e di riscontri limitati comporta l’ulteriore emarginazione dei poveri, degli indigenti e delle persone vulnerabili[³].
Esattamente in questa scia si inserisce la seconda questione, quella della ROBOTICA.
La Pontificia Accademia per la Vita dal 25 al 27 febbraio 2019 ha dedicato la sua assemblea generale al tema “Roboetica: persone, macchine e salute”. La questione comincia ad essere delicata.
Le partite da giocare sono molte e delicatissime.
Sul piano storico ereditiamo la rivoluzione cartesiana che ha separato la RES COGITANS dalla RES EXTENSA, per cui la natura è diventata il terminale dell’azione del soggetto, puro oggetto su cui agire ed il corpo, conseguentemente, solo plasmazione dell’individuo (tatuaggi, chirurgia plastica, protesi). Sul piano culturale la filosofia “transumana” ritiene perciò che la genetica, le neuroscienze e le nuove tecnologie possano trasformare l’uomo fin dalla radice, per affrancarlo dai suoi limiti naturali ma con il rischio che diventi nient’altro che un mezzo, uno strumento in mano ad èlite illuminate.
La vecchia teoria evoluzionistica invece insiste nel ritenere la mente e l’anima solo un ammasso di neuroni, mentre una nuova tentazione gnostica considera la carne come un peso da cui affrancarsi e non come la casa dell’anima e dello spirito, anzi “tempio dello Spirito Santo”, come la descriveva San Paolo (1Cor 3,16-17;).
Infine bisogna fare i conti con lo stesso pensiero scientista che, credendo che l’uomo si esaurisca in ciò che è misurabile, finisce per ammettere implicitamente che una volta creati artifici tecnologici migliori dell’uomo, di lui non ce ne sarà più bisogno[₄].
In tal senso paiono illuminanti le parole del Teologo Emmanuel Agius:
“I robot stanno sempre più sfumando la distinzione tra umano e non, tra l’intelligenza della macchina e quella dell’uomo. Ma non potremo mai considerare i robot come soggetti con una loro dignità umana propria” […] “Il transumanesimo cambia la natura umana. Il paradigma tecnocratico che valuta tutto da un punto di vista tecnologico sta cambiando la razionalità umana ed il concetto stesso di umano ed oggi, mi sembra, stiamo definitivamente superando il limite”[₅].
Nell’affrontare tali sfide la Pastorale deve tenere ferma la consapevolezza che l’uomo è molto più che un ammasso di cellule. L’unico antidoto è riconoscere il suo valore ontologico, perché creato a immagine e somiglianza del Creatore. Perciò è necessario che ci si chieda, nel sonno dell’Occidente, cosa veramente caratterizza l’uomo, ben al di là di quanto propinato dalle ideologie materialiste degli ultimi secoli. Prima che stavolta siano le intelligenze artificiali a darci una risposta.
Dentro questa confusa cornice assistiamo già all’emergere di due tendenze: c’è chi realizza i robot come se fossero avversari (o comunque competitori) evoluzionistici dell’essere umano e chi vede la macchina come un assistente dell’umano. Si tratta, quindi, di modelli di sviluppo e di società, di una nuova sfida antropologica.
“Se fino ad ora la tecnica era al servizio dell’umano, oggi il rischio è che la tecnica prenda il sopravvento e si sostituisca in qualche modo all’umano. In questo senso, abbiamo sentito l’urgenza di riflettere su questo cambiamento che in realtà è davvero un cambiamento epocale, perché tocca il senso stesso della vita umana. Ed in effetti, se fino ad ora abbiamo assistito, purtroppo impotenti di fatto, alla devastazione della creazione, con l’inquinamento climatico, l’inquinamento dei mari, la distruzione dell’ambiente, ora il rischio è che tutto ciò avvenga in quello che – possiamo chiamare – l’umano, fin quasi ad annullarlo, fin quasi a passare dall’essere protagonisti ad essere protesi.”
Così Mons. Vincenzo Paglia, Presidente dell’Accademia presentava in una intervista i lavori del Convegno, cogliendo esattamente nella difesa dell’umano la nuova frontiera per la Chiesa per la costruzione del bene comune.
Le implicazioni etiche sono enormi: da una parte dobbiamo registrare gli innegabili vantaggi della robotica, come per esempio gli esoscheletri, cioè macchine in grado di aiutare chi ha grossi handicap a stare in piedi a camminare o ai robot impiegati in chirurgia che sbagliano meno degli uomini, meno dei chirurghi.
Dall’altro pensiamo alle conseguenze sul mondo del lavoro o alla invasione delle macchine nella vita quotidiana a tutti i livelli.
Si prospetta un mondo (ed una antropologia) già immaginata da Isaac Asimov [6] costretto addirittura a formulare le tre leggi della robotica, poste alla base del relativo manuale a premessa del romanzo:
1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.
3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la prima e con la seconda legge.
Anche Asimov aveva intuito che ci sono in ballo il “bene comune” e l’umanità da tutelare.
Di fronte a queste sfide della post modernità non ci resta che auspicare l’incontro delle due ragioni, quella atea e quella credente (e quindi, aggiungo, anche tra le Religioni) fondato:
sull’accordo tra vera scienza e vera fede (usando come manifesto il messaggio letto da J. Maritain nella seduta conclusiva del Concilio Vaticano II); “Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano. Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare il giusto?” (n°5)
nella convergenza su “sviluppo umano” ed apertura alla vita:
“Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore”
(Evangelium Vitae 3)
L’apertura e la difesa della vita come paradigma dello sviluppo e del bene comune dunque. Ma non basta. La robotica ci interpella non solo sulla vita ma soprattutto sull’umano. E allora mi chiedo: quale è l’umano che dobbiamo difendere? Cosa è specificatamente umano? Ciò che ci rende “immagine di Dio”? La Pontificia Commissione Biblica in “Bibbia e morale” al n°11, commentando Gn 1-3 lo individua in sei caratteristiche:
la razionalità capace di indagare il creato;
la libertà e la capacità di discernimento;
la superiorità rispetto alle altre creature che si declina in responsabilità;
la possibilità di continuare la creazione anche grazie alla scienza;
la dignità che deriva dal rapporto con Dio;
la santità possibile della sua vita ad imitazione di Colui che solo è santo (Lv 19,1-2:);
Ma c’è una dimensione tra tutte che ci appartiene ontologicamente, ed è quella della RELAZIONE (che ci consente di chiudere il cerchio con l’introduzione a questo articolo).
Qualche tempo fa è diventato virale sul web un filmato girato con il cellulare in un ospedale degli Stati Uniti (California). Una ragazza assisteva il nonno 78enne, a cui era molto legata, afflitto da una malattia inguaribile (cancro al polmone) ed arrivato ormai all’estremo delle forze e tuttavia lucido mentalmente, cosciente.
Improvvisamente entrambi vedono entrare nella stanza il robot con cui il suo dottore lo visitava e lo teneva aggiornato regolarmente a distanza; ma stavolta dallo schermo gli è stato comunicato che alla luce delle ultime tac non era più curabile. L’uomo è deceduto il giorno dopo, al “Kaiser Medical Center” di San Francisco.
Si è scatenata una bufera e non solo mediatica. I familiari si sono indignati per la totale mancanza di delicatezza, aggravata dal fatto che le parole del medico erano udibili a fatica dal paziente al punto che la nipote 33enne, presente nella stanza, ha dovuto ripetergli il messaggio.
“Se devi fare una comunicazione di routine il robot è ok”, ha commentato la figlia, “ma se vieni a dirci che il polmone non c’è più e che verrai messo sotto morfina finché non muori, questo dovrebbe farlo un uomo e non una macchina”.
ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018. La storia futura scritta da Isaac Asimov parte circa dalla nostra epoca, raccontando come l’automazione e la robotica cambieranno il mondo, spingendo successivamente l’umanità sulla strada delle stelle fino ad un futuro che si colloca a circa 400-500 secoli da noi.
BIBLIOGRAFIA
ALICI, Carlo, Natura e persona, in Abiterai la terra, Commento all’enciclica Laudato sì, AVE, Roma 2020
ASIMOV, Isaac, Io robot, Mondadori, Milano 2018
BALDINI, Massimo, Storia della comunicazione, Tascabili Economici Newton, Roma 1995
CAMPANINI, Giorgio, Bene comune, EDB, Bologna 2014
MAIORANO, Sabatino, Morale sociale, appunti e materiale, 55-63, Anagni 2014
PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, documento,11 maggio 2008
Al di là di tutte le definizioni, i giovani sono la parte più dinamica di chiesa esocietà il periodo della gioventù è la fase più affascinante della vita. Quando pensiamo ai giovani, facciamo riferimento a tutto ciò che è bello nella vita,come la moda, lo sport, l’arte, i media, le nuove tecnologie, ildivertimento,l’avventura, le relazioni, l’idealismo, la creatività e i grandi sogni.I giovani protagonisti della Chiesa devono fare le proprie responsibilità è quindi imperativo che la gioventù non sia vista solo come un’età, ma come uno stato d’animo e un atteggiamento.
Ogni generazione reagisce e si adatta in base alla sua esperienza con la generazione precedente. La gioventù è uno stato naturalmente ribelle. Per i giovani il profitto economico non è la priorità, essi sono molto preoccupati l’uno per l’altro, si accettano e sono inclinati ad aiutarsi a vicenda. Sono meno prevenuti nei confronti degli altri e meno ossessionati dagli status symbol.
La filosofia del “sono migliore di te perché sono ricco, bianco e libero” non ha molta attrattiva. Però sono fragili e facilmentediventano vittime e schiavi del sesso, della droga o dell’alcool per sfuggire alla depressione.Secondo Cline Bell, (1984) la cura pastorale deve rispondere al bisogno che tutti hanno di calore, di nutrimento, di sostegno e di cura. La Chiesa può lavorare come facilitatore del vero amore verso chi ha sete di esso. In particolare verso coloro che sprofondano nella crisi.
La chiesa e gioventù
Come già detto, i giovani ricevono un’attenzione preferenziale in questi giorni; ma chi sono questi giovani di cui parliamo? Come possono essere descritti? Le Nazioni Unite classificano i giovani quelli compresi nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni.[1] La fascia di età che il Sinodo dei giovani considerava era tra i 16 e i 29 anni.[2] Ma molte altre organizzazioni tendono ad allungare l’età con gli occhi sull’opportunitàfunzionale e sui benefici pratici.
Uno studio sulle categorie giovanili relativo ai consumatori osserva che “la tradizionale definizione demografica di ‘gioventù’ non è più applicabile nella società odierna, e i marketer dovrebbero rivolgersi ai consumatori in base al loro impegno e alla loro partecipazione alla cultura giovanile piuttosto che alla loro età cronologica “[3]. La loro forte convinzione è che, in termini pratici, coloro che appartengono alla fascia di età tra i 25 e i 34 anni dovrebbero, a tutti gli effetti, essere considerati ‘giovani’. La tendenza odierna non è quella di parlare rigidamente dei giovani come categoria d’età, ma piuttosto di parlare di cultura giovanile con un’ampia categoria d’età sullo sfondo. Questo approccio è significativo, in modo che non siano considerati come una categoria di destinatari che entrano ed escono dalle “porte girevoli” delle organizzazioni, ma siano rispettati come partner nella missione, condividendo un cammino continuo nella Chiesa e nel mondo.
In tutte le generazioni la Chiesa ha avuto un apprezzamento e una preferenza speciale per i giovani, secondo l’esempio di vita e la mente del suo giovane Maestro. Come ha scritto Papa Giovanni Paolo II nell’Anno Internazionale della Gioventù, “La Chiesa guarda ai giovani; o meglio, la Chiesa vede se stessa in modo speciale nei giovani – in voi come gruppo e in ciascuno di voi come individui”. La Chiesa ha molto da dare e da ricevere dai giovani,Goventù è vitadella chiese.
Uno sforzo consapevole per camminare con i giovani e per dialogare con questa difficile realtà, trasformerà sicuramente il cuore e il volto della Chiesa. Oggi la Chiesa ha bisogno di cercare e riscoprire il mondo dei giovani, un mondo fresco. Si tratta infatti di un mondo in rapido cambiamento e quindi occorre un continuo sforzo per una maggiore comprensione e ciò manterrà la Chiesa giovane e attuale. Essi formano una realtà complessa, che va da una realtà altamente urbanizzata e occidentalizzata ad una più arretrata e rurale, con un diverso spettro di condizioni economiche e sociali.
Essere giovani è una grande gioia e un peso. Comprendere e avvicinarsi a loro è il primo passo della missione della Chiesa. Ma dove sono questi giovani? Dove possiamo trovarli? Incontrare giovani uomini e donne, individualmente e in gruppo ed essere presenti a essi costituisce l’inizio di una missione urgente per la Chiesa di oggi. Come possiamo parlare con loro di Gesù e come essi stessi a loro volta possono parlare con i loro amici? Nei nostri villaggi e nelle nostre città, forse l’ambiente parrocchiale è l’ambiente privilegiato per raggiungerli. Anche la scuola e i ministeri del campus sono strumenti molto efficaci.
Un modo nuovo consiste nel contattarli con i mezzi informatici. L’evangelizzazione tra pari come professionisti, lavoratori può essere una realtà molto fruttuosa. Migranti/ostelli sono luoghi e opportunità in cui la Chiesa deve essere presente. Incontrare i giovani dove si trovano,usare il loro “linguaggio” e rispondere alle loro aspirazioni, li aiuterà a scoprire Gesù e a cominciare una nuova vita con Lui.[4]
La gioventù: Il futuro pastorale della chiesa
Papa Francesco ha sfidato i giovani dicendo che non devono essere “addormentati”, perché, come parte amata della Chiesa di oggi, hanno il dovere e la responsabilità di portare la loro gioia e il loro ottimismo al mondo. “Come giovani cristiani – ha detto Papa Francesco – non siete solo una parte del futuro della Chiesa, ma siete anche una parte necessaria e amata del presente della Chiesa. Voi siete il presente della Chiesa”, sia che siate “al lavoro, che studiate, che abbiate iniziato una carriera o che abbiate risposto alle chiamate al matrimonio, alla vita religiosa o al sacerdozio”. Papa Francesco ha concluso incoraggiandoli ad intraprendere questa strada, e ha dichiarato: “Giovani, svegliatevi!”. Se vogliamo cercare di raggiungere un gran numero di persone, dobbiamo cominciare dai bambini e dai giovani.
Ogni chiesa (soprattutto se si crede veramente che i giovani siano il futuro della chiesa) dovrebbe avere i migliori programmi per bambini e per i giovani. I bambini assorbono tutto e sono così impressionabili. Dopo i 21 anni c’è il rischio di perderli e, se le loro fondamenta non sono solide, si allontanano da Cristo e dalla Chiesa. Dobbiamo conquistarli quando sono giovani, in modo da non perderli quando crescono.
Il documento finale del Sinodo dei giovani votato dai 249 padri sinodali, riafferma che “Dio ama ogni persona e così anche la CHIESA, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza basata sull’orientamento sessuale”. La pastorale e il sostegno ai nostri giovani fratelli e sorelle è un’attenzione speciale nell’opera della nostra Chiesa. Continua dicendo che i giovani si trovano in uno stato di transizione da un’infanzia in gran parte definita dai genitori a un’età adulta autodeterminata, e la maggior parte dei giovani vive questa come una fase difficile della vita. Essi cercano i propri obiettivi e i propri standard di vita, mentre scrutano criticamente i valori e le norme esistenti nel loro ambiente.
La tensione tra il Vangelo e altre visioni religiose ed etiche in una società sempre più secolarizzata ha un effetto scoraggiante. I giovani sono testimoni dell’emarginazione della fede cristiana alla chiesa e di come le chiese stiano perdendo il loro significato. Sempre più spesso le chiese diventano istituzioni anonime e non sono più accettate come autorità morale. La pastorale e il sostegno ai nostri giovani fratelli e sorelle richiedono un’attenzione speciale nell’opera della nostra Chiesa. Coloro che aiutano i giovani ad essere attivi nella Chiesa promuovono il suo futuro. È oggi che si definiscono gli standard della Chiesa di domani.
Guidare i giovani
Aiutare i giovani a non lasciarsi schiavizzare da attrazioni, affiliazioni e da insidie della vita moderna è un compito erculeo per il Paese, la comunità e la Chiesa. Spesso i giovani si lasciano abbagliare dal divertimento facile, rifuggendo dall’impegno di prepararsi seriamente alle responsabilità della vita.
Il mondo giovanile contemporaneo e le questioni correlate non solo mettono in discussione la coscienza sociale ma disturbano il sonno della maggior parte degli insegnanti, dei genitori, degli anziani che si prendono cura di loro, dei leader della comunità e dei pianificatori socio-economici. Persone di diverse aree strutturali della chiesa e della società stanno facendo brainstorming per cercare come affrontare il bisogno più urgente di ogni società, cioè come prendersi cura dei giovani. Sono stati sperimentati diversi approcci, sia vecchi che nuovi. Ecco alcuni dei modi di inquadramento e animazione giovanile:
1) Fare amicizia – Essere solo un amico per i giovani in difficoltà.
3) Life Skills Group Work – Imparare le abilità di vita come la comunicazione efficace, la risoluzione dei conflitti e il processo decisionale.
4) Apprendimento del servizio – Imparare come si serve la comunità.
5) Mentoring – Coaching, ‘camminare’ con un giovane per un lungo periodo di tempo.
6) Mediazione familiare – Giocare a fare il paciere.
7) Colloqui con i genitori – Condividere la comprensione dei giovani con i genitori di adolescenti.
8) Formazione dei volontari – Fornire ai volontari le conoscenze e le competenze necessarie per aiutare i giovani a rischio e le loro famiglie.
9) Avventura all’aperto – come kayak, arrampicata su roccia, mountain bike, trekking, ecc.
10) Sportivo/attività ricreative – come calcio, Pallacanestro, pesca, ecc.
11) Campeggi – Cercando di comprendere le diverse culture e di servire le comunità svantaggiate, ecc.
Nella Chiesa la questione del tutoraggio dei giovani è molto pressante in quanto è parte integrante della missione della Chiesa e della sua stessa esistenza.
Conclusione
Dobbiamo accompagnare i giovani come ha fatto Gesù. uno sguardo amorevole (la chiamata dei primi discepoli, Gv 1, 35-51); una parola autorevole (l’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, Lc 4, 32); la capacità di “diventare il prossimo” (la parabola del samaritano, Lc 10: 25-37); una scelta di “camminare accanto” (i discepoli di Emmaus, Lc 24, 13-35) e un autentico testimone, andando senza paura contro le idee preconcette (la lavanda dei piedi all’ultima cena, Gv 13, 1-20). Questi passi descrivono come Gesù ha incontrato il popolo.Tutti i giovani sono pastori l’uno per l’altro. Parrocchie, comunità religiose, associazioni, adulti credibili (genitori, clero, religiosi e insegnanti) sono pastori della gioventù.[5)
I giovani esercitano un’influenza molto importante nella società moderna. Le circostanze della loro vita, le loro abitudini di pensiero, i rapporti con le loro famiglie, si sono completamente trasformate negli ultimi anni. La crescita della loro importanza sociale richiede alla Chiesa un rinnovato impegno apostolico. I giovani non sono spirituali: amano soprattutto il gioco e il divertimento. Sono spinti dai media, dal divertimento e dalla ricerca del piacere. Tenendo presente queste inclinazioni occorre inventare iniziative accattivanti.
Queste affermazioni sono in parte vere per i giovani in generale, ma allo stesso tempo incredibilmente false quando ci avviciniamo a loro. La gioventù è una realtà complessa, non solo per gli anziani, ma anche per i giovani stessi. Da lontano possono sembrare dei piantagrane, ma quando riusciamo ad avvicinarli a Cristo e condividerlo con loro, essi diventano i più amabili e affezionati amici della Chiesa. Tra le fitte nubi di pessimismo, ciò costituisce uno squarcio di sereno per il futuro della Chiesa.
[1] UNESCO., By youth, with youth, for youth, Accessed 24 July 2019.<https://en.unesco.org/youth>
[2] POPE FRANCIS., Christus Vivit. Post-Synodal Apostolic Exhortation. 2019, 68.
[4] JOSEPH SMITH No time bound division Asian Youth day mass 2014 Reference: Teachings of Presidents of the Church: (2007) Youth synod final document.p.42
[5) PREPARATORY DOCUMENT FOR XV ORDINARY GENERAL ASSEMBLY., Young People, the Faith, and Vocational Discernment, 2017.
Le nuove tecnologie informatiche applicate alla Pastorale
Nel corso delle lezioni su “Tecnologie informatiche applicate alla pastorale” sono stati affrontati diversi aspetti relativi ai nuovi mezzi di comunicazione sociale e alle loro ricadute positive nell’ambito della pastorale della Chiesa. Il termine “pastorale” utilizzato ampiamente in ambito ecclesiastico indica ogni azione della Chiesa volta a favorire l’incontro tra Cristo e l’uomo. Questo obiettivo porta a considerare e ad avvalersi di ogni mezzo di comunicazione e di diffusione del messaggio evangelico per far sì che lo sposo, Gesù Cristo, possa incontrare sempre la sua sposa, la Chiesa. In ogni luogo in cui l’uomo vive bisogna uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, come spiegato da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Nello stesso documento il Santo Padre delinea una “chiesa in uscita”, non solo in senso geografico, ma anche esistenziale, in cui i discepoli del Risorto sono esortati a prendere l’iniziativa, a coinvolgersi, ad accompagnare, fruttificare e festeggiare. Per poter portare Cristo bisogna quindi avvalersi della comunicazione e dei suoi mezzi, considerando il modo di vivere e di pensare dell’uomo. In questo tempo, definito post-moderno e proiettati verso il post-umano, anche la comunicazione cambia, passando dall’incontro diretto tra le persone e dall’ascolto della voce come avviene durante una telefonata, ad una forma di comunicazione “iconica”, basata sui contenuti. La comunicazione, infatti, oggi avviene in larga parte mediante i media digitali, nuovi ambienti in cui l’uomo instaura le sue relazioni virtuali. La pastorale, quindi, è chiamata ad agire in questi nuovi luoghi in cui le persone si incontrano, portando Cristo lì dove l’uomo è presente. L’universo dei media può essere considerato come il primo “areopago dei tempi moderni” e la Chiesa ha iniziato a riflettere sull’uso dei nuovi mezzi di comunicazione sin dal loro avvento negli anni novanta del XX secolo, con un convegno organizzato dal S.I. CEI dal titolo “Chiesa e internet”. In passato tra gli interventi con cui la Chiesa ha mostrato la sua attenzione ai mezzi di comunicazione sociale è da ricordare la lettera enciclica Miranda prorsus di Papa Pio XII, pubblicata l’8 settembre 1957 e Comunicazione e missione- Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa (2004), ad opera di S. Giovanni Paolo II. In questo documento viene rimesso l’uomo al centro dell’attenzione sul modello di Cristo e viene vista la presenza della comunicazione già nell’evento dell’Incarnazione. Nel gennaio 2018 con la costituzione apostolica Veritatis gaudium, riguardante le università e le facoltà teologiche, Papa Francesco affronta la tematica delle comunicazioni sociali. L’attuale espressione Pastorale digitale, da collocarsi nel più vasto campo della Pastorale delle comunicazioni sociali, trova origine in un’espressione di Papa Benedetto XVI, che ha parlato per la prima volta di “pastorale nel digitale”. Essa è esperienza di presenza, rappresenta l’uscire, l’annunciare, l’abitare, l’educare e il trasfigurare di cui parla Papa Francesco oggi. La Pastorale digitale è chiamata ad attraversare i tre ambiti dell’azione pastorale della Chiesa, ovvero la liturgia, la catechesi e la carità, cercando di raggiungere le cosiddette “periferie digitali”, cioè la manifestazione evidente nel mondo digitale di quelle che sono le periferie esistenziali dell’uomo. Oggi, inoltre, si parla di deep web, per indicare l’insieme delle risorse informatiche del World Wide Web non indicizzate dai comuni motori di ricerca e che viene raffigurato con l’immagine di un iceberg, la cui parte sommersa, molto più grande di quella emersa, indica appunto il web sommerso. Accanto al deep web c’è il dark web, ovvero un sottoinsieme del primo, normalmente irraggiungibile mediante le normali connessioni internet ma solo attraverso particolari software che fungono da ponte tra internet e la dark net.
La diffusione dei media digitali ha segnato, inoltre, il passaggio dal reale al virtuale, coniando espressioni quali online e offline, oggi superate in favore dell’unica espressione onlife. Sull’esempio dei Pontefici è quindi necessario farsi cittadini del digitale, visitando quelle che sono le odierne periferie digitali per poter essere persone che portano Cristo all’umanità spesso sofferente e bisognosa di conforto e di speranza. All’esito di questa riflessione sulle tecnologie informatiche rilevo la necessità e l’utilità, specie per chi segue un cammino di sequela di Cristo, di conoscere meglio e di imparare ad utilizzare i media digitali per poter realizzare quella “conversione pastorale” richiesta da Papa Francesco, passando da una pastorale di semplice conservazione ad una missionaria, realizzata lì dove l’uomo abitualmente vive, con i suoi problemi e le sue difficoltà. Tutto quanto promuove il bene dell’uomo è infatti oggetto di interesse della pastorale.