Le diocesi e le parrocchie…in rete!

Introduzione

In questo articolo si parlerà di un tema particolarmente importante dal punto di vista pastorale: l’uso degli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Per farlo mi piacerebbe farvi conoscere la mia esperienza. Sono diversi anni, che mi occupo della comunicazione digitale della mia diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nello specifico mi occupo della gestione dei profili social della diocesi e della pastorale giovanile diocesana, nonché del sito dedicato proprio alla pastorale giovanile della nostra diocesi, ovvero di tutti quegli spazi che oggi ricadono sotto la definizione di “ambiente digitale”. Prima, però, verrà presentato l’argomento con delle riflessioni legate  proprio agli ambienti digitali, ai vantaggi e ai benefici che la tecnologia e gli strumenti che essa ci fornisce e di come essi possano diventare un supporto utile e valido per permetterci di essere promotori e dispensatori della Parola di Dio e dei suoi insegnamenti.

  1. Un nuovo modo di comunicare, nuove vie per l’evangelizzazione

“Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare e stabilire legami”[1]. Credo non ci sia frase migliore per iniziare un articolo sugli ambienti digitali e i nuovi canali di comunicazione all’interno della vita parrocchiale e diocesana. Questo incipit è preso dalla Esortazione Apostolica post sinodale “Christus vivit” di Papa Francesco del 25 marzo 2019. Il Santo Padre, nel corso del suo pontificato dimostra di voler aprirsi alle novità, di non chiudere e confinare la Parola di Cristo all’interno dei soliti confini dati dai tempi antichi.

Va, altresì, specificato che l’interesse della Chiesa per Internet e l’apertura favorevole verso di esso non è una novità del pontificato di Francesco. Già il Concilio Vaticano II, parlando dei nascenti mezzi di comunicazione sociale, li definì «meravigliose invenzioni tecniche»[2]. Andando avanti, Giovanni Paolo II è stato, effettivamente, il primo papa a confrontarsi con il mondo del web. Egli ne ha ben presto intuito le potenzialità tanto da definirlo, in occasione della 34° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «un nuovo forum per proclamare il Vangelo»[3]. Lo stesso, dicasi per Benedetto XVI, il quale sempre all’interno della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, la 43esima, dichiarò: «Se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana, la rete di Internet e le nuove tecnologie informatiche rappresentano un vero dono per l’umanità»[4].

Tutte queste autorevoli voci ci permettono di introdurre il discorso relativo agli ambienti digitali e come essi possano essere usati dalla pastorale. In queste poche righe a disposizioni, inoltre, ho scelto di descrivere una situazione reale, la mia, per far vedere da vicino cosa effettivamente una diocesi cerca di fare nell’ambito delle comunicazioni sociali e, perché no, di trovare in quanti leggeranno, dei consigli utili per migliorare.

1.1 Gli ambienti digitali. Un nuovo “spazio” per la pastorale

Prima di entrare nello specifico della mia esperienza all’interno di questo “mondo”, credo sia necessario approfondire il discorso relativo agli ambienti digitali. Cosa sono?

Tecnicamente si definisce un ambiente digitale quello «Spazio immateriale creato attraverso l’uso del linguaggio informatico e reso accessibile da dispositivi elettronici e digitali»[5]. Di fatto, ricadono in questa definizione tutti quegli “spazi” generati da un computer o, più in generale, attraverso linguaggi di programmazione che rendono altamente interattiva e di facile fruizione la vita online.

Questo perenne stato di iper-connessione ci viene, oggi, fornito proprio dai diversi ambienti digitali che frequentiamo, ormai quotidianamente. Siti web e Social Network su tutti, ma anche videogiochi, cinema di animazione, cinema digitale e 3D, il Vr e Ar, tutti luoghi dove è possibile creare contesti di interazione sociale, potenziare le proprie capacità di relazione e di interconnessione. In questi ambienti, infatti, non siamo solo semplici visitatori, non ci accontentiamo solo di ciò che ci viene fornito da quel determinato ambiente o da chi lo gestisce. L’uso delle tecniche di grafica, di app di editing rendono l’utente fruitore e al tempo stesso produttore di questi nuovi ambienti mediali.

Per molto tempo abbiamo inteso Internet come una cosa separata dalla nostra vita. A partire dalla prima rivoluzione digitale, e con la nascita dei primi siti web, sono comparsi i primi ambienti dove poter lasciare la propria impronta. I blog, My space, ecc. permettevano di costruirsi un mondo parallelo, dove metterci in contatto con altre persone. Al tempo stesso, però, la tecnologia, non ancora sviluppata come ai nostri giorni ci costringeva ad avere un tasto di “off”, facendoci tornare alla dimensione reale.

In seguito sono arrivati i Social Network e, ancora per un po’, anche questi hanno rappresentato una dimensione in cui si poteva fare on-off. La svolta epocale è arrivata, però, quando sono incominciati ad arrivare nelle nostre tasche gli smartphone. Con l’avvento di questa tecnologia rivoluzionaria la dimensione reale e quella virtuale hanno iniziato ad intrecciarsi senza soluzione di continuità nella nostra vita. Basti pensare a quante conversazioni iniziano in una dimensione (magari in una chat) e continuano nell’altra (ci incontriamo e si continua la stessa conversazione faccia a faccia) in maniera cosi naturale e sopratutto disinvolta.

In questo intreccio di dimensioni online e offline, emerge, dunque una nuova dimensione quella on-life, in cui la strada, il parco, il centro-commerciale, la parrocchia si sovrappongono e si accostano ad internet, i siti web, i social network, l’e-commerce come se fossero tutti luoghi a cui possiamo accedere. E’ a questo livello che incomincia ad aver senso parlare di “ambiente digitale”. Quando cioè togliamo ad internet quel significato che ha avuto per molto tempo, ovvero quello di essere uno strumento. In realtà, oggi, possiamo dargli un significato nuovo: essere luogo, essere un ambiente.

1.2 Una rete per connetterci

Da sempre impegnato nella vita attiva della mia parrocchia, nel 2016, al rientro dalla Giornata Mondiale dei Giovani, celebrata in quell’anno a Cracovia, mi continuavano a tornare alla mente le Parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’omelia nella Santa messa che concludeva quella GMG:

“Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince”

In quella esperienza ebbi la possibilità di approfondire la conoscenza con il responsabile della pastorale giovanile della mia diocesi, il quale, tra le altre cose, mi disse che era suo desiderio di formare una equipe diocesana che allargasse le possibilità in favore delle realtà giovanili della nostra terra, espandendo i mezzi di comunicazioni e le possibilità di interagire. Al rientro dalla GMG, mi tornava nella mente quella frase, quasi come un mantra: «Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri!» e, nello stesso tempo, mi domandavo: “Posso fare qualcosa anche io per contribuire alla costruzione di un ponte?”.

Terminate le vacanze estive, vidi un annuncio, sul gruppo della Pastorale giovanile diocesana: si cercavano volontari per formare una prima equipe della pastorale giovanile. L’idea, concepita in quel di Cracovia, stava nascendo. Capii subito che era la risposta alla mia domanda, che c’era il bisogno, quanto mai necessario, di creare, un ponte, o se vogliamo utilizzare un termine che si sposa bene che il mondo della tecnologia, una rete, che collegasse i giovani della nostra diocesi. Insomma di creare un ambiente digitale, facilmente fruibile, che permettesse di conoscersi e di frequentarsi. E’ iniziata cosi, quella che chiamo un avventura, con le inevitabili difficoltà chiaramente.

Un impegno del genere, richiede sacrifici, ore davanti ad uno schermo, nottate a scrivere, scadenze da rispettare, ma se è vero che le difficoltà ci sono e ci saranno, sull’altro piatto della bilancia dobbiamo, invece, inserire tutte le soddisfazioni che un compito del genere porta in dote. Il sapere di essere d’aiuto, il riuscire a collegare ragazzi delle diverse realtà e a confluire tutto in un unico spazio dove potersi rapportare, dove potersi confrontare, dove potersi informare e crescere, dove poter fare nuove conoscenze e nuove amicizie, dopotutto non è per questo che è nato il Web?

Chiaramente per arrivare a tutto questo, c’è bisogno di una buona preparazione, bisogna saper usare quelli che sono i potenti mezzi, messi a disposizione della tecnologia. Non è questo lo spazio giusto, ma sappiamo bene quali possono essere le insidie e i pericoli che Internet può generare se usato impropriamente. Un’altra cosa molto importante, è quella di tenere a mente che quando si carica in rete un qualsiasi contenuto, sia esso un testo, una foto o un video, una chat, quel contenuto diventa…online, in rete, di accesso pubblico. Attualmente si parla di una popolazione “data driven”, ovvero “guidata dai dati”, un fiume in piena che noi stessi produciamo. Ecco, quindi, che abbiamo dovuto studiare quelle che sono le norme in merito, penso, ad esempio, al “Testo Unico sulla Privacy” (Codice in materia di protezione dei dati personali, D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196).

     1.2.1 Le caratteristiche del nostro sito web

Tornando alla nostra esperienza, il sito, ad oggi, conta più di cento articoli e un discreto numero di visitatori quotidiani. Nello specifico il sito è stato realizzato con la piattaforma Joomla!, un content management system (CMS) per la realizzazione di siti web.

Esso è dotato di diverse sezioni classiche, come la “Homepage” o “Chi siamo”, che racchiude con una simpatica presentazioni l’intento del nostro sito, la sezione dedicata agli articoli, le risorse in possesso dei nostri visitatori, all’interno delle quali è possibile interagire attraverso la webmail o vedere video, realizzati dal nostro vescovo, come poter consultare documenti pontifici, una sezione dedicata alla fotogallery della pastorale giovanile diocesana, ed infine una sezione dedicate alle gmg. Oltre questo un collegamento con il sito web della pastorale giovanile italiana, permette ai nostri visitatori di restare aggiornati sulle iniziative proposte a livello nazionale.

Per scrivere un articolo, la piattaforma Joomla!, fornisce strumenti molto simili a wordpress.com.

  1. I canali social, strumento per restare al passo con i tempi

Oltre al sito, chiaramente, un altro ambiente digitale per stabilire questa rete di contatti è rappresentato dal mondo dei social network. Con i social network ci divertiamo, costruiamo legami ed amicizie, riceviamo notizie dal mondo e possiamo usarli addirittura per studiare e lavorare. E se questo, ormai, è vero per gran parte della popolazione mondiale, a maggior ragione vale per i giovani, che vedono questi social come una sorta di “piazza elettronica” dove potersi incontrare. Negli ultimi anni, il fenomeno social è cresciuto velocemente ed in maniera esponenziale che la generazione dei ragazzi di oggi è considerata la “Generazione social” o “Generazione 2.0”. Il loro maggior successo risiede, sicuramente:

  • nella velocità con cui si riescono a coprire elevate distanze in pochissime frazioni di secondo.
  • rappresenta un tipo di comunicazione globale, che permette di dialogare anche con persone che si trovano in continenti diversi dal nostro.
  • I social sono mezzi “comodi”, accessibili a chiunque ed in pochi click. Basta un indirizzo email ed una password e sei subito connesso con la realtà virtuale. Grazie ai social network puoi curare i tuoi rapporti interpersonali, non solo restando in contatto con chi già conosci ma anche facendo nuove amicizie e conoscenze.

Sono proprio questi tre fattori, o se vogliamo vantaggi (la comunicazione globale, facile accessibilità, e la velocità), che ci hanno spinto a non limitare il nostro impegno alla sola cura del sito della pastorale giovanile. Infatti, il limite del sito web è proprio la mancanza di interazione, il rapporto che non si instaura. Ad oggi abbiamo un canale sulle maggiori piattaforme social: Facebook, Instagram, Whatsapp e Youtube, Twitter. In questi canali è possibile ricevere notizie, appuntamenti e inviti agli eventi organizzati, si trovano video e foto degli eventi, in più c’è la possibilità di interagire, di confrontarsi, di conoscere, di stringere nuove amicizie. Attraverso essi è più facile avere un feedback in tempo reale. Mi viene in mente l’utilizzo dei qr code che aprono una sezione commenti dove poter rivolgere domande  e riflessioni personali, senza magari “l’ansia da microfono”.

Possiamo, dunque, concludere questo paragrafo, ribadendo che questi canali social, se usati nella maniera corretta, quella sostanzialmente per la quale sono stati creati, ci permettono di avvicinare quella fascia d’età, da sempre restia alla Chiesa, etichettata come vecchia, superata, fuori moda, costruendo un legame che nasce proprio da un ambiente che è il loro “habitat” preferito per poi proseguire nel mondo reale.

  1. La comunicazione digitale in tempo di Pandemia

Un ultimo paragrafo lo voglio dedicare alla situazione che, tuttora, stiamo vivendo. Infatti, specialmente nel primo lockdown, dovuto alla Pandemia da Coronavirus, l’unica possibilità di tenersi in contatto erano fornite proprio dai diversi ambienti digitali:

  • i sistemi di messaggistica (Whatsapp, Wechat, Telegram)
  • i canali social (Facebook, Instagram, Twitter)
  • piattaforme VoIP (Skype, Google Meet, Zoom)

Questi ambienti, poi sono diventati imprescindibili, anche per poter lavorare, a scuola, per gestire la pandemia. Allo stesso tempo le parrocchie e gli oratori, ma in generale la Chiesa si sono scoperti più social. La Pandemia, che aveva interdetto l’accesso alle celebrazioni eucaristiche come anche a qualsiasi altra attività parrocchiale o oratoriale, ha costretto la Chiesa ad approfondire o, in alcuni casi, a scoprire questi canali di comunicazione, di rapporto alternativi proprio per evitare che le pecore, senza la guida del pastore, e impaurite da ciò che passava sotto i loro occhi, potessero smarrirsi completamente. Ed ecco che abbiamo assistito alle Sante Messe da seguire in tv o in streaming, incontri di catechesi o di formazione online e tutto ciò che poteva essere utile per andare avanti insieme, seppur a distanza.

Come Unità Pastorale abbiamo cercato fin da subito di creare una rete con tutte le persone della nostra parrocchia lanciando un hastag (#ViciniPurSeLontani), e con la creazione, in soli due giorni, di un canale Youtube: Il Catechista 3.0, che vanta anche una pagina Facebook. Il canale, ad oggi, conta oltre i 100 video realizzati e si è rivelato essere un ottimo strumento per farci stare “vicini pur se lontani”. Il primo video realizzato fu una via crucis online, animate dai disegni dei bambini e dalla voce dei ragazzi.

Il video di questa Via Crucis è disponibili qui:

3.1 Le rubriche del Catechista 3.0

Da quel giorno, poi abbiamo avuto una scaletta fissa: Il sabato, il Rosario online con i disegni dei nostri bambini, la Domenica, la Santa Messa in diretta streaming, il lunedì e il mercoledì ci davano la buonanotte le preghiere dei bambini più piccoli. Nei restanti giorni, una rubrica dedicata a diverse tematiche: il martedì spazio all’arte sacra del nostro paese, con studi dedicati alla storia e alla struttura delle chiese cittadine, dei quadri e delle statue dal prezioso valore artistico; il giovedì era il turno della rubrica sulla Bibbia dal titolo “Divertiamoci con la Bibbia”, una maniera simpatica per approfondire i testi e i racconti presenti nel nostro Testo Sacro; il venerdì spazio alla creatività, con la nostra home artist che ogni settimana ci inviava video tutorial per realizzare oggetti carini con ciò che avevamo in casa, per chiudere con un’altra rubrica, di sabato, dedicata agli argomenti di catechismo.

Qui alcuni video:

Conclusione

La conclusione che emerge, basandoci anche su questa esperienza concreta, sta nel sottolineare come questi ambienti digitali, siano un elemento imprescindibile per la Chiesa per restare al passo con i tempi. La rete di comunicazioni, di interazioni, di socialità che essa crea deve essere considerata un sostegno fondamentale per quella prima rete voluta da Cristo. Il mondo social può e deve essere quel mattone che contribuisce alla realizzazione del famoso ponte che genera un mondo più social…e

Andrea Pesillici

Note:

[1] https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34

[2] Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica, n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2

[3] https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx

[4] https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/ambiente-digitale_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/#:~:text=%E2%80%93%20Spazio%20immateriale%20creato%20attraverso%20l,sul%20piano%20visivo%20e%20sonoro.

Sitografia:

  • Concilio Vaticano II, Decreto sui mezzi di Comunicazione sociale Inter mirifica (22 feb. 2002), n. 1, https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_church-internet_it.html#_ftn2;
  • Francesco, Esort, Ap. Christus vivit (25 mar. 2019) in https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20190325_christus-vivit.html#_ftn34;
  • Marco Sanavio, “Wojtila, primo pontefice “digitale”” in https://www.famigliacristiana.it/articolo-canonizzazioni/wojtyla-primo-pontefice-digitale.aspx;
  • “Il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali: Internet è un dono per l’umanità, sia messo al servizio dei più bisognosi” in https://lavignadelsignore.blogspot.com/2009/01/il-papa-internet-un-dono-per-lumanit.html




PRETI IN CLERGYPHONE

Per relazioni digitali generative

 

INTRODUZIONE

 

Il digitale rappresenta senz’altro una straordinaria opportunità per l’uomo, e per il prete. Difatti, apre un ventaglio di possibilità che, però, occorre saper utilizzare bene nella pastorale. In quest’era di rivoluzione digitale, la tecnologia è divenuta un luogo da abitare, uno spazio in cui si intrecciano idee, volti, parole, opinioni, iniziative, emozioni, processi relazionali.

Il video del sacerdote youtuber don Alberto Ravagnani è uno dei tanti bei testimoni di «prete in clergyphone»[1].

 

https://youtu.be/NgU-XEJWYOg

 

Don Alberto Ravagnani – come tanti altri sacerdoti della sua generazione – usa i mass media, in particolare i social media, per raccontarsi, per dare la propria testimonianza. «La Chiesa è sempre stata presente laddove ci sono le persone. Gli spazi offerti dalla tv o dal web si aggiungono a quelli fisici. Gli uni non sostituiscono gli altri. Si è capito bene durante il recente lockdown quando i sacerdoti hanno aperto dei profili social perché dovevano tener chiuse, necessariamente, le chiese»[2].

 

Il prete influencer

 

Pastorale nell’onlife

Il presente articolo vuole offrire degli spunti per vivere relazioni digitali generative, che attuino una pastorale integrata nell’onlife. Il virtuale è molto più reale di quel che ci rendiamo conto. La realtà dell’on-line ha risvolti nella vita sensibile — in quanto c’è un rapporto tra reale e virtuale — ed è qui che si inserisce la nostra riflessione e il nostro impegno[3].

Difatti, ci sono connessioni e scambio di informazioni tra persone online, ma questo ha effetti sul mondo reale. Per questo è stato coniato il termine dell’onlife. Addirittura relazioni tra oggetti come un televisore, un’auto, un sensore stradale, un satellite… Per la prima volta, anziché creare delle macchine che si interfacciano con il mondo, stiamo modificando il mondo in modo che si possa interfacciare con le macchine!

Questo a riprova che pur essendo l’onlife immateriale, esso ha una cogenza concreta nella strutturazione della realtà, una cogenza sempre più significativa.

 

Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale

https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/

 

Ricordiamoci, tuttavia, che l’impegno nella comunicazione consiste nella chiarezza missionaria con cui si annuncia Chi abbiamo incontrato e che lo facciamo con gioia. «La nuova evangelizzazione si propone in questi contesti non come un dovere, un peso ulteriore da portare, ma come quel farmaco capace di ridare gioia e vita»[4].

 

Responsabili delle relazioni

Il sacerdote più che mai deve rispondere a questo rapido mutamento del mondo ripensandosi per rispondere adeguatamente all’umanità. Questo non significa snaturarsi, al contrario è il rimanere fedele alla sua missione di annunciare Cristo lì dove è presente l’uomo e la donna, nel qui ed ora.

 

Da qui il suo situarsi e progettarsi nel mondo, e nel mondo dell’onlife, come prete in clergyphone, ovvero con l’abito che lo veste, il clergyman integrato con lo smartphone. Il neologismo è stato ripreso dal libro del sacerdote della Diocesi di Concordia-Pordenone, nel Friuli, Giacomo Ruggeri. Nel suo testo «Prete in clergyphone» egli intraprende un discernimento e una formazione sacerdotale nelle relazioni digitali per il seminarista, il prete, il vescovo, il religioso che ha in tasca lo smartphone, mezzo che utilizza per pensare e decidere, pregare e celebrare, relazionarsi e incontrarsi, vivere e morire. L’uso di questo strumento, diventato non solo utilissimo, ma perfino necessario, comporta una nuova capacità di discernere che varca la soglia dell’avere o no il profilo social network[5].

 

Annunciare Cristo nei social

 

DAI NATIVI DIGITALI AI DIGITALI DISCERNENTI

 

«È finito, perciò il tempo di riflettere sul futuro della Chiesa, è tempo di mettere mano alla Chiesa del futuro»[6]. La Chiesa tutta, e i pastori in primis, deve prendere atto di una conversione paradigmatica, ovvero passare da una Chiesa che, tramite i suoi riti e le sue promesse, dà luce alla vita degli adulti ad una Chiesa che dà alla luce gli adulti che oggi servono grazie all’incontro con Cristo[7].

 

La missione del prete in rete

Con questa provocazione ci addentriamo al compito, alla missione, al ministero del prete in clergyphone. Certamente è un nativo digitale, cioè «è abituato fin da giovane o giovanissimo a utilizzare le tecnologie digitali, essendo nato nell’era della rete e di internet»[8].

 

Il nativo digitale

 

Conosce questa realtà, ne è immerso. La maneggia quasi in modo spontaneo, come se fosse connaturato in essa. Ed è qui che si inserisce la nostra riflessione. L’atto meccanico deve poter essere discreto, frutto di discernimento. Altrimenti, ci si lascia trascinare dalla corrente della rete senza capire l’indirizzo, il dove essa ci ha condotto.

 

Paradossalmente, per creare uno strumento digitale di relazioni egli perde ogni connessione reale con i suoi soci, dimostrando che l’inclusione digitale non significa necessariamente avere relazioni autentiche: siamo connessi, ma non necessariamente nel senso originale della parola, ovvero amici.

Però anche quando le relazioni sono autentiche, quando i contatti di Facebook sono persone che effettivamente desiderano avere un rapporto di amicizia e relazioni consistenti, possono essere sufficienti al bisogno di cura che l’essere umano porta con sé?[9]

 

«Amici» di Facebook

 

L’agire ecclesiale

Proprio perché l’uomo e la donna di oggi si sentono profondamente a casa nella socialità digitalizzata, il prete può fare la differenza, può essere presenza dell’agire ecclesiale. Questo suo mettersi in rete è motivato dalla constatazione che «dove c’è la persona, lì vi è un’esistenza in relazione, in interazione, sempre e comunque»[10]. A questo soggiace la base teologica dell’incarnazione che non è stato solo l’evento mirabile di 2000 anni fa, ma è proprio lo stile dell’agire stesso di Dio[11].

 

Profilo «incarnato» di Gesù

 

Col cuore di Cristo

In questo il sacerdote, in quanto pastore col cuore di Cristo, può affiancarsi alle persone, aiutandoli e accompagnandoli nell’esercitare il discernimento nel digitale. Questo ministero è «il servizio della consapevolezza profonda, quell’invito ad aprire gli occhi nel flusso delle connessioni digitali su ciò che scrivo, nella foto che posto, nel commento che lascio, nel profilo che apro perché imparo a decifrare, riconoscere, distinguere, capire, riflettere, accettare, accogliere, scegliere, decidere e agire con digitale intelligenza»[12].

 

Chiamati all’amicizia

 

Il prete, proprio perché ha intenzione di promuovere un processo di relazione digitale generative, non fa le cose da solo; «dovrebbe accogliere con gratitudine e addirittura cercare e promuovere questa fraterna chiarezza dei collaboratori»[13].

 

Con quale stile, dunque, il prete è chiamato ad abitare il digitale? Con il ministero di servizio che è quello del cuore di Cristo. Difatti, l’identità del presbitero, come quella di ogni cristiano, deriva dalla relazione con Gesù. È un’identità donata da riattingere sempre nel rapporto con Chi l’ha concessa. È proprio perché il prete è il rappresentante di Gesù che da Lui apprende la modalità di essere, ed è sempre Gesù che porta senso e traccia la via di azione.

 

PUNTI DI DEONTOLOGIA DIGITALE SACERDOTALE

 

Prima di affrontare lo stile delineato precedentemente, si rende necessario ribadire che il sacerdote agisce nella persona della Chiesa ed è nella Chiesa che ritrova continuamente «una identità da rimodellare nell’incontro con Colui che ha fatto percepire originariamente di aver trovato grazia ai suoi occhi»[14].

 

Per esercitare come sacerdote lo stile di consapevolezza e di discernimento nelle relazioni social network.

 

1) Tutti i mezzi di comunicazione sono beni dati in dono e per questo ne implicano una conoscenza matura e responsabile.

 

2) Vi è una relazione reciproca tra l’essere umano e il mondo digitale, dunque una circolarità costante nella vita del sacerdote espressa nell’onlife.

 

3) Il sacerdote deve saper cercare e trovare Dio nei luoghi e nelle persone, dunque anche nelle dinamiche digitali.

 

4) Tre verbi indicano quella cura pastorale che regola la relazione nei social network: avvertire, sentire, nominare. La non cura – espressa in superficialità e in prudenza – può costargli caro.

 

5) La presenza del sacerdote nel digitale è già comunicazione della sua identità prima ancora che delle sue azioni, come commenti, inserimenti di foto o video, post.

 

Nello stare on-life si annuncia quanto ci è a cuore il Vangelo

 

6) L’apertura di profili social deve essere preceduta da motivazioni oneste da verificare e ridimensionare nel corso del tempo.

 

7) Essere consapevoli delle molte dipendenze inconsce che la rete digitale può ingenerare e dunque influire sul proprio mandato missionario.

 

8) L’essere sacerdote in rete implica una responsabilità e una esposizione maggiore. Occorre prudenza affinché le proprie azioni non si trasformino in tragedia.

 

9) Importante è l’amicizia e la confidenza col proprio presbiterio che non solo può ascoltare le problematiche sorte in rete, ancor più può aiutare a risolvere le questioni sorte nelle dinamiche digitali.

 

10) Il sacerdote può cogliere questo ambito digitale come grazia per coltivare l’appartenenza ecclesiale della sua esistenza a servizio del regno di Dio[15].

 

CONCLUSIONE

 

In conclusione, possiamo affermare che è positivo il fatto che la Chiesa, attraverso i pastori, sia presente nell’ambito dei social e nella rete internet in generale. Tuttavia, «ci si dimentica troppo spesso che in primo luogo la testimonianza non è relegata solamente nell’ambito del “fare”, ma soprattutto che essa, alla sua origine e a livello esteriore, si pone come un “dire”»[16].

 

Siamo veicoli che portano alla luce il potenziale nascosto

 

Per questo motivo occorre non solo una maggiore attenzione a ciò che si pubblica ma anche una sorta di professionalismo che permette un ministero della cura che genera realmente relazioni. In questo dinamismo è importante tra i presbiteri e al contempo con i laici comunicarsi le proprie esperienze, dialogare. In fondo,

per essere agenti di mutamento essi debbono essere contemplativi nel cuore, capaci di sentire la Parola di Dio in mezzo al pianto dei bambini, scorgendone il Volto oltre il velame sudicio della miseria. […]

In questa prospettiva il ministro diventa un catalizzatore cioè una persona in grado di portare alla luce il potenziale nascosto della comunità, avviandola ad una azione sociale creativa[17].

 

Ecco allora l’identità e la missione dei preti in clergyphone che abitano il digitale per relazioni generative volte ad essere fedeli al mandato di Cristo nella Chiesa.

 

Davide Lai

studente del II anno Filosofia,

Istituto Teologico Leoniano di Anagni

 

SIGLE E ABBREVIAZIONI

 

capp.               capitoli

Cf.                   Confronta

ed.                  editor (= a cura di)

Ibid.                Ibidem (=in quello stesso luogo)

vol.                  volume

WeCa              Web Cattolici

 

BIBLIOGRAFIA

 

Armando Matteo, Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020.

Giacomo Canobbio, Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020.

Giacomo Ruggeri, Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

Gianfranco Poli – Marco Cardinali, La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998.

Giorgio Agagliati, Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018.

Henri Jozef Machiel Nouwen, Ministero creativo, Brescia 2008.

Luca Peyron, Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011.

 

SITOGRAFIA

 

Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: < https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>.

Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>.

Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>.

WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>.

 

Diritti d’autore per immagini e video

Le immagini e i video in articolo sono presi dalla rete, sono pubbliche. Si usano senza finalità di lucro.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

 

[1] Cf. Alberto Ravagnani, Scienza e fede: chi ha ragione?: <https://youtu.be/NgU-XEJWYOg>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[2] Cf. Giovanni Molaschini, Viaggio nel mondo dei preti influencer: <https://www.rollingstone.it/pop-life/viaggio-nel-mondo-dei-preti-influencer/525252/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[3] Cf. WeCa [ed.], Le community dall’on-line all’on-life. Cambia la rete, cambia la pastorale: <https://www.weca.it/tutorial/le-community-dallon-line-allon-life-cambia-la-rete-cambia-la-pastorale/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[4] Sinodo dei Vescovi, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Città del Vaticano 2011, 99.

[5] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008.

[6] Matteo, A., Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Milano 2020, 12.

[7] Ibid.

[8] Treccani [ed.], «Nativo digitale»: <https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_(Neologismi)/>, [ultima consultazione: 03.12.2021].

[9] Peyron, L., Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Torino 2019, 32.

[10] Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 93.

[11] Cf. Ibid., 94.

[12] Ibid., 95.

[13] Agagliati, G., Poche chiacchiere! Come comunicare bene in parrocchia, Torino 2018, 149.

[14] Canobbio, G., Inviati per servire. Ripensare il ministero, Brescia 2020, 81.

[15] Cf. Ruggeri, G., Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali, Trapani 2008, 143-144.

[16] Poli, G. F. – Cardinali, M., La comunicazione in prospettiva teologica, Torino 1998, 89.

[17] Nouwen, H. J. M., Ministero creativo, Brescia 2008, 95.




Limiti e Possibilità dei Social Media

I Social Media sono una serie di applicativi Internet-based che seguono ideologicamente e tecnologicamente i concetti fondamentali del Web 2.01 allo scopo di generare User Generated Content (o UGC, ovvero contenuto generato dagli utenti finali). Possiamo suddividere i Social Media in diverse categorie: Progetti collaborativi (Wikipedia), Social Networking (Facebook), Comunità per la condivisone dei contenuti (Youtube), Videogame con mondi virtuali online (World of Warcraft), reti sociali virtuali (Club Penguin), Piattaforme di messaggistica (Whatsapp), microblogging (Twitter) o ibridi (ad esempio Tik Tok che è in parte comunità di condivisione dei contenuti ed in parte piattaforma di Social Networking).
Ogni Social Media si basa su sette pilastri2:

  • Identità. È il personaggio che l’individuo crea nel mondo virtuale. Coincide con la persona reale nella misura in cui l’utente decide di condividere le sue informazioni personali. Persona reale e identità virtuale non collimano necessariamente.
  • Presenza. È la partecipazione attiva dell’utente e l’aspettativa di questo di raggiungere altri individui.
  • Relazione. È il rapporto sociale virtuale che si intesse tra gli utenti.
  • Reputazione. È la percezione del rango sociale degli utenti.
  • Gruppi. È l’aggregazione di diversi utenti finali con il fine di creare comunità.
  • Conversazione. È la comunicazione tra i diversi utenti.
  • Condivisione. È la ricezione, invio, scambio e distribuzione dell’UGC.

Potremmo dunque definire i Social come degli ambienti nei quali sono contenute e scambiate costantemente informazioni. Un paragone potrebbe essere quello di un banchetto nel quale ogni partecipante può prendere o aggiungere una portata sulla tavola. I piatti sono le informazioni costantemente permutate tra di loro.

Le piattaforme sociali sono diventate degli strumenti essenziali per la nostra vita sociale e professionale. Difatti, queste permettono di poter scambiare informazioni molto rapidamente e di raggiungere moltissime persone. Per questo motivo politici, agenzie pubblicitarie e movimenti ideologici fanno costante utilizzo di questi mezzi.

I Social Media sono le nuove agorà del XXI secolo ed hanno un grandissimo potenziale di bene, possono essere infatti veicoli di Verità per permettere lo sviluppo umano, morale, sociale e spirituale della persona. Purtroppo però, essendo mezzi, possono essere utilizzati anche per scopi nocivi, per indottrinare, accecare, dividere, soggiogare le masse e sveltire il degrado dei costumi. Afferma infatti il Concilio nel Decreto sui Mezzi di Comunicazione Sociale Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio. Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità»3.

In questo articolo, cercheremo di valutare le potenzialità e le criticità dei Social Media al fine di poterli meglio sfruttare per una pastorale e didattica efficace.

I Limiti dei Social Media

I principali problemi dei Social Media sono: la disinformazione, la pornografia e la dipendenza da quest’ultimi.

Lᴀ Dɪsɪɴғᴏʀᴍᴀᴢɪᴏɴᴇ

La disinformazione è la diffusione di notizie false. Data la loro efficacia comunicativa, i Social Media sono terreno fertile per il propagarsi di menzogne che si trovano incoraggiate da un lato da un cieco algoritmo che ha come unico scopo l’intrattenere il più possibile l’utente sul sito, di modo che gli possa venir propinata più pubblicità possibile, e dall’altro dal contesto culturale in cui viviamo dove domina un forte individualismo4 che considera il prossimo non come un fratello ma come un nemico dal quale guardarsi.
Gli algoritmi sono delle particolari funzioni logico-matematiche che, sulla base di alcuni dati forniti dall’utente5, regolano la visualizzazione degli UGC al fine di poter inserire tra questi pubblicità rilevante e mirata.6 L’algoritmo controlla l’utente e cerca di prevedere le sue scelte tentando di intuire i suoi sentimenti. Il problema però, oltre che per la privacy, è che l’algoritmo non discrimina tra il vero ed il falso e dunque rischia di proporre notizie false7. «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.»8 La disinformazione genera confusione e alimenta la diffidenza tra le persone. Il pericolo più grande che ne deriva è la facilità della manipolazione dell’opinione pubblica e delle masse, che sfocia in deliri collettivi. Come diceva Hanna Arendt «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.»9. L’effetto più grave della disinformazione è l’esplosione delle folle in isterie collettive che si esplicano tramite il fenomeno della Herd Mentality, ovvero la tendenza dell’individuo a seguire un particolare trend o un particolare comportamento, soprattutto negativo, e che in altri contesti la persona non avrebbe mai fatto perché “Lo fanno anche gli altri”10. Diventa pericoloso quando a muovere le masse c’è un’ideologia che, nutrita da odio e paura per mezzo della disinformazione, spinge le persone a commettere atti violenti11.

Lᴀ Pᴏʀɴᴏɢʀᴀғɪᴀ

Altra piaga dei Social Media è la pornografia che è la più vile reiterazione del mestiere più antico del mondo, una maledizione di schiavitù per chi la produce e per chi la consuma ed una delle più grandi mancanze di rispetto della dignità umana.
La pornografia è al contempo frutto e catalizzatore di un particolare fenomeno detto Ipersessualizzazione che è la «smodata esibizione dei caratteri e dei messaggi sessuali»12. Si è intrufolata nella nostra società dopo la rivoluzione del sessantotto per mezzo della televisione, delle riviste ed infine grazie ad Internet. Nei Social Media, assume connotazioni particolari ed estremamente preoccupanti perché annichilisce l’essere umano riducendo ad un mero pezzo di carne 13, sfruttando le sue debolezze per fini di guadagno14.
Difatti, basta aprire la homepage di un qualsiasi Social Network per essere sommersi da immagini suggestive. In effetti, questo tipo di contenuti risulta essere maggiormente presente perché genera parecchio traffico e viene favoreggiato dall’algoritmo. Il problema però sta nel fatto che questo tipo di contenuto sconvenevole finisce inevitabilmente per essere visionato da bambini i quali sviluppano una concezione distorta della sessualità e del loro corpo 15 e scambiano l’impudicizia per virtù e modello da imitare. Questo porta alla creazione di un circolo vizioso: coloro che vedono materiale osceno ed il successo chequesto ottiene desiderano imitarlo, finendo per generare altro materiale osceno. È per questo motivo che addirittura ragazzine finiscono per condividere loro foto e video in pose eccessivamente provocanti, svendendo il proprio corpo per qualche Like ed esponendosi a molestie. Non trascurabile è inoltre la schiavitù che causa la pornografia per la quale, tramite la stimolazione della parte bassa del cervello, scatena una fortissima reazione chimica che costringe colui che la consuma a visionare contenuti sempre più osceni e perversi16.

Lᴀ ᴅɪᴘᴇɴᴅᴇɴᴢᴀ ᴅᴀɪ Sᴏᴄɪᴀʟ Mᴇᴅɪᴀ

È da considerare infine il dilagante problema della dipendenza patologica dagli stessi Social Media. Due sono i fattori che rendono assuefacenti i Social: da una parte la struttura stessa di queste piattaforme è disegnata per creare dipendenza, per mezzo della manipolazione anzitutto emotiva e poi psicologica della persona17 e dall’altro lato bisogna tenere conto di alcuni fattori psichici che predispongono gli utenti all’assuefazione, quali ad esempio una bassa autostima18.
Tra le scelte di design pensate appositamente per creare dipendenza, oltre all’effetto sempre presente dell’onnisciente algoritmo che monitora l’utente intuendo le sue reazioni e manipolando le sue emozioni mostrandogli contenuti che possono interessarlo, vi sono19:

  • Endless scrolling/Streaming. Questa è la tattica che utilizzano i Social Media focalizzati sulla condivisione e visione degli UGC. Consiste nel riproporre materiale senza interruzione.
  • Endowment effect/mere-exposure effect. Consiste nel legare l’utente alla piattaforma tramite l’impegno e le risorse spese in essa. È legato con l’effetto della semplice esposizione che consiste nel fatto che maggiore è il tempo che si passa ad osservare qualcosa di neutro, maggiore sarà l’attrazione per quell’oggetto.
  • Social pressure. È l’imporre una coercizione sociale che costringe l’utente ad usare la piattaforma.20
  • Social comparison and social reward. Invita gli utenti a paragonarsi tra di loro e ad apparire per ricevere un’ appagante ricompensa21.

Queste strategie attecchiscono particolarmente su persone che soffrono di bassa stima le quali ricercano approvazione dagli altri, creando un alter ego simulato che finisce per assorbire le attenzioni della persona che trascura il suo vero io per nutrire ed accrescere quello virtuale. Il distacco dal reale per immergersi nel virtuale rischia di causare forme di depressione o ansia22.

Le possibilità del Social Media

Fortunatamente, però, I Social Media non hanno solo lati negativi. In effetti, essendo mezzi possono essere veicoli di Bene e di Verità. Difatti, le piattaforme sociali sono in grado di interrompere l’isolamento sociale sia dei singoli che di popolazioni intere e possono permettere lo sviluppo e la crescita personale, intellettuale e spirituale della persona. Afferma infatti il Concilio nell’Inter Mirifica: «La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio.» 23.

Difatti, un utilizzo sano di questi mezzi può aiutare e guidare alla formazione ed al consolidamento della propria identità 24, per mezzo del confronto con gli altri, sia in positivo, tramite l’inserimento in gruppi di persone che condividono i medesimi interessi, il medesimo stato di vita ed il medesimo modo di pensare, che in negativo, instaurando un dibatto con persone che hanno interessi, situazioni e visioni diverse.

Inoltre, i Social Media possono assistere studenti e docenti nel loro compito di apprendimento e insegnamento, per mezzo di materiali audiovisivi e testuali, consentendo l’accesso a materiali e studi ai quali non si sarebbe potuto accedere per limitazioni fisiche o addirittura temporali25.

Infine, bisogna considerare l’enorme potenziale pastorale che queste piattaforme posseggono. Infatti, costituendo esse la nuova agorà, sono dei luoghi per mezzo dei quali si possono avvicinare molti cuori i quali, induriti dai tempi bui nei quali viviamo, cercano una Speranza. È necessario perciò istruire ed educare al retto utilizzo di queste piattaforme26 per impedire che diventino nocive. Inoltre, è essenziale che si valorizzi anzitutto il mondo reale, nel quale si gioca la vita vera, consentendo ai Social Media di raggiungere il loro fine, ovvero quello di essere mezzi per la costruzione di una società migliore.

Conclusione

In conclusione, i Social Media rappresentano una grandissima sfida, per la Chiesa in particolare e per l’umanità in generale. Per limitare i problemi ad esso correlati e sviluppare appieno il loro potenziale pastorale, didattico e di perfezionamento personale è necessario che anzitutto si attribuisca alla vita reale la sua dignità e che quest’ultima non venga sostituita da quella virtuale dei Social Media ai quali deve essere attribuito il loro valore effettivo, ovvero quelli di essere mezzi per favorire la relazione interpersonale per costruire una realtà reale e degli ambienti virtuali migliori.

Emanuele Maria Castella
Si ringrazia la Prof.ssa Eleonora Sparano per la cortese collaborazione

 

Bibliografia

a) Fonti edite

I. Libri

Aʀᴇɴᴅᴛ, Hanna, Le origini del totalitarismo, trad. A. Guadagnin, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009.

Bᴀᴜᴍᴀɴɴ, Zygmunt, Le sfide dell’etica, trad. G. Bettini, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1996.

Fʀᴀᴅᴅ, Matt, The Porn Myth: Exposing the Truth Behind the Fantasy of Pornography, Ignatius Press, San Francisco 2017.

II. Studi

Kɪᴇᴛᴢᴍᴀɴɴ, Jan K, – Hᴇʀᴍᴋᴇɴs, Kristopher – MᴄCᴀʀᴛʜʏ, Ian P. – Sɪʟᴠᴇsᴛʀᴇ, Bruno S, «Social media? Get serious! Understanding the functional building blocks of social media» in Business Horizons, 54 (2011)

Sitografia

a) Fonti edite

I. Articoli di cronaca

Fᴀɴᴅᴏs, Nicholas – Cᴏᴄʜʀᴀɴᴇ, Emily, «After Pro-Trump Mob Storms Capitol, Congress Confirms Biden’s Win», in The New York Times, 6 gen. 2021. https://www.nytimes.com/2021/01/06/us/politics/congress-gop-subvert-election.html?searchResultPosition=3 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

II. Articoli Informativi

DIGITAL MARKETING INSTITUTE, «How Do Social Media Algorithms Work?» in Social Media Marketing, 2019. https://digitalmarketinginstitute.com/blog/how-do-social-media-algorithms-work [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

GNU OPERATING SYSTEM, «Proprietary Addictions» in Malware. https://www.gnu.org/proprietary/proprietary-addictions.html [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

III. Documentari

Oʀʟᴏᴡsᴋɪ, Jeff, The Social Dilemma, https://www.netflix.com/it/title/81254224 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021]

IV. Documenti Magisteriali

Cᴏɴᴄɪʟɪᴏ Eᴄᴜᴍᴇɴɪᴄᴏ Vᴀᴛɪᴄᴀɴᴏ II, dec. Sugli strumenti di Comunicazione Sociale Inter Mirifica, 4 dic. 1963. http://www.vatican.va/archive/ist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19631204_intermirifica_it.Html. [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

IV. Studi

Bᴜʀᴀɴ Kᴏ̈sᴇ, Özge – Dᴏɢ̆ᴀɴ, Aze, «The relationship between social media addiction and self-esteem among Turkish university students» in Addicta: The Turkish Journal on Addictions, 6 (2018), pp. 175−190. http://dx.doi.org/10.15805/addicta.2019.6.1.0036 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Gᴀɢɴᴇ́, Louis, «Hypersexualisation» in Perspective infirmière: revue officielle de l’Ordre des infirmières et infirmiers du Québec, 11/2, 2014, pp. 23-25. https://www.oiiq.org/sites/default/files/uploads/periodiques/Perspective/vol11no2/08-societe.pdf  [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴏᴀɴɢ Mɪɴɢ, Hanh – Fʀᴀɴɢᴏᴜ, Satu-Maarit, The Online Identity Construction of a Teenage Vietnamese Girl, Unversity of Lapland, [2018?], p. 9 https://www.academia.edu/12940758/The_Online_Identity_Construction_Case_Study [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Hᴜɢʜᴇs, Sean, The Effects of Social Media on Depression Anxiety and Stress, Dublin Business School, Dublin 2018. https://esource.dbs.ie/bitstream/handle/10788/3481/ba_hughes_s_2018.pdf?sequence=1&isAllowed=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Kᴜʀᴅɪ, Abdurhman The Effects of Herd Mentality on Behavior, Houston Baptist University, 2021 https://www.proquest.com/openview/8ac4c5b5e05f4180347a1a684691a9d2/1?pq-origsite=gscholar&cbl=18750&diss=y [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

Mᴏɴᴛᴀɢ, Christian – Lᴀᴄʜᴍᴀɴɴ, Bernd – Hᴇʀʀʟɪᴄʜ, Marc – Zᴡᴇɪɢ, Katharina «Addictive Features of Social Media/Messenger Platforms and Freemium Games against the Background of Psychological and Economic Theories» in Int. J. Environ. Res. Public Health, 16 (2019), 2612. https://doi.org/10.3390/ijerph16142612 [ultima consultaizone: 2 dicembre 2021].

Sᴀɴɢᴇᴀᴅᴏ, Sarah R. «Impact of Pornography Use in Adolescent Boys: Boys’ Self-Reports on Their Use of Pornography» in Senior Honors Projects, 2016, Paper 477, https://digitalcommons.uri.edu/srhonorsprog/477 [ultima consultazione: 2 dicembre 2021].

NOTE




IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE NELLA SACRA SCRITTURA

Il discernimento vocazionale della persona nella sacra scrittura

L`uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio è chiamato, nella sua vocazione e missione, ad entrare con Lui in un dialogo di amore, affinché divenga il Suo rappresentante sulla terra [1]. Senza questo dialogo fra Dio e l`uomo, non può esserci nessuna relazione, né comunicazione e  dunque neanche un discernimento. Questa dimensione – il discernimento – è una realtà relazionale nella quale possiamo comprendere la volontà divina[2]Questo rapporto si fonda sulla libertà dell’uomo di scegliere i mezzi per raggiungere  questa sublime virtù. 

Nella Sacra Scrittura si distinguono tre tipi di discernimento: il discernimento naturale, il discernimento soprannaturale, e il discernimento spirituale.

IL DISCERNIMENTO NATURALE

Questo discernimento si riferisce a ciò che è percettibile e conoscibile dall’uomo, e avviene attraverso l`osservazione e l`analisi delle situazioni che gli si presentano. Ciò presuppone alcune qualità come: l`intelligenza e il buon senso. L`esempio lo troviamo nel Vangelo di Luca quando Gesù, a chi cercava di metterLo alla prova, disse: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ” Viene la pioggia” e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Ci sarà caldo” e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l`aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che giusto?”» (Lc 12, 54-57).

IL DISCERNIMENTO SOPRANNATURALE

Il discernimento soprannaturale attrae forza dalla Parola di Dio e dall`esperienze spirituale. Questa capacità ravviva nell’uomo la consapevolezza di poterr distinguere il bene dal male. Un esempio lo troviamo nel racconto della vocazione di Samuele per mezzo dell’ anziano sacerdote Eli, il quale, discernendo l`origine della chiamata, gli insegna a rispondere alla volontà divina (Cf. 1Sam 3, 10-18)[3].

IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE

San Paolo esprime chiaramente questo terzo tipo di discernimento quando disse «Ciascuno esamini se stesso e poi mangi il pane e beva il calice; perché chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 29.31).

La storia della spiritualità cristiana considera come indispensabile, al fine di conoscere la volontà di Dio, il discernimento spirituale quale “occhio e lampada del corpo” (Mt 6, 22-23)  A riguardo San Paolo indusse i credenti cristiani, che si ponevano davanti all’Eucarestia, ad esaminare la propria coscienza ovvero li esortava  al discernimento spirituale. Chi vuole accostarsi all’Eucarestia deve necessariamente predisporre la propria coscienza secondo i dettami della Chiesa (Fede e Carità) per ricevere degnamente il corpo di Gesù[4]

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Tutti i cristiani, con il Battesimo sono chiamati a compiere un’“uscita” missionaria che presuppone un discernimento personale e comunitario. Ciò, infatti, consente che la fede in Cristo si diffonda in ogni angolo della terra[5].

Tuttavia questo cammino missionario non è esente dalle sfide: numerosi sono infatti gli ostacoli che si pongono fra l’uomo e Dio al fine di comprendere le intenzioni divine. Perciò «l`uomo Biblico è posto in contesto di scelta in cui deve operare un discernimento per mantenere integra la sua fedeltà verso Dio»[6].

E solo grazie al costante ascolto della Parola che si acquisisce il cosiddetto “senso spirituale”, ossia la capacità di discernere la presenza del Signore e la sua volontà.  Solo cosi si può dar vita ad una relazione vera con il Signore, condividendo con Lui lo sguardo e il sentire (cf. Ef. 4,13). Grazie a questa sensibilità spirituale – allenata al discernimento del bene e del male (cf, Eb. 5,14) – è possibile comprendere facilmente ciò che è buono e gradito a Dio (cfr. Romani 12, 2; Filippesi 1, 9-10).

Tuttavia, non bisogna illudersi che il discernimento sia soltanto conoscere la Parola di Dio, ma è necessario, anzi indispensabile metterlo in atto nella propria quotidianità facendo la volontà del Padre. Se un cristiano desidera crescere nelle virtù non può fare altro che iniziare un discernimento.

Ricordiamo, inoltre, che discernere è saper scegliere. Ma siamo sicuri di saperlo ancora fare?

LA FEDE: UN CAMMINO NELL’ERA DEI SOCIAL

Nella società digitalizzata, le persone sono costantemente bombardate di notizie di vario genere. Ciò ha completamente azzerato la nostra capacità di fare e stare nel silenzio rendendo difficile ritagliarsi quei momenti in cui ci allontaniamo dallo strafare della quotidianità per connetterci con Dio. Dunque,ad avviso di chi scrive, seppur in apparenza internet  e i suoi strumenti – social, blog ecc. – potrebbero costituire uno strumento  in contrasto con la fede, in realtà si configurano come validi mezzi per metterci in contatto con Dio e perché no di piccola provvidenza.

Ascoltando qualche giovane cristiano, ho compreso che il web nasconde una grande potenzialità: Dio si fa strumento. Spesso mi sono sentita dire, “se Dio è nelle piccole cose quotidiane che vivo, perché non posso ritrovarlo in una parola pronunciata in un film, in una canzone o in un post sui social?”. Pensiamo alle innumerevoli pagine cristiane presenti sui vari social? Questo sono un valido strumento che ci consente di avvicinarci a Dio e di sentirlo più vicino.

Allora non sembra possibile scindere la fede dal web. Anzi, questa connessione va valorizzata nelle sue potenzialità: quale strumento valido di comunicazione. Pensiamo a coloro che si occupano della pastorale, a chi organizza percorsi per giovani e meno giovani. Quale immensa potenzialità racchiude questo “non luogo”: riunire persone che altrimenti non avrebbero modo di incontrarsi. Pensiamo a Chiara Corbella,  la sua testimonianza di fede e vita è circolata in rete sulle varie piattaforme. Quanta Grazia! Tanti giovani si sono avvicinati alla fede proprio cosi, attraverso un video, un ‘intervista messa su You Tube, condivisa su Facebook. E allora perché non considerarlo come un valido strumento per supportare il discernimento. Per avvicinare i cuori a Dio, e si anche attraverso un post di Instagram!

Sr. Katherine Marie (Anuaritte Mujawariya)

 

[1]Cf. A.M.Lupo, I libri Sapienziali dell`AT, Un cammino di autocomprensione per imparare l`arte del vivere, Edizione OCD, Roma 2011, 226.

[2] Cf. G. Jeanguenin, discernere pensare e agire secondo Dio, Edizione san Paolo, Milano2008,149.

[3]Cf. Ibid., 23-24

[4]Ibid., 24-25.

[5]Francesco, Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica, 24 novembre  2013, ANCORA, Milano 2013,  23-24.

[6]G. Jeanguenin, discernere pensare e agire secondo Dio, 25.

 




Le nuove tecnologie informatiche applicate alla Pastorale

 

Nel corso delle lezioni su “Tecnologie informatiche applicate alla pastorale” sono stati affrontati diversi aspetti relativi ai nuovi mezzi di comunicazione sociale e alle loro ricadute positive nell’ambito della pastorale della Chiesa. Il termine “pastorale” utilizzato ampiamente in ambito ecclesiastico indica ogni azione della Chiesa volta a favorire l’incontro tra Cristo e l’uomo. Questo obiettivo porta a considerare e ad avvalersi di ogni mezzo di comunicazione e di diffusione del messaggio evangelico per far sì che lo sposo, Gesù Cristo, possa incontrare sempre la sua sposa, la Chiesa. In ogni luogo in cui l’uomo vive bisogna uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, come spiegato da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Nello stesso documento il Santo Padre delinea una “chiesa in uscita”, non solo in senso geografico, ma anche esistenziale, in cui i discepoli del Risorto sono esortati a prendere l’iniziativa, a coinvolgersi, ad accompagnare, fruttificare e festeggiare. Per poter portare Cristo bisogna quindi avvalersi della comunicazione e dei suoi mezzi, considerando il modo di vivere e di pensare dell’uomo. In questo tempo, definito post-moderno e proiettati verso il post-umano, anche la comunicazione cambia, passando dall’incontro diretto tra le persone e dall’ascolto della voce come avviene durante una telefonata, ad una forma di comunicazione “iconica”, basata sui contenuti. La comunicazione, infatti, oggi avviene in larga parte mediante i media digitali, nuovi ambienti in cui l’uomo instaura le sue relazioni virtuali. La pastorale, quindi, è chiamata ad agire in questi nuovi luoghi in cui le persone si incontrano, portando Cristo lì dove l’uomo è presente. L’universo dei media può essere considerato come il primo “areopago dei tempi moderni” e la Chiesa ha iniziato a riflettere sull’uso dei nuovi mezzi di comunicazione sin dal loro avvento negli anni novanta del XX secolo, con un convegno organizzato dal S.I. CEI dal titolo “Chiesa e internet”. In passato tra gli interventi con cui la Chiesa ha mostrato la sua attenzione ai mezzi di comunicazione sociale è da ricordare la lettera enciclica Miranda prorsus di Papa Pio XII, pubblicata l’8 settembre 1957 e Comunicazione e missione- Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa (2004), ad opera di S. Giovanni Paolo II. In questo documento viene rimesso l’uomo al centro dell’attenzione sul modello di Cristo e viene vista la presenza della comunicazione già nell’evento dell’Incarnazione. Nel gennaio 2018 con la costituzione apostolica Veritatis gaudium, riguardante le università e le facoltà teologiche, Papa Francesco affronta la tematica delle comunicazioni sociali. L’attuale espressione Pastorale digitale, da collocarsi nel più vasto campo della Pastorale delle comunicazioni sociali, trova origine in un’espressione di Papa Benedetto XVI, che ha parlato per la prima volta di “pastorale nel digitale”. Essa è esperienza di presenza, rappresenta l’uscire, l’annunciare, l’abitare, l’educare e il trasfigurare di cui parla Papa Francesco oggi. La Pastorale digitale è chiamata ad attraversare i tre ambiti dell’azione pastorale della Chiesa, ovvero la liturgia, la catechesi e la carità, cercando di raggiungere le cosiddette “periferie digitali”, cioè la manifestazione evidente nel mondo digitale di quelle che sono le periferie esistenziali dell’uomo. Oggi, inoltre, si parla di deep web, per indicare l’insieme delle risorse informatiche del World Wide Web non indicizzate dai comuni motori di ricerca e che viene raffigurato con l’immagine di un iceberg, la cui parte sommersa, molto più grande di quella emersa, indica appunto il web sommerso. Accanto al deep web c’è il dark web, ovvero un sottoinsieme del primo, normalmente irraggiungibile mediante le normali connessioni internet ma solo attraverso particolari software che fungono da ponte tra internet e la dark net.

 

La diffusione dei media digitali ha segnato, inoltre, il passaggio dal reale al virtuale, coniando espressioni quali online e offline, oggi superate in favore dell’unica espressione onlife. Sull’esempio dei Pontefici è quindi necessario farsi cittadini del digitale, visitando quelle che sono le odierne periferie digitali per poter essere persone che portano Cristo all’umanità spesso sofferente e bisognosa di conforto e di speranza. All’esito di questa riflessione sulle tecnologie informatiche rilevo la necessità e l’utilità, specie per chi segue un cammino di sequela di Cristo, di conoscere meglio e di imparare ad utilizzare i media digitali per poter realizzare quella “conversione pastorale” richiesta da Papa Francesco, passando da una pastorale di semplice conservazione ad una missionaria, realizzata lì dove l’uomo abitualmente vive, con i suoi problemi e le sue difficoltà. Tutto quanto promuove il bene dell’uomo è infatti oggetto di interesse della pastorale.    

 

Foto tratte dal web




Chiesa e mezzi di comunicazione

La Chiesa è sempre stata attenta alla comunicazione e allo sviluppo dei mezzi per realizzarla, sollecitando un impegno serio e doveroso da parte di tutti noi cristiani, clero e laici, nell’apostolato.
Internet si è evoluto, trasformandosi in un social network, una piattaforma relazionale. Non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere; al suo interno non mancano le risorse di tipo educativo e religioso diventando un’occasione di crescita e di partecipazione.
La rete e le app possono aiutare a relazionarsi, ma possono anche ostacolarle, diventando un mondo in cui rifugiarsi e fuggire dalla realtà.
Inoltre ci sono rischi come il DEEP WEB e il DARK WEB, che sono la base di un iceberg nascosta.
Il Deep Web è una parte di Web “sommersa” in cui vengono svolte tantissime attività, da quelle più discutibili e illegali (come la vendita di documenti falsi) ad altre molto più “tranquille”. Trattasi so-stanzialmente di siti “nascosti” che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google e che possono essere visitati solo sfruttando la rete di anonimizzazione TOR (acronimo di The Onion Router), è un sistema di anonimizzazione gratuito che permette di nascondere il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete “rimbalzando” la connessione fra vari computer sparsi in tutto il mondo. A dispetto di quello che si può pensare, è molto facile da usare ed oggi te lo dimostrerò spiegandoti come entrare nel Deep Web sfruttando le sue potenzialità.
Il dark web (in italiano: web oscuro o rete oscura) è la terminologia che si usa per definire i contenuti del World Wide Web nelle darknet (reti oscure) che si raggiungono via internet ma attraverso specifici software, configurazioni e accessi autorizzativi. Il dark web è una piccola parte del deep web, la parte di web che non è indicizzata da motori di ricerca, sebbene talvolta il termine deep web venga usato erroneamente per riferirsi al solo dark web.

Le darknet che costituiscono il dark web includono piccole reti, friend to friend peer-to-peer, come reti grandi e famose come Tor, Freenet, e I2P, in cui operano organizzazioni pubbliche e singoli individui. Gli utenti del dark web fanno riferimento al web normale come web in chiaro in quanto non criptato. Alla darknet Tor si fa riferimento come onionland (terra della cipolla, in riferimento alla sua tecnica di anonimizzazione “onion routing” e al suo suffisso di dominio .onion).

 

13 maggio 2018 – 52° Giornata delle Comunicazioni Sociali.

“LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI” (Gv 8, 32)

Notizie false e giornalismo di pace.

È il tema scelto dal Papa, coscienti che solo “la verità ci farà liberi”, la Chiesa vuole offrire il suo contributo all’attuale dibattito sul fenomeno distorto dell’informazione (fake news) proponendo una riflessione sulle cause, sulle logiche e sulle conseguenze della disinformazione nei media e aiutando alla promozione di un giornalismo professionale che cerca sempre la verità, e perciò un giornalismo di pace che promuova la comprensione tra le persone.

Si riporta il messaggio completo:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 52ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

« La verità vi farà liberi (Gv 8,32).
Fake news e giornalismo di pace»

 

Cari fratelli e sorelle,

nel progetto di Dio, la comunicazione umana è una modalità essenziale per vivere la comunione. L’essere umano, immagine e somiglianza del Creatore, è capace di esprimere e condividere il vero, il buono, il bello. E’ capace di raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi. Ma l’uomo, se segue il proprio orgoglioso egoismo, può fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare, come mostrano fin dall’inizio gli episodi biblici di Caino e Abele e della Torre di Babele (cfr Gen 4,1-16; 11,1-9). L’alterazione della verità è il sintomo tipico di tale distorsione, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Al contrario, nella fedeltà alla logica di Dio la comunicazione diventa luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene. Oggi, in un contesto di comunicazione sempre più veloce e all’interno di un sistema digitale, assistiamo al fenomeno delle “notizie false”, le cosiddette fake news: esso ci invita a riflettere e mi ha suggerito di dedicare questo messaggio al tema della verità, come già hanno fatto più volte i miei predecessori a partire da Paolo VI (cfr Messaggio 1972: Le comunicazioni sociali al servizio della verità). Vorrei così offrire un contributo al comune impegno per prevenire la diffusione delle notizie false e per riscoprire il valore della professione giornalistica e la responsabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità.

1. Che cosa c’è di falso nelle “notizie false”?

Fake news è un termine discusso e oggetto di dibattito. Generalmente riguarda la disinformazione diffusa online o nei mediatradizionali. Con questa espressione ci si riferisce dunque a informazioni infondate, basate su dati inesistenti o distorti e mirate a ingannare e persino a manipolare il lettore. La loro diffusione può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici.

L’efficacia delle fake news è dovuta in primo luogo alla loro natura mimetica, cioè alla capacità di apparire plausibili. In secondo luogo, queste notizie, false ma verosimili, sono capziose, nel senso che sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione. La loro diffusione può contare su un uso manipolatorio dei social network e delle logiche che ne garantiscono il funzionamento: in questo modo i contenuti, pur privi di fondamento, guadagnano una tale visibilità che persino le smentite autorevoli difficilmente riescono ad arginarne i danni.

La difficoltà a svelare e a sradicare le fake news è dovuta anche al fatto che le persone interagiscono spesso all’interno di ambienti digitali omogenei e impermeabili a prospettive e opinioni divergenti. L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altre fonti di informazione, la qual cosa potrebbe mettere positivamente in discussione i pregiudizi e aprire a un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità.

2. Come possiamo riconoscerle?

Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità. Non è impresa facile, perché la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati. Sono perciò lodevoli le iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo, insegnando a non essere divulgatori inconsapevoli di disinformazione, ma attori del suo svelamento. Sono altrettanto lodevoli le iniziative istituzionali e giuridiche impegnate nel definire normative volte ad arginare il fenomeno, come anche quelle, intraprese dalle tech emedia company, atte a definire nuovi criteri per la verifica delle identità personali che si nascondono dietro ai milioni di profili digitali.

Ma la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come “logica del serpente”, capace ovunque di camuffarsi e di mordere. Si tratta della strategia utilizzata dal «serpente astuto», di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima “fake news” (cfr Gen 3,1-15), che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio (cfr Gen 4) e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato. La strategia di questo abile «padre della menzogna» (Gv 8,44) è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,17). La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: «Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”» (Gen 3,2). Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: «Non morirete affatto» (v. 4). Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile : «Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (v. 5). Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile» (v. 6). Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

In gioco, infatti, c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione.

3. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

4. La pace è la vera notizia

Il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell’uso del linguaggio. Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace.

Desidero perciò rivolgere un invito a promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalationdel clamore e della violenza verbale.

Per questo, ispirandoci a una preghiera francescana, potremmo così rivolgerci alla Verità in persona:

Signore, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi.
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Amen.

 

Francesco

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Al seguente link è possibile trovare documenti della Chiesa sulle Comunicazioni Sociali :

http://www.chiesaecomunicazione.com/docs-table