Quando uno pensa per la prima volta di entrare in seminario, ci sono tanti motivi che lo spingono per tale vocazione. Però il sentito è il desiderio di servire il popolo di Dio, suoi fratelli e sorelle. È un nobile desiderio. Ma manca qualcosa di grande, senza di che si fa il sacerdozio sembrare un’opera umana. Esso è desiderare Cristo, perciò Paolo dice “per me vivere è Cristo” (Fil, 1, 21). Qundi il sacerdozio è vivere in santità di vita. Desiderare la santità.
Sarebbe una contradizione teologica desiderare di diventare sacerdote e non desiderare allo stesso tempo di essere santo, cioè, lasciare entrare Cristo nella propria vita. La vocazione nasce in una comunità. Essa nutre e rafforza questo desiderio.
Come hai incontrato Gesù, il donatore della vocazione?
Al livello personale sempre non è così facile scoprire la propria chiamata in modo spontaneo. La vocazione si nasconde dentro i semplici eventi di vita quotidiana. Ma il punto di partenza sarebbe l’incontro con Gesù. Come L’hai incontrato? È una domanda che porta varie risposte secondo l’esperienza che uno ha fatto. Per me certamento che sono cresciuto in una famiglia cristiana posso dire semplicemente dai miei genitori. Però come un ragazzo a quell’età non basta. Mi sono reso conto di aver davvero incontato Gesù quando sono stato invitato da un mio amico cherichetto nella loro parocchia.
Ho avuto delle emozioni strane e forti che durarono per giorni. Tutta era tranquilità e gioia. E sono diventato cherichetto come il mio amico. Per me è il cambio radicale di vita che è avvenuto gradualmente. Pian piano nasce la mia vocazione ma come giovane dovrò percorrere delle formazioni primo di essere ammesso. Grazie al curato che m’ha accompagnato. Ma mi devo molto a quella comunità cristiana di St. Mary in Sud Sudan che ha preso la responsibilità di consigliarmi spesso ma soprattutto le loro preghiere. Mi hanno aiutato ad aprofondire la mia chiamata.
Testimonianza vocazionale a Trani
A Roma tra fratelli seminaristi ci condividiamo simili esperienze. La vocazione nata in una comunità. Ecco perchè la nostra eperienza a Trani conta molto. Nella fondazione di qualsiasi comunita cristiana espescialmente quelle che si definiscono le chiese giovani, esiste il contributo anzi l’impegno di un missionario. Possiamo dire che abbiamo ricevuto la nostra fede tramite l’opera di un missionario. Così ci siamo dovuto recare a Trani per raccontare questo fatto. Come le comunità cristiane aiutano a nutrire le vocazioni tra i giovani. Siamo i testimoni di questo. E per celebrare bene il mese missionario del 2019 abbiamo dovuto andare in una comuntità per condividere con loro questa bellezza vocazionale.
Mettere al centro di questa attività la missione e l’attività missionaria. Insieme alla Chiesa universale, ad Ottobre 2019, abbiamo celebrato il messe missionario guidato dal tema “Battezzati e inviati” che allo stesso momento è stato scelto come motto annuale del Pontificio Collegio Urbano. A differenza degli altri anni, l’anno scorso il mese di ottobre è stato chiamato “Messe Missionario Straordinario”(MMS) perchè è accompaganto con la celebrazione di 100 anni della lettura Apostolica Maximum Illud (BENEDETTO XV 20 NOVEMBRIS 1919).
Collegio Urbano e la vocazione
In sintonia con questo evento il nostro collegio missionario, cioè, Collegio Urbano, ha mandato un gruppo di seminaristi nella diocese di Trani per fare una testimonianza vocazionale dal 4 al 7 ottobre. Il target di questa missione è per condividere e donare ciò che abbiamo ricevuto dai missionari e dalle nostre piccole comunità cristiane nelle terre di origine, quelli che ci hanno predicato il Vangelo, il perchè di entrare in seminario, e questa testimonianza è bassata sull’esperienza della propria vita. Quindi, è il racconto di storia della mia vita e la mia vocazione. Non qualsiasi tipo di storiella ma una storia dove si vedono gli interventi di Dio, un vero incontro perchè la storia personale è il luogo privilegiato dell’incontro con Lui.
L’influenza dei genitori
Ricordo nella parrocchia di S. Margheritta di Savoa dove sono stato per la messa di domenica, c’erano bambini con i loro genitori. Abbiamo avuto la condivisione in modo di dibattito con i bambini, tipo domande e risposte. Una bambina mi ha fatto una domanda: “andavi a messa con i tuoi genitori?”, “si” ho risposto io.
Mi sono ricordato di alcuni belli scenari quando ero bambino, sedevo vicino al mio padre guardandolo pregare ‘il padre nostro’ sul letto, e mia madre che mi portava a messa le domeniche, e quando era assente mio padre. E come posso dimenticare la nonna che m’ha fatto innamorare dal Sunday School. Era emozionante. Inaspettatamente dopo la messa, la sacrestia era piena di bambini che sono venuti a conoscermi e alcuni mi hanno chiesto “perchè tuo papà non andava a messa con te e tua madre?”. I genitori sempre aiutavano i loro figli a scoprire bene la loro vocazione. Ma anche ci sono genitori che lo ostacolavano.
Questa esperienza è importante sia per loro che per noi, per capire chi è il missionario e cosa è la vocazione e la missione? Anzi per spiegare meglio il ruolo che una comunità può fare per aiutare i giovani ad incontrare Gesù. E chiarire che il missionario non è soltanto colui che viene mandato in un territorio con determinato compito ma anche colui che rimane nella propria patria e predica il Vangelo dove si trova. E tutti quanti siamo chiamati ad essere missionari nei nostri luoghi di lavoro, scuole e tra gli amici testimoniando con la propria vita questo grande incontro con Gesù, e seguire lui, questo ci rende felici.
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Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù: Missione in Madagascar
La via della missione: avere fiducia e ispirare fiducia: andare e condurre tutti per la via dell’Amore, dell’Amore forte, generoso, sacrificato, ma che sempre, sempre, in tutte le manifestazioni, in tutte le vicissitudini èAmore. La missione delle Piccole Figlieè vasta quanto i confini del Cuore di Gesù e si fonda su una lettura attenta dei segni dei tempi per rispondere alle reali esigenze della Chiesa e del mondo. L’attività apostolica, animata da un’intensa e profonda vita di preghiera è strumento indispensabile per “andare condurre tutti per la via dell’amore” attraverso uno stile semplice che ispira fiducia e si esprime e nella benevolenza del cuore. Ogni vocazione è “terra sacra” alla quale bisogna avvicinarci senza calzari per potersi mettere in ascolto del mistero di Dio chi lì si vuole rivelare. Questo vuole essere il nostro atteggiamento di Piccole Figlie di fronte ad ogni persona che si mette alla ricerca della volontà di Dio per la propria vita. E quindi la missione. Ogni vocazione è una risposta d’amore all’amore una risposta libera, gratuita e generosa che attraente con Cristo. [1]. Essere Piccole Figlie del Sacro Cuore: essere missionarie “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
Amilcare Agostino Boccionacque a Sale (AL) nel 12 marzo 1891, primogenito di una famiglia di modeste condizioni. Il 5 luglio 1914 fu stato ordinato come sacerdote nella diocesi di Tortona d’Italia. Il 25 marzo 1924, fu fondato la Congregazione delle Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù con la collaborazione di una giovane salese,Guglielmina Remotti,divenuta poi la prima Madre della stessa congregazione delle suore.
Amilcare Boccio (1891-1960) Fondatore della Congregazione di Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù
Guglielmina Remoti (1881-1966) Cofondatrice della Congregazione di Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù
Piccole: siamo chiamate a seguire Cristo nella piccolezza evangelica, che è fiducia illimitata, abbandono incondizionato all’amore del Padre, conformazione continua a Gesù mite e umile di cuore, nella certezza che Gesù può renderci capolavori della sua misericordia, testimoni della sua bontà. Dalla piccolezza sgorga la gioia: siamo rivestite della grazia sovrabbondante di Cristo che si rivela nell’accoglienza e apertura verso tutti i fratelli che incontriamo e in quella carità fraterna che deve caratterizzare le nostre comunità. Figlie: siamo chiamate a vivere intensamente, con grande consapevolezza, la nostra figliolanza divina, che è esperienza dell’amore paterno di Dio, manifestato e offerto a noi in Cristo Gesù. È proprio il rimanere piccole che ci rende capaci di essere vere figlie. Del Sacro Cuore di Gesù: è questa la nostra dimora e il rimanere nell’Amore, significato dal Sacro Cuore, è invito a vivere tutte le nostre giornate per, con, nel Suo Amore. [2].
Essere Piccole Figlie: chiamato ad essere Vittima d’Amore
Io sono Esther, sono consacrata a Dio nell’istituto delle Piccole Figlie del Sacro Cuore. Sono consacrata dei voti di povertà, castità e obbedienza. Io principalmente ho scelto questo istituto perché quando ho incontrato Cristo intimamente nella mia vita ho capito che la povertà più grande di una persona è non conoscere Cristo, non conoscere il vangelo. Ho scelto questo istituto perché particolarmente dedito all’evangelizzazione cioè a diffondere il vangelo in particolare diffondere il vangelo attraverso questo: “dall’animazione parrocchiale fino alla scuola, dalla cura dei malati, alle diverse attività missionarie le Piccole Figlie vivono con entusiasmo e slancio…” La mia vocazione è strettamente legata nel mio rapporto alla mia relazione con Gesù eucaristica. Nel giorno della prima comunione mi disse: ecco il mio cuore pieno d’amore che attinge da questo tesoro un fuoco ardente. “Sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Quindi mi sono incontrata con l’istituto. Ho sentito nella virtù caratteristica dell’istituto che mi apparteneva sentivo questa è casa mia quindi sono entrata e ho fatto tutto il cammino.
Casa Madre delle Piccole Figlie Sale (AL)
Diventare Piccole Figlie significa fare dell’Amore, la propria vocazione, offrire con generosità nelle piccole cose di ogni giorno la propria vita perché il Cuore di Gesù venga conosciuto e amato dall’umanità. Diventare Piccole Figlie significa vivere innanzitutto una vita contemplativa in cui la preghiera e l’unione con Dio non possono che essere sorgente di slancio apostolico. Solo così infatti possiamo andare verso i fratelli impegnando tutti possiamo andare verso i fratelli impegnando tutte noi stesse in una missione che ha i confini vasti come quelli del cuore di Cristo. “Consacrata totalmente al cuore di Cristo, siamo ovunque in missione per dilatare il suo regno di amore e di pace. […]. Aperte all’azione dello Spirito Santo e accompagnate da Maria, Stella della nuova evangelizzazione”. Testimoniamo che Dio ama personalmente l’uomo e vuole essere a sua volta amato da lui (Art. 73).[3].
“Non sono venuto per essere servito ma per servire”. (Mc 10,45). La vita comunitaria, la preghiera e il lavoro durante gli anni di formazione sono stati ricchi e belli anche c’erano i momenti più difficili, mi hanno insegnato le cose fondamentali dal punto di vista umano, cristiano, culturale e religioso di essere Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Seguo il mio percorso, è stato realizzato il mio sogno di prendere cura i malati, di servire i poveri come infermiera. Mi sono accorta che questa ammalati, i poveri avevano bisogno di una vera madre e allora lì ho deciso di condividere questo amore che salva. “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).
L’8 settembre 2019 in cui Sr Esther prese i voti perpetui nella parrocchia San Giovanni Sale (AL) “Imparate da me che sono mite e umile di Cuore” (Mt. 11,29).
Vissuto dieci anni di vita religiosa nella mia Congregazione. Mi trovo la bellezza di essere piccola. Dare il significato nella mia vita vuol dire che mi ha fatto capire che Dio mi sta facendo, mi sta preparando come faccio condividere la mia propria vita per gli altri. Stare con Lui, vivere la Sua Parola ci aiuta a capire che senza di Lui non posso vivere. Lui mi accompagna sempre nella mia vita.
La missione “ad gentes”: La passione del Fondatore Lo Spirito Santo rinnova continuamente la sua Chiesa attraverso il dono di carismi affinché risplenda la bellezza del Vangelo lungo la storia dell’umanità.
“In molto di voi c’è la passione missionaria ci sia in tutte, anche se non partirete mai. L’amore delle anime vi consumi e non vi dia pace se non quando le vedrete tutte in Gesù” (M. Guglielmina R.). La passione missionariaha vibrato da sempre tra le piccole figlie. Don Amilcare Boccio infatti da giovane seminarista desiderò partire missionari per evangelizzare terre lontane ma il Signore aveva agli progetti, per lui. Tuttavia questo “segno nel cassetto” non è rimasto senza realizzazione. Dopo il concilio Vaticano II anche la Congregazione ha dato concretezza alla missione “Ad gentes”:
chiamate ad “evangelizzare con i sacerdoti i poveri del mondo”, le piccole figlie comunicano
l’amore gratuitamente ricevuto annunciano la buona novella della vita in Cristo e invitano ad aderire a Lui con piena fiducia.[4].
Il nostro desiderio di essere missionarie ci fa andare là dove la Chiesa ci chiama, per condividere la vita dei più poveri ed essere per ciascuno segno della presenza di Cristo e del suo regno di giustizia di verità di amore e di pace. Quando ero da ragazza, ero ancora in prima media, sentivo parlare dalle suore missionarie salesiane che facevano catechesi. Quando loro si parlavano, si trasmettevano tutta quella gioia di essere andate al tutto paese. Allora dentro di me forse questo desiderio più che diventare suora ma di essere una missionaria. Poi ho letto il libro: “Storia di un’anima” Santa Teresa di Gesù Bambino che è il mio desiderio. Voglio essere missionaria anch’io. La congregazione che mi appartengo propria missionaria e vivere la spiritualità di Santa Teresa di Gesù Bambino.
Missione in Madagascar L’8 ottobre 1970 le prime due Piccole Figlie sono arrivate in Madagascar dando così inizio alla “missione ad gentes” anche nella nostra Congregazione.[5].
Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Ed è l’unica forza che possiamo avere per predicare il Vangelo, per confessare la fede nel Signore. La fede è testimoniare la gioia che ci dona il Signore. Una gioia così, uno non se la può dare da solo. È una gioia traboccante che si può sperimentare solo come frutto e dono dello Spirito Santo (cfr 5,22).[6]
I luoghi in cui presente le Piccole figlie nell’isola in Madagascar
1) Anosibe An’Ala Nel 1° ottobre 1971, veniva aperta ufficialmente la prima comunità in terra malgascia nel villaggio di Anosibe An’Ala. La nostra casa è collocata su una collina dalla quale si può ammirare lo splendido paesaggio della foresta. Qui sorgono tre strutture: a) La casa delle Suore: la comunità delle Piccole Figlie vuole essere segno concreto dell’amore misericordioso del Cuore di Gesù in mezzo ai più poveri tra i poveri. Con gioia e semplicità le suore cercano di vivere l’amore fraterno che diventa segno eloquente della loro consacrazione a Cristo. Preghiera e lavoro apostolico scandiscono le giornate.
Comunità delle Suore Anosibe An’Ala
Le suore in foresta Anosibe an’Ala
b) La scuola materna ed elementare frequentata da più di quattrocento bambini, molti dei quali provenienti da villaggi a parecchi chilometri di distanza da Anosibe. Per questo molti genitori cercano un alloggio vicino alla scuola e lasciano i propri figli alla cura dei più grandi per tutto il periodo scolastico, facendogli visita periodicamente. Si tratta di un fenomeno in forte aumento che, se da un lato testimonia una forte sensibilità circa la necessità dello studio, dall’altro interpella noi missionarie a rispondere a questa emergenza di assistenza per i più piccoli che sono sostanzialmente lasciati a sé stessi. Ai più poveri tra loro viene offerto gratuitamente un pasto quotidiano: un piatto di riso con verdura e carne. Le Suore, coadiuvate da insegnanti laici, cercano di rendere lo studio una vera e propria opportunità per costruire un futuro migliore per il Madagascar: solo persone istruite, capaci di leggere in modo critico la realtà, educate ai valori umani autentici, infatti, possono a poco a poco portare sviluppo e creare condizioni di vita migliori per tutti.
I bambini nella scuola delle suore Anosibe An’Ala
c) Il dispensario: servizio necessario per molti ammalati che giungono ad Anosibe An’Ala per trovare una speranza di vita in più. Una Suora infermiera affianca un medico per offrire a chiunque bussa alla porta del dispensario cure e medicine nonché una vicinanza umana di solidarietà. Le suore anche vanno ai diversi paesi a offrire il servizio.
Diffondere il Vangelo attraverso la cura dei malati, Amare i poveri
2) Betsifasika Amborompotsy A nord di Antananarivo, attraverso una strada quasi impraticabile nella stagione delle piogge, in un brullo altipiano sorgono il villaggio di Amborompotsy. Ci troviamo in una zona particolarmente povera del Madagascar, dove sembra regnare la desolazione e gli spazi quasi desertici. La comunità delle suore è impegnata nella scuola materna ed elementare che conta circa 300 alunni. La maggior parte dei bambini proviene da villaggi molto lontani e percorre parecchi chilometri a piedi nudi per raggiungere la scuola. Ai più piccoli ogni giorno viene offerto latte e un pasto caldo che spesso è l’unico a disposizione durante la giornata di questi bambini.
La semplicità delle suore si trova dove gli spazi desertici, una zona povera. La gente non conoscono il vangelo.
Non solo un piatto del riso o una tazza del latte ma soprattutto quel calore umano e materno che permettere a tanti bambini di crescere con serenità seppur in mezzo a condizione di vita spesso non dignitose.
3) Antananarivo Nel 1986 è stata costruita la comunità delle Piccole Figlie del Sacro Cuore nella capitale del Madagascar, ad Antananarivo, già presenti nell’Isola rossa dal 1970. Nella stessa casa vengono accolte le postulanti, giovani che hanno chiesto di iniziare il percorso di formazione per prepararsi alla vita religiosa. Sotto la guida di una Sorella esse vivono la loro giornata condividendo la vita delle Suore presenti nella comunità, svolgendo le normali occupazioni casalinghe e prendendo parte alle attività parrocchiali in cui sono impegnate le Suore. La vita semplice e fraterna della comunità vuole essere testimonianza viva ed efficace dell’amore del Cuore di Gesù, primo modo per annunciare il Vangelo.
Comunità delle Piccole Figlie Antananarivo
I giovani in formazione gioiose. Andare, condurre tutti per la via dell’Amore
4) Moramanga Nel villaggio di Moramanga, a 120 chilometri dalla capitale del Madagascar, dove le Suore svolgono un servizio di alfabetizzazione per i bambini più bisognosi. Sono oltre cento i ragazzi che ogni giorno arrivano nella nostra comunità. Alcuni sono stati portati dai loro genitori, altri invece sono stati cercati dalle Suore nella foresta e nelle zone più povere di Moramanga. Ogni giorno è garantito loro un piatto di riso con carne e verdura, le cure mediche necessarie per la salute, tempi di gioco e divertimento per una sana crescita. Molti di questi ragazzi non possiedono il certificato di nascita e questo non permette loro di frequentare la scuola; perciò una nostra Sorella è completamente dedita a seguire tutte le pratiche necessarie per risolvere questa situazione di svantaggio sociale e poter così offrire un’opportunità di studio a tutti i bambini che bussano alla nostra porta. Alcune suore si dedicano alla Pastorale con la catechesi e la preparazione ai sacramenti. Due Suore della comunità infine sono a servizio del Vescovo di Moramanga: la loro presenza preziosa e discreta è espressione di quell’aiuto materiale e spirituale offerto ai sacerdoti secondo lo spirito della nostra Congregazione.
“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. (Mc. 16, 15). Dall’Italia verso Madagascar
La mamma trasmette la gioia ai suoi figli
5) Ambatondrazaka È una città popolosa a nord-est della capitale del Madagascar, sede del Vescovo della Diocesi. La comunità delle nostre suore si trova a fianco di una delle parrocchie della cittadina dove le Suore sono impegnate nell’attività pastorale e in particolare nella preparazione dei catechisti in collaborazione con il Parroco. Inoltre nella comunità è stato allestito uno spazio di accoglienza per i bambini più poveri che, non avendo l’opportunità di frequentare la scuola per l’impossibilità di pagare la retta, hanno bisogno di essere seguiti nello studio. Le Suore hanno così organizzato una scuola di alfabetizzazione in cui si può imparare a leggere e a scrivere. Le Suore di Piccole Figlie cercano così di testimoniare quella carità evangelica che spinge a riconoscere negli ultimi la presenza di Gesù da amare, sfamare, vestire e consolare.
Comunità Ambatondrazaka con i bambini poveri
Le suore col vescovo della diocesi di Ambatondrazaka
6) Ambondromamy Nel 2015, le nostre Suore sono state le prime ad arrivare ad Ambondromamy con il compito di aprire e organizzare il dispensario dedito alla cura dei malati e in particolare al servizio delle donne incinte e dei neonati. Poco distante dal dispensario è sorta la scuola elementare, per garantire a tanti ragazzi poveri il diritto allo studio e un futuro più ricco di speranza per una vita dignitosa. Attraverso l’educazione e le cure mediche le Piccole Figlie desiderano essere segno di vicinanza per la popolazione locale, testimoniando il Vangelo con quel tratto di amore misericordioso che affascina i cuori e vince tutto, secondo il carisma della nostra Famiglia Religiosa: quell’amore che supera anche le distinzioni religiose e diventa linguaggio universale comprensibile per il cuore di ogni uomo e donna.
La missione è un essenziale della fede cristiana in quanto crede il messaggio di Cristo di importanza universale e considera tutte le generazioni della terra come oggetto della volontà salvifica e del disegno di salvezza di Dio, in termini neotestamentari considera il “regno di Dio” che è venuto in Gesù Cristo come destinato a tutta l’umanità. [7].
Un cuore missionario: “riconosce la condizione reale in cui si trovano le persone reali, con i loro limiti, i peccati, le fragilità, e si fa debole con i deboli. (Papa Francesco)
Il nostro desiderio di essere missionarie ci fa andare là dove la Chiesa ci chiama, per condividere la vita dei più poveri ed essere per ciascuno segno della presenza di Cristo e del suo regno di giustizia, di verità, di amore e di pace. La presenza delle Suore nell’ambito educativo è di fondamentale importanza per poter aprire davanti alle giovani generazioni del Madagascar una prospettiva di cambiamento fondato sull’istruzione e sulle capacità di ciascuno.
La missione rimane una dimensione imprescindibile della fede cristiana, il cui scopo più profondo è quello di trasformare la realtà che ci circonda. In questa prospettiva, la missione è quella dimensione della nostra fede che si rifiuta di accettare la realtà così com’è e mira a cambiarla. [8]. Con semplicità e gioia, voglio essere compagna di viaggio che fanno conoscere e fanno amare Gesù. Amore misericordioso del Padre, sorgente traboccante dell’amore autentica, bello, infinito che rende la vita di ciascuno ricca di senso e splendente di luce. Con umile e grato stupore accolgono ogni talento e con amore cercano di coinvolgere i giovani nell’edificazione di una società più giusta e fraterna (Art. 77). [9].
“Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).
BIBBIA La Bibbia di Gerusalemme, Edizione italiana e adattamenti a cura di un gruppo di biblisti italiani, sotto la direzione di F. VATTIONI, testi biblici: E.P.I. spa, ‹‹editio princeps›› 1971, note e commenti: Editions du Cerf, Paris, Ottava Edizione, 2002. Legoprin, Trento 2002.
BIBLIOGRAFIA [1]: Amilcare B., G. Remotti, Scrivo a voi, il messaggio dei Fondatori delle Congregazione Piccole figlie del Sacro Cuore di Gesù, vol. I- II- III, Sale (Al) 1924-1945.
[2]: GUGLIELMINA R., dal commento alle costituzioni dell’istituto Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gsesù, 06 novembre 1946.
[3]: Congregazione Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Regola di vita Art.73
[4]: GIOVANNI PAOLO II, Redemtoris missio, 1990, n.34
[8]: DAVID BOSCH, La trasformazione della missione. Mutamenti di paradigma in missiologia, Brescia 2008.
[9]: Congregazione Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Regola di vita Art.77
[6]: PAPA FRANCESCO “Partite con slancio”. Messaggio del Santo Padre Francesco alle pontificie essere missionarie, www.chiesacattolica.it/il papa-ai-missionari-partite.com, santa sede 21 maggio 2020.
[7]: Missione ad gentes, in it.cathopedia.org/wiki/ad-gentes, 5 dicembre 2015
LIBERATORIE Le foto e il video sono delle nostre Congregazione e quindi libera dal diritto di autore
Vocazione di Samuel: da medico del corpo a medico del “cuore”
La vocazione di Samuel: il seminarista con papa Francesco
La mia vocazione al sacerdozio è cresciuta in me senza la mia consapevolezza; da piccolo il mio luogo preferito era la parrocchia. Le scuole che ho frequentato, i contatti con i preti e la passione per ascoltare la parola di Dio sono stati di grandi influenza per la mia decisione.
“Passando lungo il mare di galilea, vide simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: venite diero a me, e vi farò diventare pescatori degli uomini” (Mc 1:16-17).
Chi sono? Quale era il mio sogno?
Mi chiamo Samuel, seminarista sud-sudanese presso il Pontificio Collegio Urbano “de Propaganda Fide“, studente dell’ultimo anno di teologia alla Pontificia Università Urbaniana. Sono nato nel 1992 a Juba, Sud Sudan, e cresciuto nell’ambiente cristiano; ho frequentato gli studi primari e secondari in scuole cattoliche. Come la maggior parte dei giovani del mio paese, sognavo un futuro economicamente stabile, di sposarmi con una bella ragazza ed essere padre.
Il mio sogno era quello di diventare medico; un sogno che si è intensificato nella scuola secondaria, ed è stato sempre incoraggiato dai risultati scolastici: i voti conseguiti negli anni, infatti, mi permettevano di accedere agli studi in medicina, ma la mia vocazione era un’altra.
La scoperta della mia vera vocazione
Al termine della scuola secondaria, in attesa dei miei risultati degli esami nazionali, ho deciso, su richiesta del mio dirigente scolastico e del mio parroco, di essere aiuto-insegnante nella scuola elementare St Thomas the Apostolic Primary School: Mangalla che avevo frequentato da piccolo: era l’anno 2013, un anno meraviglioso e ricco di esperienze.
Un giorno, durante una pausa scolastica, mi sono avvicinato ad uno dei seminaristi, ora sacerdote, Johnson Yugusuk (che si trovava nella mia parrocchia per la sua esperienza pastorale), al parroco che era con due consigli pastorali parrocchiali: tutti erano seduti sotto uno degli alberi di mango che si trovava nel mezzo della gardino della scuola. In quel momento il parroco ha parlato del seminario diocesano e della necessità di nuovi candidati, ed io, scherzando, ho detto: “Voglio entrare al seminario”. In realtà quella frase, detta a modo di scherzo, mi è ritorna più volte nella mente in quella giornata e nei giorni successivi. Allora ho cominciato a chiedermi se veramente avessi scherzato.
Ho cominciato a chiedermi come sarebbe cambiata la mia vita e soprattutto come l’avrebbero presa i miei familiari. Ma, senza saperlo, cominciavo così a rispondere a quella chiamata, a quella missione di vita che non avevo valutato fino a quel momento particolare della mia vita.
E così, mi sono iscritto al seminario senza dire niente alla mia famiglia; solo dopo, in un secondo momento, sono riuscito ad informare mio padre, mio madre; essi non hanno ben accolto il mio desiderio di rispondere alla chiamata di Dio che ormai si era accesa nel mio cuore.
La formazione per la mia vocazione
mosso dalla mia decisione e convinzione di scoprire la volontà di Dio nella mia vita, ho iniziato la mia formazione nel seminario diocesano (St. Lawrence Minor and Philosophical section: Archdiocese of Juba), per un semestre. Successivamente, con la apertura del seminario maggiore nazionale, “sezione di filosofia”, mi sono trasferito lì (St. Paul Major Seminary: Munuki-Juba). Lì ho continuato la mia formazione triennale in filosofia.
Dopo i miei studi filosofici, il vescovo della mia diocesi ha chiesto mi ha chiesto di venire a Roma per proseguire gli studi teologici. E così mi sono trovato al Pontificio Collegio Urbano. dove sto concludendo i miei studi teologici. A breve mi prepara a tornare a casa per essere ordinato e poter servire la Chiesa Universale ivi presente.
Gli anni di formazione in seminario sono stati anni ricchi di esperienze; ho incontrato seminaristi di tutti i continenti.
La vocazione, secondo me, è una chiamata nel cammino di vita, nata nella comunità, per il servizio del popolo di Dio.
E Dopo l’ordinazione?
La mia vocazione si integrerà con tante altre vocazioni… per il bene dell’uomo.
E tu lettore hai riflettuto sulla vera vocazione della tua vita? Mi piacerebbe ascoltare la tua storia. Da sacerdote, proverò ad ascoltare le storie del popolo che mi sarà affidato… perché la mia vocazione sacerdotale possa meglio servire le loro vite.
Usiamo la rete per raccontare.
Ti rimando ad un articolo interessante che parla della vocazione di un santo:
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Formazione per essere ad gentes, come nel cuore di Dio
Ogni persona, uomo o donna che sia, ha una sua vocazione; ovvero, un suo particolare “posto” nel progetto di Dio a servizio dell’umanità in cammino verso il Regno. Diventare prete, quindi, è rispondere ad una particolare chiamata: consacrarsi totalmente a Dio per portare il Vangelo nella propria terra d’origine ma anche nel mondo intero. Una chiamata particolare, la cui risposta matura in un processo di formazione continua.
Chiamato ad essere presbitero “ad gentes”, chiamato alla formazione
Mi chiamo Augusto Faustino. Sono un giovane proveniente dal distretto di Mecanhelas, nel Nord del Mozambico. Ho deciso di diventare prete perché affascinato dal lavoro svolto dai “Missionari della Consolata” nella mia parrocchia d’appartenenza. Infatti, mentre frequentavo la scuola superiore, partecipavo attivamente a vari gruppi parrocchiali da essi animati. L’instancabile opera di quei missionari, che erano giunti tra noi da terre lontane e che quotidianamente diffondevano il Vangelo, fece risuonare in me un appello: “Seguimi!”. Non si trattava solo della chiamata a diventare sacerdote, ma di esserlo allo stile di quei missionari, come lo aveva intuito nel 1901 il fondatore del loro Istituto, il Beato Giuseppe Allamano[1]: portare il Vangelo a tutti coloro che non lo conoscevano o non avevano ancora avuto la possibilità di essere evangelizzati. Missione ad gentes, quindi.
«Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15): è questo il mandato che ha toccato profondamente la mia vita fino ad arrivare al punto di farmi decidere.
Questo processo di invio di sacerdoti nelle rispettive missioni necessità di una preparazione specifica, perché nella missione non si proclama soltanto il Vangelo, ma ci sono anche altre sfide come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e tutte quelle per garantire una vita degna ad ogni persona. Per questo il fondatore dell’Istituto Missioni Consolata ha sempre insistito sulla formazione intellettuale di tutti i missionari che partivano per le missioni. Diceva: «Il sacerdote ignorante è poi un vero idolo di tristezza e di amarezza anche per l’Istituto, che lo allevò e gli fornì con tanti sacrifici i mezzi di istruirsi e rendersi idoneo all’apostolato»[2]. La visione formativa del Beato Allamano era molto chiara e su questo argomento aggiungeva: «Un prete ignorante è una tristezza nella chiesa. È come una luce fioca. Un prete ignorante diventa più dannoso di un prete malvagio».[3]
Quindi, per me, rispondere a quella chiamata, è stato anzitutto accettare un cammino di formazione; “forma” che Dio avrebbe dato giorno dopo giorno alla mia vita.
Formazione: per passare dall’indecisione alla decisione
Con il Concilio di Trento, la Chiesa Cattolica stabilisce che per favorire una preparazione accurata degli aspiranti al sacerdozio la formazione avvenga in un ambiente di seminario[4]. Questo diventa allora il luogo propizio per i giovani che si avviano alla formazione sacerdotale. Vivendo in comunità, sono aiutati a comprendere il vero senso del processo della loro formazione. Per questo, sia le congregazioni che le diocesi hanno sempre cercato di formare i loro membri nei seminari.
Durante gli studi secondari mi veniva sempre fatta la domanda: “Cosa vorresti fare da grande? Qual è il tuo progetto di vita per il futuro?”. Entrare in seminario era qualcosa a cui non pensavo, perché l’unica idea chiara che avevo allora era quella di continuare gli studi all’università, formare una bella famiglia, ecc. Circa la formazione del prete pensavo che fosse ridotta solo alla conoscenza della Sacra Scrittura. Ovviamente, la mia idea nasceva da una visione limitata della vita sacerdotale. Per questo, non pensavo che la formazione considerasse altre materie e la vita nella sua totalità. Ho cominciato a purificare le mie idee dopo l’ingresso in seminario. Certamente le mie risposte sono cambiate nel corso degli anni.
Evidentemente, come tutti sanno, oggi non è facile scegliere il cammino della missionead gentes. In modo particolare non lo è per i giovani, a causa dell’incertezza in cui vivono: la maggior parte di essi, infatti, non sempre affianca agli studi, cammini di serio discernimento sul futuro a partire dai propri desideri. Nella mia esperienza personale, invece, c’erano stati quei missionari.
Se ogni sacerdote raccontasse l’esperienza che lo ha portato ad abbracciare il ministero sacerdotale, vedremmo che le motivazioni sono varie. La testimonianza del Cardinale Tarcisio Bertone, che si racconta nell’età del ginnasio, ce lo evidenzia:
La formazione, per una missione “ad gentes” senza paure
Oggi, unitamente a portare il Vangelo a chi non lo conosce, è sempre più necessario portarlo anche a coloro che l’hanno già conosciuto, ma che lo stanno dimenticando. Per cui la formazione di coloro che sono chiamati al sacerdozio, dovrà essere fatta in modo tale che essi siano resi capaci di capire il vero senso della missione e come essere missionari del Vangelo, oggi.
La formazione è un cammino nel quale si inizia a mettere un fondamento saldo per poter superare la paura e avere il coraggio di affrontare le varie sfide che possono sorgere lungo la vita. Il nome “Consolata”, che mi fa figlio di questa congregazione, certamente mi sarà di accompagnamento quando possibili insidie genereranno paura e faranno vacillare la mia fede.
Prima di intraprendere il cammino formativo per la missione ad gentes avevo delle paure. Innanzitutto, quella di non riuscire a raggiungere la meta pensando ai lunghi anni della formazione. Tante volte, infatti, parenti e amici mi hanno ripetuto che non sarei stato in grado di raggiungere la meta del mio percorso formativo sacerdotale perché era considerata difficile; la cultura del mio paese, poi, svaluta il sacerdozio. Ad incoraggiarmi sono state le parole di Gesù: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18, 27); mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato durante il percorso della formazione per la missione ad gentes.
La formazione del missionario della Consolata
Seminario della Consolata
La preparazione dei futuri Missionari della Consolata avviene in un ambiente di seminario. Per questo i giovani, dopo un periodo di accompagnamento e, presa una decisione, entrano in seminario. Primo grande tempo di formazione è il momento che segue ed è articolato in alcune tappe: anno propedeutico, filosofia, noviziato e teologia. Il momento fondamentale di questo percorso è la tappa del noviziato che ha come obiettivo principale quello di: «formare il giovane alla consacrazione per la missione ad gentes, per tutta la vita, nella comunione fraterna, nella professione dei consigli evangelici e avendo Maria modello e guida»[6]. Il giovane in formazione, al termine del noviziato, «deve giungere alla decisione libera e matura, alla luce della fede, di essere missionario della Consolata»[7].
Tutta la formazione sacerdotale mira a preparare i giovani missionari in tutti i campi possibili: teologico, spirituale, pastorale, accademica, interculturale, ecc.
Ogni istituto missionario ha quelle particolarità che lo identificano e, nello stesso tempo, differenziano dagli altri. Per cui anche la famiglia dei Missionari della Consolata possiede una fisionomia e caratteristiche proprie. È da queste che mi sono lasciato guidare fondando la mia vita in particolare sull’Eucaristia e lasciandomi ispirare da tutti quelli che sono i principi del fondatore:
L’amore all’Eucaristia che è la fonte e il vertice dell’evangelizzazione ed è al centro della vita di ogni missionario e di ogni comunità.
La devozione mariana esaltando Maria con il titolo di “Consolata” e per portare la consolazione a tutti coloro che ne hanno bisogno.
La partecipazione all’evangelizzazione nella Chiesa.
L’amore alla Sacra Liturgia quale preziosa eredità lasciataci dal fondatore.
Lo spirito di famiglia in cui tutti i membri si sentono e si accolgono come fratelli.
La stima e l’amore per il lavoro, anche manuale, per il buon funzionamento della comunità. [8]
Nel mio percorso di formazione sacerdotale ho sempre cercato di identificarmi con queste caratteristiche. La formazione in seminario termina nel momento in cui il missionario acquisisce queste caratteristiche. È evidente però che la formazione dura tutta la vita ed esige molto “apertura”.
La missione “ad gentes” e le sfide: quale formazione per l’oggi?
La missione ad gentes oggi porta con sé delle sfide anche per chi si prepara. In particolare, la formazione non può sottovalutare il mondo digitale; questo però, richiede molta preparazione per sapere “camminare” bene in questo ambito. Pertanto, la missionead gentes deve necessariamente ampliare l’orizzonte di riflessione e anche i temi che deve approfondire; c’è una missione nel web, nei social, nel dark web, non sconnessa dalla vita reale.
La mia formazione mi ha permesso di cambiare. Se all’inizio per me era difficile interagire facilmente con gli altri, a poco a poco, il cammino formativo mi ha permesso di cambiare il mio modo di relazionarmi con loro cambiando il mio modo di essere e di stare con gli altri o con persone diverse.
La mia formazione durante questi anni non si è limitata semplicemente all’area accademica o spirituale, ma è stata una formazione integrale che tiene presente tutti gli aspetti della dimensione della mia persona. Di conseguenza, è stato anche il momento per imparare ad affrontare le paure che possono apparire nel corso della vita e nella missione.
La formazione sacerdotale che ho ricevuto ha sempre guardato a tutti gli aspetti affinché fossi preparato ad affrontare le possibili sfide che possono presentarsi nella vita. È stato quindi il momento propizio per lasciarsi formare, non solo allo scopo di diventare sacerdote, ma anche una persona più matura integralmente. Il grande impegno personale è sempre stato quello di lasciarmi modellare per essere una persona che sa vivere con gli altri.
Non vorrei essere una lampada spenta che viene vinta dall’oscurità della notte. Cerco, quindi, una formazione che non sia mediocre e di impegnarmi per poter aiutare anche gli altri a scoprire nella vita la propria vera vocazione: sia chi è chiamato a formare una famiglia sia chi è chiamato a rispondere al Signore mettendosi al servizio totale degli altri.
In conclusione, bisogna prendere sempre sul serio “il sogno” che Dio ha su ognuno di noi, per la nostra felicità.
Per quanto riguarda la mia formazione, di certo, una domanda alla luce del brano di Mc 4,35-41 emerge: Saprò, nella barca di Pietro, avere serenità, come vorrebbe Gesù, nel momento in cui c’è la tempesta? Come gli apostoli, dirò a Gesù di svegliarsi perché sto affondando? Oppure, avrò il coraggio di affrontare il mare in tempesta, confidando in Dio? E tu che leggi, quale formazione segui per vivere al meglio la tua mission? Proviamo a parlare? Grazie per aver ascoltato la mia storia. A me piacerebbe, ascoltare la tua, per provare a camminare insieme, senza forzature.
ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003.
ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Ratio Formationis IMC, Roma 2006.
ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006.
SALES, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Ed. Missioni Consolata, Torino 1963.
[1] Cfr. https://www.giuseppeallamano.consolata.org/ Giuseppe Allamano è nato a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851 ed è morto a Torino il 16 febbraio 1926. Fu sacerdote della diocesi di Torino dove, successivamente, fu formatore in seminario e, per 46 anni rettore del Santuario della Consolata e del Convitto Ecclesiastico della diocesi. Fondò due Istituti uno di ramo maschile e l’altro di ramo femminine: Missionari della Consolata il 29 gennaio 1901 e poi le Suore Missionarie della Consolata nel 1910. Fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990 in Piazza San Pietro a Roma.
[2] Sales, L., La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, ed. Missioni Consolata, Torino 1963, p 186.
[3] Originale in portoghese: “Um padre ignorante é uma tristeza na igreja. É como uma luz apagada. Um padre ignorante torna-se mais nocivo que um padre mau”. ALLAMANO J., Pontos de Luz. Pensamentos do Beato José Allamano, Ed. Missões Consolata, Fatima 2003, p 25.
[8] ISTITUTO MISSIONI CONSOLATA, Costituzioni e Direttorio Generale, Roma 2006, nn. 10-16
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IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE NELLA SACRA SCRITTURA
Il discernimento vocazionale della persona nella sacra scrittura
L`uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio è chiamato, nella sua vocazione e missione, ad entrare con Lui in un dialogo di amore, affinché divenga il Suo rappresentante sulla terra [1]. Senza questo dialogo fra Dio e l`uomo, non può esserci nessuna relazione, né comunicazione e dunque neanche un discernimento. Questa dimensione – il discernimento – è una realtà relazionale nella quale possiamo comprendere la volontà divina[2]. Questo rapporto si fonda sulla libertà dell’uomo di scegliere i mezzi per raggiungere questa sublime virtù.
Nella Sacra Scrittura si distinguono tre tipi di discernimento: il discernimento naturale, il discernimento soprannaturale, e il discernimento spirituale.
IL DISCERNIMENTO NATURALE
Questo discernimento si riferisce a ciò che è percettibile e conoscibile dall’uomo, e avviene attraverso l`osservazione e l`analisi delle situazioni che gli si presentano. Ciò presuppone alcune qualità come: l`intelligenza e il buon senso. L`esempio lo troviamo nel Vangelo di Luca quando Gesù, a chi cercava di metterLo alla prova, disse: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ” Viene la pioggia” e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Ci sarà caldo” e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l`aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che giusto?”» (Lc 12, 54-57).
IL DISCERNIMENTO SOPRANNATURALE
Il discernimento soprannaturale attrae forza dalla Parola di Dio e dall`esperienze spirituale. Questa capacità ravviva nell’uomo la consapevolezza di poterr distinguere il bene dal male. Un esempio lo troviamo nel racconto della vocazione di Samuele per mezzo dell’ anziano sacerdote Eli, il quale, discernendo l`origine della chiamata, gli insegna a rispondere alla volontà divina (Cf. 1Sam 3, 10-18)[3].
IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE
San Paolo esprime chiaramente questo terzo tipo di discernimento quando disse «Ciascuno esamini se stesso e poi mangi il pane e beva il calice; perché chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 29.31).
La storia della spiritualità cristiana considera come indispensabile, al fine di conoscere la volontà di Dio, il discernimento spirituale quale “occhio e lampada del corpo” (Mt 6, 22-23) A riguardo San Paolo indusse i credenti cristiani, che si ponevano davanti all’Eucarestia, ad esaminare la propria coscienza ovvero li esortava al discernimento spirituale. Chi vuole accostarsi all’Eucarestia deve necessariamente predisporre la propria coscienza secondo i dettami della Chiesa (Fede e Carità) per ricevere degnamente il corpo di Gesù[4]
Tutti i cristiani, con il Battesimo sono chiamati a compiere un’“uscita” missionaria che presuppone un discernimento personale e comunitario. Ciò, infatti, consente che la fede in Cristo si diffonda in ogni angolo della terra[5].
Tuttavia questo cammino missionario non è esente dalle sfide: numerosi sono infatti gli ostacoli che si pongono fra l’uomo e Dio al fine di comprendere le intenzioni divine. Perciò «l`uomo Biblico è posto in contesto di scelta in cui deve operare un discernimento per mantenere integra la sua fedeltà verso Dio»[6].
E solo grazie al costante ascolto della Parola che si acquisisce il cosiddetto “senso spirituale”, ossia la capacità di discernere la presenza del Signore e la sua volontà. Solo cosi si può dar vita ad una relazione vera con il Signore, condividendo con Lui lo sguardo e il sentire (cf. Ef. 4,13). Grazie a questa sensibilità spirituale – allenata al discernimento del bene e del male (cf, Eb. 5,14) – è possibile comprendere facilmente ciò che è buono e gradito a Dio (cfr. Romani 12, 2; Filippesi 1, 9-10).
Tuttavia, non bisogna illudersi che il discernimento sia soltanto conoscere la Parola di Dio, ma è necessario, anzi indispensabile metterlo in atto nella propria quotidianità facendo la volontà del Padre. Se un cristiano desidera crescere nelle virtù non può fare altro che iniziare un discernimento.
Ricordiamo, inoltre, che discernere è saper scegliere. Ma siamo sicuri di saperlo ancora fare?
LA FEDE: UN CAMMINO NELL’ERA DEI SOCIAL
Nella società digitalizzata, le persone sono costantemente bombardate di notizie di vario genere. Ciò ha completamente azzerato la nostra capacità di fare e stare nel silenzio rendendo difficile ritagliarsi quei momenti in cui ci allontaniamo dallo strafare della quotidianità per connetterci con Dio. Dunque,ad avviso di chi scrive, seppur in apparenzainternet e i suoi strumenti – social, blog ecc. – potrebbero costituire uno strumento in contrasto con la fede, in realtà si configurano come validi mezzi per metterci in contatto con Dio e perché no di piccola provvidenza.
Ascoltando qualche giovane cristiano, ho compreso che il web nasconde una grande potenzialità: Dio si fa strumento. Spesso mi sono sentita dire, “se Dio è nelle piccole cose quotidiane che vivo, perché non posso ritrovarlo in una parola pronunciata in un film, in una canzone o in un post sui social?”. Pensiamo alle innumerevoli pagine cristiane presenti sui vari social? Questo sono un valido strumento che ci consente di avvicinarci a Dio e di sentirlo più vicino.
Allora non sembra possibile scindere la fede dal web. Anzi, questa connessione va valorizzata nelle sue potenzialità: quale strumento valido di comunicazione. Pensiamo a coloro che si occupano della pastorale, a chi organizza percorsi per giovani e meno giovani. Quale immensa potenzialità racchiude questo “non luogo”: riunire persone che altrimenti non avrebbero modo di incontrarsi. Pensiamo a Chiara Corbella, la sua testimonianza di fede e vita è circolata in rete sulle varie piattaforme. Quanta Grazia! Tanti giovani si sono avvicinati alla fede proprio cosi, attraverso un video, un ‘intervista messa su You Tube, condivisa su Facebook. E allora perché non considerarlo come un valido strumento per supportare il discernimento. Per avvicinare i cuori a Dio, e si anche attraverso un post di Instagram!
Sr. Katherine Marie (Anuaritte Mujawariya)
[1]Cf. A.M.Lupo, I libri Sapienziali dell`AT, Un cammino di autocomprensione per imparare l`arte del vivere, Edizione OCD, Roma 2011, 226.
[2] Cf. G. Jeanguenin, discernere pensare e agire secondo Dio, Edizione san Paolo, Milano2008,149.
Papa Francesco ci parla della importanza della chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi (cf. n°10), «ognuno per la sua via» (n° 11) e proprio ci esorta che: […] Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova […](n° 14)
I santi già questo lo pensavano prima del Concilio, in particolare riporto una frase del nostro padre Fondatore che diceva:
L’idea di santità ci spaventa. Chi salirà il monte del Signore? Eppure o santi o reprobi. Due sole categorie: gli eletti della città di Dio, i dannati della città di Satana. Non ad alcuni soli, ma a tutti Iddio disse: siate santi! La santità deve essere a tutti accessibile. In che consiste? nel far molto? no. Nel far grandi cose? neppure: non sarebbe di tutti né di ogni momento. Dunque: nel fare il bene e questo bene, ben fatto, nella condizione, nello stato in cui ci ha posti Iddio. Nulla di più nulla al di fuori di ciò.
Lettera autografo, AFSC, 1 A0130
Essere santi è più di un lavoro, è una vocazione totale di risposta alla chiamata di Dio; una missione nel quotidiano della vita di ogni persona. “Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5).” (n° 13)